La tabernaria/Atto III

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Atto III

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Atto II Atto IV
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ATTO III.

SCENA I.

Cappio, Giacomino, Altilia, Lima.

Cappio. Giá è ogni cosa in ordine: potrete seder quando vi piace.

Giacomino. Paggio, dá l’acqua alle mani; oh come sei melenzo! dalli la tovaglia per asciugarle.

Cappio. Sedetivi, di grazia.

Altilia. Non tante cerimonie.

Giacomino. Non son cerimonie ma nostro debito.

Altilia. Siedi ancor tu, Lima; e chi ci ha invidia de’ nostri contenti, non sia mai invidiato da altri. Ma se verrá mio padre, che scusa trovaremo che non l’abbiamo aspettato?

Cappio. Cosí non ci mancassero denari alle borse, come non ci mancano mai scuse. Diremo ch’eravate stanche, sí che venevate meno senza fare un poco di collazionetta.

Giacomino. Cappio, accendi quella profumiera, che spiri odore.

Altilia. Io non voglio altro odore che quello che spira dai vostri onorati costumi e gentilissime maniere.

Giacomino. Mangiate di questa vivanda, se vi piace.

Altilia. A me sol piace quello ch’a voi piace. Ma voi perché non mangiate, anima mia?

Giacomino. Io fo un dolcissimo banchetto agli occhi miei e godo di quei cibi ch’ho desiato sí longo tempo; di quei cibi che non producono terra, acqua, aere e cielo. Veggo che la rosa tanto è bella quanto assomiglia alle vostre gote, e i gigli s’insuperbiscono della loro candidezza, perché pompeggiano nelle vostre carni; i giacinti tanto son riguardevoli quanto rappresentano la [p. 337 modifica]sembianza degli occhi vostri, e le perle delle marine conche tanto han di preggio quanto rassembrano i vostri denti; l’odori de’ gelsomini tanto son grati quanto rassomigliano al vostro fiato. O occhi sereni, ove il cielo fa deposito delle sue stelle e dove conserva i suoi splendori!

Altilia. L’amor vi benda gli occhi e vi fa parer il falso per il vero.

Giacomino. O care mammelle, o acerbetti pomi, e quando mai negli orti esperidi si produssero pomi cosí leggiadri, custoditi con tanto rigore dal vigilante dragone? Io moro considerando quella valletta fra quei due pomi, oggetto di tutti i miei pensieri, nido dell’anima mia; or che saran l’altre cose che non si vedono?

Altilia. Mangiate; non sète ancor sazio di mirarmi?

Giacomino. Ancor non ho cominciato, perché non so da dove incominciare a rimirarvi. Perché se miro il terso avorio della fronte, gli occhi mi rapiscono a riguardargli; se mi fermo negli occhi, mi sento invitar dalle gote a contemplarle; e appena mi drizzo a mirar quelle, la bocca mi strascina a contemplar i rubini de’ suoi labri; e se rimiro il collo, ecco mi tirano le mammelle: talché confuso e stupefatto non so da dove cominciare. E come potria esser questo, se voi non foste stata fatta dalla natura con tutto il suo studio d’impoverir tutte le donne per arricchirne voi sola, e per contemplar le sue gran meraviglie e quanto ella sa fare? Onde non potrete esser tanto mirata che non siate tanto piú degna d’esser mirata e admirata. E se non posso lodar quanto devo, supplisca l’affezione.

Cappio. Paggio, che fai che non porgi da bere?

Altilia. Bevete, cor mio.

Giacomino. Io non beverò mai, se voi non bevete prima e lasciate ch’io suchi quelle reliquie che son rimaste in quella parte del bicchiero ove han toccato le labra vostre, acciò con quelle io possa rinfrescar l’arsura dell’anima mia.

Altilia. Però, anima mia, ho pregato voi prima che beveste, per aver io quel contento e provar io quella dolcezza che voi da me desideravate. [p. 338 modifica]

Giacomino. Poiché il mio core è un eco del vostro core e l’un pensiero eco dell’altro, paggio, porta un bicchier grande, empilo tutto, acciò l’un goda della bevanda dell’altro. Dch, bevete per aggradirmi.

Altilia. Non solo bever, ma vorrei darvi maggior contento di questo.

Cappio. Con tantillo de cosa gli darete maggior contento.

SCENA II.

Spagnolo, Giacomino, Cappio, Altilia.

Spagnolo. ¡Buen provecho hagan Vuestras Mercedes! Al schor caballero y á mi señora beso mil veces las manos.

Altilia. Ben venghi, buon compagno!

Spagnolo. Por vida del rey mi señor, que he visto este caballero en la guerra de Flandes.

Giacomino. Non vidi mai altro che Napoli e Salerno.

Spagnolo. Y tambièn he visto una señora en Flandes que par es de en todo a está mujer, y por esto la quiero servir.

Altilia. Vi ringrazio del favore.

Cappio. (Mira che disgraziato e prosontuoso spagnolo! come si pone in dozena con questi gentiluomini! mira con che grandezza e sussiego si va accostando! Veggiamo dove riuscirá questa prattica).

Spagnolo. Señor caballero, V. M. beba.

Giacomino. Non ho ancor sete.

Spagnolo. Tus, tus, tus.

Cappio. (Finge aver tosse: certo, che egli vorrá bere).

Giacomino. Bevete voi, che forse vi passará la tosse.

Spagnolo. Brindis á V. M., brindis á mi señora.

Altilia. Vi faremo ragione.

Spagnolo. Quiero contar la jornada que havemos hecho en Flandes con el conde Mauricio.

Giacomino. Non vogliamo udir cose malenconiche di guerre e occisioni, ma di amore e di piacere. Cappio, dágli del pane. [p. 339 modifica]

Cappio. Eccoti del pane; e come hai mangiato e bevuto, vanne via.

Spagnolo. Mi señora, quiero hacerte un brindis.

Cappio. (Non gli basta d’aver mangiato e bevuto, pur vuol ber di nuovo).

Altilia. Vi faremo ragione.

Cappio. (Mira come s’è seduto appresso la signora un poco! vedremo che a poco a poco ne caccerá quella, ed esso se ci porrá).

Spagnolo. Por vida del rey mi señor, que V. M. es la mas hermosa señora que haya en todo el mundo, y merece que el rey la sierva, y por esto la quiero servir yo. Tome V. M. este bocado.

Cappio. (Eccolo seduto; a poco a poco mangia insieme con loro, e s’è invitato da se stesso).

Spagnolo. Tome este bocado, señora dama.

Altilia. Vi ringrazio assai.

Spagnolo. ¡Buen provecho haga! Brindis, mi señora, yo bebo por la vida del rey mi señor y per la salud d’está señora mia.

Cappio. (Giá si è ingerito a mangiare e bere).

Spagnolo. Tudesco, trahe aqui pichones, pavos, pullos y todas las cosas que hay en la venta.

Cappio. (Poiché s’è fatto padron della tavola, si vuol far padrone ancor dell’osteria. Dubito che alfin non la baci).

Spagnolo. Tudesco, trahe ropas, que á fe de caballero yo pagar todo.

Cappio. (Da povero soldato s’è fatto cavaliero).

Spagnolo. Señora, yo le quiero contar cuantos torneos he ganado y cuantos gigantcs he muerto, cuantos castellos encantados he derribado entonces cuando yo fui caballero andante, y todas mis hazañas.

Cappio. (M’arde il cor della prosunzion di costui).

Spagnolo. Mi señora, no puedo mas sufrir la pasion que me da la hermosura suya: perdóneme si me atrevo á tanto.

Giacomino. Mira forfante! te imparerò creanza con un bastone!... A baciarla! [p. 340 modifica]

Spagnolo. ¡À don Cardon de Cardona, palos! ¡á mi, palos! Voto a Dios, que yo os mataré y a todo el mundo, que despoblaré todo el infierno.

Cappio. ¡Don Ladron de Ladroni, toma esto!

Spagnolo. Espera un poco aqui que yo tome mi espada y la capa, que con ella castigaré mis agravios.

Cappio. Ma par che veggio il padron che torna da Posilipo; anzi non piú mi pare, perché è desso. Povero me, perché non vado ad impiccarmi? Lo scampo stesso non basteria a scamparmi dalle sue mani. Padron, ecco il vostro padre; entrate dentro e non vi fate vedere, ché io rimediarò al tutto: lasciate cosí ogni cosa e attendete a quel che dico.

SCENA III.

Giacoco, Cappio.

Giacoco. Sia ringraziato lo Cielo ca me veo a la casa mia! Quanno arrivai a Posilipo, appena m’avea ciancoliati quattro muorzi, quanno scappa Dio e fa buon iuorno, ca sento gridar «turchi! turchi!». Chilli strilli me fecero scorreiare e chilli quattro muorzi me deventaro tosseco. L’uocchio dello bifaro me se fece tantillo, e le nateche me facevano lappe lappe; ca se m’arrivavano, me ne sorchiavano commo n’uovo friscu. In concrusione, me arronchio commo a còtena, subito tocca ca se fa notte, me pongo le gambe ncuoilo e me ne bróciolo a Napole, che ancora le gambe me fanno iacovo iacovo; lo filatorio ca avea ncuorpo m’ha fatto correre commo avesse cursito allo pallio, e io ca fuieva e ca dicea a lettere de marzapane: — Iacocos votu facere e gratia recepere! — O casa mia bella! ma sto tanto sorriésseto ca me pare na taverna. O quante sausiccie, fecatelli, scartapelle e raarcangegne! me fanno cannagola e stare a cannapierto.

Cappio. Bone vecchie, volere alloggiare a nostre ostelerie, ca te faremo scazzare?

Giacoco. Ste vrache salate! io non aggio voglia de bevere nè de mangiare. Sto mirando se chesta è la casa mia. [p. 341 modifica]

Cappio. Avete prese scambie: cheste stare mi ostelerie, no vostre case.

Giacoco. O ca io no so io, o chessa non è la casa mia; io no sto chiú nchisto munno, sto dintro a n’autro munno; aspetta no poco, lassarne arrecordare meglio. Chesta è la casa de Coviello Cicula, appriesso la casa de Cola Pertola, la terza è d’Aniello Suvaro, la quarta è de Colambruoso e Iacovo dello Caso, appriesso veneno chelle caranfole e carafuorchi, appriesso stava la casa mia; ma chesta me pare taberna.

Cappio. Bone compánie, volere fare brindese.

Giacoco. No boglio fare Brinnese nè Galipoli, ch’aggio chiú boglia de dare sta capa pe ste mura: io sto fora de me, no sto ncelevriello, io no saccio se sto cca o dove sia; voglio fare lo veveraggio a chi me lo dice.

Cappio. Merdamente, che tu stare un altre e chesta no stare casa tua.

Giacoco. Ora chisso è n’autro chiáieto; e me vuoi propio fare imbertecare lo celevriello, ca me vuoi dare a ntennere ca io no so io. Chissi chiáiti non servono; me vuoi dare a ntennere vessiche pe lanterne o ca le femmene figliano pe le denocchie? aggio abbesuogno de pataracchie? Chi sa se la paura delli turchi m’ave fatto deventare pazzo? chi sa se dormo? Ma io non dormo, ca sento, e non me sonno.

Cappio. Ah, ah, ah!

Giacoco. Mira cca sto todisco mbriaco ca ne lo cacciarissi da no campo de fave, se ride delli fatti miei. Forse quarche mazzamauriello o chillo che pozza squagliare diavolescamente m’avessero fatto deventare la casa mia chiú lontana? Se fosse carnevale, diceria ca s’è ammascarata e s’ha pigliata na mascara de taverna. Fuorze sto todisco è pazzo o so pazzo io o semo pazzi tutti due; ma se fosse pazzo, come forría venuto da Posilipo fino a Napole e non errare la via?

Cappio. Tu stare imbriache, poter ire a dormire, perché te passare le imbriachezze certe certe.

Giacoco. Tu sarrai quarche rifolo dello nfierno o chillo ca puozze sparafondare. Dove voglio ire a dormire, ca no aggio [p. 342 modifica]casa? Vuoi ca dorma miezo sta chiazza? O Cielo, ca vedesse Chiappino, ca me facesse mparare la via!

Cappio. Che omme stare chesse Chiappine?

Giacoco. No catarchio, no catámmaro peio ca non si’ tu.

Cappio. Tu mentire per le gole, che cheste Chiappine stare gran omme da bene.

Giacoco. Ora chesta è la ionta dello ruotolo, avere a competere co no tavernaro. Basta, ca me ce hai cogliuto solo e de notte; se nce fosse cca Chiappino, mò che sto ncepollato, te faria dare cinquanta smorfie e schioccolate a sso celevriello. La mentita è morta e no baie.

Cappio. Chiappino essere ommo onorato commo me stesso.

Giacoco. Scompimmola priesto, ca no pozzo scellebrareme con tico, che te venga no cuofano de malanni. Me voglio partire, ca sta cosa è pe venire a fietu. Te tengo alla camera de miezo; viene e famme na cura co lo muto.

Cappio. Mi volere serrare le ostellerie, bone notte, e se non la volere, la mala notte.

SCENA IV.

Giacoco, Cappio.

Giacoco. Serra, ca te sia serrata la canna dello manduoco co no chiappo. O negrecato Iacuoco, ca no saccio che m’è ntravenuto, ca sto peo che se fosse ncappato nmano de turchi. So stracco, ca so curzeto commo a no fúrgolo, e me siento, ahie! morire de famme; e borria ca no stráulo me strassinasse alla casa mia. O mamma mia, commo faraggio? ca penso ca so spiritato e averaggio ncuorpo quarche spirito maligno, e bisognare ca vaia a Surriento a fareme scongiurare. Non saccio che fare; sto commo a no pollicino mpastorato alla stoppa.

Cappio. O padron mio, che siate il ben trovato!

Giacoco. Eilá, fosse Chiappino chisto? eccotillo, isto è isso. Che singhi lo ben trovato, ca ieva sulo e me parea ca ad ora ad ora me fosse pigliata la mesura dello ioppone.

Cappio. Come! tornate da Posilipo a quest’ora? [p. 343 modifica]

Giacoco. Chiappino, ch’aggio avuto na mala cacavessa, e lo Celo sa quanti vernacchi me sono scappati, ca se non me ne appalorciava, bello me ne rappoleiavano; e mò forria nmano de turchi. E mò stava mirando sta casa!

Cappio. Perché stavate mirando questa casa?

Giacoco. Pensava entrare alla casa mia e l’aggio trovata taverna; e no todisco mbriaco me volea fare accussine, e se non era sapatino, me carfettava a crepapanza, a serra de lino.

Cappio. E voi stimate che questa sia casa vostra? Voi sète fuor di cervello: questa è l’osteria del Cerriglio, e la vostra casa è un pezzo lontano di qua.

Giacoco. Me penzo ca me s’è sbotato lo celevriello dintro la catarozzola, ca io no saccio se so isso o no, nè chi pozzo essere. Ma tu che vai sanzarianno a chest’ora per Napole?

Cappio. Vostro figlio m’ha mandato al libraro per aver certi libri per studiare tutta la notte.

Giacoco. Che libri?

Cappio. Barattolo ribaldo, Sal in aceto e Paolo te castre.

Giacoco. Puozzi essere castrato tu e tutti li pari tuoi.

Cappio. Andiamo a casa, ché so tre ore di notte; e a quest’ora fa un freddo molto grande e s’è levata una tramontana penetrativa che fa molto danno alle teste de vecchi.

Giacoco. Se non tornavo, era bello e cacato. Ma dimmi, avite spiso chille cincoranelle?

Cappio. Attendete alla salute vostra e poi cercate le cinque grana. Copritevi la testa con la cappa, che il vento non vi faccia danno.

Giacoco. Pell’arma de vávemo, ca dici buono. Coprela bene.

Cappio. Sta bene cosí?

Giacoco. Tu m’hai coperto l’uocchi commo si fa alli farcuni co lo cappelletto o commo alli cavalli marvasi quanno si strigliano.

Cappio. Così bisogna coprire, che non offenda il vento.

Giacoco. E commo pozzo bedere la via?

Cappio. Appoggiatevi al mio braccio, ch’io vi condurrò a casa; che la notte è tanto oscura che, se foste con il capo scoperto, non vedreste la via. [p. 344 modifica]

Giacoco. Orsú, caminiamo; mò dove siamo?

Cappio. Ad Antuono speziale.

Giacoco. Chillo che fa le cure co lo schizzariello?

Cappio. Signor sí.

Giacoco. Zitto zitto, ca non ce senta; ca l’autro iuorno me venne a fare la cura e me mpizzai lo canniello tanto forte ca m’appe a sparafundare, e poi fece lo vrodo tanto caudo che me scaudai tutto lo codarino; e però non lo vuozzi pagare. E mò dove simmo?

Cappio. A mastro Argallo che fa li brachieri.

Giacoco. Passammo a largo, ca m’aggio fatto fare lo vrachiere mio e non l’aggio pagato ncora. Ma quanno arrivarimmo, ca songo allancato?

Cappio. Anzi non sète a meza via, e volete esser gionto?

Giacoco. Me fae botare ntorno ntorno, come botasse lo filatorio o commo a mulo ca bota lo centimmolo.

Cappio. Perché vi meno per strade accortatoie.

Giacoco. Quanno arrivarimmo alli solachianielli?

Cappio. Or ci siamo.

Giacoco. Arrossate dalla poteca de Giangilormo Spiccicaraso, ca m’ave arrapezzate le scarpe e le devo dare cinco tornisi, e mò me vole accosare.

Cappio. Giá siamo gionti.

Giacoco. Tozzola la porta.

Cappio. Tic toc, tic toc.

Giacoco. Quanto sta ad aprire sta madamma tráccola? Priesto, pettolosa mezzacammisa, che te puozze rompere lo cuollo pe ssi scalandruni!

SCENA V.

Giacomino, Giacoco, Cappio.

Giacomino. Chi batte, olá? è questa l’ora da interrompere i studi?

Giacoco. O Iacoviello mio, ca singhi benedetto dallo Celo e da me, ca studi commo no cane! come mò me ne preo. [p. 345 modifica]

Cappio. E se ci affatica con tanto gusto che non lo lascia mai, se non va tutto in sudore; e se voi non l’aveste interrotto, non avrebbe fatto altro tutta la notte.

Giacomino. Chi è lá, dico?

Cappio. Calate giú, che vostro padre è tornato da Posilipo.

Giacomino. Vuoi burlarmi?

Cappio. Venete e vedete.

Giacomino. Ora chissi so figli che non vanno dereto alle femine guaguine, squaltrine, chiarchiolle, zandragliose; nè de chissi nnamorati che fanno taverne, ma stanno ammolati a rasulo sopra libri fin che se ci arreieno.

Cappio. Avertite che lo troppo studio non li disecchi il cervello.

Giacoco. Batti, dico.

Cappio. Sento i pantofoli per li gradi, che vien giú.

Giacomino. Ben trovato, mio padre! sète venuto molto desiderato.

Cappio. (Anzi lo mal venuto, che non ha potuto venire a peggior tempo).

Giacomino. Come a quest’ora?

Giacoco. Te lo diraggio suso, ca mò sto allancato de fatica.

SCENA VI.

Spagnolo, Giacomino, Giacoco, Cappio.

Spagnolo. Padron, dame mis alforjas, que he dejado en esta venta.

Giacoco. Che grassa de suvaro è chesta? ca vole sso messer catruoppolo, barva d’annecchia, dalla casa mia?

Spagnolo. Está tarde, lleguè a esta venta y dejè aqui mis alforjas.

Giacoco. Dice ca lassai cca le forge dello naso e che la casa mia è viento: chesta è cosa da me fare desperare.

Cappio. Certo, che deve stare imbriaco.

Giacoco. E tu cacciale ssa mbriachezza da capo. [p. 346 modifica]

Spagnolo. Digo que ayer llegué a esta venta, à esta taberna.

Giacoco. Ed io te dico ca la casa mia non è nè vinti nè trenta nè quaranta, e ca no è taverna. Chiappino, ca Duole sto spagnuolo dalla casa mia?

Cappio. Deve esser qualche ladro, e sará qui nascosto per arrobbare.

Giacoco. E chesta è la guardia ca se fa alla casa mia?

Cappio. Vien qui tu: come ti chiami?

Spagnolo. Don Cardon de Cardona.

Cappio. L’avete inteso con l’orecchie vostre che si chiama don Ladron de Ladroni.

Spagnolo. Vos mentis, que yo soy caballero, capitan aventajado y tan bien nacido corno el rey.

Giacoco. Chisso va cercanno piettene de tridece, e se me fa nzorfare... .

Spagnolo. Ayer tarde he comido en está taberna con esto caballero y con mujer muy hermosa, y hicimos muchos brindis juntos.

Cappio. Se non ti parti di qua, arai molte bastonate avantaggiate.

Giacoco. Se deve pensare ca a Napole se mpastorano li asini co le saucicce e vorria arrobbare; e se non me sparafonda denanze, sarrá buono zollato.

Spagnolo. Si no me dais mis alforjas, os daré muchos palos en la cabeza.

Giacoco. Dice ca ce vole dare pale e muzzone di capezze d’asino.

Spagnolo. Calla, que soys borrachos.

Giacoco. Chessa è n’autra chiú bella: dice ca simmo vorraccie; pensa ca vindimu nsalate.

Spagnolo. Quiero mis alforjas.

Giacoco. Pe parte de fuorfece, te darrimmo no poco de mela iacciole e grisommole.

Spagnolo. No alojan en está taberna sino putas y alcahuetos.

Giacomino. Cappio, chiudili la bocca con un pugno, ché piú non parli. [p. 347 modifica]

Giacoco. Me pare ca no la vuoi ntennere e me esci dello semmenato. Che ci vuoi le ciarammelle e lo colascione?

Spagnolo. À vos digo, bodeguero, gente malvada, que me dais mis ropas.

Giacoco. Dice ca simmo potecari de marva. Nui simmo potecari de vernecocche e de nespole e le vendimmo a buon mercato. Ha la capo tosta, ha pigliato la zirria de non se partire.

Giacomino. Cappio, con un pugno fagli cadere un dente.

Giacoco. E da parte mia, dui scervecchie e dui seguzzuni.

Cappio. Questo a don Ladron, quest’altro al capitan avantaggiato, e questo al nato come il re.

Spagnolo. Yo irè á tornar mi espada y en dos golpes, chis chas, os harè mil pedazos.

Giacoco. N’arai reppoliata na bona remrhenata de mazze, mò va’ e torna per l’autra: va’ e vienici a fare no nudeco alla coda.

SCENA VII.

Pedante, Giacoco, Giacomino, Cappio, Lardone.

Pedante. Tabernario!

Giacoco. Ora chesta è autro che crepantiglia. A me tavernaro? tu ne menti e arcimenti pe le canne della gola!

Pedante. Avemo baiulato li suppellettili...

Giacoco. Che sopraletti e sottoletti?

Pedante. ... et alia muliebria indumenta.

Giacoco. Io non veo nè muli nè iommente. Va’, frate mio, e fatte fare na cura co li mutilli, ca te purga ssi mali ammuri.

Giacomino. Costui se non è imbriaco da dovero, farnetica da buon senno.

Giacoco. Dimmi, si’ ommo o lombardo, si’ iudio o cristiano, ca no te ntenno ca dici.

Pedante. Sum vir probus et circumspectus procul dubio.

Giacoco. Ha nommenato ser Pruocolo da Puzzuolo: m’ave cèra de cristiano.

Giacomino. Sará qualche pedante. [p. 348 modifica]

Giacoco. Ca bole da me sto sfecato sfritto varvaianne, co sta faccia gialliccia nzolarcata, co ss’uocchi scarcagnati ntorzati, co sso naso mbrognolato fatto a pallone, co ssi labruni da labriare co no zuoccolo? Mira ca vestiti scialacquati, ca a vedello me fa ridere senza che n’aggia voglia. Se stai mbriaco, va’ vommeca e non me rompere la capo.

Pedante. O mi Deus, ha rotta una spalla a Prisciano. Dic, quaeso, diceremus bene: «la capo»? «La» est articulus foeminini generis, «capo», masculini; discordat in genere; bisogna dire: o «lo capo» o «la capa».

Giacoco. Giá chisso sbaria; manche se fosse no piccirillo della zizza, parla allo sproposito.

Pedante. Io non parlo allo sproposito, se de miei detti ne farai congrua collazione.

Giacoco. Siente, ca vo fare collazione. Vorrisse doie ióiole o doi scioscelle?

Pedante. O che parlare absurdo e mal composto!

Giacoco. Mò vole no poco de composta de cetruli.

Pedante. O che supina ignoranza, che intelletto rude e agreste!

Giacoco. Non te l’aggio ditto ca vole composta d’agresta?

Pedante. Dii immortales, ubique sunt angustiae!

Giacoco. È lo vero ca a Vico so ragoste.

Pedante. Dov’è quel teutonico che mi ricevè prima in questo ospizio?

Giacoco. O che arraggie, che tante tente tonte! Tu sbarii, poveriello.

Pedante. Dico «teutonico», cioè germano, idest todesco. Germani sunt Germaniae populi, e sono detti «teutonici» dal lor dio detto Teviscone.

Giacoco. Che ne volimmo fare nui de ssi chiáiti? chi t’addomanna chesse cincorane?

Pedante. Se non mi trovate la mia figliuola e la balia, tanto vociferarò che i miei stridi giungeranno ad astra coeli.

Giacoco. In casa mia non c’è astraco nè astraciello.

Pedante. Io lasciai qui mia figlia per arrabone. [p. 349 modifica]

Giacoco. Mienti pe la gola, ca nui non arrobbammo. O povero Iacoco, dove si’ arreddutto! Tu mi faressi venire li parasisimi.

Pedante. Ecco mi trovo afflitto da tante contumelie; sed «patienter ferre memento». O l’aria di Napoli è tanto ottusa che ottunde gli anfratti auriculari che non vogliono intendere, overo hanno qualche cacademone nel capo.

Giacoco. È lo vero che tu hai no demonio che te caca nduosso; e se me ntrattengo troppo con tico, che quarcuno non cache ncuollo a mene. Se si’ spiritato, fatte nciarmare.

Pedante. Me Dius fidius, che io dubito non avere scambiato la casa. Ecco quella domuncula che minitava ruina, ecco il caprifico nel muro; veramente che questo è il diversorio.

Giacoco. Lo guae che te attocca, qua non ci è diverso olio nè diverso aceto, nè manco c’è alluorgio che suoni diverse ore; non me buoglio scelevrar chiú con tico.

Pedante. Questo era il Cerriglio; e qualche diavolo l’averá fatto trasmutare in casa.

Lardone. Andiancene, padrone, che quello medesimo negromante queste parole non le facci diventare tante bastonate, come ha fatto diventare pur quei fegadelli e salsicce. (Oimè, che tutta questa negromanzia caderá sopra di me! Giacomino s’ara goduta Altilia, Cappio Lima, e s’averanno divorato tutto l’apparecchio, che io, che son stato il mezano del tutto, resto senza mangiare e senza dormire. O salsicce, come mi sète fuggite da bocca; o vini, dove sète abissati! Son diventato un Tantalo, che il mangiar gli sta sopra il naso e il vino sotto le labbra, e quando vuole, il mangiare fugge e cosí il bere).

Giacoco. Olá, casa mia è deventata Cerriglio, o lo Cerriglio è deventato la casa mia; o io so diventato lo tavernaro dello Cerriglio, o lo tavernaro dello Cerriglio è deventato me. Chesta è cosa proprio da crepare e ridere; mai m’è accaduto cosa ntutto lo tiempo della vita mia commo chesta d’oie.

Pedante. Lardone, che mastichi in bocca?

Lardone. Mastico quelli fegadelli, salsicce e pastoni che mi son fuggiti dalla bocca. [p. 350 modifica]

Pedante. Perder le robbe non saria molto, ma perder la figlia! L’ira mi rode i precordi. Questa non è taberna, ma postribulo e lupanare.

Giacoco. La casa mia non è taverna chiú, ma centimmolo e panara; da cca a n’autro poco deventará no fiasco. O Celo, ca zeccafreca è chisto?

Pedante. Di cosí nefando atto vuo’ che ne resti memoria ne’ secoli futuri.

Giacoco. Chiappino, fa’ sta caretate, porta chisto all’osteria dello Cerriglio, perché averá scagnata la taverna. Guai e maccaruni se voleno mangiare caudi caudi; e se non se ne vuole ire, dalle quarche manomerza.

Cappio. Andiamo, ch’io vi condurrò al Cerriglio.

Lardone. (Io l’attaccarei al calendario; lui ha mangiato e bevuto, e a me toccará lavar le scudelle, succhiar il brodo e votar i fondi de’ fiaschi. Prego il Cielo che i maccheroni diventino strangulatori, e il vino foco. Ahi, ch’io pensavo burlar altri, e io resto burlato!).

Pedante. Non vidi hominem di maggior pasto nè di minor fatica di te.

Cappio. Ecco il Cerriglio; battete e vi sará aperto.

Lardone. Tic, toc, tic.

SCENA VIII.

Tedesco, Pedante, Lardone.

Tedesco. Chi battere le porte delle nostre ostellerie?

Pedante. Tito Melio Strozzi gimnasiarca!

Tedesco. Non capire tante gente le nostre ostellerie.

Pedante. Sono solo e un famulo.

Tedesco. Se avere fame, ire in altra parte; qua avemo poche robbe.

Pedante. Aprite, dico, le ianue a Tito Melio Strozza gimnasiarca.

Tedesco. Mi non aprire le porte a Tutto Merda Stronze de patriarche. [p. 351 modifica]

Pedante. Aprite al gazofilazio delle dottrine.

Tedesco. Andare alle forche, parlare oneste!

Pedante. Aprite le valve ad un grand’uomo.

Tedesco. Nostre ostelerie non capire la barba d’un grande omme.

Pedante. Ho una rabbia exardescente che mi bolle nell’arterie.

Tedesco. Volere aprire mie porte con l’artellerie?

Pedante. Infringerò i cardini e farò patefacere le valve.

Lardone. Non battete piú. Non udite che cala per le scale?

Tedesco. Ecco aperte. Dove stare quel grande omme?

Pedante. Io son quel grande uomo.

Tedesco. Tu stare picciolette. Tu stare quel Tutto Merda Stronze de patriarche?

Pedante. Ti ho detto il prenome, nome, cognome e officio. Tito» è il prenome, «Melio» il nome, «Strozzi» il cognome, gimnasiarca» l’officio; e se non son grande di corpo, son grande nella dottrina e la rettorica.

Tedesco. Non stare bene, non avere bisogne de’ rottori.

Pedante. Datemi la mia sobole...

Tedesco. Qua non avere né sorbole né nespole, ...

Pedante. ... insieme con la balia.

Tedesco. ... né ci stare bálice né stivale.

Pedante. Nil aliud volo.

Tedesco. Dicere che volo e tu stare fermo.

Lardone. Tacete se volete, e lasciate parlare a me, corpo del mondo! parlate con gli osti come se parlaste con i scolari. Diteci, oste, avete in questa vostra osteria una donzella con una vecchia, che abbiamo lasciato qui, quando siamo tornati a dietro a portar l’altre robbe?

Tedesco. Nelle ostelerie non stare putte, vecchie, né merdate. Andate a fare i fatti vostri.

Lardone. Almeno dateci alloggiamento, che a quest’ora non abbiamo dove a dar di capo.

Tedesco. Alla fè, non capere altre gente: tutto star pieno de passaggieri. [p. 352 modifica]

Lardone. Dateci almen da mangiar, per amor de Dio.

Tedesco. Nè per amor delle diable.

Lardone. Rispondete almeno.

Pedante. L’uscio che ci ha serrato nel volto risponde per lui.

SCENA IX.

Pedante, Lardone.

Pedante. Questo incontro m’ave acceso una face arsibile intorno al core, perché per mio solo dedecore m’ha serrato l’uscio sul volto. Sarò propalato per infame per tutto il mondo.

Lardone. Anzi per mio, perché mi publica per un affamato.

Pedante. A te pare cosí?

Lardone. Anzi è cosí, e non mi pare; perché io son quello che resto morto di fame e di sonno.

Pedante. Anzi, a tutti due; e tutti due restiamo affrontati e di affronto grande: a me per le donne e a te per la fame.

Lardone. A me non dá pena l’affronto della donna, ma perché mi muoio di fame.

Pedante. Il carico fatto a me è fatto al piú famoso uomo del mondo.

Lardone. S’il carico è fatto al piú famoso, dunque è fatto a me che sono ora il piú famoso uomo del mondo e di quanti affamati fur mai.

Pedante. Mai dal mio nemico sidere m’accadde cosa come questa.

Lardone. Nè a me mai verrá questa notte in fantasia, che il mio stommaco non si risenta.

Pedante. Si dirá per tutto il mondo che Tito Melio Strozza gimnasiarca ha perduto la figlia con la balia, si scriverá per le gazzette, e i scrittori de nostri tempi lo scriveranno per l’istorie; né io potrò piú comparir fra letterati.

Lardone. Il manco pensiero che hanno i letterati di questi tempi è di scrivere i fatti tuoi. [p. 353 modifica]

Pedante. Il tuo male con una ricetta si guarirá.

Lardone. E quale?

Pedante. «Recipe due capponi, l’uno arrosto e l’altro boglito, cento ova dure, due rotuli di carne di vitella, un piatto di maccheroni; pongasi in una pignatta e boglia a sufficienza; quattro fiaschi di vino: et fiat cibus et potus».

Lardone. Con manco di questo si guarirá il tuo male. «Recipe colla di carniccio, bianco d’un uovo, un poco di litargirio; faccisi impiastro con stoppa di cánnevo; pongasi sopra la rottura e subito consolidarassi».

Pedante. Da questa massima ne segue: ho perduto la figlia, ergo, igitur, è stata violata; e io ne resto disperato.

Lardone. Disperati son quelli che l’han trovata; che subito gli verrá in fastidio, che doppo il fatto, se avessero il pozzo appresso, ce la buttarebbono dentro, che non è peggio mercanzia che di femine.

Pedante. Ti par poco essermi tolta una figlia?

Lardone. Ti par poco esser restato io senza mangiare e senza dormire, che non sarebbe altro che sotterrarmi vivo?

Pedante. Perché sei un forfante che ad altro non pensi che mangiare.

Lardone. Come si parla di mangiare e di bere, sono un forfante; come non darmi da mangiare e bere, son piú che fratello carissimo.

Pedante. Ti vorrei attaccar la bocca con una cannella piena di vino e lasciarti bere fin che crepassi; e dire: — Vinum sitisti, vinum bibe.

Lardone. O che crepar dolce!

Pedante. Il furto della figlia a chi «habet acetum in corde» importa l’onore.

Lardone. Lo star senza mangiare importa la vita, che è piú dell’onore: si può vivere senza l’onore, ma non senza mangiare. Da questo mondo non se ne ave altro se non quanto ne tiri con i denti.

Pedante. Ergo, igitur, absque dubio, poco importa l’onore.

Lardone. Le leggi dell’onore son fatte per i cavalieri e [p. 354 modifica]prencepi, re e imperatori, e appena se ne curano; perché vuoi curartene tu?

Pedante. Chi son questi reggi e imperadori?

Lardone. La regina Didone, come ho inteso da voi leggere a’ scolari.

Pedante. Mente per la gola Virgilio, mente e rimente per guttur quante volte lo vuol dire overo l’è passato per la fantasia: che Didone fu una regina onorata, né mai si ritrovò a solo a solo con Enea in quella spelonca; e io lo vuo’ mantenere con lo filo e la punta della penna contro qualsivoglia letterato che lo voglia dire.

Lardone. Poco importa questa disfida alla mia fame, e ad ogni parola fare una disputa.

Pedante. Il parlar teco troppo familiare causa il minuspretio: omnis familiaritas parit contemptum; ma sempre che parlerai meco senza licenza, vuo’ cavarti un dente.

Lardone. Vorrei piú presto perdere un diamante che un dente. Ma io merito questo e peggio. Venir da Salerno a piedi a preparare l’alloggiamento, e restar con una bocca secca come avesse mangiato presciutto!

Pedante. Te hai bevuto un semisestante di vino e mangiato tanto. Ti par poco onore mandarti al «senatus populusque romanus» a fargli intendere che viene il primo letterato di questo secolo a far reviviscere e repullular le ossa giá incenerite e far sorgere dalle tombe i Varroni, i Ciceroni, i Salusti e i Cantalici e gli altri grandi nella greca e latina lingua; e aprir un luculentissimo gimnasio? ...

Lardone. E che sapete ben correre alla quintana.

Pedante. ... Sederai meco a tavola, beverai al mio bicchiero e del vino che bevo io, e seraimi compagno nello Studio: questo onor ti fará glorioso fin alla fin del mondo. ...

Lardone. Io non ho bisogno ingrammaticarmi; e questi onori dalli ad altri che li desiderano; che io vuo’ piú tosto mangiarmi una cipolla, una radice e ber vin che senta di muffa, quando ho appetito, e a mio modo, e dormir solo in terra e trar corregge a mio modo; starei piú tosto in galea che nel tuo Studio. [p. 355 modifica]

Pedante. ... Sedendomi appresso, questa mia venerabil toga ti onorerá e ridonderá in tua gloria, che mai dall’edace tempo ti fia consumpta.

Lardone. O Cielo, che mirabil nuovo genere di pazzia ave occupato il cervello di costui! Non è piú dolce boccone che beccarsi il suo cervello.

Pedante. Parli da quel che sei, cioè una bestia; e io sono una bestia, che d’un asino vogli farlo diventar cavallo. Il dedecore m’ha transverberato il core. Ma ricogliamoci in qualche luogo e dormiamo insino a giorno.

Lardone. Or questo no.

Pedante. Lasciami dire.

Lardone. Non voglio ascoltare.

Pedante. Nil melius sobrietate.

Lardone. Nil peius affamatione.

Pedante. Io non intendo questa tua grammatica.

Lardone. Nè io la tua.

Pedante. Dimmelo in volgare.

Lardone. Non si trovano parole per dichiararlo.

Pedante. Se vuoi rispondere ad ogni cosa, non finiremo questa notte. Ma sta’ di buona voglia.

Lardone. Come posso, morendo di fame, star di buona voglia?

SCENA X.

Limoforo, Lardone, Pedante, Antifilo.

Limoforo. Sento lamenti.

Lardone. È segno ch’hai orecchie.

Limoforo. È segno d’uomo sconsolato. O uomo da bene!

Lardone. Questo nome di uomo da bene non fu mai in casa mia, e io sono il primo di questo nome.

Limoforo. Consolati.

Lardone. Come può consolarsi chi non ha niuna speranza di consòli? [p. 356 modifica]

Limoforo. È troppo gran miseria viver senza speranza di consòlo.

Lardone. Però son discontento e ne disgrazio tutti i consóli.

Limoforo. Non pianger dunque.

Lardone. Piango per sfogar la mia disgrazia e per morire.

Limoforo. Meglio è che ti consoli da te stesso che esser consolato da altri: abbi pazienza.

Lardone. La pazienza non è rimedio da far passar la fame.

Antifilo. (La fame? non sará altri che Lardone). O Lardone!

Lardone. Mai fui manco Lardone che ora: è scolato il grasso e ci è rimasta a pena la cotica.

Antifilo. Se non sei Lardone, sarai lo spirito suo.

Lardone. E il spirito è quello che ti risponde, che il corpo è giá morto.

Antifilo. Che cosa è del maestro?

Lardone. Eccolo qui in carne e ossa.

Antifilo. Sète qui voi, o mio caro maestro?

Pedante. Ille ego, qui quondam... .

Antifilo. E voi sète il mio maestro?

Pedante. Ipse ego, ipsissimus sum: io son quello che voi volete, absumpto nel pelago delle miserie.

Antifilo. Oh quanto ho desiderato di servirvi! Come a questa ora di notte vi veggio in questa disgrazia?

Pedante. Anzi per mia grazia disgraziato, o optatissimo Antifilo.

Limoforo. Non vi disperate; che mai viene disgrazia che non trovi la porta aperta per la grazia che segue.

Pedante. Mi son partito da Salerno con sinisterrimo auspicio Romam versus, per far quivi stupir il mondo della prestanza della latina e greca lingua. ...

Lardone. Val piú un bicchiero di vin latino o greco che tutta la tua dottrina.

Pedante. ... E da Cicerone in qua non è stato maggior uomo che sono io. Oh quanto perde Roma e l’Italia tutta, se si perde un par mio.

Antifilo. Maestro, potete venir a dormir e cenar meco. [p. 357 modifica]

Pedante. Obsecro te dalla base del cuore venerabondo, e revoluto a’ tuoi piedi, accetto la grazia che la necessitá me la fa accettare, e me ne congratulo.

Lardone. Io per dubito di non aver a restar senza cena e senza sonno, ero quasi morto.

Pedante. Tu non hai mangiato e bevuto tanto questa mattina?

Lardone. Quello è giá digesto.

Limoforo. Perché andar disperso a quest’ora?

Pedante. Lo saprete a bell’aggio in casa, ch’or sto «in cimbalis male sonantibus», che per disperazione volea buttarmi in un sarcofago.

Limoforo. Entriamo, che la porta è aperta.

Lardone. Questo incontro a un par mio? Quando io sperava questa notte empirmi lo stomaco a scorpacciate da taverna e scacciarmi la sete a salassate de bótti, mi trovo martorizzato dalla fame e abbrugiato dalla sete. Ah, Giacomino e Cappio, così m’avete tradito? M’avete talmente guasto lo stomaco che non basteranno quanti impiastri e medicine ha una speziaria a ristorarmelo; ma io non sarò tanto goffo che mi lasci morir di fame dentro un forno di pane né di sete in un magazzino di vino. Scoprirò il fatto ad Antifilo; e la gelosia l’infiammerá talmente alla vendetta che vedrò fulminar le spade su gli occhi e i pugnali su le gole fra loro. Scommodando gli amori di Giacomino, accommodarò il mio stomaco. Devo io osservar fede a chi mi manca di fede? Io intanto apparecchiarò le scuse e le gambe per sfrattar la campagna, e al peggio le spalle alle bastonate. Vuo’ piú tosto morir satollo e da forfante che morirmi di fame e da uomo da bene.