La novella del buon vecchio e della bella fanciulla/V

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
V

../IV ../VI IncludiIntestazione 16 settembre 2008 75% novelle

IV VI

S’era coricato tranquillo come ogni sera e specialmente quelle sere in cui finalmente dopo di aver mangiato tutto quello che le era stato offerto, la giovinetta se ne era andata.

Prese presto sonno. Ricordò poi di aver sognato, ma tanto confusamente che egli niente piú ricordava. Molte persone dovevano averlo circondato urlando, discutendo con lui e fra di loro; poi tutte s’erano allontanate ed egli, frastornato, s’era sdraiato su un sofà per riposare. Allora su un tavolino proprio all’altezza del sofà vide un grosso topo che lo guardava con i suoi piccoli occhi lucenti. V’era un riso, anzi una derisione in quegli occhi. Poi il topo sparí, ma egli con spavento s’accorse che era penetrato nel suo braccio sinistro e scavando furiosamente procedeva verso il petto causandogli un dolore insopportabile.

Si destò ansante, coperto di sudore. Era stato un sogno, ma qualche cosa di reale restava: il dolore insopportabile. L’immagine dell’oggetto che causava il dolore subito mutò. Non era piú un topo, ma una spada confitta nella parte superiore del braccio e di cui la punta arrivava allo sterno; arcuata, non tagliente ma ruvida e velenosa perché dove toccava comunicava il dolore. Non gli permetteva il respiro e alcun movimento. La spada si sarebbe potuta spezzare squarciandolo se egli si fosse mosso. Egli urlava e lo sapeva perché lo sforzo di farsi sentire gli ledeva la gola, ma non sentí con certezza il suono che emetteva. C’erano molti rumori in quella stanza vuota. Vuota? In quella stanza c’era la morte. S’avvicinava a lui dal soffitto un’oscurità profonda, una nube che quando lo avrebbe raggiunto, gli avrebbe soppresso il piccolo respiro che ancora gli era concesso e l’avrebbe tagliato per sempre da ogni luce mandandolo fra le cose basse e sudice. L’oscurità s’avvicinava lentamente. Quando l’avrebbe raggiunto? Oh! certo! Poteva anche dilatarsi da un momento all’altro e avvilupparlo e strangolarlo in un attimo. Cosí era fatta la morte di cui aveva saputo dall’infanzia in su? Cosí insidiosa e accompagnata da tanto dolore? Egli si sentiva colare le lagrime dagli occhi. Piangeva dal terrore e non per destare pietà, perché egli sapeva che pietà non c’era. E il terrore era tanto grande che a lui parve di essere privo di colpa e di peccato. Veniva strangolato a quel modo, lui buono e mite e misericordioso.

Quanto tempo durò quel terrore? Egli non avrebbe saputo dirlo e avrebbe potuto credere che fosse durato tutta una notte se la notte poi non fosse stata troppo lunga. Gli parve che prima si fosse allontanata da lui l’oscurità minacciosa e poi il dolore. La morte non c’era piú e il giorno appresso egli avrebbe risalutato il sole. Poi il dolore si mosse e fu subito un sollievo. Fu esiliato piú in alto verso la gola donde poi sparve. Egli s’avvolse nelle coperte. Batteva i denti dal freddo e un tremito convulso gli impediva il riposo. Il ritorno alla vita era però completo. Egli non gridò piú e fu lieto che il suo lamento non fosse stato udito. La donna di casa - maliziosa - avrebbe ritenuto causa del male la visita della fanciulla della sera prima, per questa via egli ricordò la fanciulla e, subito, pensò: - Io all’amore non faccio piú!