La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto primo/Scena IV

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Atto primo. Scena IV

../Scena III ../../Atto secondo/Scena I IncludiIntestazione 10 febbraio 2012 100% Teatro

William Shakespeare - La tempesta (1611)
Traduzione dall'inglese di Andrea Maffei (1869)
Atto primo. Scena IV
Atto primo - Scena III Atto secondo - Scena I
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FERDINANDO nel fondo della scena, ed ARIELE


invisibile che suona e canta



                     
                     canto d’ariele.
                 Qui Spirti! A questa bionda
                     Marina sponda,
                     Presi per man, volate!
                 Voi, voi che de’ marosi,
                     Cogli amorosi
                     Baci, il furor placate;
                 Venite qui! tessete
                     Caròle, e liete
                     Canzoni modulate.
                 Udite! udite!
                     Questo è il latrato
                     Del guardïano
                     Vigile alano.

                       spiriti.
                 (da parti diverse).
                 «Bai! bai!»

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                        ariele.
                          Sentite!
               Strilla il crestato
                    Nunzio del dì:
                    «Chicchirichì!»

                       ferdinando.
Onde vien questo canto? è dalla terra
O dall’aria?... Cessò. Di certo al dio
Di quest’isola è sacro. Io m’era assiso
Sovra un banco di sabbia, e di mio padre
Piangea la morte; ed ecco uscir dal mare
Un’armonia che n’addolcì lo sdegno,
E insieme il mio dolor. Fin qui la voce
Ne seguitai.... Che dico? ella m’ha tratto,
Ella fin qui, poi tacque.... or ricomincia....

                        ariele.
Dieci tese tuo padre s’affonda
    Giù nel mare. Coralli son l’ossa,
    Perle gli occhi: di lui non ha l’onda
    Parte alcuna che strugger si possa.
Sangue e fibre gli muta in tesori
    L’onda amara, e gl’intuonano l’inno
    Della tomba le figlie di Dori.
    Non ne ascolti il pietoso tintinno?

                          coro.
                       (invisibile).
Tin! tin! tin!

                       ferdinando.
                         Questo canto, ah, mi ricorda
Del naufragato padre mio! Non esce

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Da labbro d’uom. Non può la voce umana
Sì care note modular.... Sul capo
Ora il canto mi sta.
 (Prospero e Miranda s’accostano al luogo dove sta Ferdinando.)
                       prospero.
                                       Degli occhi tuoi
Le cortine or solleva, e dimmi, o figlia,
Ciò che vedi colà.

                       miranda.
                             Ciel! che mi appare!...
Padre, padre! uno Spirto!... Oh come volge
Gli sguardi in giro!... Grazïoso aspetto,
Ma, non altro che Spirto.

                       prospero.
                                     Erri, fanciulla!
Egli, dorme, si ciba, ed ha gli stessi
Sensi che abbiamo noi. Quel giovinetto
Che ti sta sotto gli occhi, era pur dianzi
Sulla nave, e se il mare e se il cordoglio,
Cancro della bellezza, impallidito
Non lo avesse così, tu lo potresti
Dir con dritto avvenente.

                       miranda.
                                         Ed io vorrei
Dirlo un nume. Fin qui nella natura
Cosa più bella non mirai.

                       prospero.
                      (fra sè e sè.)
                                              Seconda
Tutto i miei desiderii.
                       (Ad Ariele.)

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                                        Al terzo giorno
Libero tu sarai, mio benamato
Arïel.
                      ferdinando.
                 (avvedendosi di Miranda.)
             Tu la diva, a cui sonaro
Quelle dolci armonie, per fermo sei.
Dimmi, se il prego mio non t’è molesto,
In quest’isola alberghi? Ove ciò fosse,
Dammi lume, consiglio; e pria fa’ pago
Il mio più vivo desiderio: uscisti,
Miracolo gentil, da grembo umano?

                       miranda.
Miracolo, o Signore? Una fanciulla
Sono e non più.

                      ferdinando.
                            Gran dio! La mia favella!
Se la terra mi avesse ov’ella suona
Sarei di tutti il primo: oh non ne fossi
Così lontano!

                       prospero.
                                Il primo tu? Ma quale
Stupor sarebbe il tuo se l’uom che tiene
Di Napoli lo scettro ora ti udisse?

                      ferdinando.
Meraviglia n’avrebbe, e non minore
Della mia, nell’udirti a far parola
Di quel re che mi ascolta e spreme il pianto
Dal ciglio mio. Di Napoli lo scettro
Solo, ahi lasso! ora io tengo. Ho con quest’occhi,

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Che non ponno asciugarsi, il re mio padre
Veduto ad affogar.

                       miranda.
                                       Pietà del cielo!

                      ferdinando.
Si, co’ seguaci suoi veduto ho il padre
Sprofondar nell’abisso, e insiem con esso
Il duca di Milano e il valoroso
Figlio di lui.

                       prospero.
                             Smentir (ma non è questa
L’ora opportuna per gittar parole)
Il duca di Milano e la sua degna
Figlia ben ti potrebbero.
                     (Fra sè e sè.)
                                           Lo sguardo
Di primo tratto si scambiàr. ― Gentile
Arïel, sarai libero!
                         (Forte.)
                           M’udite,
Signor! Che grave danno i detti vostri
Recassero a voi stesso ho gran sospetto....

                       miranda.
Perchè mai gli favella il padre mio
Con tanta acerbità? La terza è questa
Figura umana che vegg’io; la prima
Però che m’innamora. Oh, possa il padre
Provar quel senso di pietà ch’io provo!

                      ferdinando.
Se fanciulla voi siete, e d’altri affetti

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Libero è il vostro core, io v’offro il trono
Di Napoli....

                       prospero.
                              Signor, non tanta fretta!
Un motto, un motto ancor.
                     (Fra sè e sè.)
                                       Già sono avvinti
Del nodo istesso; ma tardarne io penso
Con inciampi la foga, acciò che troppo
Non ne sia dalla facile vittoria
Scemato il pregio.
                         (Forte.)
                              Ascolta! Io di seguirmi
T’impongo. Non è tua questa eminente
Dignità che ti dài, ma qui venisti
Qual vile esplorator col chiuso intento
Di farti di quest’isola signore,
Involandola a me.

                      ferdinando.
                              No! non è vero!
Non è, vel giuro, come un uom son io.

                       miranda.
Non può nulla di tristo, oh no, mio padre,
In quel tempio abitar. Se fosse asilo
D’anima così prava, anche le buone
Vorrebbero albergarvi.

                       prospero.
                     (a Ferdinando.)
                                     Or su! mi segui!
                      (A Miranda.)
E tu di questo traditor non farti

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Più la difesa. Andiam!
                     (A Ferdinando.)
                                      Vo’ collo e piedi
Stringerti di catene. Acqua di mare
La tua beva sarà, lumache il pasto,
Buccie di ghianda ed aride radici.

                      ferdinando.
No, fin che il braccio non mi senta oppresso
Da più forte avversario, un tal governo
Voi di me non farete.
     (Cava la spada. Un incanto gli toglie ogni moto.)

                       miranda.
                                        O caro padre,
Non porlo a tali prove! ha cor ben nato
Quanto animoso.

                       prospero.
                           Oh come! al padre insegni?
                     (A Ferdinando.)
Nel fodero la spada! Oh ben le viste
Fai tu di spadaccin, ma non ardisci,
Perchè troppo colpevole ti senti,
Colpo ferir. T’arrendi! A disarmarti,
A far che il brando dalla man ti caggia,
Basta un tocco di verga.

                       miranda.
                                     Io ti scongiuro,
Padre!...

                       prospero.
                      Via, via di qua! non appiccarti

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Tanto a’ miei panni!

                       miranda.
                          Oh grazia, grazia! Io t’entro
Per lui mallevadrice.

                       prospero.
                                          Un detto solo
Che io t’oda ancora proferir, potrebbe
Farti segno al mio biasmo e all’odio forse.
Come? difendi un traditor.... Silenzio,
Dico!... Ma pensi tu che di tai forme
L’unico ei sia perchè lui solo, e solo
Calibano vedesti? O crëatura
Stolta! Non è costui, nella sua specie,
Che un Calibano, e gli altri, o la gran parte
Di loro, angeli sono al suo paraggio.

                       miranda.
Solo a questo ch’io veggo il cor mi tira,
Nè d’uomini più belli il mio modesto
Desiderio mi punge.

                       prospero.
                              Orsù, mi segui,
Ed obbedisci!
                     (A Ferdinando.)
                   I tuoi nervi son fiacchi
Come a’ dì della infanzia: ogni vigore
Ti lasciò.

                      ferdinando.
                Vero, ah troppo! Un nodo allaccia
La mia possa vital come in un sogno.
Pure e il fin di mio padre, e la fiaccchezza

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Ch’io sento e il miserabile naufragio
De’ miei compagni, e di costui, che forza
Mi fa, la voce minacciosa, un peso
Soave a me saria sol ch’io potessi
Mirar da’ miei cancelli ogni mattino
Questa fanciulla. Oh sì! che si diffonda
La libertà per quanto ampia è la terra,
Spazio di questo carcere più vasto
Desïar non mi posso.

                       prospero.
                      (fra sè e sè.)
                                 A meraviglia!
                         (Forte.)
Vieni!
                       (Ad Ariele.)
             Bell’opra fu la tua, mio bello
Arïel!
                         (Forte.)
              Vieni, ti ripeto!
                       (Ad Ariele.)
                                    Ascolta
Ciò che far devi tu.
       (Parla in segreto all’invisibile Ariele.)

                       miranda.
                           Non v’accorate,
Signor! sensi più miti ha il padre mio
Che non mostrano i detti. Al tutto nuovi
Mi son questi suoi modi.

                       prospero.
                       (ad Ariele.)
                                      Oh, tu sarai

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Libero come l’aria in vetta al monte,
Pur che fedele esecutor ti faccia
Di quanto io ti dicea.

                        ariele.
                               Non una sola
Sillaba obblierò.

                       prospero.
                       (a Miranda.)
                        Vieni! ― Ti guarda
Dal gittar per quest’uomo altre parole.









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