La scuola criminale positiva/La scuola criminale positiva

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La scuola criminale positiva

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Agli studenti dell'Università di Napoli


Doveano essere ben forti le ragioni che da Siena mi trassero qui, dove tanto fulgore di vita anima ed accendo il pensiero. Il desiderio di amici lontani, l’invito gratissimo e lusinghiero di giovani compagni di studio, ai quali, come a me, sorride la primavera sacra della scienza, ed ai quali attesto fin d’ora la più sincera riconoscenza: ecco le ragioni che qui mi condussero. Ma, sopra tutto, la convinzione profonda, che Napoli è suolo dove il germe di ogni nuovo principio e d’ogni alto ideale ha sempre la sua maggiore espansione per l’intuito felicissimo di questo popolo, in cui più vivamente italiana palpita l’anima d’Italia. Napoli dove il diritto criminale ha contato da Filangieri, Pagano e Niccolini fino a Zuppetta ed a Pessina, grandi maestri di una scuola, alla quale noi vogliamo succedere non per mania di demolizione ma con intelletto d’amore, con riverente affetto e per l’indeclinabile dovere di evolvere ciò che essi non poterono, perchè ogni epoca ha la sua missione scientifica. Napoli specialmente, ove da oltre quarant’anni la scuola classica criminale ebbe da Zuppetta mirabile sistemazione di quei principii, che poi da altri furono riprodotti ed ampliati; e Pessina, fin dal 1879, dopo i primi albori della nuova scuola criminale, sosteneva la necessità pel diritto penale di rinnovarsi nell’onda pura del naturalismo.

Ora, pochi studiosi, da una diecina d’anni, seguiti via via da una falange sempre più numerosa e serrata di forti commilitoni hanno iniziato e proseguito questo rinnovamento, attuando così il voto che il vostro maestro di diritto criminale esprimeva da questa cattedra1.

Certo l’opera nostra non risponde in tutto alle mire di chi l’annunciava come desiderio e bisogno comune; ma questa è contingenza che non elimina la necessità costante e perpetua nella scienza, che ognuno cerchi di portare innovazioni al patrimonio intellettuale della generazione, cui esso appartiene. Il vero è poligono che va guardato da tutti i lati; onde chiunque innova porta materiale nuovo e vita nuova alla scienza, che altrimenti impaluda nel dogmatismo e nelle ripetizioni infeconde. Ai giovani, sopra tutto, spetta questo compito innovatore, utile per sè solo, indipendentemente dalla bontà stessa delle innovazioni; poichè anche per le idee vi è lotta per l’esistenza. Se l’idea innovata non sarà giusta, cioè, non rispondente alla realtà delle cose, essa rimarrà un solitario tentativo. Ma se l’innovatore avrà osservato il vero ed avrà portata un’idea giusta e vitale, allora le forze stesse della natura faranno compiere a queste nuove idee il cammino del mondo, senza che egli debba fare guerra personale od intollerante. Poichè osservo fin da principio, che la tolleranza delle idee è l’indice primo della cultura ed altezza intellettuale di un individuo come di un popolo. È questione di convinzione, è questione di aver raccolto un dato numero di fatti che confortino quella data osservazione, e quando altri oppone altri fatti ed altre osservazioni, è questione di vedere la risultante che ne deriva naturalmente. Ma abbiate voi detto il vero o il falso, sia oppor no seguito da successo il vostro assunto, voi sarete sempre benemeriti della scienza, voi sarete sempre benemeriti "della società, che nella scienza trova un elemento di vita, una delle più alte cagioni del suo progresso.

Tuttavia c’è un altro destino comune, del quale avendo noi piena coscienza, ci confortiamo, continuando nella via che abbiamo incominciato a percorrere, non ostante le opposizioni, che tentano attraversarci il cammino.

Questo destino è che l’uomo, mentre in sua gioventù aspira alla innovazione in ogni campo della sua attività, arrivato al tramonto della vita, si ritrae e crede che quivi sieno gli ultimi termini del sapere e vede con timore che altri li possa valicare. È destino comune di essere rivoluzionari in gioventù e conservatori in vecchiaia. A noi giovani, dunque, la missione dell’avvenire....

Quando in una landa ignota della natura s’inoltra ardito e fidente qualche forte pensatore e conquista quanto più può di terreno inesplorato, finchè la forza gli abbonda e lo incita, egli prosegue animoso la lotta contro l’ignoto; ma quando, arrivato al fine della sua corsa, cade spossato, perchè tale è l’umano destino, egli grida ad ogni altro: Fermati! Fermati! io raggiunsi l’ultimo grado della scienza... Invano: la inesauribile natura altri combattenti affatica di moto in moto, ed inesorabile li spinge, col suo comando fatale: Cammina! cammina! conquista più quanto di vero potrai!...


Con tali intendimenti e con questo sentimento di gratitudine per Voi, oggi, per quanto il ristretto spazio di tempo e la tema di abusare della vostra benevolenza mi consentiranno, vi accennerò il movimento innovatore che da poco più di dieci anni si è iniziato ella scienza criminale e va sempre più progredendo nel nostro paese e nelle altre nazioni, che lo studiano e lo incoraggiano appunto sotto il nome di “nuova scuola italiana del diritto penale”.

Io accennerò per linee somme questi nuovi principii, per lasciarne un’esatta idea nei vostri spiriti osservatori, perchè, fatti esperti di questa scienza, con la discussione tollerante possiate correggerne gli errori e svolgerne le verità, affrettando il momento di una completa organizzazione della sociologia criminale, che ora possiamo soltanto intravvedere.

Così, quando i primi raggi rosati del nascente sole balzano di cima in cima, ritraendo le cose e la vita dalle tenebre notturne, l’alpigiano solitario, pur distinguendo appena la vaga indefinita fisonomia delle sue montagne, intravvede però fino dall’alba lo spettacolo vario ed immenso, onde nel meriggio luminoso sarà bella la sua contrada.


La lotta per l’esistenza è legge ferrea, che sospinge senza posa l’onda eterna delle generazioni, mitigando sempre più le sue forme, dalla primitiva lotta violenta alla moderna concorrenza intellettuale, ma sempre restando, deità inesorabile, come norma suprema della vita, perchè lottare è vivere, e l’uomo che non lotta è morto o moribondo.

Nella società questa lotta prende due diversi aspetti: l’uno comprende l’attività normale, economica o giuridica dell’individuo, l’altra l’attività anormale o criminosa. Della prima si occupano le scienze economiche, politiche e giuridiche; della seconda la sociologia criminale.

E nella prima si manifesta l’aspetto economico della questione sociale; nella seconda, l’aspetto criminale: quello di gran lunga più arduo e più aspro di questo, ma questo pure essenziale alla vita dell’individuo e della società, perchè, acquistati gli alimenti, bisogna acquistare la sicurezza della propria persona e dei proprii diritti, alla quale provvede appunto il magistero penale regolato dalla scienza. Or bene la scienza criminale trova dinnanzi a sè, come primo fatto, una grande maggioranza di cittadini, che lotta in un modo giuridico, ed una minoranza esigua, ma facinorosa, che lotta in modo criminoso. Essa incontra quindi come primo fondamentale problema, questo riapparire costante del delitto in ogni paese. Problema Capitale, massime in Italia ove sono eserciti di delinquenti, maggiori che in altre nazioni.

L’Italia, che nel 1862 aveva circa 28,000 detenuti condannati, tralasciando quelli solamente imputati, nel 1872 ne aveva 43,000, cifra accresciuta anche pel riacquisto delle provincie di Roma e Venezia, strappate al giogo straniero e ridate all’organismo nazionale; nel 1882 ne aveva 51,000. E per darvi alcune cifre isolate, che sono però un sintoma eloquente, e per citarvi il reato più grave, il numero degli omicidii, che in Inghilterra è attualmente nella ragione annua di 11 per ogni milione di abitanti, in Francia è di 15, in Prussia 13, in Italia 91!

Il che vuol dire che questo problema penale acquista in Italia una tale acutezza, che veramente deve essere una delle cause, per cui l’ingegno italiano così felicemente si applica alla scienza dei delitti e, delle pene, da far subito germogliare e crescere rigoglioso un nuovo organismo scientifico, là dove l’esaurimento era già sopravvenuto nelle teoriche del dritto criminale classico.

E così il positivismo scientifico c’insegna anche ad essere modesti; giacché se si è determinata questa nuova corrente nella scienza criminale, è perché le condizioni dell’ambiente esigevano questa condizione di cose.

Quindi nè bisogna darne merito esclusivo a questo o quel pensatore, nè credere poi che questa nuova scuola sia nata per velleità capricciosa di questo o quello studioso, anzichè per un bisogno vero ed urgente della popolare coscienza morale e giuridica.

Il problema fondamentale è dunque, perchè ogni anno vi sia una minoranza di malfattori che perseverano nella delinquenza, mentre la grande maggioranza dei cittadini, sotto la pressura delle stesse condizioni generali, si rattiene entro i limiti del diritto. A questo problema quale risposta ha dato la scienza criminale classica? — Inverosimile, ma vero: nessuna risposta.

Se aprite un trattato di dritto criminale sarete presi d’ammirazione per chi lo dettava, come i libri del Pessina, del Carrara, dello Zuppetta, dove un potente meccanismo logico, se accordate le prime premesse, vi trascina inesorabile alle ultime conseguenze.

Ma in queste opere, in queste pagine stupende, voi non trovate posto quel problema, perchè essi studiano il diritto criminale nei suoi principii astratti, considerano cioè le condizioni giuridiche per aversi, ad esempio, l’imputabilità, il tentativo, la complicità, la recidiva, le qualifiche, le scuse e vedono se esse siansi verificate nel caso concreto. O se una risposta dà a quella domanda, la scuola classica pone ad unica ed esclusiva causa naturale del delitto la libera volontà, ad essa imputa la efficienza dei delitti, considerando il delitto come un ente giuridico astratto e tagliando così ogni radice ad ulteriori ricerche sulle cause dei delitti, giacchè quando si è detto che l’uomo commette i delitti perchè vuole commetterli, si è già detto tutto.

È vero per altro che alcuni grandi criminalisti, come il Filangieri, il Romagnosi, il Carmignani, l’Ellero ecc. si sono occupati delle cause dei delitti; ma la loro voce fu dimenticata, perchè ad altro intendeva la scuola criminale predominante; la loro voce rimase inascoltata, il seme da essi gettato non germogliò: ora, noi riprendiamo quelle ricerche dimenticate, determinando così un nuovo movimento scientifico.

E così se alla scuola classica domandate quali siano i rimedi contro il delitto, essa risponde: la pena, come coercizione e castigo della malvagità soggettiva.

E questo non per induzioni scientifiche, ma per un solo ragionamento astratto, per un sillogisma hegeliano: il delitto nega il diritto, ma la pena nega il delitto, dunque la pena riafferma il diritto.

Ma questa non è risposta scientifica, perchè nella risposta non abbiamo nessun altro elemento di fatto estraneo alla domanda e ci aggiriamo quindi in una semplice tautologia. E di vero, il fatto ostinatamente contraddice che la pena spenga il delitto. La storia e la statistica ci affermano che quando le pene furono più violente, allora furono più impotenti a reprimere.

Così le pene sotto Roma imperiale furono insufficienti ad impedire la generale corruttela dei costumi.

Quando, per esempio, il Cristianesimo ha schiuso alla umanità una nuova èra, invano gl’imperatori pagani imposero ai seguaci di quello scisma (tale essendo per essi il Cristianesimo) i roghi ed i tormenti e le belve; invano, perchè esso ha compito il glorioso destino di cui era capace e di cui le condizioni storiche fatalmente imponevano l’adempimento.

Così nell’epoca nostra possiamo dire del più vibrato movimento socialistico, in cui certo è una parte accettabile ed altra no, perchè, come dice il Manzoni, il torto ed il diritto non si dividono mai con. una linea retta. Questo movimento socialistico sfida tutte le persecuzioni dei governi, come ha confessato anche il governo della Germania, dove le tristi condizioni sono state aggravate dalla stessa legge sullo stato d’assedio, promulgata per portarvi rimedio. E così dite del fenianismo in Irlanda, del nichilismo in Russia. Il che vuol dire che la pena non è rimedio unico e sufficiente contro i delitti.

Di qui dunque la necessità di rifare quella domanda e vedere se lo stato attuale delle scienze naturali e sociali offra ai criminalisti argomenti sicuri da potervi dare una risposta più pratica e più efficace. Questa è la ragione determinante, è questo l’alto concetto che ha la scuola positiva, la quale succede ora al ciclo glorioso della scuola classica che, in Italia, dal Beccaria, dal Romagnosi, dal Filangieri, dal Pagano, dal Niccolini, dal Rossi, dal Carmignani, dal Giuliani va a Zuppetta, a Carrara, a Pessina, a Ellero, a Tolomei, a Buccellati, a Catalano, a Nocito, a Brusa ed a qualche eclettico infecondo.

Il Beccaria manifestava all’epoca sua un sentimento comune, più o meno latente, sentimento ch’egli formulò nel suo libro immortale, schiudendo cosa tutta una evoluzione scientifica. Eppure il Beccaria, solo perchè si opponeva alla corrente tradizionale, alle inveterate abitudini, incontrò le stesse identiche accuse di favorire i delinquenti, di demolire ogni scienza, che noi pure abbiamo incontrato ed incontriamo.

Quando Beccaria propose di abolire la tortura, fu dichiarato fautore degli assassini e dei ladri, perchè si partiva dal ragionamento astratto, che un uomo che ha commesso un delitto non mai lo confesserà e bisogna quindi costringervelo. E così per la confisca, per la pena di morte e per ogni altra innovazione.

Eppure tutte o quasi tutte le riforme dal Beccaria propugnate furono attuate, perchè esprimevano un bisogno dei suoi tempi. E quelli che erano detti allora rivoluzionari sono ora i più ardenti conservatori del diritto penale e proclamano quelle riforme beneficio insuperabile alla moderna società.

Ora noi della scuola positiva che succediamo alla scuola classica, abbiamo incontrato, per un destino comune a tutti gl’innovatori, le stesse accuse che il Settaria ed i suoi seguaci incontrarono a tempo loro.

Quando il Lombroso, il Garofalo ed una persona che non importa qui nominare, dissero: bisogna curare più lo studio del delitto e delle sue cause, noi fummo detti fautori dei delinquenti. Abbiamo sopportato questa accusa e le opposizioni più forti ancora nella vita pratica che nelle discussioni teoriche, tranquilli e sereni, iniziando una scuola criminale positiva, che oppone alla scuola classica un diverso intendimento pratico e scientifico. La scuola classica, nata per generosa reazione alla ferocia punitiva dei legislatori medioevali, che gareggiavano nell’inventare supplizi colla fantasia dei delinquenti nell’inventare misfatti, si propose come scopo pratico l’abolizione di molte pene come quelle capitali, corporali, infamanti, di confisca e la diminuzione generale delle altre pene; e trionfando ha ciò in massima parte ottenuto.

La scuola positiva invece si propone altro scopo pratico che, pure la scuola classica deve avere avuto, come platonica mèta, ma non ha potuto attuare, perchè ogni epoca ha la sua missione, e questa è la diminuzione dei delitti.

E tale differenza di pratici intendimenti proviene da ciò, che anche il metodo scientifico è totalmente diverso. La scuola classica studia il delitto nella sua obbiettività astratta e quindi non si occupa del delinquente, se non come di un termine algebrico per l’applicazione della pena, proporzionata al delitto e non al delinquente; o se di questo si, occupa per certe condizioni di evidente anomalia, lo ha fatto e lo fa, per il metodo aprioristico e per il minore progresso delle scienze naturali e psichiatriche nei tempi andati, in modo così incompleto e con principii così pericolosi, da convertire le ragioni di una maggiore difesa sociale (come nel caso di pazzia, di ubriachezza, di minore età ecc.) in ragioni di impunità dei malfattori.

La scuola positiva considera al contrario il reato come un fenomeno naturale, che deve essere determinato da molteplici cause naturali e quindi invece del reato studia il reo, a questo soprattutto adattando i provvedimenti difensivi, e tenendo il reato commesso come solo indice della potenza malefica di chi lo compie.


Ed è tanto vero, che questa innovazione è il portato delle condizioni sociali ed intellettuali dell’epoca nostra, che essa trova riscontro in tutto il movimento scientifico ed artistico contemporaneo.

Nell’arte, al tipo accademico astratto si sostituisce il tipo vivo della realtà; vi ha potuto essere della esagerazione, riducendo la pittura alla fotografia e riproducendo troppo più spesso le cose laide e deformi, ma l’abuso di un principio non è mai la dimostrazione della sua falsità.

Lo stesso movimento si ebbe nella medicina, per opera anche del Tommasi che fu uno dei rinnovatori della medicina moderna, degli iniziatori della nuova scuola positiva medica; nel senso, che mentre al principio del nostro secolo si studiava la malattia in astratto, la nuova scuola vuole che si studi l’ammalato nelle sue condizioni individuali e che quindi si cambi il rimedio e le proporzioni di esso secondo i diversi individui, anche data l’identità del morbo.

Nelle scienze sociali troviamo un’altra conferma della tendenza necessaria nell’epoca nostra verso il movimento positivista. Adamo Smith per esempio, che sta all’economia politica come Beccaria al dritto penale, o piuttosto i suoi seguaci hanno studiato i fenomeni economici in sè stessi, indipendentemente dalle condizioni storiche di ciascun paese. Essi quindi rappresentano nella scienza economica la scuola classica ortodossa, che deve oramai cedere il campo alla scuola economica positiva, per la quale si studiano i fenomeni economici nelle condizioni proprie di ciascun popolo, per ciascun tempo e clima, nella loro realtà relativa e transitoria.

Questo movimento positivista adunque, che si riscontra pure nelle arti e nelle scienze, è determinato dalle necessità storiche del nostro tempo e come tale giunge opportuno e fecondo rinnovatore dello ambiente scientifico nelle scuole criminali.

Infatti ora le pubblicazioni della scuola classica in materia di diritto criminale sono di una rarità evidente, non solo in Italia ma anche in Europa: e quelle rare che vedono la luce, rappresentano, come mi scriveva un venerando maestro, la riproduzione ma non la produzione scientifica, svolgendosi tutte, con sole mingherline differenze di formule o di conclusioni particolari, entro le solite rotaie dei luoghi comuni sul delitto e sulla pena. E la ragione è semplice. Una scuola scientifica non può dare se non quello, che sta nell’intima natura sua. Quindi ogni scuola criminale ha in sè l’inizio, lo sviluppo e la decadenza senile. Così in Italia dal Beccaria al Carrara la scienza criminale classica ha compiuto un ciclo splendido, glorioso, che ha già avuto la sua maggiore espansione e quindi nulla vi si può aggiungere di più.

O se vi si aggiunge, non è che per un processo ulteriore di astrazioni, che allontanano sempre più le norme scientifiche dalla terrestre realtà, come ne dimostra il continuo e vano affaticarsi del legislatore italiano per formulare in un codice penale quelle sublimi massime scientifiche, che troppo si ribellano alle necessità pratiche di una legislazione, per le quali tuttavia dovrebbero essere fatte; vanità di lavoro legislativo, che si evitò tuttavia pel codice commerciale, malgrado le condizioni parlamentari identiche, appunto per una possibile rispondenza delle teorie giuridiche alla pratica degli affari.

Ebbene ora si inizia una nuova espansione scientifica, che ha una grande fecondità;di lavoro, prova evidente della sua ribollente vitalità, irrigazione nuova di sangue ossigenato nell’esausto corpo della scienza criminale.

E come nella foresta gli umori vitali, arrestati dal rigore dell’inverno riprendono al sole di primavera il loro circolo eterno e rinverdiscono questa " bella d’erbe famiglia e d’animali n; così nella scienza criminale, al movimento vivificatore della scuola positiva le idee rinverdiscono, riprendendo il loro circolo eterno, senza del quale umanità non esiste.


Veniamo ora ad accennare le fondamentali induzioni della scuola positiva, che formano le linee prime di quella scienza che può dirsi sociologia criminale, e trascende quindi i limiti di una scienza tecnicamente giuridica, studiando essa la vita dell’organismo sociale nelle sue manifestazioni patologiche o criminose.

La scuola positiva si svolge tutta fra questi due poli: ricercare le cause naturali dei delitti e additarne gli efficaci rimedi, naturali e giuridici.

Essa quindi si propone di raggiungere lo scopo pratico della diminuzione dei delitti collo studio del reato, come fenomeno naturale, guidata dal criterio scientifico che devonsi prima pazientemente indagare i fatti, per poi dedurne le idee.

Dal fatto l’idea: ecco la divisa della nuova scuola criminale, come già di tutta la rinnovata filosofia positiva, ed ecco il segreto della moderna meravigliosa fecondità nelle scienze naturali e sociali e quindi anche nella sociologia criminale. Dal fatto l’idea, perchè, come dice Littrè, dalla macchina dell’induzione non si tragga più forza di conclusioni di quanto combustibile di fatti, dentro vi si racchiuse.

Il fatto, unica sorgente, per sè solo, di verità, perchè indiscutibile: il fatto, che, una volta constatato, se anche non sfruttato dal primo indagatore, sta pronto sempre a sprigionare la propria energia illuminante e fecondatrice, come il granello di frumento, che riprende il germoglio dopo seimila anni di tenebre nelle sepolture egiziane.

L’idea, che senza il fatto è fosforescenza che svanisce, dopo l’iride brillante ond’essa è concepita nel cervello di Platone o di Hegel e lascia dietro sè la sola cenere infeconda di una cellula cerebrale, che ha lavorato.

Dallo studio dei fatti bisogna dunque cominciare. E così fece la nuova scuola criminale, organizzando e completando con unità di metodo e di intenti le ricerche, già iniziate quà e là sin dai primi anni di questo secolo, ma rimaste finora disgregate e monche e senza precisa coscienza di metodo scientifico, nel campo antropologico, psicologico, statistico, per ciò che riguarda la vita dell’uomo delinquente.

E poichè la ristrettezza del tempo non mi consente minuta e lunga esposizione della ricca messe di svariatissimi fatti, che già nei pochi anni di sua esistenza la scuola criminale positiva ha dato al patrimonio comune della scienza, colla fortuna che lo portavano l’ardente attività dei suoi adepti e la verginità del terreno esplorato, mi basterà accennarne le linee somme, con una preliminare avvertenza.

Ed è, che, per quanto nei primordii di ogni scienza, come di ogni parte dell’umana attività, la divisione del lavoro non sia possibile in quelle proporzioni, che divengono poi necessarie nei gradi ulteriori della evoluzione scientifica o industriale, pure sin da ora parmi si possa constatare, tra i primi iniziatori della scuola criminale positiva, questa varietà di funzioni scientifiche che si ripercuote naturalmente nella schiera dei commilitoni, secondo le loro tendenze mentali ed i loro studi: da Puglia, per parlare dei soli Italiani, da Majno, da Barzilai, da Virgilio, da Amadei, da Filippi, da Romiti, da Bonvecchiato, da Riccardi, da Cougnet, da Cosenza, da Fioretti, da Berenini a Porto, Balestrini, Aguglia, Caluci, Bolaffio, Pavia, Precone, Pugliese, Setti, De Paoli, Fazio, Frigerio, Tonnini, Benelli, Lioy, De Vio o tanti altri. Il Lombroso, naturalista e psichiatra, prepara soprattutto i materiali primi antropologici, base necessaria di ogni costruzione giuridica o sociologica, con una originalità e fecondità di ricerche, da ritenerlo senz’altro il fondatore vero . di una nuova scienza: l’antropologia criminale. Il Garofalo compie la distinta funzione di trarre piuttosto le induzioni tecnicamente giuridiche dalle prime conclusioni di fatto, mirando specialmente alla legislazione penale ed alle possibili riforme di essa, anche ai giorni nostri, in questo periodo di transizione. Un’altra persona, infine, di cui non importa il nome, si adopera perchè il rinnovamento della scienza criminale assuma una portata anche maggiore, non restrigendosi ad un connubio all’acqua di rose fra l’antropologia e il dritto penale, come alcuni eclettici infecondi vanno dicendo, nè ad una sola correzione di principii giuridici o di articoli di legge, ma trasformando, con una sostanziale innovazione di metodo, la scienza giuridica dei delitti e delle pene in una vera e propria scienza sociale, in una sociologia criminale.

In ciò appunto sta la differenza fra la scienza del diritto privato, civile o commerciale, e la scienza criminale. Poichè mentre le prime studiano i soli rapporti giuridici di un’attività umana astrattamente considerata, fermandosi ai singoli diritti e ai doveri dei contraenti e degli operanti, indipendentemente dalle condizioni antropologiche di questi e dall’ambiente in cui svolgono la loro attività, la scienza criminale invece si deve occupare in primissima linea dell’individuo agente, come nasca, come viva, con quali tendenze ed in quale ambiente, sino al punto in cui trascende al delitto.

E se anche nel diritto civile, ai nostri giorni, comincia a farsi viva la coscienza di doverne cimentare e in parte rinnovare i principii coi dati relativi alle condizioni sociali di ciascun popolo; sta pur sempre che nel diritto civile, come già nel dritto penale classico, l’agente resta in linea secondaria, come termine algebrico di applicazione delle astratte norme giuridiche, mentre nella sociologia criminale esso prende il primo posto e sopra di esso e nell’ambiente in cui vive si rintraccian le cause della sua attività criminosa.

È appunto lo studio delle cause naturali del delitto, che costituisce l’argomento primo e più vitale, secondo la scuola positiva.

Un uomo uccide un altro uomo. Ecco il fatto esterno; ultima fase di un processo causale, di cui bisogna determinare i momenti. Perchè quell’uomo abbia potuto commettere un’azione, che ripugna alla grande maggioranza dei suoi simili, egli deve anzitutto trovarsi in condizioni personali diverse dalle comuni e deve aver trovato nell’ambiente gli stimoli e le condizioni, per cui, oltre all’avere l’idea del delitto, esso ne abbia compiuta l’esecuzione.

Vale a dire, che le varie e molteplici cause naturali del delitto si dividono nelle due grandi classi dei fattori individuali o antropologici e dei fattori esterni, i quali ultimi, a loro volta, si suddistinguono nei fattori fisici o dell’ambiente fisico e nei fattori sociali.

Cominciamo dai primi. Tra il fisico ed il morale dell’uomo, se anche non si voglia dall’opinione comune pregiudicata dalla filosofia tradizionale, ammettere il nesso intimo di causalità, che le scienze moderne evidentemente stabiliscono, si dove pur sempre riconoscere un legame fortissimo e continuo: perciò lo studio dei fattori individuali o antropologici riguarda, per un lato, la costituzione organica del delinquente e per l’altro la sua costituzione psichica o morale, da quella dipendente.

Orbene l’antropologia criminale, con una serie sempre crescente di osservazioni non soltanto sul cranio, ma sul cervello, sugli organi dei sensi, sui visceri, sulla sensibilità e su ogni altra manifestazione biologica dei delinquenti, ha osservato o confermato che in questi si riscontrano frequentissime anormalità, per le quali i delinquenti, massime nel loro tipo più comune e pericoloso, riproducono nella nostra civiltà i caratteri dell’uomo selvaggio e primitivo.

Una continua evoluzione, trasforma via via l’umanità, senza posa mai: ma non tutte le razze umane e non tutti gli individui di una razza seguono i gradi di questa evoluzione, isometricamente. Vi ha chi li anticipa, vi ha chi li ritarda; e l’uomo delinquente è in ritardo, relativamente alla razza civile cui appartiene, e riproduce quindi in essa le forme della primitiva barbarie.

Nè si dica, che delle anormalità organiche riscontrate ne’ delinquenti, parecchie si trovano anche negli uomini onesti e non possono quindi ritenersi sintomi specifici di delinquenza. Perchè, non solo nei malfattori si accumulano, il più spesso, molte anormalità, di cui invece qualcuna soltanto raramente si trova fra gli onesti; e non solo anche gli onesti, o ritenuti tali (e che tuttavia possono aver commessi delitti ignorati o potranno commetterne in altra età della loro vita) sono talvolta in uno stato di regressione o di arresto di sviluppo, fermandosi all’eccentricità, alla pazzia, al suicidio senza giungere al delitto; ma soprattutto perchè quando si parla di queste anomalie de’ delinquenti, si afferma non già che tutti i malfattori e nessuno degli onesti debbano averle, ma si constata soltanto una maggiore frequenza di anomalie negli uni invece che negli altri. Sopra 100 malfattori voi ne trovate, all’incirca, 25 normali e 75 anormali: viceversa fra 100 onesti ne trovate 90 normali e 10 anormali: ecco la differenza, relativa e non assoluta, ma più che sufficiente a costituire un vero carattere di razza diversa o meglio di diverso sviluppo organico, fra delinquenti e non delinquenti.

Così dicasi della costituzione psichica o morale dei delinquenti, che altro non è se non il riflesso della costituzione organica, ad essa intimamente legata come il diritto e il rovescio di una superficie. E poichè la vita psichica dell’uomo si svolge tra l’impulso del sentimento e la direzione dell’idea, studiando il lato morale od etico di questa vita psichica nei delinquenti, bisogna osservarne lo stato del senso morale, non solo come discernimento dell’onesto e del disonesto, del giusto e dell’ingiusto, ma soprattutto come fondamentale tempra morale dell’individuo, sopra cui si atteggiano e, direi, si polarizzano tutti gli altri singoli sentimenti egoisti ed altruisti; come, per l’ideazione, importa osservarne soprattutto la forza speciale di previdenza della pena, come elemento inseparabile nella dinamica psichica, onde scatta il proposito e l’azione criminosa.

Ora so si studia il delinquente, non rinchiusi nel tepido gabinetto di studio, ma nelle carceri e nei manicomi, il primo carattere psichico che ne colpisce è appunto l’anormalità del suo senso morale, quasi sempre debole e molto spesso mancante del tutto. Ci si trova allora dinanzi ad un uomo che, contrariamente all’opinione comune, nella maggior parte dei casi, vi confessa il suo delitto, con indifferenza spesso umoristica e vi afferma di non sentirne rimorso alcuno e sovente non vi nasconde che, rimesso in libertà, “se glie ne venisse il destro”, lo rifarebbe, e vi dice che la prigione incontrata, mentre essa non tien dietro ad ogni delitto, perchè per molti “l’ha fatta franca”, non è poi, infine, che un inconveniente del mestiere, come lo scoppio del gas per i minatori, la rovina della fabbrica per i muratori e via dicendo. Un uomo insomma, che ha una tempra morale fondamentalmente diversa da quella dell’uomo onesto, per la quale cioè egli non sente nè ripugnanza all’idea criminosa, prima di eseguirla, nè rimorso di averla eseguita, dopo il fatto e neanche dopo le sue conseguenze.

Anche l’uomo onesto può sentirsi in un momento critico attraversato il cervello dal lampo sinistro di un’idea criminosa: ma l’immagine del delitto non ha presa sull’animo suo e, meno i casi degli uragani psicologici scatenati dall’impeto di una passione, essa scivola sul terso acciaio della sua coscienza morale e non lo intacca. Il delinquente invece, nel suo tipo comune, non sente questa ripugnanza all’idea di un delitto o, se la sente, ad esempio per l’omicidio, non la sentirà pel furto o viceversa e sente quindi, a poco a poco, senza quasi difficoltà, la propria attività psichica tutta presa nell’ingranaggio di un progetto criminoso e giunge all’esecuzione senza trovare nella propria costituzione morale, quasi nessuna o troppo debole forza repulsiva, che lo rattenga dal delitto.

L’inverso accade nell’uomo onesto, come ognuno di noi può sentire dentro di sè e come, ad esempio, si sa dell’illustre psichiatra Morel, il quale narra di sè, che un giorno, attraversando un ponte di Parigi, sentì d’improvviso la tentazione di gettare nel fiume un operaio che stava appoggiato al parapetto, e fuggì via per la paura di cedere ad una simile aberrazione.... Date una costituzione morale meno forte e voi avrete un omicida “senza motivo” o “per sola brutale malvagità”, come dicono i classici criminalisti.

E le prove di questa anormale costituzione psichica nei delinquenti sono più che frequenti: quando voi vedete un accusato, che cinicamente sorride per tutto lo svolgersi di un processo truce o scandaloso, dovete dire che esso o è demente o manca di senso morale: e quando poi lo vedete mantenere lo stesso contegno alla condanna e perfino all’esecuzione capitale, dovete concludere ch’esso è veramente in uno stato di idiozia morale, ch’esso è psichicamente abnorme dalla comune degli uomini.

Senonchè, badate, questo contegno apatico del malfattore volgare è diametralmente opposto ed ha genesi e significato morale contrario del tutto al forte e tranquillo eroismo, onde. un martire biondo della libertà sorridendo saluta il lampo della mannaia politica, che sta per sacrare il suo nome alla venerazione di un popolo intiero!...


L’ambiente naturale o fisico rappresenta la seconda categoria dei fattori criminosi e noi possiamo distinguerne parecchi. Il clima, la vicenda delle stagioni, la temperatura annuale determinano costantemente una varia manifestazione del delitto, onde i reati contro le proprietà, massime per una ragione economica di contraccolpo alle ragioni atmosferiche, sono assai più frequenti nei climi, nei mesi e negli anni più freddi; mentre i reati contro le persone, per un effetto fisio-psicologico direttamente legato alle vicende meteorologiche, più sono frequenti nei climi e nelle stagioni più calde. E così la produzione agricola, per un altro contraccolpo sulle condizioni economiche, è uno dei determinanti più efficaci della maggiore o minore frequenza dei reati contro le proprietà. E via dicendo.


L’ambiente sociale, infine, completa la serie dei fattori criminosi, e per la categoria anzi dei delinquenti occasionali, offre le spinte più forti, per la fitta rete di continui legami che stringe l’individuo all’organismo sociale, in cui nasce e lotta per l’esistenza.

L’opinione pubblica potentemente influisce sopra certi delitti: esempio il duello, frequente fra i popoli latini, sconosciuto o quasi alla moderna Inghilterra; l’infanticidio così comune tra le razze latine, meno frequente tra gli Anglosassoni, che colpiscono col disprezzo e colla legge il seduttore anzichè la vittima indifesa, da lui spinta all’ultima disperazione.

L’assetto economico è pure uno dei grandi fattori di delinquenza; perchè certamente la miseria, se non è il determinante unico, è uno dei più potenti fattori della criminalità. E così l’assetto politico è pure causa di certi reati, come sanno gli antichi dominanti stranieri del nostro paese, dove i cosiddetti reati politici di cospirazione ed altro, fomentati dalla tirannide, scomparvero al primo raggio dell’indipendenza nazionale. E così le condizioni scientifiche di un paese reagiscono sopra certe forme di delinquenza, alcune fomentandone altre spegnendone, come ad esempio la pirateria scomparsa al tocco magico del vapore applicato alla navigazione, i veneficii diradati dai progressi della chimica e via via. E così dicasi di tutto l’ordinamento legislativo ed amministrativo in genere, che secondando od impedendo lo svolgersi delle tendenze naturali negli individui associati può rattenerne l’attività entro i limiti giuridici o spingerla invece alla violazione dell’ordine sociale, con tanto maggiore elaterio di ribellione per quanto più ostinata e cieca fu la pressione dell’empirismo autoritario.


Da quanto ho fugacemente detto una massima e spontanea conclusione si ricava: che cioè la quantità e la specie dei delitti, ogni anno commessi in ogni paese, sono determinate dal vario e continuo concorso dei tre ordini di fattori dianzi accennati, i quali, più o meno secondo i diversi delitti e delinquenti, ma tutti cospirano alla determinazione dell’attività criminosa, antisociale. Vale a dire, quindi, che la pena, sia come motivo psicologico di una minaccia legislativa sia come costrizione fisica di uno o più individui, non può bastare da sola ad impedire il delitto, che avendo una congerie così molteplice di cagioni non può avere un solo e così semplice rimedio, come nel campo terapeutico non può esservi una panacea per tutte le cause morbigene.

Talchè dallo studio analitico dei vari fattori criminosi, sgorga subito un grande insegnamento pratico, assai più fecondo delle più alte ed astruse elucubrazioni giuridiche della classica scienza: insegnamento, già, come platonico voto, avanzato dalla voce solitaria ed inascoltata di qualche criminalista, più positivo per tempra intellettuale, come Filangieri, Bentham, Romagnosi, Carmignani, Ellero; ma insegnamento che soltanto in queste preliminari ricerche di anatomia sociale trova, colla nuova scuola, la base vitale, necessaria per un ulteriore sviluppo scientifico, conducente alla sua pratica applicazione. Ed è, che a rattenere, dunque, la fiumana minacciosa del delitto, più che alle pene, la società deve affidarsi al magistero di quei provvedimenti di prevenzione indiretta, sociale, che io dissi sostitutivi penali, appunto perchè, una volta applicati, fin dove possono giungere, disseccano la sorgente criminosa e cosa, togliendo il delitto, tolgono la necessità della pena. Sistema di sostitutivi penali, che si differenzia però, radicalmente, dalla solita prevenzione empirica di polizia, diretta e violenta, che non si studia di rintracciare e togliere od attenuare le cause remote di delinquenza, ma che si restringe alla facile illusione di poter sopprimere gli effetti quando ne permangono le cause e si riduce il più delle volte a sostituire la violazione di diritto, commessa dall’agente di polizia, alla violazione di diritto che stava per commettere il delinquente, quando essa, come sovente accade, non si aggiunga, inutile violenza, al delitto stesso che non riesce ad impedire, se pure non lo provoca.

Sistema di sostitutivi penali, che discende invece dalla determinazione delle cause criminogene, come la terapeutica discende spontanea dalla diagnosi clinica; ma sistema, che, come nella vita quotidiana alla difficoltà di una diagnosi precisa e razionale si sostituisce il facile empirismo dei rimedii da quarta pagina; così nella vita sociale rimane trascurato per cedere il posto od alla miope prevenzione od alla intempestiva repressione.

Così noi vediamo che ogniqualvolta si discute in Parlamento una legge, si guarda solamente allo scopo immediato e più appariscente, ch’essa si propone, senza prevedere la ripercussione, che può avere sull’attività criminosa.

E viceversa appena l’attenzione pubblica di volge, per insolita frequenza, a un dato ordine di fatti criminosi, tutta la sapienza del legislatore si limita a proporre una legge che li punisca o ad aggiungere un articolo al codice penale, senza pensare punto, e sul serio, ai mezzi indiretti che avrebbero potuto o potrebbero impedirli o diminuirli, assai meglio delle leggi repressive, che, dopo la scossa della loro prima apparizione, finiscono per lasciare il tempo, che hanno trovato; tanto, che quel disordine, non curato, si fa cronico e più non si osserva, solo perchè è già entrato nelle abituali previsioni della pubblica coscienza.

Per esempio; se invece di accrescere le pene o di dare ai doganieri la facoltà di uccidere i contrabbandieri fuggenti, si abbassassero le tariffe doganali, quanta parte di contrabbando non sarebbe spenta?

E se voi, con una legge inspirata più alle astrazioni metafisiche od alle tradizioni antiche, stabilite che due persone possano in un momento solo decidere la propria unione conjugale per tutta la vita, malgrado l’imprevisto che ha si prepotente parte nella nostra esistenza, e poi, irritati dagli strappi continui a questo vincolo sacro, credete che tutto il rimedio stia negli articoli del codice penale contro l’adulterio e il concubinato, fate certamente opera vana. Date invece il divorzio e vedrete che i conjugi sfortunati scioglieranno legalmente una catena, che altrimenti essi strapperanno col delitto.

E quando con l’animo angosciato io ricordo la grande sventura, onde il cuore d’Italia fu colpito da poco nella Napoli nostra, e penso alle luride stamberghe, in cui giacciono sudiciamente vegetando intere famiglie, senz’aria, senza luce, in mostruoso aggrovigliamento di membra umane, mi domando qual meraviglia possano farci le continue violazioni al pudore e con quale coscienza si appresti a punirle la società, che simili orrori consente a creature umane.... Date aria, date luce, rigenerate il sangue a quella misera gente e il sorriso del cielo cesserà di essere in questo paese, per tanta parte di popolo, scherno doloroso e il delitto ne sarà decimato.

Così, quando in una città le grassazioni notturne si seguono ostinate, vale assai più l’abbondante illuminazione che non uno stuolo di guardie a mettere in fuga gli accoltellatori.

Così alla luce del libero pensiero sono scomparsi quei pretesi reati di sortilegio e magia, onde s’intesse per tanta parte la storia dei delitti nel medio evo, come altre forme criminose furono spazzate via dall’uragano purificatore della rivoluzione francese.

Il che riconferma, che all’estremo e sterile rimedio delle pene urge premettere una serie di provvedimenti indiretti, che tolgano o scemino le cagioni stesse del delitto, nei campi più diversi della legislazione sociale.


Tale si delinea la prima parte della sociologia criminale, nella sua funzione diagnostica di patologia sociale, cui risponde per intimo nesso la cura del delitto.

E qui subito, cambiato totalmente il punto di partenza, varia il punto di arrivo, tra la scuola positiva e la scuola classica di dritto criminale.

Per quest’ultima, come dissi, tutta la genesi dei delitti sta nel punto matematico del libero volere e tutti i delinquenti si riducono, nelle loro facoltà intellettuali e morali, ad un tipo unico, astratto, rispondente alla media degli altri uomini onesti.

Per la scuola positiva invece il delitto non è che un sintoma, concorrente a determinare la fisonomia del delinquente, il quale può quindi, per la dina. mica diversa dei fattori criminosi, presentare, come presenta, molteplici varietà antropologiche. Delle quali, dovendo qui al solito limitarmi ai risultati ultimi e sommari di lunghe indagini sperimentali, descriverò soltanto, a grandi linee, il vario atteggiamento.

Anzitutto vi ha una fondamentale distinzione di due categorie tipiche di delinquenti. Là prima comprendo la classe di tutti coloro, che marchiati dalla degenerazione ereditaria, allevati per lo più in ambiente corrotto, presentano al massimo grado di frequenza le anormalità organiche e psichiche, dianzi ricordate. Uomini, che nell’ambiente esterno trovano il pretesto del loro delitto, ma che di questo sentono l’impulso primo e l’attrazione istintiva dentro di se, ripugnanti al lavoro onesto, brutalmente feroci o spiensieratamente oziosi, selvaggi perduti nella nostra civiltà. La seconda classe comprende i delinquenti d’occasione, che, pure avendo in sè la predisposizione al delitto, per debolezza di senso morale e scarsaa previdenza, trovano tuttavia nell’ambiente esterno, nel concorso di speciali occasioni la spinta decisiva a malfare.

In natura però tutto è relativo; nè vi esistono, così recise, le distinzioni che noi facciamo, per necessità di studio e di pensiero. Gli estremi sono bon distinti tra loro, ma i gradi intermedi si succedono per sfumature indefinite. Talchè anche le due classi fondamentali di delinquenti, che l’osservazione comune e l’esperienza di parecchi direttori di carceri e studiosi di discipline carcerarie aveva già distinte, senza tuttavia trarne alcuna di quelle applicazioni, che la nuova scuola ha già tratto e trarrà, non sono così recisamente separate tra loro nè omogenee in sè, da non ammettere altre sotto-categorie, che i miei studi di antropologia criminale hanno appunto determinate nelle seguenti.

Nella prima classe bisogna infatti distinguere subito i delinquenti affetti da una forma comune di alienazione mentale, constatata già prima dell’eccesso criminoso o soltanto dopo di questo, e sono i delinquenti pazzi. Dai quali, colle forme psicopatologiche sinora così indeterminate, quali sono la pazzia morale e l’epilessia (che recentemente il Lombroso, con intuizione felicissima confortata da completa dimostrazione positiva, ha dimostrato identiche, nella loro natura, alla vera nevrosi criminale congenita) si passa appunto al tipo vero e proprio dei delinquenti nati, incorreggibili, che costituiscono la figura caratteristica di questa prima classe antropologica e presentano le anormalità organiche e psichiche più frequenti e spiccato, insieme ai due caratteri specifici della precocità e della recidiva nel delitto.

Tra questa prima classe dei delinquenti per tendenza congenita e la seconda dei delinquenti occasionali sta una sotto-categoria, abbastanza numerosa, di quelli che io dissi delinquenti per abitudine acquisita. Chiunque visiti le carceri, con intendimento scientifico, s’incontra molto spesso in una figura macilenta di malfattore, per lo più ladro, la cui vita oramai non è che un seguito di cadute e ricadute, un’andata e ritorno fra la carcere, l’osteria ’ed il postribolo, ma che tuttavia non era veramente predestinata al delitto, per un impulso così profondo ed invincibile come quello dei delinquenti nati. Sono individui, che cadono la prima volta piuttosto per l’occasione disgraziata, ma che portati in carcere, vi trovano, invece di correzione, la corruzione morale e materiale e quando ne escono abbandonati dalla società, privi di lavoro, sospetti agli onesti, si danno all’alcoolismo, all’oziosità e riodono nuovamente, per riprendere la stessa vita appena liberali di nuovo e giungendo cosa, di carcere in carcere, di recidiva in recidiva alla completa rovina morale, alla delinquenza cronica, incorreggibile. Sono cioè delinquenti d’occasione, che divennero incorreggibili soltanto per complicità dell’ambiente sociale, ma che, meglio curati, avrebbero certo, nella massima parte dei casi, abbandonata la via criminosa, dopo la prima caduta.

E si passa così alla figura tipica della seconda classe, al delinquente d’occasione, che cade una prima volta; ma poi, per una minore debolezza di costituzione fisica e morale e per circostanze meno disgraziate, non ricade o non ricade più d’una volta ed a grande intervallo, perchè l’ambiente esterno più non ripete contro di esso l’assalto delle occasioni allettatrici.

E si giunge all’ultima varietà di delinquenti, che rappresentano il tipo esagerato del delinquente occasionale e mentre si avvicinano anche più di questo all’uomo onesto, offrono talvolta alcuni punti di contatto coi delinquenti pazzi o semipazzi per il temperamento nevrotico, eccitabile, che li fa essere, secondo l’espressione del Maudsley, altrettante “cose esplosive”; e questi sono i delinquenti per impeto di passione. È sempre l’impulso esterno, come nei delinquenti d’occasione, che ha la maggior parte nella spinta criminosa; ma mentre in quelli l’impulso esterno è un incentivo non eccezionalmente forte, nei delinquenti per passione, invece, è un vero e proprio uragano psicologico (l’amore contrastato, il giusto dolore, la gravissima provocazione) che li spinge al delitto, quasi sempre di sangue, commesso all’aperto, senz’agguato, e seguito bentosto da pentimento e spesso da suicidio, mentre essi avevano prima vissuto tutta una vita illibata e si trovano quindi nel caso vero, ma molto più raro di quanto comunemente non si afferma, della cosiddetta “forza irresistibile”. Talchè, quando Romagnosi diceva, che ognuno di noi può violare il codice penale, affermava cosa giusta, purchè si restringa a questi casi l’ipotesi sua: giacchè; è tanto vero che nel delitto concorrono i fattori antropologici insieme a quelli dell’ambiente esterno, che ognuno di noi può avere l’assoluta certezza, tolto il caso di sopravvenuta alienazione mentale, che non commetterà mai uno di quei reati, onde si rivela il delinquente nato, assassinio per depredazione, per mercede ricevuta, stupro su bambini, grassazione ecc.; mentre purtroppo ognuno di noi può essere trascinato al ferimento od all’omicidio per impeto subitaneo di violenta passione, rimanendo però nella classe degli sventurati senza entrare mai in quella dei malfattori volgari, come già la coscienza popolare nei verdetti dei giurati quotidianamente ci afferma.


Queste sono adunque le varietà antropologiche del mondo criminale; i delinquenti pazzi — nati, incorreggibili — per abitudine acquisita — d’occasione — per impeto di passione; per ciascuna delle quali la scuola positiva propugna diversi ed appropriati mezzi di prevenzione e di repressione. Giacchè è facile vedere, dopo le cose anzi detto, che alla diversità delle cause determinanti al delitto nelle varie categorie di delinquenti, dove necessariamente rispondere non soltanto la diversità dei mezzi profilattici, ma si ancora dei mezzi repressivi, quando quelli non giungono ad impedire questo o quel reato. E ciò perché nelle diverse categorie di malfattori diversa è quella, che il Garofalo fin dagl’inizii della nuova scuola chiamò “temibilità, del delinquente”, ponendo sin da allora come pietra angolare del nuovo edificio scientifico, un criterio positivo di penalità, sul quale dovrò fra poco ritornare.


Ora però, delineate le cause naturali del delitto, sorge subito naturale la domanda, che già il senso comune, colla facilità dei suoi responsi recisi, oppose ed oppone alla scuola positiva, quale massimo scoglio: come, cioè, se il delitto è l’effetto necessario ed inevitabile di cause naturali anzichè, della libera volontà di chi lo compie, si possa ancora logicamente parlare di responsabilità e di punibilità del delinquente.

Il concetto di responsabilità, secondo l’opinione comune, il diritto criminale classico, che la segue docilmente e le legislazioni positive che la formulano, s’incardina tutto sull’idea del libero arbitrio o della libera volontà individuale, dominante e non dominata.

Questo concetto invece non può essere accettato dalla scuola positiva, la quale, a nome e per ingiunzione scientifica della fisio—psicologia sperimentale, non può ammettere nell’uomo una simile potenza di libera volontà, superiore alla naturale e necessaria determinazione delle cause, fisiche, fisiologiche e psichiche, che ad ogni istante premono sull’individuo, che delibera ed agisce.

Ora, volendo anche in una prima o più remissiva ipotesi, concedere che questa negazione del libero arbitrio non sia apoditticamente dimostrata dall’odierna fisio—psicologia; ciò non imporrebbe meno, alla scienza criminale, il dovere logico di togliere al concetto di responsabilità, che riguarda la funzione quotidiana di difesa sociale, una base cosa fortemente e da tante parti e cosa seriamente contestata, qual’è questa del supposto libero arbitrio umano, per sostituirle un fondamento ben più positivo o molto meno soggetto alla discussione o al dubbio. Sarebbe come se l’igienista, e per lui il legislatore in fatto di difesa da malattie epidermiche, pretendesse fondare tutto un sistema di provvedimenti preventivi o coattivi sopra un’ipotesi, rinnegata dalla scienza moderna o quotidianamente contestata.

Senz’aggiungere poi, che io, per parte mia, come del resto tutti i seguaci della scuola criminale positiva, non solo contestiamo, ma recisamente neghiamo l’ammissibilità di un libero arbitrio o di una libertà morale, assoluta o limitata. E questo, coll’autorità che ci viene dalle induzioni più sicure della fisio—psicologia, dell’antropologia criminale o dalle riconferme della statistica criminale, rivelante, coll’ingrandimento microscopico dei grandi numeri, il ripetersi costante e regolare dei delitti, come di altri fatti creduti in sola dipendenza dal libero arbitrio, i ramatrimonii, lo nascite, i suicidii, e lo loro perturbazioni determinate dr. cause straordinarie, cessate le quali riprendono essi il loro andamento ritmico e per gran porle prevedibile.

Recisamente neghiamo il supposto di un libero arbitrio, anzitutto perchè scopriamo l’origine naturale dell’illusione comune ond’esso è affermato, dipendente dalla sola ignoranza o incoscienza dello cause fisiche o fìsio—psicologiche, onde ogni nostra deliberazione è preceduta e determinata; tanto è vero, che quando di un atto umano si conoscono o si sentono dall’agente stesso, in precedenza, i votivi determinanti e prepotentemente decisivi, scompare l’idea che quell’atto sia libero. Ma, in secondo luogo, soprattutto perchè il libero arbitrio, assoluto o limitato, la facoltà insomma che la volontà umana possa decidersi in senso diverso o contrario da quello che è, ad ogni istante, determinato dalla somma dei motivi presenti, avvertiti o no, urta diametralmente contro due leggi universali dello stesso pensiero umano. La prima, che ogni effetto suppone una causa od un complesso di cause, ed è necessariamente determinato da esse nè, date quelle cause, potrebbe essere diverso da quello che è, e non si può quindi, nella volontà umana ammettere un’eccezione miracolosa a questa legge di causalità, che è, dicevo, la condizione stessa del pensiero umano. La seconda, che le forze si trasformano, ma nulla si crea e nulla si distrugge e quindi l’atto umano, che è la trasformazione di una deliberazione volitiva e questa, che è la trasformazione di precedenti moti fisici esterni, affettanti un dato individuo, non possono essere nulla più e nulla meno, di quanto era insito, per forza e per direzione, nei precedenti immediati. Non potrebbe quindi la volontà umana (che poi non è una facoltà per sè stante, ma è l’astrazione ed il ricordo di tutti i singoli atti volitivi, di cui ognuno ebbe coscienza nella, sua vita, atti singoli che solo esistono realmente, di momento in momento) non potrebbe la volontà umana, ex nihilo, per un solo fiat di una supposta libertà, aggiungere o togliere nulla alla determinazione delle cause, che in un dato istante la sollecitano, la urtano, la premono, la decidono in un determinato senso, che è quindi la risultante delle varie forze presenti.

E l’esperienza quotidiana può darcene lo prove più convincenti. Ognuno di noi ha provato quanto varii, per energia e per carattere, la nostra volontà sotto l’impero di circostanze speciali, o fisiche (come lo stato dell’atmosfera, lo scirocco ecc.) o fisiologiche, (come la digestione, l’irritazione nervosa, l’eccitazione, l’esaurimento, l’ozio, o l’esercizio muscolare) o psichiche, (come il successo o l’insuccesso di un’opera nostra, la vista continua dì cose liete o tristi, l’amore o l’odio); circostanze tutte, che sono certamente, nel loro inizio, indipendenti da noi e che, soltanto per un’illusione nostra, crediamo di dominare poi, mentre ne siamo dominati. Ognuno di noi avrà provato, come la mattina, riposati da un sonno riparatore, ci sentiamo agili o forti e disposti ad operare, con decisioni volontarie rapide, nette, precise; e come invece, dopo il lavoro mentale o muscolare di molte ore, ci sentiamo fiacchi anche moralmente, senza energia di volontà, oscillanti tra il fare e il non fare, incapaci di iniziativa, di decisioni pronte e sicure. E cosa, per una determinata tempra fisio—psicologica, ci è chi ha normalmente la propria volontà energica e pronta, chi invece, per carattere, è sempre o svogliato o titubante, incapace sempre di forti e continuate risoluzioni, non già per effetto di suo libero arbitrio, ma per costruzione organica e psichica: e lo stesso vale tanto per l’uomo onesto quanto per l’uomo che tende al delitto. E così, per finire con un ultima esempio, come col caffè noi possiamo artificialmente modificare il corso e la fluidità e la ricchezza delle idee, così con una piccola quantità di alcool possiamo artificialmente modificare lo stato, l’energia della volontà, fortificandola; mentre coll’uso continuo e smodato dell’alcool stesso la volontà si fiacca, o si corrompe, giungendo nei casi estremi alle ultime fasi della degeneraziene morale e fisica di un uomo, dal lavoro onesto e regolare spingendolo all’ozio e al delitto.


Ma, si ripete, ammesso tutto questo, come tenere responsabile uno di ciò che egli opera per tirannia dell’organismo o dell’ambiente? Non si sconvolge così e si annienta ogni criterio morale e giuridico della pena?

Pare una domanda terribile, per chi è impigliato sempre nelle abitudini mentali della tradizionale filosofia: ed è invece una domando, cui basta a rispondere la più facile osservazione dei fatti quotidiani.

Come la società ricompensa e premia ed accarezza gli uomini per qualità, indipendenti da loro, ma che essi hanno per fortuna ereditate nascendo, come il genio poetico o scientifico od artistico, l’ugola felice o i pollici d’acciaio; così la società castiga e punisco gli uomini, senza badare alla loro colpabilità, ma baciando solo, per necessità suprema di sua esistenza, agli effetti dannosi delle loro azioni. E così facendo, la società, in tutto il campo dell’attività estranea al codice penale, non fa che seguire una legge naturale, che vale anche pel mondo fisico.

La natura reagisce sempre, con una sanzione muta ma inesorabile contro chiunque viola le sue leggi: chi sporge troppo da una finestra, anche colle intenzioni più benefiche, cade e si uccide chi mangia troppo, anche senza motivi ignobili di ghiottoneria od altro, chi mangia, colle migliori intenzioni, una sostanza antiorganica, si ammala e soffre, e talvolta muore chi abusa del lavoro mentale o muscolare, anche per uno scopo santo, finisce colla demenza o coll’anemia.

Così, nella vita sociale, lo sbadato, che senza cattive intenzioni, ma anzi col dispiacere continuo del proprio difetto e col proposito sempre rinnovato e sincero di correggersi, urta i passanti, fa cadere un oggetto prezioso o cagiona un danno altrui è sfuggito, rimproverato, malvisto. Si può anche riconoscere che " non è colpa sua " l’essere così, ma la reazione sociale non segue meno per questo le sue azioni individuali dannose od incomode. Il commerciante, l’industriale, che per amore del bene, del progresso, dell’utile sociale, inizia una nuova impresa ed ha la disgrazia di non riuscire, fallisce, è lasciato in miseria, pur riconoscendo ch’egli non ebbe malvagia intenzione, anzi riconoscendo il contrario.

Che più? Chi compie un atto antigiuridico, senza volontà di commetterlo, è punito, non solo colla reazione sociale dell’opinione pubblica o delle conseguenze economiche, ma della vera e propria condanna penale, come nel caso di “omicidio involontario”.

Ma, dunque, la società non sempre richiede la malvagia e libera volontà per colpire del suo disprezzo o del suo abbandono o delle sue pene chi compie un atto contrario alle condizioni della sua esistenza, un atto antisociale.

Ma perchè, allora, nei soli delitti si dovrebbe esigere, come condizione di punibilità, quella malvagia e libera volontà che, nel maggior numero dei casi; la società non esige?

Ciò significa adunque due cose: I, che questo criterio della libertà morale come condizione di responsabilità penale è il detrito di idee passate, inspirate all’espiazione religiosa, che nel campo strettamente giuridico non hanno più ragion d’essere. II, che adunque la società tiene responsabile ogni individuo di ogni e qualunque azione da lui compiuta e reagisce a questa in modo utile o dannoso a chi l’ha compiuta, secondo che essa è utile o dannosa alla società, in mezzo a cui fu compiuta.

È insomma la suprema necessità della propria conservazione, cui deve obbedire l’organismo sociale come ogni altro organismo vivente, la ragione unica e positiva del diritto di punire, che assai meno impropriamente si dirà diritto di difesa sociale.

Abbia o no senso morale, abbia o no libertà morale nel compiere il delitto: chi lo compie è individuo pericoloso, antisociale e la società reagisce contro di lui, per un bisogno innegabile della propria difesa o conservazione.

Questa è la realtà limpida e schietta, la sola concepita dal buon senso, senza bisogno di formule astruse e più o meno classiche.

Soltanto, ed ecco l’ufficio della sociologia crimiminale, la società deve diversamente reagire secondo la diversa potenza malefica, antisociale dell’individuo di cui si tratta e della azione da lui compiuta.

Ed è qui appunto, che la diversità dei fattori criminosi e la conseguente distinzione delle varie categorie di delinquenti determina la varietà dei mezzi difensivi contro il delitto, che la sociologia criminale addita alla società, trascendendo le linee grette del codice penale, e spingendosi, come già dissi, nel più vasto e fertile campo della prevenzione, coordinando nelle quattro seguenti categorie tutte le forme di difesa sociale. E queste sono: i mezzi preventivi o di igiene sociale, che mirano ad impedire l’apparizione stessa del delitto — i mezzi riparatorii o di risarcimento civile, che sono rimasti sinora lettera morta, per la separazione illogica imposta finora dalla scienza classica fra diritto repressivo penale, diritto coattivo civile e provvedimenti preventivi — i mezzi repressivi temporanei, che possono essere alcuni di quelli ora costituenti quasi tutto l’arsenale punitivo — e finalmente i mezzi eliminativi, per i quali la società, riconosciuto assolutamente inadatto alla vita sociale un dato individuo, lo esclude dal proprio organismo, per una funzione di disassimilazione, che già in ogni organismo vivente è la base stessa della vita, che lotta contro gli elementi non assimilabili.

E queste varie forme di difesa sociale sono subordinate a questi due massimi criteri della sociologia criminale: I. che la società deve anzitutto dare l’opera principale ed assidua ed inesorabile all’applicazione dei mezzi preventivi, anzichè aspettare che il male sia fatto, per poi colpire senza ripararlo — II. che, di fronte ad un reato avvenuto, la temibilità del delinquente, sia norma fondamentale per opporre il solo mezzo riparatorio o ricorrere a quello repressivo o spingersi infine all’estremo mezzo eliminativo.

Senonchè, a proposito di questa eliminazione dei delinquenti più pericolosi e incorreggibili, si ripresenta la tanto vexata quaestio della pena capitale.

Contrariamente alla scuola classica, i positivisti del diritto criminale sono unanimi nel ritenere che la pena di morte, scritta in ogni momento della esistenza mondiale, sia la conseguenza naturale o legittima, dei fatti e delle induzioni sopra accennati; di fronte a certi individui, refrattari ad ogni regola di vita sociale, niun dubbio che la società ha dritto, perchè si trova nella necessità, di eliminarli, di sopprimerli, di ucciderli.

Ma tra il partire teoricamente da questo principio giuridico e l’arrivare all’applicazione pratica della pena di morto, io credo, da buon positivista, che non trascura la realtà, interceda uno spazio, che bisogna vedere se sia possibile ed utile valicare.

I delinquenti, contro i quali, senza dubbio, la pena di morte sarebbe unicamente applicabile, sono gli autori di omicidii, accompagnati da tali circostanze di fatto e con tali caratteri antropologici da porli senz’altro nella schiera più pericolosa dei malfattori. Vale a dire tutti o quasi gli omicidii qualificati, le grassazioni con omicidio o con sevizio e gran parte di omicidii cosiddetti semplici coi criteri classici, ma rivelanti per la recidiva o per il loro movente, egual grado di temibilità nei loro autori: vale a dire, pigliando le cifre dei condannati annualmente dalle Assise per questi reati, in Italia, dai 1500 ai 2000 individui ogni anno.

Ora, anche se ai presenti modi teatrali di esecuzione capitale si sostituissero modi men dolorosi o più rapidi, come un potente veleno od una fortissima scossa elettrica, sarebbe possibile nel nostro paese, coi nostri costumi, una carneficina permanente di sei o sette esecuzioni capitali per ogni giorno dell’anno? Io non esito a negarlo ed a toccare cosa, per altra via, la conclusione che nel nostro paese la pena di morte non è applicabile in quelle proporzioni, che sole la renderebbero efficace, come selezione artificiale di elementi al massimo grado pericolosi; giacchè è facile vedere che questa principalissima ragione, per cui la pena di morte si può positivamente sostenere, non consente che se ne faccia applicazione a sei o sette individui ogni anno, senza neppur parlare della poco seria consuetudine di lasciar scritta nel codice una pena, che poi non viene applicata.

E l’altra potentissima ragione, onde io affermo l’inapplicabilità della pena capitale nel nostro paese, all’epoca nostra è la surrogabilità di essa pena con altri mezzi eliminativi. Questi sono l’ergastolo a vita — la deportazione oltremare — la deportazione interna.

L’ergastolo è certo il meno utile di questi mezzi, anche se fra le mura del carcere si potrà dare assetto razionale al lavoro dei condannati. Resta la deportazione: ma questa, quando è oltremare, già fu dimostrata impotente ed inattendibile dall’esperienza dell’Inghilterra, che puro ha tante forze marittime e tanta vastità di possedimenti coloniali: nè la persistenza della Francia in questo sistema vale a diminuirne gli inconvenienti, che sarebbero tanto più gravi per il nostro paese, per ragioni evidenti.

Ecco perchè io riserberei tutta o quasi tutta (ammettendo in certi limiti l’ergastolo) la funzione eliminativa alla deportazione di tutta una categoria di delinquenti nelle terre nostre, irredente dalla malaria, che così tristemente annebbiano il purissimo sorriso del nostro cielo Italiano. Nè mi arresta il dubbio se la società abbia dritto di mandare a lenta morte chi dice di condannare all’ergastolo: perchè, da una parte quando la pena fosse sancita così nella legge, ossa sarebbe quella che è, senza sotterfugi, senza reticenze e d’altra parte perchè se questa terribile Dea Febbre non si può placare senza l’ecatombe d’uomini a mille e più mila, non so vedere perchè non debbano prima soccombere i malfattori e gli operai onesti siano salvati. Al risanamento di queste lande sconsolate non è giusto, non è umano chiedere ad onesti operai, ch’essi vi perdano la vita in premio di un lavoro santo. Vadano essi, i delinquenti, e non a schiere omeopatiche, come finora si è fatto nell’Agro Romano, atrofizzando un principio fecondo, ma. in numerose falangi vadano alle prime bonifiche delle maremme (seguiti dopo questo dagli onesti operai) e si redimano così, coll’olocausto delle loro vita pel miglioramento economico e morale di quella società, cui tanto male inflissero coll’opre loro miserande...


Tali le conclusioni massime, cui giunge fin da ora la sociologia criminale, colla scorta dei fatti osservati e che più sopra accennai. Altre conclusioni ne verranno ed ogni giorno gli orizzonti di questa scienza rinnovata si allargano luminosi: ma già fin da ora le indagini della scuola criminale positiva hanno tanto valore di verità, che un forte ingegno napoletano, da cui mi separa sostanziale differenza di principii politici e sociali, ma di cui non si può disconoscere la robustezza di mente, Ruggero Bonghi proclamava, che soltanto da esse “la legislazione penale in Italia può aspettare la correzione delle infermità morali e mentali, che vi si sono introdotte”.


Ed ora, giunto al termine di questa rapida corsa pel campo della scienza criminale rinnovata, lasciate che il cuore, pur esso, libero si espanda e sprigioni un’ondata calda di sangue al cervello, perchè al misurato raziocinio segua il palpito del sentimento, che fa bella la vita.

Io prendo commiato da Voi, con un augurio, che ha per me tutto il fascino dei desideri più alti. Nelle provincie settentrionali d’Italia predomina la volontà, nelle meridionali l’ingegno: venga presto quel giorno, che porti la fratellanza della volontà coll’ingegno e noi vedremo la Patria compiere i suoi grandi destini.

Ma il cuore vuole anche attestarvi la gratitudine sua per la Vostra accoglienza, che avvampata dalla comunanza dell’età e degli alti ideali, sempre più alti, mi seguirà, dolce eco dell’anima, nella tranquilla oasi medievale, che mi attende col ritmo paziente dello studio quotidiano, Mi seguirà, compenso alto, insperato come approvazione eloquente di quella, che certo Voi (e Vi attorto che foste nel vero) non giudicaste in me petulante vanagloria, ma entusiasmo forte e sereno per la scienza. Per quella scienza, che all’altra fede onde ci spense il miraggio iridescente, avendo dato in ricambio la fede della vita per la Patria, non deve più affermarsi, come nei tempi passati, entro la cerchia ristretta della scuola solitaria dal mondo, ma deve mostrare ch’essa pur sempre, nell’animo dei suoi cultori, palpita e vive la vita della Patria nostra e ne affretta l’espansione più alta nella via risplendente degli umani progressi coll’opera sua, nobile e santa pur essa, perché feconda di santo avvenire.


La conferenza fu stenografata per cura della Società Stenografica Partenopea presieduta da R. Maietti. (Nota dell’A.).


FINE.


Note

  1. A questo punto del mio discorso, se la fretta che m’incalzava e che mi fece ommettere tanti altri accenni, e l’emozione fortissima non me ne avessero negata l’opportunità, avrei dovuto anche ricordare, come già feci in diverse mie pubblicazioni, il nome di due strenui difensori del positivismo scientifico, professanti filosofia e storia del diritto nell’Università napoletana, Angiulli e Bovio.
    Alcune secondarie differenze di parziali vedute scientifiche mi separano dall’Angiulli, uno dei maestri miei di psicologia positiva, e differenza fondamentale di applicazione del metodo scientifico mi separa dal Bovio, che nel suo Saggio Critico del dritto penale si è fermato alla critica sillogistica, senza aggiungere la ricostruzione scientifica nemmeno nella ristampa del 1883, dopo l’ampio sviluppo della scuola criminale positiva, ivi non ricordata. Ma ciò non mi rende meno grata l’occasione di riparare ad un silenzio, che sarei dolente se altri avesse attribuito ad intolleranza od a meschini sentimenti, ben lontani da me come da chiunque, non ammettendo nè per sè nè per gli altri il monopolio della verità, apprezza i pensatori non tanto dalla qualità delle loro idee, quanto dalla potenza scientifica, ond’essi lo propugnano.