La persuasione e la rettorica (1915)/L'illusione della persuasione/III

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PARTE PRIMA
DELLA PERSUASIONE

II
L'ILLUSIONE DELLA PERSUASIONE

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PARTE PRIMA
DELLA PERSUASIONE

II
L'ILLUSIONE DELLA PERSUASIONE
L'illusione della persuasione - II Via alla persuasione


 
 III


Il fiore vede nell’ape la propagazione del suo polline, l’ape nel fiore il dolce cibo per le larve. Nell’amplesso dei due organismi, ognuno vede nella disposizione dell’altro «come in uno specchio sé stesso» (Fedro, 255 d). Ognuno ignora se la sua affermazione coincida coll’affermazione dell’altro o non invece gli tolga il futuro: – lo uccida: ognuno sa solo che questo è buono per lui stesso, e usa dell’altro come di mezzo al proprio fine, come di materia alla propria vita, mentre egli stesso in ciò è mezzo materiale alla vita dell’altro. Così l’affermazione dell’individualità illusoria, che violenta le cose in ciò che s’afferma senza persuasione, poiché le informa al proprio fine illusorio come al fine dell’individuo assoluto che avesse in sé la ragione – per il vicendevole bisogno prende l’apparenza dell’amore. Ma l’ἀντέρως1 non è l’ἔρως esso è un travestimento del νεῖκος.–

E quando la coincidenza non provveda alla continuazione d’entrambi, quando il dente dell’una ruota piccola o grande non vada nel vacuo dell’altra e viceversa, la violenza inimica si fa manifesta: ché dove l’una s’afferma l’altra non può affermarsi, e se non soccombano entrambe nella lotta, convien che l’una ceda o soccomba. E allora insieme si fa manifesta l’impotenza della minor potenza.

Come il satiro davanti all’ermafrodita è il debole che per la sua vita viene a volersi affermar nella sua consueta relazione di fronte a chi è più forte di lui, che sente la cupidigia definita e insieme sente che non è nella sua potenza procurarsi la vicinanza dell’atto conosciuto: egli non tocca più fondo coi suoi scandagli, ma si sente in balìa delle onde d’un mare, che non conosce, poiché nell’occhio dell’altro egli vede l’oscurità d’una potenza che lo trascende, un enigma che è pieno di minacce per lui; vuole e disvuole e sulla sua cupidigia si dipinge la faccia del terrore.2

Come una colomba negli artigli del falco è il debole che il forte fa materia della propria vita.

Come il tiratore inesperto accanto al cacciatore è il debole che vuole affermarsi là dove il forte s’afferma. Ché questi ha la vicinanza dell’animale lontano nella sua mano e nel suo occhio sicuro; quello vede l’animale in una lontananza che come non è finita pel suo occhio è ἄπορος per la sua mano: egli ha negli occhi un’incertezza di punti, nella mano... l’arma.

Nella coscienza più vasta la stessa cosa è più reale, poiché riflette quella vita più vasta. Questa l’ha di più poiché nella sua affermazione ci sono i modi della previsione più organizzata a una più vasta vita, sufficiente a eliminare maggior vastità di contingenze, che ha certa, finita, vicina nell’attimo una maggior lontananza.

Come quando due giocano agli scacchi, che le stesse figure per l’uno e per l’altro non sono le stesse, poiché per l’uno hanno una vasta cerchia di possibilità connesse l’una all’altra, a esser sufficienti in una lontana previsione a tutte le possibilità dell’avversario; – per questo, che gli sia inferiore, s’esauriscono in una breve cerchia di mosse che non possono connettersi che a un piccolo piano vicino, mentre le mosse dell’altro gli sono una incomprensibile contingenza per la quale via via egli si vede scalzati i suoi piccoli piani ed è necessitato, ogni volta alla nuova situazione adattandosi, a rincominciarli.

Così nella vita il debole s’adatta. E a questo lo guida il dio della φιλοψυχία: «tu vuoi questo, ti sei impegnato a ottenerlo – che importa – cedi, quando non lo puoi, quando ci va della vita; quello che volevi qui, in fondo lo puoi aver in altra parte, in altro modo, con lo stesso piacere, senza pericolo».

Infatti quella superficialità di relazioni si può ripetere indifferentemente in altro modo in altra parte. Quanto meno profonda è la vita d’un organismo tanto meno è in lui la ragione per cui egli si afferma in relazione a queste cose, in questo momento, in quest’ambiente; egli può continuare a proposito d’altre cose in altro ambiente, purché gli offrano la possibilità di quelle relazioni che sono necessarie alla sua continuazione. Il suo palato non conosce che grossolane distinzioni. Le cose egli non le vive più profondamente, ma afferma in loro soltanto le sue superficiali relazioni, il suo piccolo mondo. E quanto più piccolo il mondo tanto più indifferente e più facilmente riproducibile e trapiantabile in cose diverse. Si prende il pesce con un po’ dell’acqua – dove ei vive, e si getta in altra acqua; la pianta non colle nude radici, ma con quel tanto di terra, e si mette in un vaso; l’uomo coi mezzi di sussistenza, e si fa di lui quello che si vuole.

Colui che non vive con persuasione non può non obbedire perché ha già obbedito. Πρὸς τὸν βίον παντοῖος γίγνεται φιλοψυχίᾳ πειθόμενος ὅστις ὁρμᾶται ἄνευ πειθοῦς.–


Questa che gli uomini spesso chiamano docilità, bontà, o persino superiorità o scienza del mondo, non è che la superficialità di chi non aveva ragione in ciò che faceva, ma si trovava a farlo, non sapeva quelle cose che voleva perché le volesse, non aveva la potenza di quelle cose in sé e la sufficienza a ciò che gliele potesse togliere, ma si trovava a trar la sua piccola vita a proposito di quelle; non è che la paura per la propria continuazione che gliele fa mutare ora, come prima a questa obbedendo con insufficienza le aveva prese. –


Note

  1. Platone usando nel posto citato la parola ha un’altra intenzione, come anche col paragone dello specchio. – Questo ora poco importa o toglie alla cosa. –
  2. Il gruppo del satiro e dell’ermafrodita che intendo è a Firenze nella Galleria degli Uffizi – credo – ; ed è lavoro greco. La testa dell’ermafrodita forse non è l’originale ed è sostituita da una testa di qualche divinità, ma cosi forse è più manifesta la tranquilla sicurezza che è del resto in tutto l’atteggiamento del giovane. Qualche cosa di simile, ma più debole, nel Cristo che guarda Giuda del Tiziano.–