La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto terzo/Scena II

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Atto terzo. Scena II

La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto terzo/Scena I La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto terzo/Scena III IncludiIntestazione 15 aprile 2012 100% Teatro

William Shakespeare - La tempesta (1611)
Traduzione dall'inglese di Andrea Maffei (1869)
Atto terzo. Scena II
Atto terzo - Scena I Atto terzo - Scena III
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Altra parte dell’isola.


STEFANO e TRINCULO.
CALIBANO li segue col fiasco.


                       stefano.
Non cianciarmene più. Quando la botte
Sarà vuota del tutto, acqua beremo.
Ma pria non una goccia. In aria il fiasco,
Spicciati! e mesci alla salute mia.
Bevi, mostro, mio servo.

                       trinculo.
                                      Il mostro servo
Suo? Ben è questa l’isola de’ matti.
Vuolsi che più di cinque abitatori
Non abbia, e tre siam noi; se gli altri due

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Son del nostro cervello, affè lo Stato
Vacilla.

                       stefano.
                   Mostro, servo mio, tracanna
Quand’io te lo comando. Entrati gli occhi
Ti son quasi nel capo.

                       trinculo.
                                  E dove, in grazia,
Tu li vorresti? Un mostro assai bizzarro
Saria, se gli occhi nella coda avesse.

                       stefano.
Annegata nel vino è la favella
Del mostro mio. Che me lo stesso mare
Possa annegar, non credo. Io, ve lo giuro
Per la luce del di, varcai nuotando,
Pria di giungere a proda, un trentacinque
Leghe. Tu mi sarai locotenente
E signifero, o mostro.

                       trinculo.
                                     Un tentennino
Qual è mal porterebbe il gonfalone.
Meglio locotenente.

                       stefano.
                              Andar di trotto,
Ser mostro, non possiam.

                       trinculo.
                                        Neppur di passo,
Ma chiotti sulla terra a mo’ di cani
Sdrajatevi e tacete.

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                       stefano.
                             Animalaccio!
Rispondimi una volta. Un mostro buono
Sei tu?

                       calibano.
               Come ti va, mio grazïoso
Signor? Lascia che i sandali io ti lecchi.
                 (accennando Trinculo)
Costui non vo’ servir; non ha valore
Costui.

                       trinculo.
                Mostro ignorante e menzognero!
Saprò farti veder come azzuffarmi
Poss’io con uno sgherro. Orsù favella,
Sozzo pesce! dar titolo di vile
Oseresti ad un uom che tanto vino
Beva, quant’io ne bevvi in questa mane?
Bugia marcia è la tua, schifoso impasto
Di pesce e d’uomo.

                       calibano.
                                Signor mio, tu senti
Quali ingiurie mi scaglia, e lo comporti?

                       trinculo.
«Signor mio» lo chiamò? Può darsi un mostro
Di sì poco cervel che un tal beone
Dica Signor?

                       calibano.
                       Lo intendi? egli ripiglia.
Mordilo fin che muoja.

                       stefano.
                                     Alla tua lingua

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Poni freno, Trinculo; e se la parte
Vuoi far d’attaccabrighe, al più vicino
Ramo t’appenderò. La è mia vassalla
Questa povera bestia, e non sopporto
Che un pelo a lei si torca.

                       calibano.
                                    Oh, gran mercede,
Mio nobile Signore! Ed or vorresti
La preghiera ascoltar che pria ti volsi?

                       stefano.
Ripetila in ginocchio. In pie’ fra tanto
Starem Trinculo ed io.
              (Entra Ariele invisibile.)

                       calibano.
                                 Son, come dissi,
Schiavo d’insopportabile tiranno,
E per giunta stregon, che con incanti
Di questa terra mi spogliò.

                        ariele.
                                        Tu menti!

                       calibano.
Menti tu, brutta scimia. Io pur vorrei
Che per sempre lo spaccio il mio Signore
Ti desse alfine. Mentitor non sono.

                       stefano.
Se di novo interrompi il suo racconto,
Trinculo, io nella gola a te conficco
Un bel pajo di denti.

                       trinculo.
                                A me? che dissi
Mai?

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                       stefano.
            Non fiatar!
                      (A Calibano.)
                           Tu segui!

                       calibano.
                                           Io vi dicea
Che per arte infernal di questa terra,
Già mia, prese il dominio. Or se vendetta
Farne l’Altezza tua... perchè coraggio
Hai tu, ma non costui.

                       stefano.
                                  Vero, stravero.

                       calibano.
Tu Signor di quest’isola saresti,
Io servo tuo.

                       stefano.
                      Ma come far? La guisa
Mostrarmene sai tu?

                       calibano.
                                Si! Nelle branche
Tel porrò mentre dorme, e tu potrai
Piantargli un chiodo nella fronte.

                        ariele.
                                           Menti!
Nol potrà.

                       calibano.
                  Ma qual tanghero dipinto,
Ma qual lordo palton? Lo picchia, Altezza,
Ti prego, e il fiasco dalla man gli strappa.
Quando più non lo tegna, acqua di mare

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Bersi dovrà, chè le dolci sorgenti
Non vorrò già mostrargli.

                       stefano.
                      (a Trinculo).
                                    Orsù! ti guarda
D’aprir più bocca: se t’arrischi ancora
D’interrompere il mostro, io, vedi! all’uscio
Metto la pazïenza, e ti trasformo
In mummia di merluzzo.

                       trinculo.
                                  E che t’ho fatto?
Or ben, da voi mi scosto.

                       stefano.
                                  E ch’egli mente
Detto or ora non hai?

                        ariele.
                             Tu menti!

                       stefano.
                                            Io mento?
                        (Lo batte.)
Prendi! e se ciò ti garba, una mentita
Nova mi da’.

                       trinculo.
                    Nessuna io te n’ho data.
O che? senno ed orecchio hai tu perduto?
Maladetto quel fiasco! Ecco bei frutti
Del trincar senza modo! Che la peste
Colga il tuo mostro, e il diavolo ti storpi
Le dita.

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                       calibano.
                          (ride).
                Ah! ah!

                       stefano.
                      (a Calibano).
                           Tu segui il tuo racconto!
                      (A Trinculo.)
E tu stanne discosto; è per tuo meglio.

                       calibano.
Dagliene un’altra dose, ed una terza
L’avrà da me.

                       stefano.
                      (a Trinculo).
                      Via, dico!
                      (A Calibano.)
                                     E tu racconta.

                       calibano.
Usa, dopo il meriggio, io già tel dissi,
Sdrajarsi e riposar. Tu puoi nel sonno
Spaccargli il capo, ma pria de’ suoi libri
Privalo, bada ben! Con un troncone
Allor, se credi, infrangigli la tempia,
Sparagli il ventre con un palo, o meglio
Con un coltel gli sega il gorgozzule.
Ma di torgli que’ libri innanzi tratto
Non obblïar, però che in barbagianni,
Qual son io, se n’è privo, egli si muta,
Nè spirito verun più l’obbedisce.
Tutti al pari di me dal cor profondo
L’abborrono. Alle fiamme, io tel ripeto,

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Getta i suoi libri. Ha pur di begli arredi
(Così li appella) ed azzimar la casa,
Pur che l’abbia, ne vuol. Ma ciò che gli occhi
Più rapisce, innamora, è la stragrande
Beltà della sua figlia. Il padre istesso
Senza pari la dice. Io mai non vidi
Del sesso femminil fuor che mia madre,
Sicorace, e costei; ma quanto al basso
L’alto sovrasta, la fanciulla avanza
La mia madre in beltà.

                       stefano.
                              Da ver? Quella fanciulla
Bella è così?

                       calibano.
                    Così; te lo assecuro.
Del tuo talamo è degna, e vaga prole
Ti porterà.

                       stefano.
                  Torrò quell’uom di vita,
Me poi re di quest’isola, e reina
Farò la figlia sua (che Dio protegga
Le nostre Maestà!); voi finalmente,
Voi due, miei vicerè. ― Come ritrovi,
Trinculo, il mio pensier?

                       trinculo.
                                   Miracoloso.

                       stefano.
Porgimi la tua mano. Assai mi duole
D’averti offeso, ma tener la lingua
Stùdiati in avvenir.

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                       calibano.
                             Sarà tra poco
Prospero addormentato: hai risoluto
Di spacciarlo dal mondo?

                       stefano.
                                    Io te lo giuro
Sull’onor mio.

                        ariele.
                        (da sé).
                       Novella al mio Signore
Ne porterò.

                       calibano.
                    Qual gioja! In visibilio
Mi sento andar! Baldoria, olà baldoria!
Insegnami, o Signor, la canzonetta
Che or or canterellavi.

                       stefano.
                               A senno tuo,
Bel mostro! a senno tuo. Vien qui, Trinculo,
Accordianne le voci e insiem cantiamo.
                       (Cantano)
«Si giochi, si canti, si rida di lor;
Però che il pensiero v’è libero ognor.»

                       calibano.
Così l’aria non va.
  (Ariele suona l’aria col tamburello e col flauto.)

                       stefano.
                             Che suono è questo?

                       trinculo.
Gli è maestro Nessun che vien sonando
La nostra cantilena.

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                       stefano.
                            Un uom tu sei?
Nella vera tua forma a noi ti svela.
Un demonio sei tu? quella ti piglia
Che più t’aggrada.

                       trinculo.
                             I debiti m’assolvi,
Buon Dio!

                       stefano.
                   Paga ogni debito la morte.
Io non temo, e ti sfido!... Il Ciel m’assista!

                       calibano.
Paura hai tu?

                       stefano.
                       No, mostro.

                       calibano.
                                         E se l’avessi,
Cacciala, Signor mio. L’isola è piena
Di romori, di suoni, e d’amorose
Melodie che rallegrano, e non danno
Noia ad alcun. Talvolta un fragoroso
Tuon di mille stromenti odo rombarmi
Negli orecchi: talvolta una indistinta
Consonanza di voci, a tal che desto
Da lungo sonno allor allor, mi fanno
Di novo addormentar. Ne’ sogni miei
Veggo, o veder mi pare, aprirsi il grembo
Delle nubi, e mostrarmi una gran copia
Di tesori imminenti a riversarsi
Dal ciel sul capo mio, sì che, riscosso

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Da quella dolce visïon, mi sento
Gli occhi pieni di lagrime per voglia
Di risognar.

                       stefano.
                   Sarà come un Bengodi
Questo regno per me; voci e stromenti
Sempre a macca.

                       calibano.
                         Ma pria levar di mezzo
Prospero t’è mestier.

                       stefano.
                               Cura, pensiero
Non te ne dar.

                       trinculo.
                          La musica si scosta.
Seguiamla, e poscia al nostro affar. Precedi,
Mostro, e noi verrem dietro. Una gran voglia
Ben avrei di veder quel pifferista!
Lo ascolto ancora pifferar. ― Non vieni,
Stefano? Io m’incammino.
                        (Partono)