La scienza moderna e l'anarchia/Parte prima/II

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Il movimento intellettuale del XVIII secolo

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Il movimento intellettuale del XVIII secolo
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Benchè l'Anarchia, in ciò simile a tutte le correnti rivoluzionarie, sia nata in seno al popolo, nel tumulto della lotta, e non nel gabinetto dello scienziato, è però sempre utile di conoscere il posto che occupa fra le diverse correnti del pensiero scientifico e filosofico esistenti ai nostri giorni. Quale è la sua attitudine di fronti a queste diverse correnti? Su quale tra esse si appoggia di preferenza? Quale metodo di ricerca adopera per appoggiare le sue conclusioni? In altre parole: a quale scuola di Filosofia del Diritto appartiene l'Anarchia? Con quale corrente della scienza moderna presenta la maggiore affinità?

Di fronte all'entusiasmo per la metafisica economica, che abbiamo visto recentemente nei circoli socialisti, questa questione offre un certo interesse. Cercherò, quindi, di rispondervi brevemente e nel modo più semplice possibile, evitando i termini difficili ogni volta che si possono evitare.1

Il movimento intellettuale del secolo XVIII ebbe la sua origine nell'opera dei filosofi scozzesi e francesi della metà e della fine del secolo precedente.

Il risveglio del pensiero, che si determinò in quel periodo di tempo, animò costoro del desiderio di raccogliere tutte le umane conoscenze in un sistema generale – il sistema della natura. Rifiutando interamente la scolastica e la metafisica medioevale, ebbero il coraggio di guardare in faccia la natura: il mondo delle stelle, il nostro sistema solare, la terra e lo sviluppo delle piante, degli animali e delle società umane sulla sua superficie, come una serie di fatti possibili a studiarsi al pari di tutte le scienze naturali.

Profittando largamente del vero metodo scientifico – il metodo induttivo-deduttivo – quei pensatori intrapresero l'esame di tutto ciò che la natura ci offre, appartenga al mondo stellato o a quello animale, ovvero all'altro delle credenze e delle istituzioni umane, in modo affatto eguale a quello che avrebbe adoperato un naturalista per studiare delle questioni di fisica.

Essi notavano prima con pazienza i fatti, e poi, quando si mettevano a generalizzare, lo facevano per via di induzioni. Azzardavano, sì, certe ipotesi; ma a queste ipotesi non attribuivano altra importanza, che Darwin non attribuisse alla sua ipotesi concernente l'origine delle nuove specie per mezzo della lotta per l'esistenza, o che Mendeleeff non attribuisse all'altra della sua «legge periodica». Essi vi vedevano delle supposizioni, le quali offrivano una spiegazione provvisoria dei fatti e ne facilitavano l'aggruppamento e lo studio; ma non dimenticavano che tali supposizioni dovevano essere confermate dall'applicazione ad una moltitudine d'altri fatti e spiegate anche per via deduttiva. Non potevano diventare delle «leggi» (generalizzazioni provate) se non dopo aver subita tale verifica, e quando le cause dei rapporti costanti da esse espressi fossero state spiegate.

* * *

Quando il centro del movimento filosofico del secolo XVIII passò di Scozia e d'Inghilterra in Francia, i filosofi francesi, col sentimento di sistema che è tutto loro, si misero a riscostruire sur un piano generale e secondo i medesimi principii, tutte le cognizioni umane, naturali e storiche. Fecero un tentativo di fondare il sapere generalizzato – la filosofia dell'universo e della sua vita – con un metodo strettamente scientifico, respingendo quindi tutte le costruzioni metafisiche dei filosofi precedenti e spiegando tutti i fenomeni con l'azione delle medesime forze fisiche (vale a dire meccaniche), che erano state per essi sufficenti a spiegare l'origine e l'evoluzione del globo terreste.

Si dice che quando Napoleone I fece a Laplace l'osservazione che nella sua Exposition du système du monde il nome di Dio non si trovava mai citato, Laplace rispondesse: «io non ho avuto mai bisogno di tale ipotesi». Ma Laplace fece anche di più, non ricorse, cioè, mai neppure a tutte le altre grandi parole della metafisica, dietro le quali generalmente si nasconde l'ignoranza, o una conoscenza imperfetta e nebulosa dei fenomeni, e l'incapacità di presentarseli sotto una forma concreta, come grandezze misurabili. Laplace fece a meno della metafisica, come della ipotesi di un creatore, e, benchè la sua Exposition du système du Monde non contenga affatto calcoli matematici, essendo scritta in un linguaggio comprensibile ad ogni lettore alquanto istruito, pure i matematici poterono più tardi esprimere separatamente ogni pensiero di quest'opera sotto forma di equazioni matematiche, vale a dire di rapporti tra quantità misurabili! Tanto esattamente era stata pensata l'opera di Laplace!

Ciò che Laplace fece per la meccanica celeste, i filosofi francesi del secolo XVIII tentarono di farlo, nei limiti delle conoscenze dell'epoca, per lo studio dei fenomeni della vita, compresi quelli della intelligenza umana e del sentimento (la psicologia), e rinunciarono del tutto alle affermazioni metafisiche, che si riscontrano nei loro predecessori ed anche più tardi nel filosofo tedesco Emanuele Kant.

Si sa, infatti, che Kant spiegava, per esempio, il sentimento morale dell'uomo, dicendo che è un «categorico imperativo», e che una massima di condotta è obbligatoria «se noi possiamo concepirla come una legge, suscettibile di applicazione universale». Ma ogni parola in questa determinazione sostituisce qualche cosa di nebuloso e d'incomprensibile («imperativo», «categorico», «legge», «universale»!) al posto di fatti materiali, conosciuti da tutti, che bisognerebbe spiegare.

Gli enciclopedisti francesi non potevano contentarsi di simili «spiegazioni» a furia di «paroloni». Come i loro predecessori scozzesi ed inglesi, essi, non vollero – nell'investigare donde venga nell'uomo la concezione del bene e del male – mettere, come diceva Goethe, «una parola laddove si manca d'idee». Studiarono questa concezione dell'uomo, e – come aveva già fatto Hutcheson fin dal 1725 e, più tardi, Adamo Smith nella sua opera migliore, L'origine dei sentimenti morali – trovarono che il sentimento morale dell'uomo ha origine nel senso di pietà, di simpatia che proviamo verso chi soffre. Proviene cioè dalla nostra capacità di identificarci con gli altri, tanto che sentiamo quasi una pena fisica, per esempio, nel veder battere in nostra presenza un fanciullo, atto che suscita la nostra ribellione.

Partendo da questo genere di osservazioni, e da fatti generalmente conosciuti, gli enciclopedisti giunsero alle più larghe generalizzazioni. In tal modo spiegarono, infatti, il sentimento morale, che è un fatto complesso, coi fatti più semplici. Non misero al posto di fatti conosciuti e comprensibili, parole incomprensibili e nebulose, che non spiegano proprio nulla, come quelle di «imperativo categorico» o di «legge universale».

Il vantaggio del metodo degli enciclopedisti è evidente. Invece di parlare all'uomo d'una «ispirazione dall'alto» e d'una origine estra-umana e soprannaturale del sentimento morale, gli dicevano: «Ecco il sentimento di pietà, di simpatia, proprio all'uomo fin dalla sua origine, derivato da tutte le prime sue osservazioni sui suoi simili, e perfezionato poco a poco dall'esperienza della vita in società. Da questo sentimento proviene il nostro senso morale».

Si noti così che i pensatori del secolo XVIII non cangiavano di metodo, quando nei loro studi passavano dal mondo stellare a quello delle reazioni chimiche, o dal mondo fisico e chimico a quello della vita delle piante e degli animali, o allo sviluppo delle forme economiche e politiche della società, all'evoluzione delle religioni e così via di seguito. Il metodo era sempre il medesimo metodo induttivo, che applicavano a tutti i rami della scienza. E poichè, tanto nello studio delle religioni, quanto nell'analisi del sentimento morale e del pensiero in generale, essi non trovarono un punto solo in cui tale metodo diventasse insufficiente ed un altro metodo si imponesse; siccome mai si videro forzati a ricorrere nè a concezioni metafisiche (Dio, anima immortale, forza vitale, imperativo categorico ispirato da un essere superiore, ecc.), nè a qualsiasi metodo dialettico – così cercarono di spiegare tutto l'universo e i suoi fenomeni col medesimo sistema NATURALISTA.

Durante quegli anni di notevole sviluppo intellettuale, gli enciclopedisti costruivano la loro monumentale Enciclopedia; Laplace pubblicava il suo Sistema del Mondo e d'Holbach il suo Sistema della Natura; Lavoisier affermava l'indistruttibilità della materia e quindi dell'energia e del moto; Lomonossow, in Russia, ispirato da Bayle, abbozzava già allora la teoria meccanica del calore, Lamarck spiegava l'origine delle specie infinitamente varie delle piante e degli animali con i loro adattamenti ai diversi ambienti; Diderot dava una spiegazione del sentimento morale, dei costumi morali, delle istituzioni primitive e delle religioni, senza ricorrere ad una ispirazione dall'alto; Rousseau cercava di spiegare come le istituzioni politiche derivassero da un contratto sociale, attribuendole così ad un atto della volontà umana. Insomma, non vi fu più terreno alcuno, su cui non fosse stato iniziato lo studio in base ai fatti, sempre con lo stesso metodo scientifico di induzione e deduzione, verificato con l'osservazione dei fatti e l'esperienza.

Certo, molti errori si commisero in questo tentativo ardito ed immenso, giacchè laddove mancavano cognizioni, si supplì con supposizioni talvolta arrischiate e talvolta erronee. Ma un nuovo metodo era stato applicato all'insieme delle scienze umane, e grazie ad esso gli errori poterono più tardi facilmente esser riconosciuti e corretti. In tal modo il secolo XIX ereditò uno strumento potente d'investigazione, che ci permette oggi di fondare tutta la nostra concezione dell'universo sovra una base scientifica, e di liberarla infine dai pregiudizii che la oscuravano, come anche da tutte le parole nebulose che non dicono nulla e a cui s'aveva in passato la cattiva abitudine di ricorrere, per sfuggire a tutte le questioni più difficili.
  1. In fine del volume diamo delle Note esplicative, con l'interpretazione dei diversi termini scientifici in un linguaggio comprensibile, ed una breve indicazione dell'opera dei diversi autori citati.