La vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta, per lui medesimo, in Firenze/Libro primo/Capitolo VIII

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Libro primo
Capitolo VIII

../Capitolo VII ../Capitolo IX IncludiIntestazione 24 giugno 2008 75% Autobiografie

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In questo tempo, avendo il mio fratello carnale minore di me dua anni, molto ardito e fierissimo, qual divenne dappoi de’ gran soldati che avessi la scuola del maraviglioso signor Giovannino de’ Medici, padre del duca Cosimo: questo fanciullo aveva quattordici anni in circa, e io dua piú di lui. Era una domenica in su le 22 ore in fra la porta a San Gallo e la porta a Pinti, e quivi si era disfidato con un garzone di venti anni in circa con le spade in mano: tanto valorosamente lo serrava, che avendolo malamente ferito, seguiva piú oltre. Alla presenza era moltissime persone, infra le quali v’era assai sua parenti uomini; e veduto la cosa andare per la mala via, messono mano a molte frombole e una di quelle colse nel capo del povero giovinetto mio fratello: subito cadde in terra svenuto come morto. Io che a caso mi ero trovato quivi e senza amici e senza arme, quanto io potevo sgridavo il mio fratello che si ritirassi, che quello che gli aveva fatto bastava; intanto che il caso occorse che lui a quel modo cadde come morto. Io subito corsi e presi la sua spada, e dinanzi a lui mi missi, e contra parecchi spade e molti sassi, mai mi scostai dal mio fratello, insino a che da la porta a San Gallo venne alquanti valorosi soldati e mi scamporno da quella gran furia, molto maravigliandosi che in tanta giovinezza fussi tanto gran valore. Cosí portai il mio fratello insino a casa come morto, e giunto a casa si risentí con gran fatica. Guarito, gli Otto che di già avevano condennati li nostri avversari, e confinatigli per anni, ancora noi confinorno per se’ mesi fuori delle dieci miglia. Io dissi al mio fratello: - Vienne meco - e cosi ci partimmo dal povero padre, e in cambio di darci qualche somma di dinari, perché non n’aveva, ci dette la sua benedizione. Io me n’andai a Siena a trovare un certo galante uomo che si domandava maestro Francesco Castoro; e perché un’altra volta io, essendomi fuggito da mio padre, me n’andai da questo uomo dabbene e stetti seco certi giorni, insino che mio padre rimandò per me, pure lavorando dell’arte dell’orefice; il ditto Francesco, giunto a lui, subito mi ricognobbe e mi misse in opera. Cosí missomi a lavorare, il ditto Francesco mi donò una casa per tanto quanto io stavo in Siena; e quivi ridussi il mio fratello e me, e attesi a lavorare per molti mesi. Il mio fratello aveva principio di lettere latine, ma era tanto giovinetto che non aveva ancora gustato il sapore della virtú, ma si andava svagando.