La novella del buon vecchio e della bella fanciulla/VI

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V VII

Il dottore, chiamato alla mattina, esaminò, studiò, e non diede subito grande importanza all’accesso. Il vecchio gli aveva raccontato l’avventura della sera prima, compresovi cibo e sciampagna, e al dottore parve che il male fosse dovuto a quel disordine. Disse ch’era sicuro che il male non si sarebbe ripetuto a patto che il vecchio avesse saputo vivere in riposo, prendere regolarmente ogni due ore una certa polvere e si fosse astenuto dal vedere l’oggetto del suo amore e anche dal pensarci.

Il dottore che aveva la stessa sua età ed era suo antico amico lo trattava con grande confidenza: - Tu potrai andare dalla tua amante solo quando te lo permetterò io.

Il vecchio, che ci teneva alla propria salute piú del dottore, pensava invece: - Anche quando tu me lo permettessi non andrei da lei! Stavo tanto meglio prima di conoscerla!

Poi, però, lasciato solo, pensò subito alla giovinetta per liberarsene definitivamente. Egli tuttavia ricordava che la giovinetta lo amava. La credeva perciò capace di venire a trovarlo dopo qualche tempo anche senza suo invito. Tutti sanno la potenza dell’amore. E allora che figura ci avrebbe fatta lui che aveva deciso di non riceverla neppure col permesso del dottore? Le scrisse che improvvisamente e per lungo tempo doveva lasciare la città. Al suo ritorno l’avrebbe avvisata. Uní alla lettera un importo di denaro destinato a saldare il conto con la propria coscienza. La lettera si chiudeva anche con un bacio, scritto dopo un istante di esitazione. No! Quel bacio non gli aveva alterato il polso.

Il giorno appresso si sentí rassicurato per una notte tranquilla benché quasi insonne. Il grande dolore non s’era ripetuto mentre egli, ad onta delle assicurazioni del medico, aveva temuto di venirne colto ogni notte nell’oscurità. Si ricoricò piú tranquillo e riacquistò la fiducia, ma non il sonno. Si sentiva il brontolío del cannone ed il buon vecchio si domandava: - Perché non hanno ancora inventato il modo di ammazzarsi senza fare tanto chiasso? - Non era tanto lontano quel giorno in cui il suono del combattimento aveva destato in lui un sentimento generoso. Ma la malattia gli toglieva quel residuo di spirito sociale che la vecchiaia non era riuscita a distruggere in lui.

Il dottore nei prossimi giorni cacciò delle gocce fra polveretta e polveretta. Poi, per garantire il sonno notturno, veniva di sera a fargli delle punture. Anche per l’appetito venne la medicina speciale che bisognava prendere a date ore. Non mancavano le occupazioni nella giornata del vecchio. E la donna di casa, reietta nei giorni buoni, divenne molto importante. Il vecchio, che sapeva essere riconoscente, si sarebbe forse affezionato a lei, che qualche volta doveva levarsi anche di notte per propinargli delle medicine. Ma essa aveva un difettaccio: non gli perdonava i suoi trascorsi e vi faceva allusione di sovente. La prima volta che per cura dovette propinargli una piccola dose di sciampagna, l’accompagnò con l’osservazione: - È tuttavia di quella ch’era stata acquistata per tutt’altro scopo.

Per qualche tempo il vecchio protestò volendo farle credere che fra lui e la giovinetta non ci fosse altro che un affetto purissimo. Poi, visto ch’essa non si lasciava smuovere dalla sua convinzione, egli cominciò a credere ch’essa la sapesse lunga e lo avesse spiato. Chissà in quale istante? Lungamente indagò per intenderlo. Arrossiva specialmente di quello che la donna sapeva perché il resto non esisteva, ma con quella maledetta donna finiva coll’esistere tutto date quelle sue allusioni vaghissime colle quali si poteva ricordare l’avventura intera. Ne risultò ch’egli non poté piú soffrire quella donna e la tollerava a sé daccanto soltanto quando di lei aveva bisogno. Vero che ne aveva bisogno anche per chiacchierare, cosí che neppure di quest’odio che sarebbe stato abbastanza vitale nulla risultò. Si limitò a dire a bassa voce al medico: - È brutta come il peccato.

In quella lotta con la sua donna ricordava la giovinetta, ma non per rimpiangerla. Egli rimpiangeva solo la salute o meglio ciò ch’egli riguardava come la propria gioventú. La gioventú era morta con l’ultima visita della giovinetta e il rimpianto di questa sussisteva nel rimpianto di quella. Ora, sul serio, egli avrebbe procurato un impiego alla giovinetta... se egli avesse riavuto la salute. Poi sarebbe ritornato alla sua grande proficua attività e non al peccato. Il peccato era quello che danneggiava la salute.

L’estate andò via. Uno degli ultimi giorni sereni gli fu concesso di uscire in vettura. Il medico l’accompagnò. L’esito non fu cattivo perché egli si sentí lieto della variazione e il suo stato non peggiorò, ma col maltempo che sopravvenne l’esperimento non si poté ripetere.

Cosí continuò la sua vita vuota. Non v’era altra novità che nei medicinali. Ogni medicinale era buono per qualche tempo. Poi per avere lo stesso effetto bisognava aumentare la dose eppoi sostituirlo con un altro medicinale. Vero è che dopo qualche mese si ritornava da capo.

In quell’organismo però si creò un certo equilibrio. Se andava verso la morte il suo movimento era impercettibile. Non si trattava piú del dolore, eroico per la sua intensità, di quella notte quando la morte aveva alzato il braccio per dargli il colpo decisivo. Tutt’altro. Forse - come era allora - non valeva piú la pena di colpirlo. Egli credeva di stare ogni giorno meglio. Gli pareva che l’appetito anch’esso fosse ritornato. Ci metteva del tempo ad ingoiare le sue minestre insipide e credeva sinceramente di mangiare. In casa c’erano ancora di quelle scatole contenenti cibi eccitanti. Il vecchio ne prendeva una nelle mani tremanti: leggeva il nome della celebre fabbrica e la riponeva. Pensava di conservarla per il giorno in cui sarebbe stato meglio. Per quel giorno erano conservate anche bottiglie di sciampagna. S’era visto che per la malattia quel vino non giovava.

La parte piú importante della giornata era quella ch’egli passava ad una finestra nelle ore piú calde. Quella finestra era un pertugio per cui si vedeva la vita che continuava a svolgersi sulle strade anche dacché egli ne era stato esiliato. Se la donna del peccato (cosí egli la chiamava) gli era vicina, egli criticava con lei il lusso che tuttavia appariva sulle povere vie di Trieste o compiangeva con tono alquanto enfatico la miseria che vi transitava in processione. Di faccia alla sua casa vi era un fornaio e spesso a quella porta si schierava la fila della gente che aspettava il tozzo di pane. Il vecchio compiangeva quella gente che aspettava con tanta ansietà un pane mal cotto che a lui faceva schifo, ma qui la sua pietà era una vera ipocrisia. Egli invidiava coloro che liberamente si movevano per le vie. Puerilmente. In massima egli si trovava bene nella stanza protettrice, ben riscaldata, ma gli sarebbe piaciuto di vedere anche al di là di quella via. Gli esseri che passavano e destavano la sua curiosità, perché vestiti troppo bene o troppo male, svoltavano ed ecco che per lui erano perduti.

Una notte in cui non poteva dormire, si mise a camminare per la stanza, e nell’ansietà di moversi e di avere una distrazione andò alla finestra. La fila alla porta del fornaio era già costituita, tanto lunga che anche di notte macchiava di nero il marciapiede. Neppure allora compianse sinceramente quella gente che aveva sonno e non poteva andare a dormire. Egli aveva il letto e non poteva dormire. Stavano certo meglio i componenti della fila!

In quei giorni ci fu Caporetto. Le prime notizie del disastro egli le ebbe dal suo medico venuto a trovarlo per piangere in compagnia del vecchio amico, che egli (povero medico!) credeva capace di sentire come lui. Invece il vecchio non vide in quell’evento altro che un beneficio: la guerra si allontanava da Trieste e perciò da lui. Il medico piangeva: - Non vedremo piú neppure i loro velivoli! - Il vecchio mormorava: - Infatti! Forse non li vedremo piú! - Sentiva nell’animo la gioconda speranza di notti tranquille, ma tentava di copiare sulla propria faccia il dolore che vedeva impresso su quella del medico.

Nel pomeriggio, quando stava bene, riceveva il suo procuratore, un vecchio impiegato che godeva di tutta la sua fiducia. Negli affari il vecchio rimaneva abbastanza energico e lucido, e l’impiegato ne traeva la conclusione che la malattia del vecchio non fosse molto grave e che prima o poi sarebbe ritornato agli affari. Ma l’energia negli affari era la stessa che lo dirigeva nella tutela della sua salute. La piú lieve indisposizione lo induceva a rimandare gli affari al giorno dopo. E per stare meglio sapeva anche dimenticare gli affari non appena il suo impiegato se n’era andato. Si sedeva davanti alla stufa e amava di gettarvi dei pezzi di carbone che guardava poi bruciare. Poi chiudeva gli occhi abbacinati e li riapriva per riprendere lo stesso giuoco. Cosí passava la sera di giornate pur esse tanto vuote.

Ma cosí non doveva finire la sua vita. È il destino di certi organismi di non lasciar alcun residuo per la morte che cosí non arriva ad afferrare altro che un vaso vuoto. Tutto quanto poteva ardere arse e l’ultima sua fiamma fu la piú bella.