La novella del buon vecchio e della bella fanciulla ed altri scritti/Nota introduttiva

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Eugenio Montale

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La novella del buon vecchio e della bella fanciulla ed altri scritti La novella del buon vecchio e della bella fanciulla
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NOTA INTRODUTTIVA



Nel presente volume il lettore troverà riuniti per la prima volta a cura dell’editore Morreale gli scritti minori di Italo Svevo: la favola della Madre (1910), alcuni racconti: Una burla riuscita (1926), Vino Generoso (1926), La novella del buon vecchio e della bella fanciulla (1926) e l’introduzione del romanzo che avrebbe dovuto far seguito a La coscienza di Zeno: Il Vecchione (1928). Nessuno di questi scritti, nemmeno la Novella del buon vecchio che non ricevette le ultime cure dell’autore, e nella quale perciò maggiormente difetta l’elaborazione formale, può essere trascurato dal pubblico sempre crescente che va accostandosi ai romanzi di Italo Svevo. Nell’opera dello Svevo troviamo scritti minori, non già nugae: e in questo caso il lettore si avvedrà, anzi, che i racconti qui riuniti sono [p. 10 modifica]legati da stretti vincoli alle opere maggiori del romanziere e testimoniano di un’attività interiore, di un fervore di sviluppi che destano la più viva sorpresa. L’ultima età dell’uomo, la vecchiaia, le illusioni, le manie, le fobie, i pericoli ch’essa comporta, ne sono pressochè la sola materia. Materia rara in ogni letteratura e tanto più rara nella nostra, almeno quando lo scrittore rinunzi, come qui accade, a pararsi di atteggiamenti convenzionali, di venerabili attributi e di paradigmi morali, e affronti direttamente le molte difficoltà dell’argomento. Nei racconti che ci richiamano in modo più biografico all’esperienza di Zeno e ai suoi rapporti con l’avventura reale dello Svevo, tale materia è assunta nei toni di un humour a doppio taglio che poco indulge alle musicali rievocazioni del tempo perduto: e si hanno i risultati di Vino generoso e di Una burla riuscita, novelle che hanno iniziato all’arte del triestino un grande numero di indecisi; ma in qualche tratto della Novella del buon vecchio e nel Vecchione, il tempo, questa fatalità del romanzo moderno, si fa sentire con ben altro peso. Leggo in un frammento inedito che qui è pubblicato in una differente lezione, certo posteriore: «Dunque lasciamo stare il futuro che mi preoccupa poco. Fra il passato [p. 11 modifica]e il presente vivrò già in quel tempo misto ch’è concesso ai soli uomini, i quali poi non lo sanno e parlano sulla base di una grammatica dai tempi puri utile soltanto alle bestie, le quali lottano, vivono e si spaventano solo nel presente. All’uomo la disperazione viene da tutte le parti e il suo presente è abbastanza lungo perchè egli abbia il tempo di strapparsi i capelli».

Italo Svevo aveva toccato l’età necessaria a tradurre in atto il suo studio del «tempo misto». Aveva scritto nel Marzo 1927, nella prefazione alla ristampa di Senilità: «Anch’io, che so ormai che cosa sia una vera senilità sorrido talvolta di aver attribuito ad essa un eccesso in amore». Ma per quanto con coteste parole lo Svevo volesse farci credere di sentirsi ormai fuori della mischia, è ben evidente che di amore — di un altro e più nobile amore — i suoi anni senili non furono scarsi. Ciò che anzi colpisce nelle ultime pagine dello Svevo — scritte da un uomo che aveva oltrepassati i sessantacinque anni — è appunto l’ardore di vita che le sconvolge, la capacità di tutto ricominciare e di tutto porre in questione ch’esse documentano. La giovane critica italiana ha molto parlato, negli ultimi tempi, e con una comprensione sempre più viva, dei tre romanzi dello [p. 12 modifica]Svevo, graduando i suoi consensi ed esprimendo le sue preferenze (una mia predilezione iniziale per Senilità è stata tanto accolta da scader presto in un inaccessibile poncif); ma quello che pochi hanno tenuto presente è la estrema spontaneità onde si presenta nella nostra letteratura — e in un solo uomo: lo Svevo — tutta la courbe che va dal romanzo naturalista ottocentesco fino all’integralismo dell’ultima narrativa europea degna di qualche onore. Per quanto io non ignori le ragioni che consigliano di ascrivere a un naturalismo sui generis i primi romanzi dello Svevo, e conosca altresì quanto sia provvisorio l’accostamento della commedia umana di Zeno ad altre recenti forme straniere di analismo, penso che qualche cosa di vero in questo schema rimarrà. Nè in esso solo, evidentemente, in questa più che trentennale parabola, è l’importanza dello scrittore, ma anche, e più, nella nuda e appassionata crudezza di tale esperienza, nei toni rigorosamente nostrani e indipendenti nei quali essa seppe e volle investirsi. Diciamolo chiaro ancora una volta, per comprometterci fino in fondo: Italo Svevo è stato il maggior romanziere che abbia dato la nostra letteratura dai tempi del Verga fino ad oggi. E non sarebbe forse gran merito se il significato e l’attualità [p. 13 modifica]dello scrittore non fossero, come sono, tali da superare le barriere dell’attuale nostra narrativa in modo ben più profondo di quello rappresentato da premi, riconoscimenti ufficiali ed altre rumorose forme di pubblicità. Soltanto ad alcuni professionali della letteratura o ad alcuni teorici di un paesanismo altrettanto angusto che umiliante per il nostro paese, questa constatazione può dispiacere. Sono ormai rimasti in pochi, per fortuna: e molti segni ci dicono che anche dal loro drappello s’alzano già lagni di convertiti e palinodie.


Eugenio Montale.


Aprile 1929.



Intorno allo Svevo cfr. il libro di F. Sternberg, il quale non manca, pur nel suo fatras, di calore umano; il fascicolo del Convegno del Gennaio - Febbraio 1929, che contiene una ricca bibliografia e vari studi fra i quali, importante nella parte analitica, uno di Giacomo Debenedetti; e il numero di Solaria ch’esce contemporaneamente a questo volume ed è ricco di oltre trenta testimonianze di scrittori italiani e stranieri.