La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto terzo/Scena I

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Atto terzo. Scena I

La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto secondo/Scena II La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto terzo/Scena II IncludiIntestazione 10 febbraio 2012 100% Teatro

William Shakespeare - La tempesta (1611)
Traduzione dall'inglese di Andrea Maffei (1869)
Atto terzo. Scena I
Atto secondo - Scena II Atto terzo - Scena II
[p. 315 modifica]

Di contro alla grotta di Prospero.


                     ferdinando.
        (porta sul dorso un tronco d’albero).
Vi son diporti faticosi e care
Fatiche, abbiette cure, a cui sopporci
Possiam con nostro onore; e raro il caso
Non è che ad alto fin la più vulgare
Di lor ne guidi. Se colei ch’io servo,
L’alito della vita a quanto è morto
Non infondesse, intollerabil cosa
Questo ignobile officio a me saria.
Ma dieci volte amabile è la figlia
Più che villano il padre suo, non d’altro
Che di fele pasciuto. Il suo comando
Crudel vuol che nel bosco un buon migliajo
Di tai ceppi io raccolga e li accatasti.
Quando al duro lavor quella soave
Creatura mi vede, umidi ha gli occhi,
E sospira così: «Non fu commessa

[p. 316 modifica]

A più nobile man più vergognosa
Opra di quella.» ― Ma l’incarco mio
Tardando io vo. Questi cari pensieri
M’infondono vigore, e lieve il grave
Peso mi fanno.

(Entrano MIRANDA, e PROSPERO invisibile

e un po’ discosto.)




                         miranda.
                         Oimè! non v’affannate
Tanto, ve ne scongiuro. Inceneriti
Qualche fulmini avesse i maladetti
Tronchi che d’ammucchiar vi si condanna!
Giù, giù quel peso, e respirate. Al foco
Che sieno i ceppi gemeran d’avervi
Faticato così. Mio padre in questo
Negli studi è sommerso, e vi potete
Riposar: non verrà pria della terza
Ora, ve lo assicuro.

                        ferdinando.
                                 Oh no, Signora!
Pria che si compia il mio lavor la luce
Morrà.

                         miranda.
                Qui, qui sedete! Io stessa il ceppo
Per voi, fra tanto, porterò. Vi prego,
Datelo a me. Sul cumolo degli altri
Lo porrò.

[p. 317 modifica]

                      ferdinando.
                   Nol consento, affettuosa
Anima! I nervi mi vorrei più tosto
Spezzar, rompermi il dorso anzi che starmi
Freddo, ozïoso osservator di tanta
Vergogna.

                       miranda.
                   A me quest’umile fatica
Quanto a voi si confà, ma tollerarla
Facilmente poss’io, giacchè vi metto
Quell’ottimo voler che manca in voi.

                       prospero.
Già comincia l’amore ad inveschiarti,
Mia povera augelletta! A me lo dice
Il vederti con lui.

                       miranda.
                              Voi siete oppresso.

                      ferdinando.
No, gentil mia Signora! Al vostro fianco
Mi parrebbe la notte un luminoso
Mattin. Ma voi chi siete? il vostro nome
Qual’è? Fate ch’io l’oda, acciò lo possa
Mormorar nelle mie sante preghiere.

                       miranda.
Miranda. ― O Ciel! che dissi? Ho trasgredito
Al tuo precetto, padre mio. ―

                      ferdinando.
                                           Miranda!
Ammirabile in vero! Il fior di tutte
Le maraviglie, nè tesoro il mondo

[p. 318 modifica]

Più bello e prezïoso in sè racchiude.
Con un senso di gioja io contemplai
Molte care fanciulle, e l’armonia
De’ loro accenti il mio facile orecchio
Spesse volte allacciò! Virtù diverse
M’invaghiro di lor, però nessuna
Coll’anima ne amai, perchè mi parve
Ne oscurasse le grazie alcun difetto.
Ma voi così perfetta, unica voi,
Siete di quante creature han vita
Mirabile compendio.

                       miranda.
                           Io non conosco
Del mio sesso che me. Fin or non vidi
Sembianza femminil fuor che la mia
Dallo specchio riflessa; e similmente
Forma non m’apparì che dir potessi
«Ecco un uom» se non voi, mio buon amico,
Se non l’amato padre mio. M’è scuro
Come siano i viventi in altro loco.
V’assicuro però sulla innocenza
Mia, la sola ricchezza, il sol giojello
Della mia dote, che compagno in terra
Fuor di voi non desio. No! figurarmi
Volto umano io non so che più del vostro
Potessi amar. Ma garrula ed incauta
Troppo io mi faccio, e intanto i saggi avvisi
Del padre obblio.

                      ferdinando.
                          Miranda! un prence io sono,

[p. 319 modifica]

Ed or (che Dio nol voglia!) un re mi credo.
Dirvi intendo con ciò che non vorrei
Patir questo vilissimo servaggio
Più d’un insetto che la guancia o il labbro
Mi venisse a ferir. Miranda! io v’apro
L’animo mio. D’allor che vi mirai,
Come schiavo a sovrana, a voi s’è volto
Tutto il mio cor; chè ceppi al pie’ mi diede
Sol la vostra virtù. Se mi vedete
Boscaiol pazïente è sol per lei.

                       miranda.
Mi amate?

                      ferdinando.
                   O terra, o ciel! Voi testimonj
Siatemi; e i voti miei, se il vero io dico,
D’un evento felice incoronate.
Ma volgetemi in danno il ben che spero
Se menzogna è la mia. Miranda, io v’amo
Si, v’esalto, v’onoro oltre le cose
Tutte dell’universo.

                       miranda.
                              Io son pure folle!
Piango della mia gioja!

                       prospero.
                                  O bello incontro
Di due teneri cuori! A piene mani
Piovi le grazie tue su questo amore
Nascente, o ciel!

                      ferdinando.
                            Miranda, a che piangete!

[p. 320 modifica]

                       miranda.
Piango perchè d’offrirvi io non son degna
Quanto darvi vorrei perchè non oso
Ricevere da voi, ciò che la vita,
Quando priva io ne fossi, a me torrìa.
Ma qual bimba son io? più che m’ingegno
Nascondere il mio cor, più vel paleso.
Lungi dunque da me questi artifici
Miseri, peritosi, e tu, tu sola,
Pura innocenza, mi consiglia. Sposa
Vi sarò, se il bramate; e se per tale
Non mi volete, ne morrò, ma sempre
Umil soggetta vostra. Ah! ben potete
Rifiutarmi a compagna, io non per tanto
Voglio, benchè respinta, esservi ancella.

                      ferdinando.
Dite la donna mia, la mia regina,
Ed io fino alla tomba a’ piedi vostri
Come in quest’ora.

                       miranda.
                              Sposo mio?

                      ferdinando.
                                           Tuo sposo
Si, cara, e col desio del prigioniero
Per la sua libertà. ― Qui la tua mano!

                       miranda.
Eccola e col mio core!... Addio! Fra poco
Rivederci potrem.

[p. 321 modifica]

                      ferdinando.
                               Mille e poi mille
Volte addio.
           (Ferdinando e Miranda partono.)
                       prospero.
                      Pieno il core aver non posso
Di quella gioja che v’inebria: nulla
Mi sapria nondimen render più lieto.
Corro ad aprire il libro mio, chè molto
Pria della cena da stricar mi resta.