La scienza moderna e l'anarchia/Parte prima/XIV

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Alcune conclusioni dell'Anarchia

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Alcune conclusioni dell'Anarchia
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Dopo aver esposto le origini dell'Anarchia e i suoi principii, vogliamo ora dare alcune spiegazioni, che ci permetteranno di precisare meglio il posto occupato dalle nostre idee nel movimento scientifico e sociale contemporaneo.

Così, quando si parla di Diritto, con tanto di lettera maiuscola, e ci si dice: «il Diritto è l'obiettivazione della Verità», oppure: «Le Leggi di sviluppo del Diritto sono le leggi di sviluppo dello spirito umano», od anche: «Il Diritto e la Moralità sono identici e non differiscono che nella forma», ascoltiamo queste sonore asserzioni con quella poca reverenza con cui le ascoltava Mefistofele nel Faust di Goethe. Sappiamo che coloro i quali hanno scritte queste frasi credute profonde hanno speso molta energia cerebrale per giungere a tanto; ma sappiamo altresì che questi pensatori battevano una falsa strada, e nelle loro frasi pompose non vediamo che dei tentativi di generalizzazione incosciente, fatti su basi del tutto insufficenti, oscure, e con parole atte ad ipnotizzare.

Un tempo si cercava di dare al Diritto un'origine divina; in seguito, si volle dargli una base metafisica; ma oggi noi possiamo già studiare l'origine delle concezioni del Diritto e la loro evoluzione, precisamente come studiamo lo sviluppo di un tessuto e il processo che seguono le api nel fare il miele. Così, approfittando degli studi fatti dalla scuola antropologica, ci diamo ad osservare i costumi sociabili e le concezioni del diritto, cominciando dai primitivi selvaggi per arrivare, a traverso i codici dei diversi periodi storici, fino ai nostri giorni.

Per tal modo, giungiamo a questa conclusione, già formulata in una pagina precedente: – Tutte le leggi ebbero una doppia origine, e per questo appunto si distinguono dai costumi, stabiliti dall'uso, i quali rappresentano i principii di moralità esistenti in una data società ad un dato periodo. La legge conferma questi costumi: li cristallizza, ma nello stesso tempo ne approfitta per introdurre, dissimulandola generalmente, qualche nuova istituzione nell'interesse della minoranza dei governanti e degli uomini d'arme. Per esempio, introduce o santifica la schiavitù, o la divisione in caste, o l'autorità del padre di famiglia, del prete, del militare, o stabilisce, poi, il servaggio e, in ultimo, l'intera dipendenza dallo Stato. In questa guisa si è sempre riuscito ad imporre agli uomini un giogo, senza che se ne accorgessero, giogo di cui non potevano più tardi sbarazzarsi se non a prezzo di rivoluzioni sanguinose.

E così sono andate le cose in tutti i tempi, sino ai nostri giorni. Noi lo vediamo ancora attualmente nella cosidetta legislazione operaia, con la quale, a lato della «protezione del lavoro» che rappresenta lo scopo confessato, si introduce tacitamente l'idea d'un arbitrato obbligatorio dello Stato in caso di sciopero (arbitrato obbligatorio, qual controsenso!), ovvero si prevede il principio d'una giornata minima obbligatoria di tante ore di lavoro. Così si giunge pure a decretare la militarizzazione dei ferrovieri in caso di sciopero; a sanzionare legalmente lo spogliamento dei contadini irlandesi, ai quali precedenti leggi avevano già tolta la terra. Quando poi si istituisce l'assicurazione contro la malattia, la vecchiaia od anche la disoccupazione, si dà nello stesso tempo allo Stato il diritto ed il dovere di controllare ogni giornata dell'operaio, il diritto di costringerlo a non far festa un sol giorno, senza il permesso dello Stato, del funzionario.

E non avverrà altrimenti, finchè una parte della società farà leggi per tutta la società, in modo appunto da accrescere il potere dello Stato, principale sostegno del capitalismo. Ciò durerà, finchè si faranno delle leggi.

Si comprende allora perchè, dopo Godwin, l'anarchismo ha sempre negato tutte le leggi scritte, sebbene, più di qualsiasi legislatore, l'anarchico aspiri alla giustizia, che è, per lui, equivalente all'uguaglianza ed impossibile senza di questa.

Quando ci si obbietta che, ripudiando la legge, noi ripudiamo appunto per ciò ogni morale, poichè non riconosciamo l'«imperativo categorico», di cui ci parlava Kant, rispondiamo che il linguaggio stesso di questa obbiezione è per noi incomprensibile ed assolutamente strano1. Ci è strano ed incomprensibile allo stesso modo che lo sarebbe per ogni naturalista, che studiasse la morale. E perciò, prima di entrare nella discussione, noi facciamo ai nostri contradditori questa domanda: – «Ma diteci, insomma, che cosa intendete coi vostri imperativi categorici? Non potete dunque tradurre le vostre asserzioni in una lingua comprensibile, come faceva, per esempio, Laplace, quando trovava modo di esprimere le formule della matematica pura con parole che tutti comprendevano? Così fanno tutti i grandi scienziati; perchè voi non fate altrettanto?»

In verità, che cosa ci si vuol dire, quando ci si parla di «legge universale» o di «imperativo categorico?» – Che tutti gli uomini sono penetrati di questa idea: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te?» – Se è così, va benissimo. Mettiamoci a studiare (come già han fatto Hutcheson e Adamo Smith), donde sono nate negli uomini queste concezioni e come si sono sviluppate.

Studiamo quindi fino a qual punto l'idea di giustizia implica quella d'uguaglianza. Importantissima questione, poichè soltanto coloro che considerano gli altri come uguali possono accettare il precetto: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso». Un proprietario di servi ed un mercante di schiavi non potevano evidentemente riconoscere la «legge universale» e l'«imperativo categorico» per il servo od il negro, poichè non li riconoscevano come loro uguali. E se questa osservazione è giusta, vediamo allora se non sia assurdo di volere inculcare la morale, inculcando delle idee di disuguaglianza.

Analizziamo, infine, come ha fatto il Guyau, il «sacrificio di sè stesso». E vediamo se ciò che ha maggiormente contribuito nella storia allo sviluppo dei sentimenti morali nell'uomo, non siano appunto i sentimenti espressi pel prossimo secondo un pensiero d'uguaglianza. Soltanto dopo compiuti questi tre diversi studi, potremo dedurne quali condizioni sociali e quali istituzioni promettano i migliori risultati per l'avvenire. E sapremo pure quanto contribuiscano invece allo stesso sviluppo la religione, le disuguaglianze economiche e politiche stabilite dalla legge, la legge, la punizione, la prigione, il giudice, il carceriere, il boia.

Studiamo tutto ciò minutamente, separatamente, e quindi discorreremo di nuovo con profitto di morale e di moralizzazione, da parte della legge, del tribunale e del commissario di polizia Ma le grandi parole che servono soltanto a nascondere la superficialità della nostra mezza scienza, lasciamole piuttosto da parte. Esse furono forse inevitabili in altri tempi; quanto ad essere utili, si può credere che non lo siano state mai; ma ora, poichè abbiamo la possibilità di studiare le più ardue scienze sociali, allo stesso modo che l'orticoltore da una parte ed il botanista dall'altra studiano le condizioni più favorevoli per lo sviluppo di una pianta – facciamolo!

Lo stesso dicasi per le questioni economiche.

Quando un economista ci viene a dire: «In un mercato assolutamente aperto, il valore delle merci si misura dalla quantità di lavoro socialmente necessario per produrre queste merci» (vedasi Ricardo, Proudhon, Marx e tanti altri), noi non accettiamo quest'asserzione come un articolo di fede, perchè fu enunciata da tali autorità, oppure perchè ci sembrerebbe «oltremodo socialista» l'affermare che il lavoro è la vera misura dei valori mercantili. «È possibile», diciamo, «che sia vero. Ma non avvertite che, facendo questa affermazione, voi ammettete implicitamente che il valore e la quantità del lavoro necessario sono proporzionali, come la velocità di un corpo che cade è proporzionale al numero di secondi che la caduta ha durato? Voi affermate così una certa relazione quantitativa fra queste due grandezze; e allora, avete fatto delle misurazioni delle osservazioni, misurate quantitativamente, che sole avrebbero potuto confermare un'asserzione concernente delle quantità

«Dire che in generale il valore di scambio aumenta se la quantità di lavoro necessario è più grande, è cosa che potete fare. Così dapprima si era infatti espresso Adamo Smith. Ma conchiudere che, per conseguenza, le due qualità sono proporzionali, e che una è la misura dell'altra, è commettere un errore grossolano, come l'affermare, per esempio, che la quantità di pioggia che cadrà domani sarà proporzionale alla quantità di millimetri che il barometro discenderà al disotto della media stabilita per il tal luogo ed in tale stagione. Chi notò per il primo che esiste una certa correlazione tra il basso livello del barometro e la quantità di pioggia che cade; chi constatò per il primo che una pietra caduta da una grande altezza acquista una velocità maggiore di un'altra pietra che sia caduta appena da un metro – costoro fecero delle scoperte scientifiche (ed è ciò che fece, infatti, Adamo Smith per il valore). Ma l'uomo che venisse dopo di essi ad affermare che la quantità di pioggia caduta si misura da quanto il barometro è disceso al disotto della media, oppure che lo spazio percorso da una pietra che cade è proporzionale alla durata della caduta e si misura secondo questa – ci direbbe delle bestialità. E proverebbe inoltre che il metodo di ricerca scientifica gli è assolutamente ignoto. Proverebbe che il suo lavoro non è scientifico – per quanto pieno di parole tolto dal gergo delle scienza».

Notiamo inoltre, che se qualcuno dicesse, per tentare di scusarsi, che noi manchiamo ancora dei dati precisi per stabilire con misure esatte il valore d'una merce e la quantità di lavoro necessaria per produrla, questa non sarebbe affatto una scusa. Conosciamo nelle scienze esatte delle migliaia di casi simili, di correlazioni nelle quali vediamo nettamente che una data quantità dipende da un'altra; che una s'accresce quando l'altra pure s'accresce; come nel caso della rapidità di sviluppo d'una pianta che dipende, fra l'altro, dalla quantità di calore e di luce che la pianta riceve, e come in quello della forza del rinculo d'un cannone, che aumenta evidentemente con la quantità di polvere bruciata nella carica.

Ma tuttavia, quale scienziato degno di questo nome avrà la ridicola idea di affermare – prima d'aver misurato in quantità i loro rapporti – che per conseguenza la rapidità di crescenza d'una pianta e la quantità di luce ricevuta da essa, oppure il rinculo del cannone e la carica di polvere bruciata sono quantità proporzionali; che l'una aumenta due, tre, dieci volte se l'altra è aumentata nella stessa proporzione – in altre parole, che si misurano l'una con l'altra, come lo si afferma per il valore e il lavoro da Ricardo in poi?

Oppure, chi mai, dopo aver fatto l'ipotesi, la supposizione, che un rapporto di questo genere esista fra le due dette quantità, oserebbe presentare questa ipotesi come una legge? Non ci sono che degli economisti o dei giureconsulti – uomini che non hanno nessuna idea di ciò che vien concepito come «legge nelle scienze naturali – per fare simili affermazioni.

Generalmente, il rapporto fra le due quantità è eccessivamente complesso, come nel caso del valore e del lavoro; e precisamente il valore di cambio e la quantità di lavoro non sono mai proporzionali l'uno all'altra. È ciò che aveva già fatto notare Adamo Smith. Dopo aver detto che il valore di cambio d'ogni oggetto si misura con la quantità di lavoro necessario per produrre questo oggetto, dovette aggiungere (in seguito ad uno studio dei valori mercantili), che se ciò avveniva sotto il regime dello scambio primitivo non era più la stessa cosa sotto il regime capitalista. Ciò che è perfettamente vero. Il regime capitalista del lavoro forzato e dello scambio a scopo di guadagno distrugge questi semplici rapporti, ed introduce parecchi nuovi fattori che alterano i rapporti tra il lavoro ed il valore di scambio. Volerli ignorare, non è più fare dell'economia politica, ma imbrogliare le idee ed impedire lo sviluppo della scienza economica.

La stessa osservazione fatta ora per il valore s'applica a quasi tutte le affermazioni economiche, che oggi si fan circolare in certi partiti (e specialmente in mezzo ai socialisti, che amano dirsi scientifici) come verità stabilite, chiamandole anzi, con una impagabile ingenuità, delle leggi naturali. Non solamente queste pretese leggi sono quasi tutte scorrette; ma affermiamo pure che coloro che ci credono se ne accorgerebbero subito essi stessi, se giungessero a comprendere la necessità di verificare le loro affermazioni quantitative, con delle ricerche anch'esse quantitative.

Del resto, a noi, anarchici, tutta l'economia politica si presenta sotto un aspetto differente da quello che le attribuiscono gli economisti, siano poi borghesi o socialisti democratici. Essi non sanno rendersi conto di ciò che sia una «legge naturale» – malgrado la loro grande predilezione per questa espressione – perchè il metodo scientifico induttivo è assolutamente ignoto agli uni e agli altri. Essi non s'accorgono che ogni legge di natura ha un suo carattere condizionale, poichè si esprime sempre così: «Se nella natura si presentano queste condizioni, il risultato sarà questo o quest'altro. – Se una linea retta interseca un'altra linea retta, in modo da formare degli angoli eguali dalle due parti del punto d'intersezione, le conseguenze saranno le seguenti. Se soltanto i movimenti che esistono nello spazio interplanetare agiscono sopra due corpi, e se non si incontrano altri corpi agenti su questi due a una distanza che non sia infinita, allora i centri di gravità dei due corpi si avvicinano con una data velocità (legge della gravitazione universale)».

E così di seguito, ma sempre con il suo bravo se, sempre con una condizione.

Necessariamente adunque tutte le pretese leggi e teorie dell'economia politica non sono in realtà che delle affermazioni aventi questo carattere: «Ammettendo che si trovi sempre in un dato paese una quantità considerevole di persone che non possono vivere un mese e neppure quindici giorni senza accettare le condizioni di lavoro che vorrà loro imporre lo Stato (sotto forma di imposte), o che saran loro offerte da quelli che lo Stato riconosce per proprietari del suolo, delle officine, delle vie ferrate, ecc. – ecco le conseguenze che ne risulteranno».

Fino ad oggi, l'economia politica non è stata altro che una enumerazione di ciò che succede in simili condizioni – senza però enumerare ed analizzare le condizioni stesse, senza esaminare come queste condizioni agiscono in ogni caso particolare, nè ciò che le mantiene. Anche quando queste condizioni sono ricordate in un punto, si dimenticano un passo più in là. Ma gli economisti non si limitano a simili dimenticanze, e rappresentano i fatti che si producono in seguito a queste condizioni come leggi fatali ed immutabili.

Quanto all'economia politica socialista, essa critica, è vero, alcune di queste conclusioni, oppure ne spiega in modo diverso certe altre; ma sempre commette la stessa dimenticanza, e, ad ogni modo, non si è ancora tracciato un proprio cammino, e rimane nel vecchio, seguendo le stesse rotaie. Il più che abbia fatto (con Marx) è l'aver preso le definizioni dell'economia politica metafisica e borghese, per dire: «Vedete bene che anche accettando le vostre definizioni, si arriva a provare che il capitale sfrutta l'operaio!» Ciò che suonerà forse bene in una polemica, ma non ha nulla a che vedere con la scienza.2

In generale noi pensiamo che la scienza dell'economia politica vada costituita in modo diverso; deve essere trattata come una scienza naturale e deve segnarsi una mèta nuova; deve occupare, in rapporto colle società umane, un posto uguale a quello che occupa la fisiologia in rapporto con le piante e gli animali; deve diventare insomma una fisiologia della società. Il suo scopo deve essere lo studio della somma dei bisogni sempre crescenti delle società e dei mezzi diversi impiegati (oggi e in altri tempi) per soddisfarli; deve analizzare questi mezzi per vedere fino a che punto erano una volta e sono oggi appropriati allo scopo; e in seguito – poichè lo scopo finale di ogni scienza è la predizione, l'applicazione alla vita pratica (ed è un pezzo che l'ha detto Bacone) – essa dovrà studiare i mezzi di soddisfare meglio la somma dei bisogni moderni ed ottenere con la minore spesa d'energia (con economia) i migliori risultati per l'umanità in generale.

Si capisce, così, perchè noi arriviamo a conclusioni tanto differenti sotto certi rapporti da quelle a cui giungono la maggior parte degli economisti borghesi o social-democratici; perchè noi non riconosciamo il titolo di «leggi» a certe correlazioni, da loro indicate; perchè la nostra «esposizione» del socialismo differisce dalla loro, e perchè noi deduciamo dallo studio delle tendenze e delle direzioni di sviluppo che osserviamo attualmente nella vita economica, conclusioni del tutto differenti dalle loro, per quanto concerne il desiderabile ed il possibile; o in altri termini, perchè noi arriviamo al comunismo libertario, mentre essi giungono al capitalismo statale ed al salariato collettivista.

Siamo forse noi nel torto ed essi nel vero? Può darsi; ma per verificare chi di noi ha torto od ha ragione non basta fare dei commentari bizantini su ciò che questo o quello scrittore ha detto o voluto dire, nè parlare della trilogia di Hegel, nè sopratutto continuare a far uso del metodo dialettico.

Tutto ciò non si può fare che mettendosi a studiare i rapporti economici, come si studiano i fenomeni delle scienze naturali.3

Servendosi sempre dello stesso metodo, l'Anarchia giunge pure a delle conclusioni che le sono proprie in quel che concerne le forme politiche della società, e specialmente lo Stato. L'anarchico non può lasciarsi imporre da asserzioni metafisiche come questa: «Lo Stato è l'affermazione dell'idea di Giustizia suprema nella Società»; oppure: «Lo Stato è lo strumento e il veicolo del Progresso»; od anche: «Senza Stato, nessuna Società». Fedele al suo metodo, l'anarchico si dà allo studio dello Stato con le stessissime disposizioni di spirito con cui un naturalista si proporrebbe di studiare le società delle formiche, o delle api, o degli uccelli che vengono a fare il nido in riva ai laghi subartici. Si è visto dal corto riassunto, fattone nei capitoli X, XI e XII, a quali conclusioni siamo giunti in seguito a questi studi, per quanto concerne le forme politiche del passato e la loro probabile e desiderabile evoluzione nell'avvenire.

Aggiungiamo soltanto che per la nostra civiltà europea (la civiltà degli ultimi quindici secoli, alla quale noi apparteniamo), lo Stato è una forma di vita societaria che si è sviluppata solamente nel XVI secolo, sotto l'influenza d'una serie di cause da me indicate nel mio studio: Lo Stato e la sua funzione storica. Prima di questo periodo, dopo la caduta dell'impero romano, lo Stato – nella sua forma romana – non esisteva per nulla. Se, malgrado tutto, esiste nei libri scolastici di storia, non è che un prodotto della fantasia degli storici, che hanno voluto disegnare l'albero genealogico della monarchia in Francia fin dai capi delle bande merovingie, in Russia fin da Rurik, ecc. Secondo la storia vera, lo Stato si ricostituì solamente sopra le rovine del medio evo.

D'altra parte lo Stato, come potere politico e militare, la Giustizia governativa, la Chiesa ed il Capitalismo, si presentano ai nostri occhi come quattro istituzioni inseparabili assolutamente, che nella storia si sono sviluppate sostenendosi e rafforzandosi a vicenda.

Esse son legate tra di loro, non solo da semplici coincidenze, ma bensì da stretti vincoli di causa e d'effetto.

Lo Stato è, insomma, una società di mutua assistenza, conchiusa tra il proprietario, il militare, il giudice e il prete, per assicurare ad ognuno d'essi l'autorità sopra il popolo e lo sfruttamento della povertà.

Tale fu l'origine dello Stato, tale fu la sua storia, tale è oggi ancora la sua essenza.

Immaginare adunque l'abolizione del Capitalismo mantenendo lo Stato e valendosi dello Stato – che fu creato proprio per aiutare lo sviluppo del Capitalismo, col quale cresce e si fortifica sempre – è una cosa tanto assurda, a parer nostro, come il voler compiere l'emancipazione dei lavoratori, con l'ausilio della Chiesa o del Cesarismo. Certamente ci son stati, nella terza, nella quarta ed anche nella quinta decade del XIX secolo, molti socialisti che hanno fatto questo sogno d'un cesarismo socialista, la tradizione essendosene mantenuta da Babeuf fino ai nostri giorni. Ma nutrirsi di quelle stesse illusioni anche in pieno XX secolo.... via! è troppa ingenuità.

A una nuova forma di organizzazione economica dovrà necessariamente corrispondere una nuova forma di organizzazione politica; e – si faccia il cambiamento in modo rapido con una rivoluzione, o lentamente per via d'una graduale evoluzione – i due cambiamenti, economico e politico, dovranno operarsi insieme. Ogni passo verso l'emancipazione economica sarà anche un passo verso l'emancipazione politica; ogni vera vittoria sul capitale sarà altresì una vittoria sull'Autorità: sarà la liberazione dal giogo dello Stato, con la libera intesa per territori, funzioni e professioni di tutti gli interessati.
  1. Prendo qui un'obbiezione che non è inventata, ma tolta da una corrispondenza recente con un dottore tedesco. Kant affermava che la legge morale si riassume in questa formula: «Tratta sempre gli altri in modo che la tua regola di condotta possa diventare una legge universale». Ed ecco, diceva, un «imperativo categorico», una legge innata nell'uomo.
  2. Un primo tentativo in questo senso fu fatto da F. Vidal, nel suo libro Della ripartizione delle ricchezze, ovvero della Giustizia distributiva, Parigi, 1846.
  3. I brani seguenti d'una lettera che ricevo da un distinto biologista, professore nel Belgio, mi permettono di spiegare meglio ciò che son venuto dicendo: «A misura che proseguo nella lettura di Fields, Factories and Workshops (Campi, fabbriche e officine) divento sempre più convinto che lo studio delle questioni economiche e sociali non può oramai intraprendersi che da coloro i quali hanno studiato le scienze naturali e si sono penetrati dello spirito di queste scienze. Coloro che hanno ricevuto esclusivamente l'educazione detta classica non sono più capaci di comprendere il movimento attuale delle idee e sono egualmente incapaci di studiare un gran numero di questioni speciali. «....L'idea dell'integrazione del lavoro e della divisione del lavoro nel tempo (l'idea che sarebbe utile per la società che ognuno potesse lavorare nell'agricoltura, nell'industria, e nel dominio intellettuale, in modo da poter variare il suo lavoro e sviluppare interamente la propria individualità) è destinata a diventare una delle pietre angolari della scienza economica. Una grande quantità di fatti biologici concordano con l'idea ora sottolineata, e mostrano che si riferisce ad una legge della natura (e cioè, in altre parole, che nella natura, un'economia di forze è sovente ottenuta per tal modo). Se si esaminano le funzioni vitali d'un essere qualsiasi durante le diverse stagioni ed in certi casi durante i diversi momenti della giornata, si trova l'applicazione della divisione del lavoro nel tempo, la quale è indissolubilmente legata alla divisione del lavoro fra gli organi (legge d'Adamo Smith). «Gli uomini di scienza che non conoscono le scienze naturali sono incapaci di comprendere la vera portata d'una LEGGE della natura; sono acciecati dalla parola legge, e s'immaginano che una legge, come quella d'Adamo Smith, ha una potenza fatale, alla quale è impossibile sottrarsi. Quando si mostra loro il rovescio di questa legge, i risultati deplorevoli al punto di vista dello sviluppo e della felicità dell'individuo umano, rispondono: è una legge inesorabile, e talvolta questa risposta è data con accento di autorità, che denota il sentimento d'una specie d'infallibilità. Il naturalista sa che la scienza può annullare gli effetti nefasti d'una legge: che bene spesso l'uomo, il quale vuole violentare la natura, ottiene la vittoria. «La gravità fa cadere gli oggetti: questa stessa gravità fa salire un pallone. Ciò pare a NOI ben semplice; gli economisti della scuola classica non sembrano comprendere la portata d'una simile osservazione che molto difficilmente. «La legge della divisione del lavoro nel tempo diventerà il correttivo della legge d'Adamo Smith, e permetterà l'integrazione del lavoro individuale».