La scienza nuova seconda/Libro terzo/Sezione prima/Capitolo sesto

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Sezione prima - Capitolo sesto - Pruove fìlologiche per la discoverta del vero Omero

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Sezione prima - Capitolo sesto - Pruove fìlologiche per la discoverta del vero Omero
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[CAPITOLO SESTO]

pruove filologiche per la discoverta del vero omero

839Con questo gran numero di pruove filosofiche, fatte buona parte in forza della critica metafisica sopra gli autori delle nazioni gentili, nel qual numero è da porsi Omero, perocché non abbiamo certamente scrittor profano che sia piú antico di lui, come risolutamente il sostiene Giuseffo ebreo, si congiugnan ora queste pruove filologiche:

I

840Che tutte l’antiche storie profane hanno favolosi i principi.

II

841Che i popoli barbari, chiusi a tutte l’altre nazioni del mondo, come furono i Germani antichi e gli americani, furono ritruovati conservar in versi i principi delle loro storie, conforme si è sopra veduto.

III

842Che la storia romana si cominciò a scrivere da’ poeti.

IV

843Che ne’ tempi barbari ritornati i poeti latini ne scrissero l’istorie. [p. 26 modifica]

V

844Che Maneto, pontefice massimo egizio, portò l’antichissima storia egiziaca scritta per geroglifici ad una sublime teologia naturale.

VI

845E nella Sapienza poetica tale dimostrammo aver fatto i greci filosofi dell’antichissima storia greca narrata per favole.

VII

846Onde noi sopra, nella Sapienza poetica, abbiam dovuto tenere un cammino affatto retrogrado da quello ch’aveva tenuto Maneto, e dai sensi mistici restituir alle favole i loro natii sensi storici; e la naturalezza e facilitá, senza sforzi, raggiri e contorcimenti, con che l’abbiam fatto, appruova la propietá dell’allegorie storiche che contenevano.

VIII

847Lo che gravemente appruova ciò che Strabone in un luogo d’oro afferma: prima d’Erodoto, anzi prima d’Ecateo milesio, tutta la storia de’ popoli della Grecia essere stata scritta da’ lor poeti.

IX

848E noi nel libro secondo dimostrammo i primi scrittori delle nazioni cosí antiche come moderne essere stati poeti.

X

849Vi sono due aurei luoghi nell’Odissea, dove, volendosi acclamar ad alcuno d’aver lui narrato ben un’istoria, si dice [p. 27 modifica] averla racconta da musico e da cantore. Che dovetter esser appunto quelli che furon i suoi rapsodi, i quali furon uomini volgari, che partitamente conservavano a memoria i libri dei poemi omerici.

XI

850Che Omero non lasciò scritto niuno de’ suoi poemi, come piú volte l’hacci detto risolutamente Flavio Giuseffo ebreo contro Appione, greco gramatico.

XII

851Ch’i rapsodi partitamente, chi uno, chi altro, andavano cantando i libri d’Omero nelle fiere e feste per le cittá della Grecia.

XIII

852Che dall’origini delle due voci, onde tal nome «rapsodi» è composto, erano «consarcinatori di canti», che dovettero aver raccolto non da altri certamente che da’ loro medesimi popoli: siccome ὅμηρος vogliono pur essersi detta da ὁμού, «simul», ed εἴρειν, «connectere», ove significa il «mallevadore», perocché leghi insieme il creditore col debitore. La qual origine e cotanto lontana e sforzata quanto è agiata e propia per significare l’Omero nostro, che fu legatore ovvero componitore di favole.

XIV

853Che i Pisistratidi, tiranni d’Atene, eglino divisero e disposero, o fecero dividere e disponere, i poemi d’Omero nell’Iliade e nell’Odissea: onde s’intenda quanto innanzi dovevan essere stati una confusa congerie di cose, quando è infinita la differenza che si può osservar degli stili dell’uno e dell’altro poema omerico. [p. 28 modifica]

XV

Che gli stessi Pisistratidi ordinarono ch’indi in poi da’ rapsodi fussero cantati nelle feste panatenaiche, come scrive Cicerone, De natura deorum, ed Eliano, in ciò seguito dallo Schederò.

XVI

Ma i Pisistratidi furono cacciati da Atene pochi anni innanzi che lo furon i Tarquini da Roma: talché, ponendosi Omero a’ tempi di Numa, come abbiam sopra pruovato, pur dovette correre lunga etá appresso ch’i rapsodi avessero seguitato a conservar a memoria i di lui poemi. La qual tradizione toglie affatto il credito all’altra di Aristarco ch’a’ tempi de’ Pisistratidi avesse fatto cotal ripurga, divisione ed ordinamento de’ poemi d’Omero, perché ciò non si potè fare senza la scrittura volgare, e sí da indi in poi non vi era bisogno piú de’ rapsodi che gli cantassero per parti ed a mente.

XVII

Talché Esiodo, che lasciò opere di sé scritte, poiché non abbiamo autoritá che da’ rapsodi fusse stato, com’Omero, conservato a memoria, e da’ cronologi, con una vanissima diligenza, è posto trent’anni innanzi d’Omero, si dee porre dopo de’ Pisistratidi. Se non pure, qual’i rapsodi omerici, tali furono i poeti ciclici, che conservarono tutta la storia favolosa de’ greci dal principio de’ loro dèi fin al ritorno d’Ulisse in Itaca. I quali poeti, dalla voce κύκλος, non poteron esser altri ch’uomini idioti che cantassero le favole a gente volgare raccolta in cerchio il dí di festa; qual cerchio è quell’appunto che Orazio nell’Arte dice «vilem patulumque orbem», che ’l Dacier punto non riman soddisfatto de’ commentatori, eli’Orazio ivi voglia dir «i lunghi episodi». E forse la ragione di punto non soddisfarsene ella è questa: perché non è necessario [p. 29 modifica] che l’episodio d’una favola, perocché sia lungo, debba ancor esser vile: come, per cagion d’esempio, quelli delle delizie di Rinaldo con Armida nel giardino incantato e del ragionamento che fa il vecchio pastore ad Erminia sono lunghi bensí, ma pertanto non sono vili, perché l’uno è ornato, l’altro è tenue o dilicato, entrambi nobili. Ma ivi Orazio, avendo dato l’avviso a’ poeti tragici di prendersi gli argomenti da’ poemi di Omero, va incontro alla difficultá, ch’in tal guisa essi non sarebbon poeti, perché le favole sarebbero le ritruovate da Omero. Però Orazio risponde loro che le favole epiche d’Omero diverranno favole tragiche propie, se essi staranno sopra questi tre avvisi. De’ quali il primo è: se essi non ne faranno oziose parafrasi, come osserviamo tuttavia uomini leggere l’Orlando furioso o innamorato o altro romanzo in rima a’ vili e larghi cerchi di sfaccendata gente gli dí delle feste, e, recitata ciascuna stanza, spiegarla loro in prosa con piú parole; — il secondo, se non ne saranno fedeli traduttori; — il terzo ed ultimo avviso è: se finalmente non ne saranno servili imitatori, ma, seguitando i costumi ch’Omero attribuisce a’ suoi eroi, eglino da tali stessi costumi faranno uscire altri sentimenti, altri parlari, altre azioni conformi, e sí circa i medesimi subietti saranno altri poeti da Omero. Cosí nella stess’Arte lo stesso Orazio chiama «poeta ciclico» un poeta triviale e da fiera. Sí fatti autori ordinariamente si leggono detti κύκλιοι ed ἐγκύκλιοι e la loro raccolta ne fu detta κύκλος ἐπικός, κύκλια ἔπη, ποίημα ἐγκύκλικον e senz’aggiunta alcuna, talora κύκλος, come osserva Gerardo Langbenio nella sua prefazione a Dionigi Longino. Talché di questa maniera può essere ch’Esiodo, il quale contiene tutte favole di dèi, egli fusse stato innanzi d’Omero.

XVIII

857Per questa ragione lo stesso è da dirsi d’Ippocrate, il quale lasciò molte e grandi opere scritte non giá in verso ma in prosa, che perciò naturalmente non si potevano conservar a memoria: ond’egli è da porsi circa i tempi d’Erodoto. [p. 30 modifica]

XIX

858Per tutto ciò il Vossio troppo di buona fede ha creduto confutare Giuseffo con tre iscrizioni eroiche, una d’Anfitrione, la seconda d’Ippocoonte, la terza di Laomedonte (imposture somiglianti a quelle che fanno tuttavia i falsatori delle medaglie); e Martino Scoockio assiste a Giuseffo contro del Vossio.

XX

859A cui aggiugniamo che Omero non mai fa menzione di lettere greche volgari, e la lettera da Preto scritta ad Euria, insidiosa a Bellorofonte, come abbiamo altra volta sopra osservato, dice essere stata scritta per σήματα.

XXI

860Che Aristarco emendò i poemi d’Omero, i quali pure ritengono tanta varietá di dialetti, tante sconcezze di favellari, che deon essere stati vari idiotismi de’ popoli della Grecia e tante licenze eziandio di misure.

XXII

861Di Omero non si sa la patria, come si è sopra notato.

XXIII

862Quasi tutti i popoli della Grecia il vollero lor cittadino, come si è osservato pur sopra.

XXIV

863Sopra si son arrecate forti congetture l’Omero dell’Odissea essere stato dell’occidente di Grecia verso mezzodí, e quello dell’Iliade essere stato dell’oriente verso settentrione. [p. 31 modifica]

XXV

864Non se ne sa nemmeno l‘etá.

XXVI

865E l’oppenioni ne sono sí molte e cotanto varie, che ’l divario è lo spazio di quattrocensessant’anni, ponendolo, dalle sommamente opposte tra loro, una a’ tempi della guerra di Troia, l’altra verso i tempi di Noma.

XXVII

866Dionigi Longino, non potendo dissimulare la gran diversitá degli stili de’ due poemi, dice che Omero essendo giovine compose l’Iliade e vecchio poi l’Odissea: particolaritá invero da sapersi di chi non si seppero le due cose piú rilevanti nella storia, che sono prima il tempo e poi il luogo, delle quali ci ha lasciato al buio, ove ci narra del maggior lume di Grecia,

XXVIII

867Lo che dee togliere tutta la fede ad Erodoto, o chi altro ne sia l’autore, nella Vita d‘Omero, ove ne racconta tante belle varie minute cose, che n’empie un giusto volume; ed alla Vita che ne scrisse Plutarco, il qual, essendo filosofo, ne parlò con maggiore sobrietá.

XXIX

868Ma forse Longino formò cotal congettura, perché Omero spiega nell’Iliade la collera e l’orgoglio d’Achille, che sono propietá di giovani, e nell’Odissea narra le doppiezze e le cautele di Ulisse, che sono costumi di vecchi. [p. 32 modifica]

XXX

869È pur tradizione che Omero fu cieco, e dalla cecitá prese sí fatto nome, ch’in lingua ionica vuol dir «cieco».

XXXI

870Ed Omero stesso narra ciechi i poeti che cantano nelle cene de’ grandi, come cieco colui che canta in quella che dá Alcinoo ad Ulisse, e pur cieco l’altro che canta nella cena de’ proci.

XXXII

871Ed è propietá di natura umana ch’i ciechi vagliono maravigliosamente nella memoria.

XXXIII

872E finalmente ch’egli fu povero e andò per gli mercati di Grecia cantando i suoi propi poemi.