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La zecca di Fano

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Giuseppe Castellani

Indice:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu La zecca di Fano Intestazione 23 febbraio 2025 25% Da definire

Questo testo fa parte della raccolta Rivista italiana di numismatica 1899


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LA ZECCA DI FANO


INTRODUZIONE.


Finora erano poche e non precise le notizie della zecca di Fano date dagli storici locali e dai vari numismatici che si occuparono di essa: nessuno ne trattò espressamente.

Parvemi quindi opportuno raccogliere da documenti editi e inediti tutto quanto si riferisce ad essa e compilare una monografia che, se non sarà completa e precisa, rispecchierà per lo meno quanto se ne sa fino ad ora porgendo agio di completarla a chi ne avrà il modo e l’opportunità.

Né il materiale da me raccolto è privo d’interesse sia per quanto riguarda le origini della zecca e il suo funzionamento sotto i principi di Casa Malatesta, sia per le varie sue vicende sotto i Pontefici, e sopratutto circa ai vari rapporti corsi rispetto ad essa tra il Comune e il Governo centrale.

Pur rimanendo ignoto l’originario privilegio di concessione che, stando all’uso e al diritto, dovrebbe esservi, vedremo che dessa ebbe origine sul cadere del secolo XIV e che Pandolfo Malatesta ne profittò senza tener conto di quel qualsiasi diritto che vi potesse avere il Comune, mentre Sigismondo ne lasciò l’uso a questo. Il Governo Pontificio succeduto ai Malatesta confermò il privilegio e l’esercizio al Comune, del quale però venne restringendo a poco a poco l’ingerenza che si ridusse soltanto a percepire un canone dal conduttore, fin che anche questo disparve. Con tutto ciò si verificarono degli abusi che ne produssero la soppressione. Rivisse da ultimo per pochi giorni sul cadere del secolo [p. 16 modifica]scorso quando le zecche ripullularono per opera del Governo Papale, che nel moltiplicarsi di esse e dei loro prodotti cercò un rimedio alla penuria di numerario.

Questi fatti mettono in luce nuova l’essenza delle Zecche Pontificie delle quali, meno poche eccezioni, non evvi illustrazione razionale, e sarei ben lieto che questo mio lavoro inducesse altri a studiarle partitamente per vedere se, come io ritengo, i fatti speciali da me osservati e rilevati per la Zecca di Fano trovino riscontro nelle altre.

Alle notizie raccolte premetto un cenno bibliografico e faccio seguire la descrizione di tutte quelle monete di Fano che sono in mio possesso, o dedussi da pubblicazioni a me note, o delle quali ebbi notizia da Direttori di pubbliche collezioni e da privati raccoglitori[1]. Questa parte non è certamente completa, ma pur troppo rimasero inaccessibili alle mie ricerche molte collezioni dalle quali avrei potuto sicuramente avere larga messe di nuove monete. E certo poi che ci manca il modo di riconoscere e classificare i prodotti della Zecca Fanese in alcuni periodi ne’ quali s’ignorava finora che fosse stata attiva. Chiudo il lavoro con un’appendice nella quale ho dato luogo a quei documenti che mi parvero più interessanti e che meglio servono a illustrare e corroborare le notizie da me date nel testo.

Mancano del tutto le notizie degli artisti che lavorarono per la zecca, e ciò perchè i documenti conservati nell’Archivio Comunale di Fano relativi ad essa sono, diremo così, [p. 17 modifica]estrinseci e nessuno, all’infuori del Codice Malatestiano, si riferisce al suo funzionamento. La zecca veniva data in appalto e quindi i registri riferibili ad essa saranno rimasti in mano dei concessionari, e negli atti del Comune se ne trova ricordo soltanto pei conferimenti o pei pagamenti di canone, ma non già pel suo andamento quotidiano. Potrebb’essere, e io lo desidero di cuore, che una fortunata combinazione faccia trovare tali registri o almeno qualche parte di essi che ci dia qualche notizia degl’incisori de’ coni alcuni de’ quali non sono davvero privi di eleganza e buon gusto.

Malgrado la buona volontà da me posta nell’adunare monumenti e documenti, il mio lavoro è ben lungi dall’essere completo ma, ciò non ostante, mi lusingo possa avere egualmente accoglienza benevola sia dai cultori della numismatica italiana sia dai miei concittadini per le non poche notizie affatto nuove che mette in luce.


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BIBLIOGRAFIA

DELLA ZECCA DI FANO.


Amìani Pietro-Maria. Memorie istoriche della Città di Fano, raccolte e pubblicate da Pietro-Maria Amiani. Parte I. Parte II. In Fano MDCCLI. Nella stamperia di Giuseppe Leonardi. Stampat. Vescovile, del S. Uffizio, e Pubblico. Con licenza de' Superiori. In-fol. 2 Tomi di pagg. viij-XXIII-472, 356-CXIX.

Parla incidentalmente della Zecca in diversi luoghi: però le notizie che ne dà sono poche e non tutte rigorosamente esatte come verrò rilevando quando mi si porgerà l'occasione.

Bazzi G. Santoni M. Vade-Mecum del Raccoglitore di monete italiane, ossia Repertorio numismatico che ne contiene i motti e gli emblemi, i signori, i feudatari e le loro zecche, la bibliografia ed altre molte indicazioni. Camerino, Tipografia-Lit. Mercuri, 1886; in-8, di pag. VII-213.

Vi si riferiscono alcune leggende di monete Fanesi: le notizie della zecca sono generiche.

Bellini Vincenzo. Vincentii Bellini Ferrariensis De Monetis Italiae medii ævi hactenus non evulgatis quæ in patrio Museo servantur, una cum earundem iconibus Altera dissertatio. Ferrariæ MDCCLXVII. Typis Joseph Rinaldi ; in-4, di pag. 141 e indice con incisioni di monete.

—— Postrema dissertatio. Ferrariæ MDCCLXXIV. Typis Joseph Rinaldi; in-4, di pag. 107 con tavole.

—— Novissima dissertatio. Ferrariæ MDCCLXXIX ; in-4, di pag. 106 con tavole.

Nella prima delle suaccennate dissertazioni viene descritto ed illustrato un picciolo di Pandolfo Malatesta e altro di Innocenzo VIII; nella seconda un quattrino di Pandolfo Malatesta e nell'ultima un picciolo anonimo attribuito dall' autore a Sigismondo Malatesta.

Biondelli Bernardino. Dichiarazione di sessantatre monete pon- tificie, inedite, del R. Gabinetto Numismatico di Milano. (Appendice al Cinagli). Nota del M. E. B. Biondelli letta nell'adunanza del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere -nel giorno 11 Dicembre 1884. Estratto dai Rendiconti del Regio Istituto Lombardo, Serie II, Vol. XVII, fase. XIX-XX. Milano, 1884, Tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C. ; in-8, pag. 14.

Descrive quattro monete di Fano sfuggite al Cinagli.

[p. 20 modifica]Brambilla Camillo. Alcune annotazioni numismatiche di Camillo Brambilla. Pavia, Tipografia dei Fratelli Fusi 1867; in-4, di pag. 51, con una tavola.

Illustra dottamente un picciolo anonimo che attribuisce al Comune dopo il ritorno al dominio della Chiesa avvenuto nel 1463. Nel corso del mio scritto avrò occasione di rilevare come questa attribuzione debba ritenersi erronea di fatto, ciò però non toglie nulla al valore dell’illustrazione del Brambilla, che fu uno dei più dotti e cortesi numismatici.

Bruti Alessandro. Illustrazione di una moneta di Fano. In Bullettino di Numismatica Italiana, Anno III, num. 4, pag. 36, Firenze, 1869, con figura.

Pubblica, come inedito, il picciolo di Sisto IV, che però era stato messo in luce dal Sepilli fin dal 1859.

Carli-Rubbi Gian Rinaldo. Dell’origine e del commercio della moneta e dell’instituzione delle Zecche d’Italia dalla decadenza dell’Impero sino al secolo decimosettimo. All’ Haja, MDCCLI; in-4, di pag. 220 e 18 non numerate, con due tavole di monete.

A pag. 205 èvvi un brevissimo cenno di Fano di cui dice che sino allora si era ignorata la zecca. Ne descrive un Giulio che malamente attribuisce a Gregorio XII riproducendolo nella tavola II, n 9.

Nella seconda edizione (Pisa 1754-1757, due volumi in-4) a pag. 2x2 del Vol. I ripete lo stesso cenno e lo stesso errore di attribuzione, aggiungendo soltanto che l’Amiani fa menzione della Zecca di Fano prima della metà del secolo XV.

Castellani Giuseppe. La Zecca di Fano nel 1897. Milano, Tipografia Editrice L. F. Cogliati, Via Pantano, 26, 1889; in-8, di pag. 11. Estratto dalla Rivista Italiana di Numismatica, Anno II, Fasc. III, 1889.

Articolo diretto a provare l’esistenza effettiva della Zecca nel 1797, mentre le monete col nome di Fano, sia dal Promis che dai Sigg. Fratelli Gnecchi, venivano ricordate come battute nell’officina di Roma.

Catalogo della Collezione del Signor Alessandro Pasi di Ferrara. Firenze 1889, Tipografia Bonducciana A. Meozzi; in-8, pag. 233 con una tavola.

Ho creduto inutile introdurre in questa Bibliografia tutti i Cataloghi che riportano monete di Fano in maggior o minor numero. Ho fatto eccezione per questo, perchè al N. 1897 vi si trova notato un quattrino di Leone X coniato a Fano. Siccome i documenti da me raccolti mi davano certa l’esistenza della Zecca sotto detto Pontefice può immaginarsi con quanta gioia io commettessi subito l’ambita monetina e può del pari indovinarsi la mia disillusione nel trovarmi di fronte a un quattrino di Fabriano che per la poca conservazione lasciava scorgere soltanto le lettere fa n. Ho dunque creduto farne ricordo perchè qualcuno, vedendo mancare le monete di Leone X nell’elenco da me redatto, non abbia a credere mi fosse sfuggita questa.... che poi non era.

Catalogo delle monete italiane medioevali e moderne componenti la collezione del Cav. Giancarlo Rossi di Roma. Roma, 1880; in-8, pag. 456 e 8 tavole.

[p. 21 modifica]Anche per questo Catalogo ho creduto fare eccezione attesa l’importanza sua che, in mancanza di meglio, lo fa servire come libro di testo per la classificazione delle monete italiane.

Cinagli Angelo. Le monete de’ Papi descritte in tavole sinottiche. Opera del dottore Angelo Cinagli. Fermo, nella Tipografia di Gaetano Paccasassi, 1848; in-4 gr., di pagg. V-480, con 4 tavole.

Vi sono descritte centoventi monete coniate a Fano, e cioè: 1 di Innocenzo VIII, 1 di Alessandro VI. 7 di Paolo III, 3 di Pio IV, 12 di Pio V, 38 di Gregorio XIII, 32 di Sisto V, 2 di Urbano VII, q di Sede Vacante, 4 di Gregorio XIV, 9 di Clemente VIII e 2 di Pio VI.

Gagarin Principe Teofilo. Unedirte päbstliche Münzen. In "Zeitschrift für Münz- Siegel- und Wappenkunde herausgegeben von D.r B. Koehne. „ Anno VI. Berlin, 1846; in-8.

Descrive due Testoni di Fano, l’uno di Sisto V corrispondente al N. 98 del Cinagli, l’altro di Clemente Vili che pure corrisponde al N. 78.

Garampi Giuseppe. Saggi di osservazioni sul valore delle antiche monete pontificie, s. 1. a. n. t.; in-4. Opera incompleta senza frontispizio, comincia a pag. 1 col titolo surriferito e va fino a pag. 168 che ha in fondo il richiamo Cap. VI, mentre sulla pagina seguente segnata i c’è il titolo Appendice di documenti che va fino a pag. 336 dove comincia il documento N. XCV del quale non vi sono che poche righe.

Quest’opera rarissima e preziosa di cui ho potuto consultare due esemplari, uno nella Oliveriana di Pesaro e l’altro nella Gambalunga di Rimini, non fa speciale menzione della Zecca di Fano, però dà moltissime notizie che recano luce anche su di essa e sulle sue condizioni e riporta il Bando dei Testoni coniati a Fano d’intrinseco inferiore al legale sotto Clemente Vili.

Gnecchi Francesco ed Ercole. Saggio di bibliografia numismatica delle Zecche italiane medioevali italiane e moderne. Milano, Lodovico Felice Cogliati, tipografo-editore, 1889; in-4, pagg- XXI-468.

A pagg. 111 e 112 viene dato un cenno storico della Città e della Zecca di Fano e l’elenco delle pubblicazioni sulla Zecca medesima e sulle monete che ne uscirono.

Tra le pubblicazioni è ricordata: Chalon Renier, Curiosités numismatiques. Revue numismatique française. Serie IV, tomo I; tav. II, 9 e 14 bis. Gli articoli dello Chalon Renier col titolo citato in numero di 23 furono pubblicati nella "Revue Belge de Numismatique„ e in nessuno di essi, come mi venne accertato con squisita cortesia dall’egregio signor Alfonso De Witte, Segretario della Società Numismatica Belga, è fatta menzione della Zecca e delle monete di Fano. I signori Gnecchi riportarono un errore materiale occorso nelle "Tavole sinottiche„ del Promis che rileverò a suo luogo, cosa d’altronde ben facile in una compilazione di tanta mole e importanza.

Manni Domenico Maria. Osservazioni istorichc di Domenico Maria Manni, accademico fiorentino, sopra i sigilli antichi, de’ secoli bassi. Tomo quinto. Si vende da Antonio Ristori, libraio della Posta; in-4; pagg- VIII-154.

[p. 22 modifica]Da pag. 39 a 55 evvi l’illustrazione di due sigilli di Fano e per incidenza si tocca del privilegio di battere moneta.

Morbio Carlo. Opere storico-numismatiche di Carlo Morbio, e descrizione illustrata delle sue raccolte in Milano. Bologna, presso Gaetano Romagnoli, 1870; in-8, pagg. XXlV-572 con 2 tavole.

Brevissima indicazione delle monete di Fano da lui possedute, a pag. 93

Muoni Damiano. Elenco delle Zecche d’Italia dal medio evo insino a noi per Damiano Muoni. Seconda edizione riveduta e ampliata sopra quella dell’anno 1858. Como, Tipografia di Carlo Franchi. Febbraio 1856; in-4 picc, di pag. 72.

Nolfi Vincenzo. Delle notitic historiche della Città di Fano. Libro I, Libro II, Libro III.

Ms. che va dalle origini al 1463. Se ne trovano due esemplari nell’Archivio municipale di Fano. Una bella copia ne possiede la Biblioteca Gambalunga di Rimini. In questa il libro I è contenuto in pag. 247 e 5 non numerate: il II in 199 pagine numerate e 3 bianche; il III in carte 148. Vi è anche un Indice delle materie fatto da D. Carlo Gaggi da Fano alti tre Tomi della Storia manoscritta di Vinc. Nolfi e corrispondente ai ììitmeri marginali che si veggono in ogni facciata di questa ai suoi fianchi, in 14 carte.

Da pag. 77 a 79 del Libro II parla della Zecca e descrive una moneta anonima, ritenendola a quanto pare di un’epoca anteriore al 1300, mentre, come vedremo, va collocata assai più tardi.

Altra menzione ne fa a carta 74 del Libro III all’anno 1435.

Papadopoli Nicolò. Monete italiane inedite della Raccolta Papadopoli. III. Estratto dalla Rivista Italiana di Numismatica, anno VI, fasc. IV, 1893. Milano, 1893, Tip. L. F. Cogliati; in-8, di pag. 18 con illustrazioni.

Dà la descrizione e l’illustrazione di otto monetine Fanesi che riporterò a suo luogo nell’Elenco delle monete.

Pigorini Luigi. Baiocchelle papali e loro contraffazioni. In "Periodico di Numismatica e Sfragistica per la Storia d’Italia diretto dal March. Carlo Strozzi. „ Anno V, fasc. III, da pag. 148 a 171. Firenze, Tip. di M. Ricci 1873; in-8, con una tavola.

È una bella monografia sulle Baiocchelle, scritta per illustrare un tesoretto di tali monete, tra le quali ve ne erano due di Fano.

Promis Domenico Monete di Zecche italiane inedite o corrette. Memoria di Domenico Promis. Torino, Stamperia Reale, MDCCCLXVII; in-4, di pag. 47 con 2 tavole.

Vi è descritta una varietà del picciolo di Pandolfo Malatesta già pubblicato dal Bellini.

Promis Vincenzo. Tavole Sinottiche delle monete battute in Italia e da italiani all’estero dal secolo VII a tutto l’anno MDCCCLXVIII illustrate con note dall’avvocato Vincenzo Promis assistente alla [p. 23 modifica]Biblioteca di S. M. Torino, Stamperia Reale, MDCCCLXIX; in-4, di pagine LXXIX-252.

A pag. 67 evvi l’elenco delle monete di Fano che vennero illustrate con riproduzioni grafiche, non che i nomi dei Principi e dei Papi che vi coniarono monete con alcune poche note storiche non tutte esatte.

E notevole come vi siano due citazioni errate; la prima sotto Paolo III e l’altra sotto Gregorio XIII che rimandano a C. 55; tav. II, N. 14 bis, e tav. II, N. 9, ossia a Chalon Curiosités Numismatiques, Revue Num. Belge, Sèrie IV, T. I. Evidentemente la prima citazione doveva essere C. 66 e la seconda C. 6, perchè infatti il Cinagli, opera corrispondente a C. 66 nella tav. D, N. 14 bis, dà la riproduzione di un quattrino di Paolo III per Fano, e il Carli Rubbi che corrisponde a C. 6 riproduce nella tav. II, N. 9 un Giulio di Gregorio XIII, che anzi malamente attribuisce a Gregorio XII.

Si vede che l’errore è puramente materiale, ma pure contribuì a trarre in inganno anche i Signori Gnecchi come ho già avvertito.

Rossi Umberto. Notizie su alcune Zecche pontificie al tempo di Paolo III. In " Gazzetta Numismatica „ diretta dal dottor Solone Ambrosoli. Anno VI-188Ó-87, da pag. 84 a 87. Como, Tip. di Carlo Franchi.

Pubblica un documento relativo alla Zecca e allo zecchiero di Fano del 1541 e accenna ad altri del 1542 tratti dalle carte farnesiane dell’Archivio di Stato Parmense.

Scilla Saverio. Breve notizia delle monete pontificie antiche e moderne sino alle ultime dell’anno XV del regnante Pontefice Clemente XI, raccolte e poste in indice distinto: con particolari annotazioni ed osservazioni, dedicata all’Em. e Rev. Principe il signor Cardinale Giuseppe Renato Imperiali da Saverio Scilla. In Roma per Francesco Gonzaga, MDCCXV. Con licenza de’ Superiori. In-4, pag. 404.

Vi è la descrizione di parecchie monete pontificie uscite dalla Zecca di Fano.

Sepilli I.. Quattro monete pontificie ed una di Casa Savoia illustrate da I. Seppilli dalla sua collezione. Trieste, Tipografia di Colombo Coen, 1859; in-8.

Fu il primo a pubblicare i piccioli di Sisto IV e Giulio II.

Tambroni-Armaroli Ernesto. Zecca di Fano. In Bullettino di Numismatica Italiana. Anno IV, N. 4, da pag. 28 a 30. Firenze, 1870.

Articolo scritto ad illustrare un quattrino di Paolo III. Non tutte le deduzioni sono esatte, ciò che viene scusato dalla mancanza di notizie particolari della Zecca.

Tonini F. P. Topografia generale delle Zecche italiane di F. P. Tonini con tavole geografiche. Firenze, Tipografia di M. Ricci e C, 1869; in-8, pagg. XII-120.

Vi è un cenno sommario della Zecca di Fano.

Zanetti Guid’Antonio. Nuova raccolta delle Monete e Zecche d’Italia. In Bologna per Lelio della Volpe, impressore dell’Instituto delle Scienze. MDCCLXXV-MDCCLXXXIX. Tomi 5; in-4.

[p. 24 modifica]Nel vol. II, pag. 86 è fatta menzione della Zecca di Fano e si descrive un quattrino di Sisto V nell’Indice delle monete d’Italia raccolte ed illustrate dal fu Monsignor Gianagostino Gradenigo Vescovo di Ceneda che si conservano presso Sua Eccellenza il Signor Senatore Jaccopo di lui fratello al presente Provveditore Generale della Dalmazia ed Albania, pubblicato in detto volume da pag. 57 a 208.

Nel vol. V si ricordano pure i testoni di Fano, pag. 221 e 229.

Zonghi Aurelio. Repertorio dell’antico Archivio comunale di Fano, compilato da Mons. Aurelio Zonghi, Prelato Domestico di S. Santità Leone XIII. Fano, Tipografia Sominiana, con Stereotipia, 1888; in-4, pagg. XXI-564.

Accenna a vari documenti conservati nell’Archivio relativi alla Zecca, e ricorda i nomi di parecchi zecchieri.


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NOTIZIE STORICHE DELLA ZECCA DI FANO


I.


Monete correnti in Fano dal secolo XII al XIV — Moneta usuale e moneta di Fano — Suo ragguaglio con le altre monete — Se fu soltanto di conto o effettiva — Usurpazione o concessione — Riepilogo.

Le antiche carte degli Archivi del Comune e del Capitolo di Fano ci danno notizia delle varie monete che ebbero corso in Fano nei tre secoli anteriori al quattrocento. Senza riprodurre i vari documenti, ciò che accrescerebbe inutilmente la mole di questo lavoro, li riassumerò servendomi dei regesti dell’Abate Tondini[2].

Dal 1093 al 1197 dieci documenti accennano a monete: sette parlano di soldi e denari di moneta lucchese (lucensis), uno di bianchi di denari (blancos sex denariorum), uno di denari e libre afforum (?) (affortiatorum) e uno di denari bianchi veneziani (alborum denariorum venticorum).

Di cinquanta documenti che vanno dal 1202 al 1298, in ventinove si parla di denari ravennati, in dieci di ravennati o anconetani, in quattro di anconetani, in tre di denari senz’altro, in due di veronesi, in uno di soldi e in un altro (del 1247) di soldi di bolognini.

Dal 1300 al 1350 sei documenti parlano di moneta Ravennate, due di moneta Ravennate o [p. 26 modifica]Anconetana, e sette, il primo dei quali del 1340[3], di denari piccoli o moneta usuale.

Altri quindici documenti che vanno dal 1351 al 1399 sono così divisi: in otto si parla di denari ravennati, in cinque di denari piccoli o moneta usuale, in uno di denari piccoli ravennati, in uno di denari di buona e antica moneta e in uno del 1381[4] di moneta di Fano.

A cominciare adunque dal 1340 abbiamo in Fano una specie nuova di moneta che non è più la lucchese, la ravennate, l’anconetana o altra, ma è moneta piccola e usuale.

Lo stesso avviene nelle altre Città Marchigiane, e forse l’introduzione di questa nuova moneta di conto rese necessario di convertirla in effettiva per [p. 27 modifica]facilitare le piccole transazioni. E sullo scorcio appunto del secolo XIV riportò concessione di Zecca la Città di Recanati e, oltre ad essa, cominciarono a coniare moneta Macerata, Fermo, Ascoli e Pesaro[5]. Così si verificò un fatto degno di nota, e cioè che il diritto di zecca, una delle più alte manifestazioni del potere sovrano, comparve nei piccoli comuni quando appunto tramontavano le libertà e franchigie comunali per dar luogo ai governi splendidi ma tirannici dei Vicari Pontifici.

Il Battaglini parlando delle monete correnti a Fano dice che i bolognini d’argento vi erano in corso fino dal 1339 come risulta da una pergamena esistente in Gambalunga, sebbene più comunemente vi si contraesse a moneta di Ravenna e di Ancona e soggiunge: «laonde qualora v’ho poi trovato più volte fino al 1344 espressi soldi tisiialis monetae, ho creduto che intendere vi si dovessero e i Bolognini, e i Ravignani, e gli Agontani, e i Riminesi piccoli, o grossi d’argento»[6]. La spiegazione non mi sembra molto soddisfacente perchè se, sotto la denominazione generica di moneta usuale si dovevano intendere quelle quattro diverse specie di monete, era perfettamente inutile se ne facesse poi espressa menzione in altri atti sincroni. Quindi io ritengo di non andare lungi dal vero asserendo che si tratta invece di una nuova moneta locale piccola introdotta per facilitare le minute transazioni alle quali male [p. 28 modifica]si acconciavano le varie qualità di moneta grossa allora in corso.

Siccome poi questa moneta usuale avrà fatto qualche lieve differenza da quella dei paesi finitimi, come avveniva per le misure di capacità, di peso e di lunghezza che variavano da luogo a luogo, così per meglio intendersi e indicarla con ogni precisione, alla denominazione generica si sostituì quella speciale di moneta di Fano. E così infatti la vediamo chiamata oltre che nel documento citato di sopra, nei libri del Comune e, primo tra questi nel Codice Malatestiano N.° 2 che fu già pubblicato dal Mariottinota e che risale al 1373. Da questo anzi apprendiamo che l’Anconetano grosso equivaleva a 42 denari della moneta piccola di Fano e il Bolognino a 21 denari, e quindi il ducato d’oro di 40 bolognini corrispondeva a 840 denari ossia tre libre e mezzo della moneta di Fano.

Conosciuta l’esistenza di una moneta fanese sullo scorcio del secolo XIV e il ragguaglio con le principali monete allora in corso, ci rimane ora da stabilire se dessa fu soltanto di conto o anche effettiva.

Nessuna memoria ci è pervenuta la quale ci assicuri che in questo periodo fosse coniata moneta poiché, come vedremo in seguito, la prima notizia certa del funzionamento della zecca è del 1414. E nemmeno abbiamo monete che possano assolutamente riferirsi a quest’epoca. Forse, tenuto conto della forma dei caratteri e dell’apparenza generica, potrebbe ritenersi anteriore ai piccioli di Pandolfo Malatesta il piccolo descritto al N.° 1 dell’Elenco di

[7] [p. 29 modifica]monete che fa seguito a queste memorie, che esiste nel Museo di Ferrara e fu già illustrato dal Bellini che lo assegnò a Sigismondo. Disgraziatamente il conoscerne un solo esemplare e mal conservato per giunta, non permette di asserirlo con certezza. Ciò non ostante io non sono alieno dal propendere per l’affermativa, tanto più che il conto della Zecca del 1414 e anni successivi parla dei «pizoli novi» ciò che fa naturalmente pensare ai pizoli vecchi coniati in precedenza. Inoltre se il privilegio di zecca non fosse stato concesso al Comune e questo non ne avesse usufruito, bisognerebbe ammettere col Promis[8] che Pandolfo Malatesta lo abbia usurpato. Per chi conosca anche poco il giure medioevale questa supposizione è impossibile, perchè nessuno poteva attentarsi di usurpare impunemente un diritto che restava quasi solo a comprovare la sovranità degl’imperatori e dei papi.

Le bolle d’investitura dei Malatesta non comprendevano il diritto di zecca: se ciò fosse statq essi lo avrebbero esercitato in tutte le città che furono loro soggette mentre non lo esercitarono di fatto che in Rimini, Pesaro e Fano e molto tempo dopo di averne avuto il vicariato[9]. Siccome a Rimini e Pesaro tale diritto sappiamo indubbiamente che preesisteva, potremo dire altrettanto di Fano. Data una concessione anteriore al Comune, è facile comprendere come questa passasse nei Vicari Pontifici che assorbirono tutti i diritti e i privilegi di quello, tanto che anche l’amministrazione ne era amalgamata [p. 30 modifica]e confusa con quella della Camera del Signore come avvenne in Fano durante la signoria di Pandolfo.

D’altra parte però è certo che non si trova traccia di tale concessione tra le molte regalie e privilegi concessi alla Comunità di Fano da Aldobrandino d’Este, da Federico II e da Percivalle Doria[10] non solo, ma non ne troviamo fatta menzione, come vedremo in seguito, nemmeno nelle concessioni fatte di tale diritto dai Papi le quali pure accennano sempre a quelle anteriori, e neppure negli Statuti della Città. Ma non è meraviglia se, coll’andare del tempo e, sopra tutto coi cambiamenti di governo e colle turbolenze che li accompagnarono, sì era perduto il documento e perfino la memoria di tale concessione. Vedremo poi anche come Sigismondo, succeduto a Pandolfo e che si mostrò più rispettoso delle prerogative del Comune, riconobbe in questo il diritto di Zecca permettendogli di battere moneta.

Checche ne sia, poi che la mancanza di documenti non ci permette di risolvere definitivamente la quistione, dal fin qui detto risulta che sullo scorcio del secolo decimoquarto cominciò a introdursi in Fano una moneta locale di conto: che questa ebbe forse sanzione e conferma da una concessione che rimane tuttora ignota ma che dovette essere sincrona a quella di altre città marchigiane e quindi può darsi sia stato coniato un picciolo anteriore a quello di Pandolfo Malatesta, se pure non è quello stesso illustrato dal Bellini e che tuttora si conserva nel Museo di Ferrara.

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II.


La zecca funziona sotto Pandolfo Malatesta — Piccioli coniati, loro valore, quantità e ragguaglio con le altre monete — Piccioli e quattrini coniati dal Comune sotto Sigismondo Malatesta — Zecchieri.

La prima notizia certa della esistenza ed attività della Zecca Fanese ci viene data dal Codice Malatestiano dell’archivio comunale di Fano segnato col N.° 21. È questo un partitario di entrata e uscita della Camera di Pandolfo Malatesta, di grande formato, a due colonne per pagina, mancante delle prime quattro carte. A car. 338 èvvi un conto intestato «Raxione de pizoli novi» che ho creduto bene di riportare al N.° 1 dell’Appendice di Documenti.

Da esso apprendiamo che la coniazione dei piccioli malatestiani cominciò nel 1414, continuò, nel 1415 e nel 1416, e fu ripresa nel 1418. La quantità totale prodotta fu di libre effettive 501 e oncie 5 e il valore loro corrispondeva a un ducato d’oro di 40 bolognini per ogni libra. Siccome poi dal conto stesso vediamo che il ragguaglio fra il ducato d’oro e la libra di Fano era di 1 a 31/2, così il peso di ciascun denaro o picciolo doveva essere di circa 400 milligrammi, poi che ne entravano 840 in ogni libra effettiva. Come vedesi, la moneta di Fano manteneva la stessa proporzione col ducato d’oro che esisteva nel 1373.

In ogni libra effettiva di piccioli entrava mezz’oncia di argento fino e quindi il titolo era di millesimi 41,66.

Le 501 libre o ducati di piccioli così coniati costarono, tra spese di coniazione e valore del metallo impiegato, circa ducati 351, dando un beneficio netto [p. 32 modifica]del trenta per cento all’incirca. Questo provento era una frazione piccola e quasi insignificante di fronte alle molte entrate e spese corrispondenti della Casa di Pandolfo Malatesta ed era di molto inferiore a quello che si ottiene anche ora con la coniazione del rame e del nichelio e non poteva quindi essere l’unico motivo della produzione di tale moneta che dobbiamo invece cercare nella necessità di un mezzo di scambio nelle piccole transazioni. E che ciò sia, apparisce anche dalla quantità limitata e quindi proporzionata al bisogno che ne fu prodotta. Se il guadagno o beneficio fosse stato l’unico movente delle emissioni di moneta, queste sarebbero state più abbondanti e frequenti e probabilmente anche il titolo sarebbesi abbassato, poi che il prezzo dell’argento abbastanza elevato permetteva di ricavarne un utile non indifferente.

L’ingerenza del comune in questa monetazione fu assolutamente nulla come era presso che nulla anche in tutto il resto, poi che, com’ebbi ad osservare nel capitolo precedente, in tutte le prerogative, regalie e proventi del comune si era sostituito il Vicario della Chiesa e il comune restava un nome vano.

A questo periodo vanno assegnati i piccioli col nome di Pandolfo descritti nell’elenco delle monete Fanesi che segue queste memorie dal N.° 8 al N.° 17. Infatti il peso medio dei nove esemplari è di milligrammi 385 e quindi corrisponde al peso dei denari ricordati nel codice ora esaminato.

Non posso però con altrettanta sicurezza assegnare a questa o a qualsiasi altra epoca della signoria di Pandolfo la moneta descritta al N.° 19 dell’elenco suddetto. Questa pesa milligrammi 840 ossia il doppio del piccolo e quindi è un quattrino e di quattrini non abbiamo menzione veruna nel conto che riguarda soltanto i pizoli. Potrebbe darsi che vi [p. 33 modifica]siano state altre emissioni sebbene sia strano che non se ne trovi ricordo alcuno nei moltissimi e preziosi codici dell’archivio comunale di Fano che riguardano la dominazione di Pandolfo. Il solo esemplare conosciuto, che è quello del Museo di Ferrara, è di cattiva conservazione e non permette quindi una interpretazione e un raffronto esatto: tanto che il Bellini nella testa del rovescio volle trovare Virgilio coniatori da Pandolfo quasi a riparazione dello sfregio fatto alla sua statua dal fratello Carlo, altri vi scorse l’effigie di Pandolfo, e io invece ritengo si tratti più propriamente della testa di moro, impresa che troviamo anche nei denari di Pandolfo coniati a Brescia.

Il codice ci ricorda anche i nomi dei due zecchieri che coniarono in parti presso che eguali queste piccole ed eleganti monetine. Dessi furono M.° Ambrogio da Como e M.° Giovanni di M.° Antonio da Norscia o Norcia e, probabilmente, devesi ad essi anche l’incisione dei coni.

Pandolfo Malatesta morì in Fano a’ 4 di ottobre del 1427 e ne’ vari domini da lui posseduti gli successe il fratello Carlo a nome anche de’ figli non ancora legittimati. Dopo la morte di Carlo, avvenuta nel settembre del 1429, i figli di Pandolfo, Galeotto Roberto, Domenico e Sigismondo sebbene avessero già diviso il patrimonio paterno, pure lo ressero insieme fino alla morte di Galeotto Roberto, avvenuta nel 1432 in cui la Signoria rimase divisa fra i due superstiti e Fano con Rimini toccò a Sigismondo, mentre Cesena restò a Domenico.

Durante tutto questo periodo non trovai menzione di Zecca nelle carte da me esaminate fino al 1435.

Lo storico Fanese Pietro Maria Amiani fece la prima menzione della Zecca sotto quest’anno, dicendo [p. 34 modifica]che vi si coniarono mille ducati in tanti quattrinelli (?) per la ricostruzione delle mura[11]. Il Nolfi invece dice che nel mese di ottobre di questo stesso anno in seguito alla pestilenza si serrò la zecca nella quale si batteva gran quantità di piccioli[12].

Le notizie da me raccolte circa l’attività della Zecca sotto il dominio di Sigismondo cominciano appunto, come dissi, in quest’anno, ma non concordano con quanto fu riferito dai suddetti storici.

Infatti alli 13 di novembre del 1435 l’Amico del Comune riferì al Consiglio Speciale[13] che Giovanni da Norcia Zecchiero, cui era già stato dato incarico da un precedente Consiglio di aprire la Zecca, avendo avuto le stampe, chiede gli vengano dati i mezzi d’intraprendere la coniazione di mille ducati de denariis parvis et quatrenis per averne in abbondanza nella città e nel contado. Il Consiglio decise che la metà dei denari provenienti dalla colletta delle bocche o almeno cento ducati vengano impiegati per provvedere all’apertura della zecca: e nominò a questo effetto Francesco de’ Borghiselli o Borgogelli.

Per allora però la cosa non ebbe effetto, a giudicare almeno da quanto avvenne nel Consiglio delli 28 Agosto 1437, nel quale, in seguito all’assenso riportato dal Magnifico Signore Sigismondo Pandolfo de’ Malatesti di coniare piccioli e quattrini pro comuni, si stabilì di farne fare soltanto fino a cinquecento ducati, eleggendo in soprastanti (superstites) Francesco di Francesco de’ Borghiselli e Tommaso Bartolelli[14]. [p. 35 modifica] Li 12 Ottobre 1437 a questi soprastanti ne venne aggiunto un terzo, Vincenzo di Tommaso, per rivedere le ragioni della Zecca dei piccioli[15]: quindi si può ritenere che allora ne fosse completata l’emissione.

Ma la quantità prodotta, inferiore a quanto era stato stabilito da prima, non fu sufficiente al bisogno, tal che meno di due anni appresso e cioè alli 12 luglio 1439, il Consiglio si occupò di nuovo della bisogna, attesa l’abbondanza dei nuovi quattrini Riminesi. Urbinati e Pesaresi che venivano rifiutati da tutti, e decretò che fosse completata la quantità fissata dal Consiglio stesso quando erano soprastanti Francesco Borghiselli e Tommaso Bartolelli, che confermò nel medesimo ufficio aggiungendovene un terzo che fu Simone Tommasini, affinchè potessero sempre trovarsi in due nel caso che qualcuno fosse assente o impedito[16].

[p. 36 modifica]Mi par degno di osservazione che queste notizie ci vengano unicamente dagli atti consigliari che erano muti su questo argomento sotto di Pandolfo: questo farebbe credere, come ebbi occasione di osservare più sopra, che il nuovo Signore avesse riconosciuto nel Comune il diritto di Zecca e in genere fosse più rispettoso delle prerogative comunali. Sta in fatto però che Sigismondo, come avevano fatto Carlo e Galeotto Roberto, coniò moneta in Rimini col suo nome arrogandosi quivi quel diritto che avrebbe rispettato a Fano.

E non essendovi monete col nome di Sigismondo, non è facile stabilire quali siano quelle coniate sotto il suo dominio.

Il Bellini attribuì a quest’epoca il picciolo descritto al N.° I (Anonime) dell’elenco di monete che vien dopo questi cenni, e potrebbe esserlo quando non sia invece il picciolo anteriore a Pandolfo Malatesta di cui ho parlato più sopra.

Il Nolfi nelle sue Notizie Istoriche di Fano manoscritte ci descrive così le monete che egli reputa più antiche[17]: «Ne ho ben trovate due di rame che conservo appresso di me, di grandezza di un sesino dei nostri da una parte delle quali vi è una piccola immagine di un santo vestito con pianeta in abito sacerdotale con la Mitra in capo ed il pastorale in mano ed intorno con lettere molto legibili SANCTVS PATERNIANVS. Dall’altra parte vi è l’arma della communità con li Rastelli ed intorno: CIVITAS FANI.» Quindi secondo lui si tratterebbe dei piccioli illustrati dal Brambilla e dal Papadopoli, di cui ai N.° 263 dell’elenco sopra ricordato, o meglio quello soltanto descritto al N.° 2, perchè quello al N.° 3 porta il nome PATRIGNIAN in [p. 37 modifica]luogo di PATERNIAN, corruzione che non troviamo nelle monete e, che io sappia, nemmeno in altri monumenti anteriori al Secolo XVI.

Siccome poi abbiamo notizia certa che in questo periodo furono coniati anche dei quattrini, così non parrà fuori di luogo che io qui esprima il dubbio che il quattrino Malatestiano descritto al N.*’ 19 dell’Elenco e attribuito dal Bellini a Pandolfo possa invece essere di Sigismondo. Sono diverse le monete di Sigismondo coniate a Rimini dove il nome patronimico Pandoìfus o Pandulfns è per esteso e viene taciuto o semplicemente indicato con un iniziale il nome proprio. Inoltre la figura del santo al rovescio del quattrino Fanese è somigliantissima a quella di S. Gaudenzio su moneta di Sigismondo[18]. Però, come ebbi a dire più sopra, la cattiva conservazione dell’unico esemplare conosciuto esistente nel Museo di Ferrara non ci permette di studiarne bene le caratteristiche per venire a una conclusione più sicura.

Si conosce un’altra monetuccia appartenente ai Malatesta (N.° 18 dell’Elenco), ma anche di questa non abbiamo indicazioni sufficienti per classificarla con qualche sicurezza.

Mi permetto un’ultima osservazione sul conto delle monete coniate sotto di Sigismondo. Negli atti del Consiglio delli 13 novembre 1435 è detto, parlandosi dello zecchiero, quod eidem restitute fuerunt stampe facte pro dicta zecha fienda, quindi i coni esistevano di già. Che fossero gli stessi usati sotto Pandolfo? Questo potrebbe spiegarci come siano meno rare le monete di Pandolfo che quelle di Sigismondo, sebbene la quantità ne fosse di molto inferiore.

Lo zecchiero fu l’orefice Giovanni da Norcia che aveva tenuto lo stesso ufficio a tempo di Pandolfo.

[p. 38 modifica]Come non mi fu possibile stabilire con certezza se prima di Pandolfo sia stata coniata moneta a Fano, così non mi è dato accertare se nei periodi corsi fra le emissioni di cui ho dato i documenti e fra l’ultima del 1439 e il ritorno di Fano alla immediata soggezione alla Chiesa siano avvenute altre coniazioni. Queste intermittenze d’altronde si spiegano ragionevolmente con le maggiori o minori esigenze del mercato dalle quali abbiamo visto che si prendeva norma per emettere moneta. Non sarebbe difficile fare lunghi e speciosi ragionamenti in proposito, ma, essendomi proposto di non dipartirmi da ciò che m’indicheranno i documenti, mi limito ad esporre quanto risulta da questi, nella speranza che migliori e più pazienti indagini pongano me o altri più di me fortunato nella condizione di poter chiarire le cose che rimangono tuttora oscure.

Per ora resta assodato dai documenti prodotti, dalle testimonianze degli storici più antichi e dalle monete conosciute, che in questo periodo fu coniata moneta locale con caratteristiche speciali che si possono compendiare nello stemma del Comune e nella figura di S. Paterniano; caratteristiche che si ripeteranno in emissioni posteriori.


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III.


Diritto di Zecca nel Comune riconosciuto dai Papi — Primi capitoli della Zecca — Piccioli di Sisto IV, Innocenzo Vili e Alessandro VI — La Zecca sotto Cesare Borgia — Conferma di Giulio li e nuovi capitoli.

Nel settembre del 1463 Fano dopo un lungo e memorabile assedio si arrese alle truppe Pontificie guidate da Federico di Montefeltro e ottenne la sospirata libertà ecclesiastica ossia tornò sotto il dominio diretto della Chiesa Romana, la quale a dir vero per un certo lasso di tempo riconobbe e rispettò le immunità e i privilegi del Comune.

Il diritto di Zecca, prerogativa sovrana, fu lasciata al Comune a periodi intermittenti è vero, ma pure fu lasciato e non avocato al sovrano o soppresso.

Nelle capitolazioni onorevolissime concedute al Comune dal Cardinale Legato e dal Comandante dell’esercito pontificio non è fatta menzione di questa regalia, ciò che fa risorgere il dubbio se propria e vera concessione siavi stata, ma vi si parla della conferma di tutti i privilegi, concessioni e consuetudini anteriori, di modo che a stretto rigore poteva esservi compresa anche questa. Sta in fatto però che i reggitori della Repubblica Fanese dovevano essi stessi avere dei dubbii in proposito. Infatti nel primo ricordo che abbiamo della zecca dopo instaurato il nuovo ordine di cose, che è una deliberazione del Consiglio delli 12 ottobre del 1466, vediamo che fu stabilito di coniare i denari piccoli, attesa la loro scarsezza, obtenta prius licentia a superioribus[19]. Questa espressione manifesta chiaramente il dubbio [p. 40 modifica]sulla integrità del diritto relativo. Dalle altre frasi della deliberazione apprendiamo che i nuovi piccioli dovevano essere della stessa lega o bontà dei vecchi e portare da un lato l’arma della Chiesa e dall’altro l’arma del Comune.

La licenza dei superiori però non fu sollecita a venire come il bisogno forse avrebbe richiesto e solo ai 13 di dicembre del 1472 fu letta in Consiglio una lettera del Cardinale Orsini con la quale fu autorizzato il Comune a far battere denari piccoli nella quantità di duecento ducati. I Consiglieri presenti erano 75 e, con un solo voto contrario, accolsero la proposta di Antonio Costanzi, il celebre umanista, di eleggere dei soprastanti perchè si facesse questa battitura di piccioli prout facti fuerunt alii denarii nostri Tiranni[20]. Quest’ultima espressione ci toglie ogni dubbio sulla non attività della Zecca dalla cessazione del governo Malatestiano ad oggi. I soprastanti eletti furono Giovanni de la Liggia o Loggia, Antonio Costanzi e Peruzzo Bartolelli[21]. [p. 41 modifica]La deliberazione però non ebbe effetto per allora poichè li 17 agosto 1479 il Consiglio tornò a deliberare che si facessero battere denari piccioli nella somma di cui eravi licenza[22], e soltanto al 31 gennaio del 1484 fu stipulata una convenzione tra il Comune e l’orefice Ludovico da Lugo[23] per la coniazione di duecento ducati di denari piccioli.

Sono questi i primi capitoli della Zecca Fanese e vedili per esteso in Appendice al N.° IV.

Con essi gli eletti Giovan Battista de’ Martinozzi, Francesco di Pier Marco e Nicola Scachi[24] convengono con Ludovico da Lugo:

        che egli batta duecento ducati di piccoli che ne vadano settanta per oncia, corrispondendo al Comune quattro bolognini per libra;

        gli eletti si obbligano di cambiare di volta in volta i piccioli battuti in bolognini o moneta d’argento;

        che la lega sia di mezz’oncia di fino per libra;

        che la massa non possa venir fusa senza la presenza degli eletti;

        che il peso e il saggio della massa venga dato ai soprastanti i quali siano obbligati di confrontarli col saggio e col peso dei piccioH coniati;

        che ne rimanga inibito il cambio allo zecchiero;

        che siano concesse allo zecchiero le esenzioni consuete a concedersi a quelli che battevano i piccioli per il passato;

[p. 42 modifica]        infine che egli debba battere o far battere in luogo spazioso e aperto alla vista di tutti, e che la battitura abbia luogo di giorno e non di notte.

Pare che questa emissione durasse fino al 1488, poi che nel Consiglio delli 17 giugno di quest’anno, su proposta del Gonfaloniere, fu stabilito di proporre a M. Ludovico di non coniare più numos parvulos[25].

Di queste monete battute da Ludovico da Lugo, che forse fu anche l’autore dei coni, abbiamo i monumenti nei piccioli di Sisto IV e Innocenzo VIII; (V. N.’ 20 e 21 dell’Elenco).

È inutile poi accennare come, dopo le notizie finora riportate le quali ci persuadono dell’assoluta inazione della zecca fino all’anno 1484, cada di per se stessa la supposizione del Brambilla che il picciolo anonimo da lui illustrato (N.° 3 dell’Elenco) sia stato coniato dal Comune tra il 1463 e il 1484.


Un periodo di dodici anni scorre senza avere altre notizie della Zecca. Anche questa volta sono gli atti consigliari che ne fanno m.enzione comprovando sempre che il diritto di moneta continuava ad essere considerato un vero privilegio del Comune.

A’ 24 settembre del 1500 il Consiglio Generale risolve che i priori insieme a due eletti abbiano facoltà di far coniare pizolos et medios quatrenos, con le armi ed insegne consuete lasciando in loro [p. 43 modifica]arbitrio il determinarne il numero, la somma e la quantità[26]: alli 30 dello stesso mese vennero eletti super pizolis Camillo Dumutio e Gio. Battista Salvolino[27].

Di questa emissione non sappiamo altro e ci rimane sconosciuto il nome dello zecchiero, ignoti i capitoli e le epoche delle varie battiture. Però, se dobbiamo por mente ai monumenti che ne restano, ossia ai piccioli di Alessandro VI, di cui uno venne recentemente pubblicato dal Conte Papadopoli, dobbiamo ritenere che questa emissione fosse in tutto eguale alle precedenti fatte da Lodovico da Lugo.

Che il Duca Valentino abbia coniato o fatto coniare moneta nei suoi stati è tuttora incerto. L’Olivieri assegnò al suo governo un picciolo di Pesaro, che ora il Papadopoli assegna agli Sforza[28]. È certo che il Borgia ebbe il governo di Fano pochi mesi dopo la succitata deliberazione[29] e quindi può ritenersi che a Fano fu coniata moneta sotto di lui. Se poi questa si limitasse ai piccioli con lo stemma del Pontefice o se ne facessero altri di quelli così detti autonomi, non so. Io però, come ebbi a dire più sopra, ho per fermo che questi piccioli autonomi rappresentino emissioni svariate come quelli che costituivano la caratteristica della moneta locale e che quindi se ne trovino dall’epoca dei Malatesta fino alle monetazioni pontificie più inoltrate: e di questo ci fa certi il vederne di quelli che allo stemma della città sovrappongono le chiavi, emblema dell’alta sovranità papale (N.° 5 dell’Elenco).

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Vedemmo come il Cardinale Orsini a nome di Sisto IV concedesse al Comune la facoltà di battere duecento ducati di piccioli dietro richiesta del Comune stesso. Giulio II nella solita bolla di conferma dei privilegi della Città, data alli io gennaio del 1504, fece pel primo menzione di questa facoltà conferiiandola con queste parole: «....et cum ad decus Civitatis istius nostrae pertineat monetam aeream cudi facere posse indulgemus et concedimus Vobis ut dictam monetam cum insignis et literis solitis cudi facere valeatis juxta consuetudines hactenus observatas....»[30].

Quind’innanzi adunque il privilegio è solennemente sancito e ne troveremo menzione in molte delle bolle successive.

Che il Comune profittasse subito della concessione così riportata, non credo, perchè soltanto alli 15 dicembre 1510 il Consiglio si occupa della moneta. Abbiamo visto come tale diritto venisse esercitato interpolatamente a seconda che le condizioni del mercato richiedevano, e non se ne fece una speculazione: da ciò forse deriva anche la relativa rarità delle monete.

Ai 15 dicembre del 1510 adunque l’attenzione del Consiglio fu richiamata sulla invasione della moneta straniera e fu risoluto di bandirla entro venti giorni e di coniarne della nuova, quando quella nostrale esistente non fosse sufficiente[31].

[p. 45 modifica]In questa deliberazione non si dice di aprire un incanto della zecca dei piccioli al miglior offerente, però ciò avvenne di fatto, perchè ai 15 di febbraio del 1511 fu riferito al Consiglio che dopo l’incanto pubblicato non si era presentato miglior offerente di M.° Bernardino orefice. Questi però oltre ad altre condizioni imponeva quella di avere gli arredi di argento del Comune che si obbligava di restituire in altrettanti dello stesso peso, qualità e bontà lavorati a tutte sue spese[32]. Per tal modo il Comune doveva fornire anche la materia prima della moneta da coniare. Anche questa richiesta fu compiaciuta e due giorni dopo vennero stipulati i capitoli che vengono riportati in appendice al N.° V.

Essi differiscono pochissimo da quelli fatti antecedentemente con Ludovico da Lugo. Con essi infatti Maestro Bernardino di Pietro Bartolomei dal Borgo (S. Sepolcro?) promette al Gonfaloniere e Priori e agli Eletti Antonio Gambetelli e Giovanni de’ Forasticri di fornire alla magnifica Comunità entro nove mesi la quantità di quattrocento ducati di piccioli all’insegna di S. Paterniano da un canto e dall’altro l’arme, di Nostro Signore, dei quali ne dovranno andare 60 per oncia e della lega di mezz’oncia d’argento di undici leghe per ogni libra. Seguono le norme per la fusione della massa e l’assaggio che dovrà essere dato prima della battitura, per il cambio che rimane inibito allo zecchiero, per la battitura in luogo aperto a tutti in una bottega per la quale non si pagherà fitto alcuno. Lo zecchiero non potrà battere oltre la quantità stabilita sotto pena di venticinque ducati d’oro da applicarsi alla camera del [p. 46 modifica]Comune e, finita la battitura, dovrà restituire le stampe per il loro valsente.

Come si vede la bontà è di poco inferiore a quella stabilita da prima essendo di millesimi 38.26, mentre l’intrinseco di ogni picciolo è superiore, andandone 720 anzi che 840 per libra effettiva. Il Comune non percepisce più nemmeno la piccola retribuzione di quattro bolognini per libra corrispondente al 10 per cento circa.

Anche di questa emissione abbiamo i monumenti nel picciolo di Giulio II pubblicato primamente dal Sepilli, di cui vedi la descrizione al N.° 23 dell’Elenco.


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IV.


Leone X conferma al Comune il privilegio di battere moneta — non d’oro — Capitoli — Ricerca delle monete coniate in questo periodo.

Leone X, succeduto a Giulio II, non confermò il privilegio della zecca che nel quinto anno del suo pontificato e precisamente alli 4 dicembre del 1517; in compenso però lo estese anche alle monete di argento: infatti la bolla si esprime così: «....nec non concedimus auctoritatem et facultatem cudendi monetas aeneas et argenteas usque ad valorem unius Leonis inclusive....»[33].

È cosa curiosa come l’errore di un copista abbia indotto il nostro storico Amiani a ritenere che la Città di Fano avesse avuto anche il privilegio di coniare moneta d’oro. Quegli che trascrisse la bolla suddetta in un bollano o registro che si trova nell’archivio comunale[34] copiò monetas aureas et argenteas invece di aeneas et argenteas. L’errore era evidente per chi avesse riflettuto al valore massimo delle monete da coniarsi fissato a un Leone, che corrispondeva a quella moneta che in appresso si chiamò Giulio e Paolo[35].

Questa volta pure non fu dato eifetto immediato [p. 48 modifica] alla concessione avuta e soltanto alli 29 luglio del 1519 furono dal Consiglio speciale autorizzati i priori e gli eletti Camillo Duranti e Michelangelo Lanci a capitolare con Messer Baldino degli Alessandri da Firenze[36] per l’esercizio della zecca[37].

Ora però, come vedremo, non si tratta più della coniazione di piccioli il cui corso era limitato all’ambito del Comune e che rappresentavano la divisione in denari della Lira Fanese, ma di monete il cui corso doveva essere assai più esteso e il cui taglio e lega corrispondevano alla moneta pontificia e a quella fiorentina che era allora la moneta più accreditata e diffusa in Italia e specialmente negli Stati Papali che erano tutti in mano della famiglia de’ Medici.

Anche a Fano era Governatore perpetuo Lorenzo dei Medici al quale, dopo la sua morte avvenuta ai 28 di aprile del 1519, fu surrogato il Cardinale Giulio de’ Medici, che fu poi Clemente VII. Per essi era luogotenente il Conte Roberto Boschetti di Modena.

        Il Gonfaloniere, i Priori e gli Eletti sopradetti concedono adunque per anni tre la zecca della città di Fano a M.° Bernardino degli Alessandri da Firenze o a chi da lui verrà nominato entro 15 giorni purché sia pur esso Cittadino Fiorentino e non di altra nazione (sic.);

        Si obbligano di dargli gratis un luogo adatto all’esercizio della zecca;

[p. 49 modifica]        Consentono che egli possa condurre al suo servizio una o più persone che saranno franchi e liberi da ogni condanna e potranno portare armi di giorno e di notte però col consenso del Governatore pro tempore;

        Il Conduttore dovrà battere con le stampe o disegni che gli verranno indicati dai Sigg.’ Priori ed Eletti e potrà battere argento e quattrini nei limiti del breve, restando per altro espressamente stabilito che i quattrini debbano essere della lega e bontà di quelli che si battono nella zecca di Firenze e ne vadano ventuno al grosso da ventuno al ducato o libra, di modo che il Conduttore abbia un vantaggio del 5 per cento sui quattrini di Firenze da venti al grosso;

        I Priori e Soprastanti dovranno decidere entro due mesi quali specie di monete di argento dovranno essere battute dandone le stampe o disegno al Conduttore;

        Gli argenti dovranno essere della lega di quelli che si battono nel dominio della Chiesa;

        Le monete tanto di argento che quattrini dovranno essere battute a tutte spese del conduttore e smaltite o messe in circolazione per suo conto senza intervento del Comune;

        Il Conduttore corrisponderà al Comune un bolognino e mezzo di moneta vecchia per ogni libra di quattrini; la metà del guadagno, dopo dedotte le spese, per gli angontani, bolognini e soldi di argento; nulla pei grossi e lioni;

        Il conduttore e suoi ministri non potranno fondere senza la presenza dei due soprastanti o in loro mancanza dei priori;

        Infine i quattrini potranno essere bianchi o negri a piacere degli eletti.

In seguito a nuovi ordini sulla battitura delle [p. 50 modifica]monete pervenuti dal Governo di Roma, il 2 marzo del 1520 furono apportate ai suddetti Capitoli le seguenti modificazioni:

        Lo zecchiero si obbliga a fare quattrini che ne vadano 20 al grosso e il Comune promette indennizzarlo della perdita;

        Sorgendo ostacoli o impedimenti alla coniazione delle monete, il Comune sarà tenuto a fare di tutto per rimuoverli;

        Se poi gl’impedimenti sopradetti si verificheranno entro quattro mesi in modo che lo zecchiero non possa metter mano alla battitura, il Comune dovrà comprare dallo zecchiero, a prezzo di stima, tutti gli attrezzi che questo avrà provveduti[38].


In questi capitoli è notevole sopra tutto l’innovazione relativa al cambio della moneta prodotta: infatti, mentre nelle capitolazioni precedenti questo cambio è assolutamente vietato allo zecchiero sotto multe abbastanza gravi, in queste invece è lasciato interamente a lui. Ciò mi pare dimostri chiaro quanto ho detto di sopra e cioè che si tratta di una monetazione affatto nuova e fatta con intenti e criteri diversi da quelle precedenti, che erano destinate a sopperire a un bisogno effettivo e locale.

Per stabilire la bontà della moneta che si doveva coniare ci soccorre un documento pubblicato dall’Orsini[39]. È una provvisione del 25 ottobre 1509 nella quale è prescritto che nella Zecca di Firenze si abbiano a battere quattrini neri che valgano quattro [p. 51 modifica]denari di piccoli ciascuno, che abbiano un’oncia di argento fino per libra e ne vadano lire sette per libra. Non essendo riportate dall’Orsini variazioni anteriori al 1519, possiamo ritenere che avessero vigore anche in quest’anno. Per conseguenza la bontà delle monete da coniarsi doveva essere di millesimi 83.33 e il peso all’incirca di milligrammi 807.

Il non conoscersi monete di Fano segnate col nome di Leone X fa sorgere il dubbio che questi capitoli siano rimasti allo stato di scritto senza avere avuto la loro effettuazione. Questo dubbio può dirsi certezza per le monete di argento, ma non pei quattrini. Infatti la moneta anonima descritta al N.° 4 dell’Elenco pel tipo e la tecnica si attaglia perfettamente a questo periodo: non così pel peso che risulterebbe inferiore a quello stabilito dai capitoli. Il criterio del peso però non è attendibile in via assoluta trattandosi di pochi esemplari che variano considerevolmente da 45 a 70 centigrammi. Queste differenze di peso anzi mi confermano nella idea che in alcune emissioni si usassero tipi e coni di altre con tondini e quindi con pesi diversi, non solo ma che si stampassero, ad esempio, denari e quattrini col conio medesimo con lievissime differenze nel peso o nella lega soltanto.

Se avessi notizie precise degli incisori dei coni, potrei trarne argomento per assegnare con maggiore sicurezza la moneta in discorso a questo periodo. Disgraziatamente nessuna notizia riguardante gli artefici che lavorarono le stampe fu da me rinvenuta. Però da un documento pubblicato da Eugenio Müntz[40] sappiamo che il Pontefice Leone X [p. 52 modifica]affinchè «monetae pulchriori modo quam sit possibile cudantur» prescrisse che tutti gli zecchieri dello Stato Pontificio si servissero dell’opera di Pier Maria di M.° Antonio Serbaldi Fiorentino e di Vittore Carmelo Veneziano ai quali assegnò una provvigione annua obbligando gli zecchieri a corrispondere loro il prezzo solito pei coni forniti. Questa disposizione fu presa il 24 giugno 1515 e quindi anteriormente alla nuova concessione della Zecca di Fano e ai capitoli con l’Alessandri; pure nulla c’impedisce di ritenerla continuativa. E così avremmo una molto probabile congettura sul nome degl’incisori della moneta da me attribuita a questo periodo che apparisce lavorata con senso squisito e con sobrietà conforme all’epoca oltre ogni dire fortunata per l’arte.



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V.


Concessione di Paolo III — Capitoli e Istromento con lo zecchiero — Sospensione della zecca e bando delle monete — Conferma di Giulio III — Breve esercizio — Monete di questa emissione — Conferme di Paolo IV e Pio IV — Riapertura della Zecca — Sua chiusura.

Sui primi del 1536 la Città di Fano fu privata del dominio di Montefiore e Mondaino, grossi Castelli del Riminesc che furono annessi alla Legazione di Romagna. «I magistrati reclamarono appresso il Papa per lo smembramento della loro giurisdizione e in ricompensa ne riportarono l’autorità di potere di nuovo coniar le monete d’oro e d’argento giusta gli antichi privilegi, colla spedizione del Breve in data delli 11 Marzo per cui si rinnovarono i Capitoli della zecca»[41]. Così lo storico Amiani ci dà la ragione del reintegro nel diritto di zecca del quale pel corso di sedici anni non trovai altra menzione. Però se è plausibile il motivo per cui il Pontefice credette ridare alla Città la giurisdizione della zecca, non e vero che egli abbia confermato il privilegio di batter moneta d’oro che non è mai esistito, come vedemmo, se non per errore di amanuense. Inoltre il breve pontificio da cui risulta la conferma o rinnovazione della concessione non è del 11 marzo, ma sibbene del 26 settembre 1536 e si esprime così: «Praecibus vestris super hoc nobis humiliter porrectis inclinati literas fel. re. Leonis X praedecessoris nostri super cusione aeneae et argenteae monetae vobis concessas auctoritate [p. 54 modifica]aplica tenore presentium confirmamus et approu bamus....»[42].

Della concessione così riportata diede subito notizia il 9 ottobre al Consiglio Speciale e Generale Paolo Palioli, che era stato inviato oratore al Pontefice, dicendo che si era ottenuta facoltà di battere moneta fino al valore di un Giulio. Il Gonfaloniere però ritenne opportuno di valersi soltanto della concessione di coniare la piccola moneta e in questo senso il Consiglio decise con 6i voti contro 2 che i Priori con tre cittadini scelti da essi e col Depositario e il Referendario del Comune avessero autorità cudi faciendi quadrantes, dimidios quadrantes et tercios quadrantes[43]. Li 21 ottobre furono eletti soprastanti alla zecca: Franceschino Tomasino, Gianfrancesco Biliotti Bollioni e Orazio Biccardi[44].

Nel novembre del successivo 1537 abbiamo i capitoli[45] di concessione della zecca a Nicolò Nucci da Gubbio fatta dal Gonfaloniere, Priori ed eletti sopradetti per tre anni e tre mesi da cominciare alle càlende di novembre per la corrisposta annua di cinquanta scudi d’oro per martello, con che i tre mesi fossero franchi:

        Lo zecchiero doveva battere due specie di quattrini: l’una con l’impronta ed armi papali uguali a quelle dei quattrini battuti nella zecca di Roma con lettere attorno denotanti la città di Fano, l’altra con l’arme della Chiesa da un lato e dall’altro l’effigie di S. Paterniano; [p. 55 modifica]La bontà dei quattrini doveva essere di un’oncia di argento di undici leghe per libra, e ne dovevano andare quarantadue per oncia con una tolleranza o remedio di tre denari per libra;

Pei mezzi quattrini e i piccioli invece entrerà soltanto mezz’oncia di argento fino per libra, e dei primi dovranno andarne 46 e degli altri 70 per oncia; le impronte relative verranno stabilite dai priori e dagli eletti: le monete dovranno essere imbiancate;

La Comunità non era tenuta a smaltire le monete coniate se non in quanto le pareva, dovendo ciò essere a carico dello zecchiero;

Nessuna quantità di moneta potrà essere levata di zecca senza che prima ne abbiano fatto il saggio gli eletti o gli assaggiatori da essi deputati ai quali lo zecchiero sarà tenuto di dare anche il saggio della massa;

Seguono le franchigie consuete e una nuova clausola mercè la quale la Comunità resta obbligata a ridare l’esercizio della zecca al Nucci quante volte si verifichi una revoca o una sospensione per ordine superiore prima dello spirare del termine di tre anni e tre mesi per cui gli vien fatta la concessione.

Quest’aggiunta ai capitoli ci fa pensare che dovesse essersi dato il caso in precedenza che l’esercizio venisse sospeso o impedito prima ancora di cominciare o poco dopo, in modo che il concessionario fosse rimasto col danno e con le beffe.

Non so se il Nucci cominciasse subito la lavorazione: è certo che un anno e mezzo dopo, ai 30 di maggio del 1539, fu stipulato un nuovo istrumento di concessione con gli stessi capitoli[46]: in questo si parla veramente di due martelli e se ne potrebbe [p. 56 modifica]quindi dedurre che fino ad allora la battitura avesse avuto luogo con un martello solo. A questa stipulazione intervenne il nobile Carlo Petrucci come garanzia del Nucci pel puntuale pagamento del canone annuo fissato a cento scudi di dieci giulii ciascuno.

Da alcuni documenti posti in luce dal compianto Dott. Umberto Rossi, che li trasse dal carteggio Farnesiano conservato nel R.° Archivio di Stato di Parma[47], rileviamo che in questo stesso anno 1539 il Nucci presentò istanza al Consiglio Comunale di Fano affinchè volesse investirlo della zecca a perpetuità. Si vede che la clausola inserta nei capitoli non lo guarentiva abbastanza della stabilità del suo ufficio e, conseguita la cittadinanza Fanese, trasportata a Fano la sede de’ suoi interessi, voleva ora più sicuro affidamento che la malevolenza altrui o la speranza di guadagno non facesse sorgere qualche concorrente a togliergli l’industria cui si era dedicato. Il Consiglio li 23 ottobre 1539 con sessantaquattro voti contro cinque stabih che, avuto riguardo all’affezione dimostrata dal Nucci alla Comunità e alla cittadinanza di cui era stato onorato, s’intenda e debba essergli concessa la zecca per tutto il tempo che la Città ne godrà per beneplacito della Sede Apostolica e che per nessun modo possa togliersi a lui per darla ad altri anche quando questi facesse offerte migliori, a condizione che il Nucci debba pagare cinquanta scudi da dieci giulii per ogni martello e per ogni anno come paga attualmente e che, scorso il triennio della concessione in corso, aggiunga a questa corrisposta il dono di una tazza di argento fino del peso di una libra per uso della Casa dei Signori Priori.

Ben provvide il Nucci al suo interesse munendosi di questa assicurazione, poi che nel marzo del [p. 57 modifica]1541 il Cardinal Farnese scrisse al Governatore di Fano, che era Mons. Camillo Mentovati da Piacenza, di trovar modo che un suo caro servitore avesse potuto conseguire il posto di zecchiero. Il povero Governatore rispose tutto dolente di non poterlo servire e per giustificarsi completamente di questa impossibilità allegò alla sua lettera copia autentica della già ricordata decisione del Consiglio, e, pur rimettendosi agli ordini di sua Signoria Ill.ma e R.ma, soggiungeva: «Questo li dico bene che la città universalmente resta del dicto zecchiero ben satisfacta et lo reputa quasi come Fanese et per quanto si crede desegna lui maritarsi et restare in Fano et già gli ha comprato case et quelle edificate et dispeso insino al bora presente la somma di 800 ducati.» Così il Governatore veniva a rendere giustizia al Nucci, attestando come egli fosse bene accetto alla Cittadinanza.

Il Rossi non dubita di attribuire al risentimento provato dal Cardinale Farnese, allora onnipotente, per non poter spadroneggiare a suo talento nelle cose della zecca di Fano, la chiusura di questa avvenuta nell’anno 1542. Ma questa invece avvenne in forza di un editto del Cardinale Guido Ascanio Sforza Camerlengo di Santa Chiesa delli 11 maggio 1542 riportato dal Garampi[48]. Con esso si stabilì che: «nessuno zecchiero di Roma e di tutto il Stato Ecclesiastico mediate o immediate soggetto alla Sede Apostolica, Barone, Signore et altre persone a chi spetta, di qual si voglia stato, grado e condizione se siano, non presumano ne debbano in modo alcuno battere ne far battere quattrini, baiocchetti, né altre monete d’argento inferiori al Grosso buono de Baiocchi cinque, sotto pena di mille [p. 58 modifica] ducati d’oro et altre, etc.» e che: " Le monete di Siena e di Lucca d’argento, et Baiocchi et quatrini di Fano siano banditi, et non si possano spendere, sotto pena di cento scudi.»

Questo bando c’insegna che a Fano si battevano i baiocchi, moneta di cui non è parola nei capitoli. Io inclino a credere che si trattasse soltanto dei quattrini che per la loro imbiancatura si facevano passare per baiocchi o moneta d’argento da quattro quattrini. Quindi il bando delle monete e la revoca o sospensione della concessione di cui ci manca il documento, ma che viene espressamente ricordata nel breve di Giulio III che vedremo in seguito. Dall’Editto citato apprendiamo ancora che d’ora in avanti «....tutte le zecche dello Stato Ecclesiastico mediate vel immediate soggetto, debbano battere al medemo peso e lega e con quelli capitoli che batte la zeccha di Roma sotto le pene soprascritte da incorrere e d’applicarse come di sopra.» Quindi forse la ragione per cui andando avanti non troveremo più i capitoli con gli zecchieri.

Se poi l’editto di cui parliamo, specie per quanto riguarda il bando delle monete fanesi, sia stato emanato per suggerimento del Cardinale Farnese non so ne oserei affermarlo di fronte al fatto della riforma generale intervenuta. L’influenza del Cardinale si esplicò in appresso o sia quando venne di nuovo richiesta la conferma della concessione così bruscamente interrotta. Il Rossi infatti accenna a due lettere scritte dal nuovo Governatore Cherubino Bonanni da Pisa al Cardinale su questo oggetto. Nella prima del 27 maggio 1542, pochi giorni dopo la chiusura, raccomanda «quanto è licito» la città per la conferma della zecca «nel batter quatrini et grossi.» Neil’altra del 23 settembre 1543 si esprime così: " La zecha suplico se li conceda come S. S. ha dato [p. 59 modifica]intentione et così un martel de quatrini, perchè certo questa città ne patisce et la Camera non ha utile nissuno, ma tutto va al Duca d’Urbino, oltrachè essendosi concesso a Bolognia et Macerata par che non osti più quello diceva el tesorieri di non voler che se ne batti in luogho alcuno“[49]. Noi sappiamo come l’animo del Cardinal Farnese fosse tutt’altro che disposto a favorire la comunità su questo proposito e infatti, non ostante le ragioni addotte dal Governatore, la conferma non fu data. Così per la clausola voluta dal Nucci la zecca restò chiusa più di quanto lo sarebbe stata se il Cardinal Farnese avesse potuto collocarvi il suo”caro servitore.“


Le monete di questo periodo sono tutte quelle portanti lo stemma e il nome di Paolo III, descritte dal N.° 24 al N.° 38 dell’Elenco. Resta assai difficile determinare quali di queste siano i quattrini, quali i mezzi quattrini e quali i piccioli ricordati dai capitoli. Per distinguere i quattrini dai mezzi quattrini occorrerebbe fare l’assaggio delle singole monete, perchè unico criterio attendibile è quello del fino contenuto in ciascuno di essi che pei primi è di circa cinque centigrammi e pei secondi di due centigrammi e mezzo. Il criterio del peso è troppo fallace trattandosi di differenze di frazioni di grammi fra l’una e l’altra specie di moneta: i quattrini dovrebbero pesare gr. 0.672, andandone 42 per oncia e i mezzi quattrini gr. 0.613, poi che ne dovevano andare 46 per oncia.

Più facile dovrebb’essere determinare col criterio [p. 60 modifica] del peso quali siano i piccioli che, avendo lo stesso titolo dei mezzi quattrini, dovevano pesare solo gr. 0.403 poi che ne andavano 70 per oncia. Ma tra le monete descritte e di cui si conosce il peso non ve ne sono che due, i N.’ 28 e 32 che si avvicinino a questo peso minimo sorpassandolo, mentre l’esperienza c’insegna che le monete attraverso il tempo restano calanti, se pure l’ossidazione non vi fa aderire dei corpi estranei. Io non mi periterei quindi di affermare che non è tra queste monete col nome di Paolo III che noi troveremo il picciolo cercato, ma bensì tra quelle anonime dove i N.’ 3 e 5 corrispondono pel peso e anche per la storpiatura del nome PATRIGNIAN che troviamo solamente nelle monete di Paolo III, N.’ 31 e 36. E un’altra ragione mi conferma in questa idea ed è che qui si tratta del picciolo della Lira Fanese identico per bontà e peso ai piccioli più antichi e non è a meravigliare che fosse loro identico anche per la forma.

Altre due monete descritte tra le anonime ai N.’ 6 e 7 potrebbero appartenere alla emissione di cui parliamo e invero desse corrispondono alla descrizione datane dai capitoli; però siccome non si conoscono monete sicuramente attribuibili alla battitura di cui ora andremo a parlare, così di questi quattrini torneremo a parlare con essa, senza per altro escludere che possano essere stati emessi anche in questa.


Dal 1542 non abbiamo altre notizie della zecca fino al 1550 in cui si ebbe la conferma del privilegio accordata con breve del 6 maggio da Papa Giulio III con le parole seguenti: «....ac precipue licentiam et [p. 61 modifica]facultatem cudendi monetas aeneas et argenteas Vobis alias per fel. record. Julium II et Leonem X ac novissime Paulum III predecessores nostros concessam et confirmatam, licet postea per eumdem Paulum praedecessorem n.rum certis de causis animum tuum tunc moventibus forsan suspensam....»[50]

Però la coniazione non cominciò subito e soltanto alli 16 marzo del 1551 il Consiglio si occupò della zecca e precisamente della sorveglianza che vi esercitavano i Priori[51]. Il Commissario Pontificio fece osservare come male potessero esercitare questa sorveglianza i priori in carica, i quali, per le brighe del loro ufficio, non avevano modo di attendervi con la solerzia e diligenza necessarie. Dopo diverse proposte fu risoluto che d’ora in avanti dovessero avere la sorveglianza della zecca, insieme ai cittadini eletti specialmente a ciò, i priori del bimestre precedente o, in altri termini, che i priori al finire dell’ufficio bimestrale assumessero questo per altri due mesi e che però «della loro fatiga non habbiano havere mercede o premio alcuno.»

L’Amiani[52] ci ricorda che nell’agosto di questo stesso anno 1551 Fabio Mignanelli, che fu poi Cardinale, cui era stata affidata dal Pontefice la custodia della spiaggia contro le temute invasioni dei Turchi e che molto si adoperò per il bene della Città, volle sottoscrivere i nuovi capitoli della zecca. Benché ci manchi il testo di tali capitoli, pure io credo non differissero gran fatto da quelli precedenti perchè stabiliti collo stesso zecchiero Nicolò Nucci e in forza della clausola della stipulazione anteriore mercè la [p. 62 modifica]quale il comune si era vincolato di ricorrere di nuovo all’opera sua. Ritengo quindi che il Cancelliere comunale sia incorso in errore quando notò nei Libri delle Riformanze[53] sotto la data del 9 giugno 1553 che: «D.nus Nicolaus Nuccius Zecherius prout relatum fuit D.nis prioribus incepit impressionem Jukiorum iuxta facultatem sibi concessam virtute litterarum in forma brevi S. D. N. Julii pp. III.» E invero sappiamo che il Consiglio deliberò espressamente di non valersi della facoltà di coniare moneta di argento quando fece i primi capitoli col Nuoci e poi, oltre a ciò, manca qualsiasi moneta di argento di quest’epoca.

È vero bensì che non ne abbiamo nemmeno di rame col nome di Giulio III e quindi dobbiamo per forza assegnare a questa emissione alcune delle monete segnate fra le anonime, probabilmente quelle col S. Paterniano seduto (N.° 6 e 7 dell’Elenco) che corrispondono, come osservammo più sopra, alla descrizione datane dai capitoli, e forse ancora le altre segnate coi N.’ 3 e 5 perchè, sebbene abbiano lo stesso tipo di quelle più antiche, pure portano la leggenda Patrenian e Patrignian storpiatura del nome Paternian che non troviamo in nessuna moneta anteriore a Paolo III.

E certo del resto che questo periodo di attività della zecca fu brevissimo, perchè da un atto di diffida del 25 settembre 1553[54] possiamo arguire che il Nucci non batteva più quattrini mentre il Comune gli assegnava un termine perentorio per farlo. Lo fece e riprese la coniazione? Non lo sappiamo: però da questo documento ci viene confermato l’errore del Cancelliere nel parlare di giuli.

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Paolo IV concesse la conferma del privilegio della zecca e altrettanto fece Pio IV, sebbene non mi sia occorso vedere ne in originale, ne in copia le bolle o brevi relativi. Del secondo però abbiamo i quattrini e gli atti da cui risulta la conferma e l’esercizio della zecca. Infatti ai 12 di giugno del 1560, ossia dopo riportata la nuova concessione, i Priori chiamarono il Podestà Giovanni Battista Bonadrata da Rimini e l’avvocato del Comune Paolo Paliotti per essere chiariti di un dubbio che era sorto in loro e cioè se si dovesse o no confermare nell’esercizio lo zecchiero Nucci coi precedenti capitoli e condizioni, onori ed oneri. I legali chiamati a pronunziarsi dissero che la zecca spettava di diritto al Nucci come quello cui fu già conferita altre due volte dopo le sospensioni avvenute e ciò in forza della concessione antecedente. E così i priori chiamarono subito il Nucci per avvertirlo di star pronto a ripigliare la coniazione con le maniere, capitoli e obbligazioni consuete[55].

La battitura fu ripresa il 26 ottobre successivo come rilevasi dai Libri della Depositeria Comunale dove, per la prima volta, ai 26 d’aprile del 1561 troviamo l’annotazione del provento della zecca[56].

Ma era destino che il Nucci non potesse proseguire tranquillamente nel suo ufficio. Alli 26 di agosto del 1562 il Tesoriere Generale, per ragioni che mi restano ignote, mancando il testo della lettera, scriveva al Governatore di Fano di far sospendere la [p. 64 modifica]coniazione dei quattrini[57]. Il Consiglio tentò di parare il colpo autorizzando i priori a scrivere a chi meglio avessero creduto in grado di ottenere la conservazione del privilegio[58]. Ma tutto fu inutile, e li 4 di settembre la zecca fu chiusa e ne abbiamo l’indicazione nei Libri della Depositaria del 1565, nel quale anno il Nucci regolò col Depositario la sua partita versando il saldo della corrisposta dovuta[59]. I quattrini di Pio IV, di cui si conoscono poche varietà (N.’ 39 al 42 dell’Elenco), furono adunque prodotti nel periodo che va dal 26 ottobre 1561 al 4 settembre 1562.


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VI.

Pio V accorda di nuovo la zecca — Riapertura e attività di questa — Giulio d’argento forse commemorativo — Moneta di Sede Vacante — Conferma di Gregorio XIII — Nuovo zecchiero — Interruzione della battitura e sua ripresa con obbligo di proporzionare la moneta di mistura a quella d’argento — Chiusura nel 1581.

Il pagamento eseguito dal Nucci nel febbraio del 1565 fa credere a una ripresa di trattative per ottenere di nuovo la concessione della zecca: e infatti salito alla tiara Pio V, pochi mesi dopo la sua assunzione al pontificato, confermò il privilegio con le seguenti parole contenute nel Breve datato da Roma alli 31 marzo 1566: «....ac precipue licentiam et facultatem cudendi monetas aeneas et argenteas vobis alias p. fe. re. Julium II et Leonem X, Paulum III et IIII et novissime Julium III et Pium IIII praedecessores n.ros concessam et approbatam licet postea per eumdem Pium IIII certis de causis animum suum tunc moventibus forsan suspensam seu revocatam»[60].

In questo breve abbiamo adunque il ricordo delle concessioni di Paolo IV e di Pio IV e della revoca fatta da quest’ultimo alle quali cose accennammo più sopra.

Il Nucci tornò per la quarta volta ad esercitare il suo ufficio instando anzi per affrettare l’esecuzione del privilegio che l’agente del Comune in Roma voleva si ritardasse nell’attesa dei provvedimenti di ordine generale che dovevano essere emanati. Nel Consiglio Generale del 21 giugno 1566[61] si trattò [p. 66 modifica]la cosa. Il Nucci si limitava a chiedere che non fosse ritardato il permesso di coniare quattrini, promettendo per altro e obbligandosi di non metterli in circolazione finche non fosse venuta la licenza «licei il non sii opus alla licentia.» E così ottenne, e nei Libri delle Riformanze è fatta memoria che alli 25 giugno: «D. Nic. Zec. cepit spianare ut dicitur quatrinos» e «die vero prima Julii sequentis cepit imprimer, et ut dicitur stampare»[62].

Anche questa volta il lavoro del Nucci fu interrotto, non per disposizione superiore, ma per la morte che lo sopraggiunse sul finire del 1569 poi che alli 26 gennaio del 1570 è portata in Depositaria la partita di saldo dei suoi eredi[63]. La zecca per altro non soffrì interruzione poi che l’esercizio ne fu continuato da Domizio Rusticucci che era già socio del Nucci fin dal 1566, come si apprende dalla succitata deliberazione Consigliare. È notevole la frase con cui il Consigliere Antonio Lanci designò il Rusticucci «Dominus mundi» Signore del mondo. E invero la famiglia Rusticucci era allora all’apice della potenza e della ricchezza. Stretta con vincoli di affinità colla famiglia del Pontefice poi che una Rusticucci, Diamante, andò sposa a un Bonelli fratello del Cardinale Alessandrino consanguineo del Papa: un Rusticucci, Bartolomeo, era Castellano di Ancona, un altro, Francesco, era Vescovo di Fano, un altro infine, Girolamo, era famigliare carissimo al Papa che di lì a poco lo creò Cardinale. È indubitato che in una città piccola e devota alla Chiesa tutti i membri di questa famiglia dovevano avere prestigio ed esercitare influenza tale da farli chiamare signori del mondo. Ciò per altro non esclude che nelle parole [p. 67 modifica]del buon Lanci possa trovarsi una punta di fine ironia.

Il Rusticucci esercitò la zecca fino alli 2 agosto del 1572 e questo fu uno dei periodi di maggiore attività della zecca Fanese, poi che vi si batteva con otto martelli, come rilevasi dai pagamenti di canone fatti al Comune[64].


Sarebbe difficile stabilire anche con qualche approssimazione quali monete di quelle portanti il nome di Pio V si debbano all’uno o all’altro di questi due zecchieri, perchè l’uno continuò l’opera dell’altro e le monete non presentano tali diversità di tipi da prestarsi a una classificazione cronologica. Siccome però di Pio V si ha il giulio coniato a Fano (N.’ 43 e 44 dell’Elenco), che è la prima moneta di argento uscita dalla zecca Fanese che si conosca, così mi limiterò a ricercare quale dei due zecchieri l’abbia battuta.

I capitoli stipulati dal Comune col Nucci nel 1537, per una clausola dei quali continuò egli ad esercitare il suo ufficio, escludono affatto la moneta di argento. Ne abbiamo ragione di credere, come vedemmo, che tale esclusione fosse tolta colla rinnovazione de’ capitoli stessi fatta dal Mignanelli e nemmeno per la deliberazione del Consiglio delli 21 giugno 1566 dove si parla bensì anche di moneta di argento ma in linea generale, mentre le memorie successive parlano soltanto di coniazione effettiva dei quattrini. Potrebbe quindi escludersi a priori che il giulio [p. 68 modifica]possa essere stato battuto da lui. Però anche il Rusticucci ottenne l’esercizio della zecca cogli stessi capitoli e condizioni del Nucci come ci apprendono i libri della Depositeria e quindi l’esclusione dovrebbe valere anche per lui. Siccome la moneta esiste e quindi uno dei due deve averla coniata, io sono d’avviso che la si debba attribuire al Rusticucci. Infatti il rovescio del giulio è tale da farlo credere posteriore alla famosa vittoria riportata dalle armi cristiane sui Turchi a Lepanto li 7 ottobre 1571. L’invocazione In te Domine speravi che è il principio del trentesimo salmo di Davide, esprime la riconoscenza del Pontefice che, nella lotta impari da lui intrapresa, confidò in Dio che gli concesse la vittoria tanto desiderata. Lo Scilla[65] ritiene che tale giulio possa credersi battuto sia dopo la battaglia di Lepanto sia dopo le vittorie del Re di Francia sugli Ugonotti: io però mi attengo decisamente alla prima interpretazione, perchè la battaglia di Lepanto dovette avere un’eco fortissima a Fano dove, alle ragioni generali di emozione e di esultanza se ne aggiungevano delle speciali importantissime. Uno degli organizzatori dell’alleanza fortunata delle armi cristiane fu il Cardinale Fanese Girolamo Rusticucci, fratello o congiunto del nostro zecchiero. Da Fano erano partiti sessanta combattenti sulle galere pontificie a tutte spese del pubbHco[66]; di Fano erano i due capitani Girolamo Mariotti e Ottavio Speranza che presero parte alla gloriosa battaglia agli ordini del Colonna[67]: di Fano infine era pure il Capitano Marcello Negosanti Conte della Cerbara comandante le artiglierie del [p. 69 modifica]Duca di Savoia che morì gloriosamente in seguito alle ferite riportate in detta battaglia[68]. La Città festeggiò pubblicamente il felice evento e io credo che in tale occasione, valendosi della facoltà di cui fino allora non si erano valsi gli zecchieri precedenti, il Rusticucci coniasse il giulio che ricordava un avvenimento tanto glorioso anche per Fano eternandovi la pia leggenda secondo la quale il Pontefice orante davanti al Crocifisso ebbe da questo l’annunzio della vittoria nell’ora stessa del combattimento[69].

E che la coniazione dell’argento fosse straordinaria ce ne avverte anche il fatto di non trovarne menzione nei pagamenti fatti alla depositeria del Comune dove la troveremo ricordata sempre nelle emissioni successive quando divenne normale e ordinaria.

Il titolo e il taglio delle monete di mistura battute in Fano sotto Pio V ci sono ignoti, perchè non esistono le relative capitolazioni con gli zecchieri. Però dalla concessione fatta dal Consiglio li 21 giugno 1566 al Nucci di coniare i quattrini senza attendere le disposizioni del Governo annunciate dall’Agente del Comune, possiamo dedurre che questi venissero emessi colie norme precedenti contenute nei capitoli fatti col Nucci a tempo di Paolo III. Ciò viene confermato anche dall’esistenza del picciolo, che tale è indubbiamente la monetina descritta al N.° 57 dell’Elenco sia pel peso che per la rappresentazione che arieggia quella delle monete anonime [p. 70 modifica]N.° 6 e 7. Di più si può aggiungere che se i quattrini fossero stati fatti sul taglio di quelli di Roma, di cui ne andavano allora 420 per libra, dovrebbero pesare circa gr. 0.807, mentre quelli di peso conosciuto si tengono nelle stesse proporzioni di peso di quelli coniati sotto Paolo III e Pio IV e nessuno di essi si avvicina al peso di quelli di Roma.

Un’altra monetina viene naturalmente a collocarsi in questo periodo. È un quattrino di Sede Vacante descritto al N.° 58 dell’Elenco che è ben diverso da quelli più comuni del 1590 e che però dal Museo di Ferrara e dal Vitalini[70] venne assegnato alla Sede Vacante del 1585. Però, come vedremo in appresso, nel 1585 la zecca di Fano restò chiusa anche nel periodo della Sede Vacante mentre in quest’anno 1572 il Rusticucci lavorò senza interruzioni di sorta fino alli 2 di agosto e quindi anche nei pochi giorni della Sede Vacante dopo la morte di Pio V dalli 2 alli 13 maggio. Questo risulta evidentemente dai pagamenti fatti dal Rusticucci alla Depositaria del Comune nei quali vediamo che si tiene sempre conto delle interruzioni[71]. La moneta stessa poi è similissima ad alcuni dei quattrini di Pio V tanto che può dirsi abbia servito pel rovescio lo stesso conio di quello descritto al N.° 44, e anche pel dritto non ebbe a variarsi che nella leggenda.

Il Rusticucci proseguì a lavorare anche durante il pontificato di Gregorio XIII ma per pochi mesi, cioè dal maggio ai primi giorni di agosto, e credo quindi che si limitasse a produrre dei quattrini e non della moneta di argento perchè, come ebbimo ad osservare più sopra, la coniazione di questa fu [p. 71 modifica]piuttosto accidentale e straordinaria che continuativa e ordinaria. Inoltre fin che la zecca fu esercitata dal Rusticucci non era ancora pervenuta la conferma del privilegio di zecca dal nuovo Papa il quale lo concesse soltanto con breve del 13 settembre 1572 e in questi termini: " ....et praesertim licentiam et facultatem cudendi monetas aeneas et argenteas ante et p. fel. recor. Julium II Leonem X Paulum III et mi et novissime Julium III ac Pium IV et V licet postea per eumdem Pium IIII certis de causis animum suum tunc moventibus forsan suspensam seu revocatam....»[72]. Mancando la concessione non è ragionevole supporre che lo zecchiero si sobbarcasse alla spesa non indifferente dei nuovi coni per l’argento che avrebbero poi potuto essergli del tutto inutili. A proposito dei coni, potrebbe parere a taluno dal contesto delle varie capitolazioni riportate che la spesa restasse a carico del comune: io però non lo credo perchè per quante ricerche abbia fatto non mi è mai occorso di trovarne memoria nei libri del comune, ciò che ci avrebbe potuto fornire le notizie desiderate sugli artefici dei coni stessi. Ma oltre a queste ragioni ne abbiamo un’altra più forte e positiva per escludere la coniazione dell’argento da parte del Rusticucci. E questa ci vien data dalla deliberazione del Consiglio Generale delli 5 luglio 1572 con la quale si conferisce l’esercizio a un nuovo zecchiero[73]. In essa è detto che il Rusticucci era stato diffidato in precedenza di chiudere la zecca e gli si era permesso di lavorarvi soltanto finche avesse esaurito «cesaliam seu materiam quatrenorum.» Ciò che avvenne il 2 di agosto, come risulta dalla partita del pagamento da lui fatto sotto questo medesimo giorno.

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VII.


Nomina degli Zecchieri da parte del Governo con corrisposta di canone al Comune — Albizi, Neri e Spada zecchieri sotto Gregorio XIII — Sisto V concede la zecca a Domenico Bellocchi — poi a Galeotto Tomassini — Baiocchelle.

Ora comincia un periodo affatto nuovo perchè mentre finora gli zecchieri venivano nominati dal Consiglio quind’innanzi li vedremo deputati direttamente dal sovrano. Il Comune non ha altra ingerenza nella zecca all’infuori di ripetere dal conduttore un compenso in riconoscimento della sua antica giurisdizione. Così, come tante altre, anche questa prerogativa veniva, per forza di cose e necessità di circostanze, lentamente assorbita dal potere centrale.

La chiusura della zecca avvenuta nel giugno 1581 coincide, come quella del 1573, col cambiamento dello zecchiere di Roma e conseguente rinnovazione dei capitoli di quella zecca. Apprendiamo ciò dall’opera più volte citata del Garampi che riferisce il contratto fatto a’ 13 marzo 1581 con Meo Neri e Orazio Spada. Questo contratto non porta variazione di sorta al peso e bontà delle monete, eccezione fatta pei quattrini, il cui taglio da 480 è portato a 500 per libbra[74]. Se vi fosse veramente un nesso tra i due fatti non so, mi basta di avere notato la coincidenza che si ripete, tanto più che ci potrebbe indurre a ritenerlo il pensare che il periodo [p. 112 modifica]settennale di concessione per lo Speranza doveva finire soltanto alli 20 novembre 1581. Checche ne sia, sta in fatto che la zecca fu chiusa, come vedemmo, alli 17 giugno 1581 e rimase chiusa sino al successivo anno 1582 in cui ai 19 di aprile, l’Agente del Comune in Roma scrisse ai Priori che Meo Neri, il nuovo zecchiero di Roma, era stato deputato a zecchiere di Fano e come egli riteneva che avrebbe riconosciuto la Comunità con la solita corrisposta. Il Consiglio Generale, cui fu comunicata questa lettera, ai 19 di detto mese prese tale deliberazione che vai la pena di riferire testualmente perchè ci dà la misura del punto cui erano ridotte le oligarchie succedute ai liberi Comuni: pecore che si facevano tosare leccando la mano che le spogliava: «A chi par et piace che sia remesso ne li Magnifici Sri Priori con quattro o sei Cittadini da eleggersi da loro Sigri di accarezzare et usar ogni sorte di cortesia a spese del pubbHco a M. Meo Neri et con esso trattar et negotiar in maniera che dia i soliti emolumenti al comune per conto della zecca con autorità di poter componer et concordar con S. S.a tal negotio con quel più. utile de la comunità che potranno e tutto quello che faranno vaglia come se fosse fatto da quello stesso Consiglio, ecc....[75].

Il Neri esercitò di fatto la zecca insieme al suo socio Orazio Spada o meglio l’esercitò per loro Tommaso Albizi pure fiorentino a tutto Tanno 1584 corrispondendo al Comune scudi 65 e 100 l’anno, ivi compreso l’importo della tazza di argento, come apprendesi dai Libri della Depositaria[76]. Nè da questi nè da altro documento ci risulta che la zecca fosse attiva nei primi del 1585 e quindi durante la Sede [p. 113 modifica]Vacante tra Gregorio XIII e Sisto V. Per questo io fui ridotto ad assegnare alla Sede Vacante tra Pio V e Gregorio XIII il quattrino comunemente attribuito a questa. D’altronde la durata triennale dell’appalto della zecca, il pagamento del canone effettuato dall’Albizi a tutto il 1584 e non oltre, e la concessione ex novo fatta poi da Sisto V ci persuadono che allora fosse chiusa.

Delle molteplici varietà di monete coniate in Fano durante il pontificato di Gregorio XIII è difficile determinare quali appartengano all’uno piuttosto che all’altro zecchiero. Però, siccome durante questo periodo avvenne il cambiamento sostanziale del passaggio del privilegio dal comune al governo centrale, così è ragionevole rinvenirne la traccia nei monumenti che ci rimangono della monetazione avvenuta.

Sebbene i caratteri speciali della moneta locale siano andati man mano scomparendo per dar luogo a impronte e tipi che pili assomigliassero al prototipo della moneta pontificia che era quella coniata in Roma, pure l’effigie di S. Paterniano la troviamo successivamente nelle monete di Paolo III, Pio IV e Pio V. È vero che in queste la figura tradizionale del vescovo mitrato è andata facendosi somigliante a S. Pietro e la mitra è passata dalla testa alle mani per imitare il libro che si pone appunto nelle mani del principe degli apostoli. Però in alcuni quattrini di Gregorio XIII ricompare la figura di S. Paterniano coi paludamenti episcopali e la mitra in capo (N.° 92-102 dell’Elenco). Nei giuh poi troviamo una rappresentazione tutt’affatto nuova e pagana, la fortuna o sulla ruota o sulla conchiglia, e sebbene la leggenda prvdentis socia dia una impronta ortodossa alla immagine gentilesca, ciò non tolse al Morbio[77] di [p. 114 modifica]maravigliarsi altamente che un Pontefice austero come Gregorio permettesse tali figure sulle sue monete. La maraviglia in vero non è a posto riflettendo alle nudità di ogni genere di cui il rinascimento ha adornato la sede stessa del Papato e della Religione, il Vaticano. La Fortuna era pei Fanesi la personificazione della loro città che da essa e dal suo tempio tolse origine e nome. Proprio ai tempi di Gregorio XIII essi diedero mano a costruire la fonte della piazza sulla quale si aderge splendidamente bella la statua della instabile Dea: è vero che la statua stessa fu commessa nel 1590 e fusa nel 1594[78] e solo venti anni dopo collocata a posto, ma ciò non toglie che dessa non facesse parte del primo concetto artistico che guidò il disegno della fonte, come lo dimostra del resto ad evidenza il gruppo di delfini su cui essa poggia il piede[79]. E la somiglianza del rovescio dei giuli di Gregorio XIII con la statua che tuttora adorna la fonte è tale da far ritenere che siano concetto dello stesso artista o per lo meno che gli uni suggerissero l’altra o viceversa. Gli altri rovesci delle monete di Gregorio XIII e cioè il S. Pietro che riceve le chiavi da Cristo, il S. Pietro stante, l’Annunciazione, stanno nell’ambito delle figure strettamente cattoliche e fanno rientrare le monete fanesi nella cerchia, pili ampia per la circolazione ma più ristretta per le figurazioni, delle monete pontificie.

Possiamo quindi con qualche fondamento attribuire allo Speranza le monete aventi carattere locale più spiccato e le altre all’Albizi e soci. Aggiungasi [p. 115 modifica]che in queste ultime abbiamo ripetuta costantemente l’armetta del Comune che starebbe ad indicare il riconoscimento dell’antica giurisdizione del Comune stesso sulla zecca, ciò che lo Speranza non aveva bisogno di fare mentre teneva il suo ufficio unicamente dal Comune. Vi e del pari la sigla NS che non trovasi nelle monete da noi attribuite allo Speranza, mentre invece la troviamo nelle monete della zecca di Roma[80] e che può indicare sia l’incisore dei coni che poteva essere il medesimo trattandosi di servire lo stesso concessionario, sia gli stessi zecchieri, corrispondendo alle iniziali dei loro cognomi Neri, Spada.


Appena salito al pontificato Sisto V, per gratificare in certa guisa Domenico Bellocchi fanese, suo cameriere segreto, dal di cui padre era stato amorevolmente accolto quando era ancora semplice frate in occasione che venne a predicare in Fano, gli concesse la zecca della Città di Fano con breve delli 7 maggio 1585[81].

[p. 116 modifica]Parve che il concessionario e per esso il di lui padre Tommaso Bellocchi non volesse riconoscere la giurisdizione del Comune sulla zecca e si rifiutasse quindi di prestarsi alla richiesta del Gonfaloniere che pretendeva i soliti 50 scudi annui di canone per ogni martello e la tazza di argento basandosi sulle parole del breve cum.... oneribus solitis.... Alli 16 di maggio il Consiglio trattò la cosa: il Bellocchi disse che avrebbe pagato una conveniente pigione della casa ove aveva esercitato la zecca l’Albizi che lo aveva preceduto e quanto al resto avrebbe fatto e pagato ciò che avevano fatto e pagato gli altri. Il Consiglio stabilì di rimettere la decisione al Magistrato o Priori insieme a sette o otto eletti e agli ufficiali del Comune[82]. Questi stabilirono alli 24 maggio 1586 che a titolo di pigione e corrisposta il Bellocchi avesse a pagare scudi centotrenta all’anno[83] come effettivamente pagò negli anni 1587 e 1588[84].

Però sebbene dai libri della Depositaria non appariscano i pagamenti fatti negli anni 1585 e 1586, pure da una nota fatta dal cancelliere nel Libro delle Riformanze si apprende che il Bellocchi cominciò a coniare il 21 giugno 1585 nella casa di Silvestro Manzani in «trevi S. Antonii»[85] e nel 1586, dopo combinata la corrisposta col Comune, trasportò l’officina dove l’aveva prima l’Albizi cioè sotto le loggie del Palazzo del Podestà[86]. Questo viene confermato [p. 117 modifica]anche dalle monete che ci rimangono tuttora; infatti un testone porta l’anno 1586 e un altro l’indicazione dell’anno primo del pontificato di Sisto V (N.’ 125 e 127 dell’Elenco). Di questi il primo ha la sigla tb che trovasi pure nell’altro testone dell’anno 1587 (N.° 126 dell’Elenco) e che, a differenza di quella notata più sopra ne’ testoni di Gregorio XIII, non ha riscontro in altre monete della zecca di Roma, per cui possiamo benissimo credere si tratti delle iniziali di Tommaso Bellocchi che esercitò effettivamente l’ufficio di zecchiero per conto del figlio Domenico che ne era investito. Ma se questa sigla si presta ad una spiegazione, se non assolutamente certa almeno molto verosimile, non è così dell’altra che trovasi frequentemente sulle monete di Sisto V coniate a Fano, ai. L’abbiamo sul testone descritto al N.° 128 dell’Elenco e su molte baiocchelle. A prima vista potrebbe prendersi, specialmente per il modo con cui viene indicata dal Cinagli, per l’anno primo del pontificato, ma questa interpretazione, osservò giustamente il Pigorini[87], non si può accettare perchè le lettere indicate non formano un tutto con la leggenda circolare dalla quale sono invece separate, stando al posto ove ordinariamente vengono collocate le sigle degli zecchieri o degl’incisori. Il Pigorini aggiunge un’altra ragione che, se fosse [p. 118 modifica]attendibile, sarebbe addirittura decisiva, quella cioè che le baiocchelle, su cui trovasi più frequentemente la cifra suddetta, si cominciarono a coniare soltanto nel 1589 ossia nell’anno quarto del pontificato di Sisto V. Però noi avemmo occasione di sentire ricordati e sbanditi i baiocchi che poi vennero per dispregio chiamati baiocchelle, fin dal 1542. Che che ne sia di questo secondo argomento, il primo mi pare sufficiente ad escludere che le iniziali Al possano interpretarsi per Tanno primo del Pontificato, senza contare che da tale spiegazione deriverebbe che la maggior parte delle monete di Sisto V battute a Fano sarebbero state prodotte nel primo anno, mentre la zecca fu attiva egualmente anche nei successivi. Dunque possiamo con tutta certezza eliminare tale interpretazione, ma pur troppo non abbiamo argomenti di sorta per proporne un’altra ragionevole e accettabile. Le altre sigle abbiamo visto come rispondevano alle iniziali degli zecchieri; queste invece non rispondono ai nomi di alcuno degli zecchieri conosciuti e quindi si potrebbe ritenere che fossero invece le iniziali del nome dell’incisore dei coni. Ma non mi fu dato di rinvenirlo.


Domenico Bellocchi cadde in disgrazia del Pontefice. Da molto tempo egli per ampliare la propria casa voleva acquistarne un’altra adiacente appartenente allo Spedale della Casa di Dio, ma, per l’opposizione del Consiglio, non ostante avesse ricorso al Pontefice, non gli era riuscito di poterla avere. Allora si rivolse a un suo concittadino Mons. Coro Guaiteruzzi segretario de’ Brevi e, come avesse già ottenuto la grazia chiesta, gli disse di preparare il Breve [p. 119 modifica]relativo che egli poi segnò fraudolentemente coll’anello piscatorio. Il Papa, accertatosi della cosa, il fé’ carcerare e fu quindi condannato alla galera[88]. Per questo fatto è a credere che perdesse anche la zecca, e infatti sebbene il padre suo la esercitasse fino alli 28 ottobre del 1588, come rilevasi dai pagamenti di canone da lui effettuati, pure sappiamo che prima di quest’epoca la zecca stessa era già stata concessa a Galeotto Tomassini anch’esso da Fano. Non si conosce la data dell’investitura o della concessione, ma si sa che alli 7 di ottobre il Consiglio dette facoltà al Tomassini di chiudere la strada adiacente alla sua abitazione finche vi fosse l’esercizio della zecca[89].

Il nuovo zecchiero cominciò a battere il 14 ottobre 1588 e continuò fino alli 16 settembre dell’anno successivo corrispondendo al Comune un canone in ragione di scudi centocinquanta all’anno, come rilevasi dai Libri della Depositaria[90].

[p. 120 modifica]Questa corrisposta però non venne fissata senza lungo dibattito nel quale intervenne anche il Cardinale Enrico Gaetano con una lettera del 14 dicembre 1588 diretta al Governatore di Fano invitandolo a conoscere e definire sollecitamente la questione agitantesi tra il Comune e lo zecchiero[91]. Dopo questo intervento le parti finalmente si accordarono e l’accordo che fissava il canone nella somma sopradetta fu sanzionato dal Consiglio alli 30 gennaio 1589 però senza pregiudizio veruno dei diritti passati o avvenire del Comune[92]. Pare da questo che il Comune accampasse pretese maggiori di molto e che anche lo zecchiero riconoscesse in parte la giustizia di tali pretese; infatti nei Libri della Depositeria è detto espressamente che il Consiglio si è contentato che egli paghi solamente detta somma e che M.’ Galeotto non solo ha accettato, ma ha anche reso grazie della magnanimità usatagli. Da ciò è forza dedurre che l’attività della zecca fosse in aumento e in aumento quindi i guadagni, perchè diversamente non si giungerebbe a comprendere come lo zecchiero accettasse di pagare un canone superiore a quello pagato da chi l’aveva preceduto non solo, ma ringraziasse ancora di ciò come di una benigna concessione.

Questo fatto fa ritenere buona l’asserzione che le baiocchelle, moneta che era fonte di lautissimo guadagno ai produttori, si cominciassero a coniare in questo periodo o più propriamente che in questi anni fosse data la licenza di coniarle e se ne autorizzasse, la circolazione che prima, come abbiam visto, era quasi abusiva e clandestina. Lo Zanetti, dal quale il Pigorini dedusse la notizia che le baiocchelle cominciarono a coniarsi soltanto nel 1589, non dà [p. 121 modifica]la cosa per certa e in ogni modo non produce alcun documento per giustificare la sua asserzione[93].

È certo che le baiocchelle tengono il primo posto per la quantità e la varietà tra le monete di Sisto V, uscite dalla zecca di Fano. Eran queste monete di rame con pochissimo argento. Un saggio fatto praticare dal Pigorini dette per risultato per le baiocchelle di Fano il 19 per % di fino. Valevano 4 quattrini cadauna e ve ne volevano dieci per fare un giulio. Siccome il giulio era alla bontà di undici once ossia al titolo di 916.66 in modo che ogni giulio conteneva in media gr. 2.75 di fino, è evidente che il pubblico veniva indegnamente truffato poiché dieci baiocchelle, dato che in media pesassero un grammo cadauna, non contenevano più di gr. 1.90 o tutt’al più 2 grammi di argento fino. Il guadagno degli zecchieri e con essi del Governo che permetteva l’emissione di una moneta così scadente era grande, ma per ciò appunto non poteva durare, difatti in brevissimo tempo le falsificazioni inondarono lo Stato e, attesa la cattiva qualità della lega di quelle autentiche, non era più possibile distinguere le buone dalle false. Come primo provvedimento fu alzato il valore del giulio da 40 a 50 quattrini di modo che per ognuno di essi andassero non più dieci baiocchelle, ma dodici e mezzo. Il bando fu emanato alli 15 agosto del 1591[94], ma non valse a frenare l’ingordigia degli speculatori, perchè era ancora abbastanza largo il margine di guadagno che diventava anche maggiore per i falsificatori i quali abbassavano di più il titolo dei loro prodotti, tanto che in questi vi sono appena tracce di argento e mai più del 4.50 o 4.60 %[95].

[p. 122 modifica]Si ricorse a un altro spediente e un nuovo bando del Cardinale Camerlengo delli 27 aprile 1592 impose ai possessori di baiocchelle di portarle alle zecche ove quelle riconosciute autentiche sarebbero state munite di un marchio o contromarca a forma di croce. Ma, fatta la legge e studiato l’inganno, la contromarca apparve subito anche sulle baiocchelle falsificate. Non rimaneva altro partito che togliere dalla circolazione una moneta divenuta un inganno permanente alla buona fede del pubblico, ciò che fu fatto con bando del 23 novembre 1592 col quale si proibì l’ulteriore coniazione delle monete di lega e si ordinò il ritiro di quelle che si trovavano in circolazione per demonetizzarle[96]. Con questo bando cessò interamente nello Stato Pontificio la produzione della moneta di lega alla quale successe quella di puro rame, ma non cessò subito il corso delle baiocchelle. Una lettera del Tesoriere Generale al Governatore di Fano delli 26 dicembre 1592 prescrive le norme da seguirsi pel cambio e il ricevimento di esse nei pagamenti e da essa sappiamo che dovevano andarne 162/3 per fare un giulio[97].


Il parlare delle baiocchelle mi ha fatto interrompere quanto volevo accennare sulle monete di Sisto V. Dissi più sopra alcuna cosa su quelle di argento; mi resta da aggiungere che nelle „Miscellanee“del canonico Alessandro Billi, conservate nella Biblioteca Oliveriana di Pesaro, è fatta menzione di un paolo di Sisto V coniato a Fano del quale però [p. 123 modifica]non vi è data la descrizione. Dei quattrini meritano osservazione quelli descritti ai N.’ 154 e 155 perchè vi si avverte l’intenzione d’imitare quelli di Pesaro descritti dal Reposati[98]. I quattrini però non presentano caratteri tali da poterli attribuire all’uno o all’altro degli zecchieri. Possiamo bensì, per le considerazioni fatte di sopra, attribuire al Tomassini le baiocchelle. Il prototipo di queste doveva essere quello descritto al N." 132 che però è raro a trovarsi, predominano invece i tipi colla santa Casa di Loreto e con la Concezione: quest’ultimo si conserva anche nelle emissioni successive.



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VIII.


Fine di ogni ingerenza del Comune — Monete di Urbano VII, di Sede Vacante, di Gregorio XIV — Zecchiero sconosciuto — La zecca conia soltanto moneta d’argento sotto Clemente VIII — Falsificazioni e proibizione — Zecchieri Tomassini — loro processo — Chiusura della zecca e revoca del privilegio.

L’annotazione di pagamento del canone da parte del Tomassini li i6 ottobre 1589 è l’ultima notizia della zecca che ci venga data dagli atti del Comune i quali quind’innanzi sono affatto muti su questo proposito. L’ingerenza del Comune nella zecca ridotta alla sola percezione di un canone annuo cessa del tutto e la zecca è avocata interamente allo stato, per cui a noi resta più difficile il conoscerne le vicende essendo costretti a dedurle quasi unicamente dalle monete che ci rimangono.

Nel pagamento del canone è detto che il Tomassini cessò la coniazione col 16 settembre 1589[99]; tutto però ci fa credere che la zecca non restasse chiusa che per brevissimo tempo. Infatti le monete di Sede Vacante, di Urbano VII e di Gregorio XIV ci dimostrano come nel 1590 essa funzionasse di nuovo: ponendo mente poi alla ingente quantità di baiocchelle di Sisto V che, non ostante le proibizioni e conseguenti demonetizzazioni, rimane tuttavia, ci persuaderemo facilmente che la coniazione di esse dovette continuare anche nell’ultimo anno del suo pontificato, essendo quasi impossibile ammettere la totale produzione nel breve spazio di undici mesi che tanto e non più durò l’esercizio del Tomassini.

[p. 125 modifica]Non è poi ragionevole il supporre che nei pochi giorni del pontificato di Urbano VII, dal 15 al 27 settembre 1590, si facesse in tempo a impiantare di nuovo l’officina che sarebbe stata chiusa da circa un anno, quindi le monete coniate in questo periodo debbono necessariamente rappresentare ed essere la continuazione di emissioni già iniziate.

Anzi, se è lecito in mancanza di notizie positive il fare ipotesi, ne azzarderei una che, sebbene sia in contraddizione con quanto saviamente riflettè lo Scilla circa le monete di Sede Vacante, non parmi affatto destituita di fondamento. Lo Scilla osservò che le molte monete di Sede Vacante dell’anno 1590 non potevano attribuirsi alla vacanza interceduta tra Sisto V e Urbano VII, che durò soli diciotto giorni, sibbene all’altra durata oltre due mesi, tra Urbano VII e Gregorio XIV. Il Cinagli[100] ripetè associandovisi l’opinione dello Scilla, ma egli non conobbe la moneta di Sede Vacante uscita dalla zecca di Fano e descritta al N.° 189 dell’Elenco, il rovescio della quale è identico a quello dei quattrini di Sisto V descritti ai N.° 154 e 155. Questa somighanza non è casuale perchè è noto che nelle tumultuarie variazioni di coni occorrenti negl’improvvisi cambiamenti di governo o di governante si adottavano o in tutto o in parte i coni preesistenti. Si potrà osservare che anche il rovescio della Concezione che si trova nelle monete di Sede Vacante (N.’ 179-188 dell’Elenco) c’era in quelle di Sisto V, ma è vero altresì che questo verrà ripetuto nelle successive emissioni di Urbano VII e di Gregorio XIV, mentre l’altro resta proprio unicamente del tempo di Sisto V e di questa moneta di Sede Vacante di cui si conoscono soltanto tre esemplari.

[p. 126 modifica]Ammessa questa ipotesi che parmi, come dissi, non del tutto campata in aria, avremo stabilito anche meglio che, non ostante la sospensione di coniazione annunciata dai Libri della Depositaria Comunale di Fano, non vi fu interruzione di lavoro nella zecca, o, se pure vi fu, durò brevissimo tempo.


Dopo Sisto V e la successiva Sede Vacante la zecca lavorò sotto Urbano VII, e di questo Pontefice si conoscono soltanto le baiocchelle descritte nell’Elenco dal N.° 170 al 174.

La moneta di argento riapparisce sotto la Sede Vacante successiva con due testoni, un giulio e un mezzo grosso, nei quali le rappresentazioni del rovescio, ad eccezione dell’ultima, sono nuove per la nostra zecca. Ma la produzione dell’argento non regge al confronto di quella delle monete di mistura delle quali, non ostante il breve tempo, enumero ben dieci varietà N.’ 179-189 dell’Elenco.

Quest’abbondanza di baiocchelle scema notevolmente nel pontificato di Gregorio XIV, e in genere le monete di questo Pontefice sono più rare assai che quelle della Sede Vacante, sebbene la durata del suo pontificato sia maggiore. Questo farebbe credere che la zecca Fanese abbia cessato di operare prima della morte del Pontefice o meglio che la sua attività si sia limitata all’emissione di poche monete nei primi giorni dell’assunzione del nuovo Papa. Sotto di esso cominciarono a escogitarsi e bandirsi i provvedimenti diretti a limitare e infrenare il corso delle baiocchelle e non è a maravighare che si cercasse di limitarne la emissione chiudendo le zecche minori.

Anche la rappresentazione di S. Lorenzo al [p. 127 modifica]rovescio dei testoni di Gregorio XIV è affatto nuova, ne io seppi trovarne ragione alcuna negli eventi locali mentre questa dovrà certamente cercarsi in una divozione particolare a questo santo o del pontefice, o dei cardinali preposti alle zecche, o dello zecchiero.

Ma chi fu lo zecchiero in questo periodo? A me manca assolutamente il modo di identificarlo. Vero è che nelle monete di Sede Vacante descritte ai N.’ 176 e 177 dell’Elenco e in quelle di Gregorio XIV N.’ 190 e 192 vi sono le sigle bg che, sebbene dal Cinagli vengano qualificate per le iniziali dell’incisore[101], pure noi potremmo per gli esempi precedenti ritenere corrispondenti al nome dello zecchiero. Se avessimo qualche argomento per supporre che fossero conduttori della zecca i Tomassini anche in questo periodo, le lettere bg corrisponderebbero alle iniziali dei loro nomi di battesimo Baptista Galeottus. Ma giova, meglio che il perdersi in supposizioni, confessare candidamente che non abbiamo elementi per stabilire anche soltanto una ipotesi approssimativa in proposito.

Sotto Innocenzo IX, che successe a Gregorio XIV, la nostra zecca non ci offre prodotto alcuno che attesti della sua vitalità, ciò che avviene anche per le altre zecche, tanto che il Cinagli non riporta che una sola moneta d’oro di questo Pontefice. Questo fatto dimostra l’attendibilità o meglio la certezza di quanto ebbi a dire più sopra e cioè che la zecca fosse chiusa durante il pontificato di Gregorio XIV e probabilmente all’epoca di uno dei due bandi emanati per rialzare il valore della moneta di argento rispetto a quella di mistura il 17 maggio e il 5 agosto 1591.

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Il testone descritto al N.° 197 dell’Elenco ci dice che la zecca fu riaperta durante il primo anno di pontificato di Clemente VIII, e i suoi prodotti limitati ai testoni e ai grossi di argento, poiché non era più permessa la coniazione della moneta piccola, sono di un certo pregio artistico. Però questa hmitazione era fatale per gli zecchieri i cui guadagni si riducevano a ben poco dovendo produrre soltanto moneta di buon argento. Fu certamente per questo che si azzardarono ad alterare la lega dell’argento, e il Garampi ci riferisce un bando del cardinale Camerlengo del 26 di novembre 1594 col quale, riferendosi ad altro bando del 18 dello stesso mese, dispone che i possessori dei testoni aventi da un lato l’arme di sua Santità con l’iscrizione fanvm fortvnæ e dall’altro l’effigie di Sua Beatitudine con l’iscrizione clemens pp · viii · p · m · con G · T · ai piedi del manto, in altri invece una stella o rosetta, debbano entro tre giorni dare nota per iscritto della quantità che ne hanno, e che nessuno ardisca scambiarli, riceverli, valutarli a qualsiasi prezzo nelle contrattazioni e nemmeno fonderli: dispone anche che vengano però ricevuti ugualmente i testoni battuti nella stessa zecca di Fano che hanno da un lato l’arme di Sua Santità e dall’altro l’Assunta della Madonna, perchè riconosciuti giusti di peso e di lega[102].

I testoni proibiti vennero descritti ai N.’ 199-203 dell’Elenco, e un esemplare di essi conservato nella collezione Palagi del Museo Civico di Bologna, avendo perduto l’argentatura esterna, apparisce, anzi che di [p. 129 modifica]argento, di cattiva mistura, quindi l’alterazione della lega era tale da non poter sfuggire anche ad una osservazione superficiale. Non so poi perchè il bando sopra citato parlando dei testoni buoni dica che al rovescio hanno l’Assunta della Madonna mentre invece hanno l’immagine della Concezione, ma forse nella fretta di compilare l’ordinanza proibitiva non si badò più che tanto a distinguere gli attributi della figurazione, sebbene, in materia di moneta, l’esattezza delle descrizioni fosse indispensabile.

La proibizione dei testoni falsi portò con s’è la chiusura della zecca che possiamo con tutta certezza ritenere avvenuta circa il 20 di novembre, e l’arresto degli zecchieri contro i quali fu iniziato un processo.

Non ostante le premure e insistenze da me usate per avere cognizione degli atti di questo processo, non mi fu dato rinvenirlo, e sì che ne attendevo larga messe di fatti e di notizie circa questo periodo della zecca. Però collegando quanto ho potuto trarre da varie carte dell’Archivio Comunale di Fano, sono venuto ad avere indirettamente qualche notizia del processo e dei processati.


Il 23 gennaio del 1595 in un’adunanza del Consiglio Speciale il Cav. Speranza propose che si scrivesse a nome del pubblico al Papa e al Cardinale Rusticucci protettore della Città in raccomandazione di Galeotto Tomassini e del figho suo Giambattista, carcerati in Roma, ma la proposta non passò[103] compilatore del «Sommario degli Atti Consigliari»[104] [p. 130 modifica]nell’indice aggiunge il motivo per cui i Tomassini erano carcerati e cioè «per testoni falsi da essi battuti»: aggiungasi che lo stesso compilatore nel riferire sommariamente l’accomodamento fatto da Galeotto Tomassini col Comune pel canone della zecca nel 1589, aveva soggiunto: «per cagione del «quale si perdette tale onore.» Così che mi pare che, sull’autorità di tale compilatore che ebbe certo a sua disposizione molti documenti che ora ci mancano, possiamo ritenere accertato che gli zecchieri fossero Galeotto e Giambattista Tomassini. Nei testoni di Clemente VIII, N.’ 197-200 dell’Elenco, troviamo le sigle gt che corrispondono esattamente al nome dello zecchiero, sebbene il Cinagli[105] le riferisca a Guglielmo Troncio da Pisa amministratore della zecca di Roma, ciò che potrà essere pei prodotti di quella zecca speciale e non per quelli di questa di Fano la quale, sebbene dipendente direttamente dallo stato, pure doveva avere amministrazione separata.

Galeotto Tomassini era stato zecchiero nel 1588 e 1589, come vedemmo, e la memoria dei lauti guadagni allora fatti colla emissione delle baiocchelle doveva fargli sentire la pochezza dei lucri presenti, quindi la tentazione di valersi dello stesso sistema per aumentarli. Ma ora il consenso dello stato non c’era più in tale operazione che diventava quindi fraudolenta anche agli occhi della legge. D’altronde la posizione sua e del figlio, di famiglia nobile e doviziosa, facenti parte del Consiglio Comunale di Fano, stretti in parentela con le principaH famiglie, onorati di cariche e di ambascierie dal Comune, poteva, fino ad un certo punto, garantirli dell’impunità. E di questa potevano altresì renderli fiduciosi le importanti relazioni da essi fatte in Roma dove [p. 131 modifica]avevano abitato in occasione delle ambascierie sostenute da Galeotto nel 1563 per purgare la città da alcune calunnie appostele e nel 1584 per chiarire quanto era avvenuto tra gli sbirri e la compagnia del capitano Vincenzo Magnoni, e dove risiedeva ed era morto nel 1591 un figlio di Galeotto, Raniero, famigliare e segretario del Cardinale Alessandro Peretti[106]. Altro motivo che trasse i Tomassini al mal fare fu la poca sorveglianza esercitata sulla zecca dalle autorità. Apprendiamo questo dalla bocca stessa di Gian Pietro Paleotti che era stato destinato a soprastante della zecca dal Governatore di Fano, il quale confessa di aver rinunciato varie volte all’incarico che trovava superiore alle sue forze[107]. Il fatto è che i Tomassini, o fossero denunziati, o essendo la frode troppo manifesta, furono tratti prigioni a Roma e vi stettero lunghi mesi, sebbene possa ritenersi che, avendo pagato il danno e la pena, fossero poi graziati. Il che certo non fu poca ventura se si consideri che ai falsificatori della moneta toccava la pena di morte.

Una lettera del 1° marzo 1595 di Odoardo Santarelli agente del Comune di Fano in Roma ci rivela infatti, senza farne i nomi, che i prigionieri lo pregano a non rovinarli perchè intendono pagare tutti i danni del loro, e non vorrebbero nascessero ostacoli ora che sono dietro ad assodare la grazia[108]. I prigionieri non nominati erano appunto gli zecchieri, [p. 132 modifica]perchè questa lettera del Santarelli, come molte altre che la precedono e la seguono, riguardano un affare che ha stretta attinenza colla faccenda dei testoni falsi. Il Governo Papale che, dopo aver avocata a se la zecca, aveva anche mal provveduto a sorvegliarla, non voleva esser responsabile dei danni arrecati ai terzi e pretendeva quindi confiscare una certa cauzione di mille scudi prestata da Andrea Gabrielli che doveva tornare al Comune, devolvendone l’importo a indennizzare i danneggiati dai testoni falsi. Così che, secondo la logica dei Camerali, il Comune, che non aveva ingerenza alcuna nella zecca, doveva sottostare alla confisca dei mille scudi dovutigli per parte di pena «alla Città che non ha fatto usar quella diligenza che dovea per ovviare a queste fraudi e falsità»[109] addossandosi anche la taccia di trascuratezza o peggio, mentre i sorveglianti venivano nominati dal Governatore che era il rappresentante del potere centrale. Il Consiglio Comunale si ribellò a questa pretesa che importava anche grave ingiuria, e nella tornata del 20 febbraio 1595 dopo fiere parole di Adriano Negosanti[110] e di altri decise di scrivere al Papa, al cardinale Rusticucci protettore della città, e di costituirsi in causa, occorrendo, contro il fisco[111]. Quindi era naturale che gli autori del male ossia gli zecchieri carcerati assicurassero l’Agente del Comune che avrebbero pagato tutti i danni [p. 133 modifica]del loro e lo pregassero a non intralciare le pratiche avviate per ottenere la grazia. Siccome in ultimo il Comune ebbe ragione e il Santarelli con lettera del 1° luglio 1595 avvertiva che il Governatore aveva dato disposizione perchè i mille scudi in questione fossero devoluti a beneficio del pubblico, così è a credere che anche i Tomassini potessero condurre a buon porto la richiesta di grazia redimendo a contanti la pena come si usava allora di fare. E di ciò si ha una conferma nel vedere che la famiglia Tomassini continuò a godere l’antico prestigio, ciò che non sarebbe certamente avvenuto dopo una condanna infamante che l’avrebbe anche condotta alla miseria colla conseguente confisca di tutti i beni.


La zecca però non fu più riaperta; anzi Clemente VIII andò più oltre e commosso dalle adulterazioni della moneta, col breve «Paterna nostra» delli II luglio 1595, decretò la chiusura di tutte le officine monetarie dello stato all’infuori di quella di Roma e ciò appunto perchè in alcune di esse «era stata coniata moneta illegale di bontà e lega inferiore a quella prescritta, che per essersi sparsa in tutto lo stato ecclesiastico aveva recato non lieve danno e incomodo ai sudditi»[112].

Si può ritenere che il Comune, nel mandare Oratori al nuovo Pontefice Paolo V i cittadini Nolfo Nolfi e Antonio Negosanti, desse loro istruzioni perchè si adoprassero ad ottenere la riattivazione della zecca e ciò perchè, mentre la Bolla Pontificia, data li 13 [p. 134 modifica]luglio 1605, concede e conferma tutti i privilegi, indulti, diritti e consuetudini del comune, fa eccezione speciale per questo privilegio «....non tamen quoad facultatem cudendi monetas quam expresse revocamus»[113].

Le monete di Fano continuarono per altro ad avere corso nello Stato Ecclesiastico e anche negli altri, e lo Zanetti[114] ci dà notizia di alcuni bandi o gride sulle monete, emanati a Parma nel 1606, 1609 e 1616, nelle quali è fatta espressa menzione dei testoni di Fano.


[p. 135 modifica]

IX.


Riapertura della zecca nel 1797 — Istromento e Chirografo di Concessione — Disposizioni successive — Qualità e quantità delle monete prodotte — Loro vicende.

La storia della zecca di Fano sarebbe finita, se circa duecento anni dopo la chiusura di essa l’assoluta mancanza di numerano non avesse indotto il Governo Pontificio pericolante tra i marosi della rivoluzione interna e della invasione francese ad aprire nuove zecche. Quest’ultimo periodo della sua esistenza fu brevissimo: la zecca rivisse pochi giorni soltanto e produsse poche monete che, non ostante la brevità del tempo trascorso dalla loro emissione, sono oggi rarissime. Tuttavia mi fermerò alquanto a parlarne perchè il campo può dirsi tuttora inesplorato e quel poco che potrò dire della Zecca di Fano servirà di lume e di guida a chi si accinga ad illustrare le altre zecche pontificie del tempo, le quali, a torto, vennero credute di nome e non effettive[115].

Col trattato di Tolentino l’accorgimento del Bonaparte aveva fiaccato del tutto lo Stato Papale riducendolo all’impotenza mercè l’enorme contribuzione impostagli. Oltre a questo, i raccolti perduti, la permanenza delle truppe amiche e nemiche, avevano finito di vuotare le casse pubbliche e private, e le cedole, moneta a corso forzoso, crescevano e straripavano facendo levare alte le grida ai detentori. Per [p. 136 modifica]porre argine, almeno in parte, al male, poi che l’oro e l’argènto tolti ai comuni, ai privati e perfino alle chiese, non bastavano a soddisfare il forte tributo imposto dal vincitore, pensò il Governo Papale di aumentare la coniazione della moneta di rame. Il Moroni[116] ci fa sapere che si ricorse perfino a fondere campane e cannoni per procurarsi metallo a tal uopo. Così sorse la maggior parte delle zecche che operarono nello stato papale in quei tempi fortunosissimi e tra esse questa di Fano.

Il chirografo pontificio di concessione a Gerolamo Morici anconitano fu segnato li 8 luglio 1797 e nello stesso giorno fu stipulato, per gli atti Salvatori segretario della Reverenda Camera, l’istromento con cui il Tesoriere Generale Mons.r Della Porta concede al Morici la facoltà di poter intraprendere e continuare fino a nuovo ordine nella città di Fano una nuova zecca o battitura di monete di rame nel modo e forma espresse nel chirografo e a tenore del rescritto Santissimo 2 dicembre 1795[117].


Nello istromento viene conceduto al Morici e suoi famigliari e ai quattro Cavalieri che verranno destinati a soprastanti della zecca il porto delle armi e l’esenzione dai pubbHci uffici, non che il privilegio di non essere convenuti per qualsivogha causa civile o criminale avanti ad altro giudice all’infuori del Tesoriere Generale.

Non conosco il Rescritto Pontificio del 2 dicembre 1795 che doveva certamente riguardare la [p. 137 modifica]istituzione delle zecche in generale, bensì nell’istromento suddetto è inserto il chirografo di concessione diretto al Tesoriere, dal quale apparisce che la concessione stessa veniva fatta all’intento di favorire le industrie e le arti procurando loro i mezzi di pagare le mercedi giornaliere agli operai.

Le monete da coniarsi dovranno consistere in: mezzi grossi o baiocchi due e mezzo, due baiocchi, baiocco, mezzo baiocco e quattrino in proporzioni da stabilirsi dal Tesoriere, il quale potrà anche determinare che si batta una sola o più di dette specie di moneta o prescriverne delle altre. Il peso delle monete dovrà essere identico a quello delle monete battute nella zecca di Roma.

L’incisore dei coni dovrà essere quello della Camera o altro col beneplacito di questa e verrà pagato dal concessionario. I conî dovranno portare le impronte delle monete di Roma e al rovescio l’indicazione della nuova officina.

Sarà in arbitrio del concessionario il servirsi dei mezzi meccanici che vorrà per la coniazione.

La zecca dovrà essere fornita di un cassone a cinque chiavi, delle quali una sarà affidata al concessionario, le altre ai quattro Cavalieri specialmente deputati alla zecca. Detto cassone sarà diviso internamente in tanti scompartimenti quante sono le qualità di moneta da coniarsi e ad essi corrisponderanno altrettante piccole aperture esterne per le quali ogni sera alla presenza di uno dei deputati s’introdurranno le monete coniate nel giorno, previo scandaglio del peso.

L’operazione dell’estrazione delle monete dal detto cassone sarà fatta alla presenza di tutti e quattro i deputati, del governatore, del gonfaloniere e del segretario comunale che redigerà apposito atto di ogni singola estrazione. Le monete estratte [p. 138 modifica]dovranno pesarsi e quelle che non rispondessero al peso stabilito o fossero coniate male dovranno essere distrutte riconsegnando il materiale all’intraprendente. Perchè poi le operazioni di estrazione non abbiano a subire ritardi potranno effettuarsi anche nell’assenza di uno dei quattro deputati.

Il locale della zecca dovrà essere chiuso con due chiavi di cui l’una sarà tenuta dal concessionario, l’altra dal deputato di turno.

Il concessionario pagherà al Sacro Monte di Pietà di Roma a titolo di corrisposta la somma stessa che pagano gli altri intraprendenti.

L’intraprendente potrà fornire le monete coniate, col consenso però e nella quantità prescritta dal Tesoriere Generale, alle altre Comunità dello Stato ritirandone la valuta; le monete potranno anche essere ritirate dalla Camera Apostolica a tutte sue spese. Egli non potrà pretendere aggio veruno pel cambio della moneta quando ne riceva l’equivalente in cedole e ciò sotto pena di decadenza. Sotto la stessa pena non potrà cedere ad altri la concessione o assumere soci senza il beneplacito del Tesoriere Generale, e dovrà dar principio alla coniazione entro sei mesi da questa concessione.

Potrà invigilare sulla osservanza dei bandi che proibiscono le monete forastiere e percepirà il terzo delle pene cui fossero condannati i contravventori.


Molte delle disposizioni contenute in questo chirografo sono identiche o simili a quelle fissate per la battitura del rame nella zecca di Gubbio sotto i papi[118], [p. 139 modifica]e ciò dimostra come il grave negozio della moneta continuasse a trattarsi dal Governo Pontificio cogli stessi criteri di molti anni indietro. Nella fretta di rimediare a un male non si avvertì che si andava incontro a un altro peggiore creando ingenti quantità di monete di nessun valore intrinseco. In breve corso di tempo gli avvenimenti resero manifesto Terrore che i governanti di allora avrebbero potuto evitare riflettendo ai motivi che trentacinque anni prima avevano indotto Clemente XIII a chiudere le due zecche di rame che sole allora esistevano, Gubbio e Ferrara. Però non si può negare che, in momenti di gravità eccezionale, tra le grida de’ popoli privi di moneta, l’urgenza di provvedere e l’assoluta mancanza dei mezzi, era difficile appigliarsi a un partito meno pericoloso e più ragionevole.

Che gli stessi governanti si trovassero a disagio nel prendere queste risoluzioni ci apparisce evidentemente dall’incertezza e dall’incostanza delle risoluzioni medesime. Mentre il chirografo pontificio parla di cinque qualità di monete di rame da coniarsi, pochi giorni dopo invece il Tesoriere Generale ne prescrive una sola e diversa da quelle indicate e cioè il grosso o madonnina da baiocchi cinque; e poi vediamo che effettivamente se ne coniano due specie e cioè il grosso e il mezzo-grosso o sampietrino da baiocchi due e mezzo. Il peso delle monete che, fino al giorno in cui fu segnato il chirografo, era di due libre per scudo, viene ridotto a una libra e poi effettivamente è anche minore. Insomma, mi si passi la frase, è una vera anarchia monetaria, conseguenza naturale dell’illogicità del provvedimento.

[p. 140 modifica]


Il 26 di agosto il Tesoriere Generale Mons.r Della Porta scrisse al Governatore di Fano che era allora Mons.r Fabrizio Sceberras Testaferrata, comunicandogli la scelta fatta dei quattro Deputati alla zecca nelle persone dei signori: Cav. Filippo Uffreducci, Conte Francesco Corbelli, Cav. Andrea Galantara e Domenico Amiani, e pregandolo a intervenire alle estrazioni della moneta[119].

Sotto la stessa data indirizzò al Morici due lettere per ordinare e prescrivere tutto quanto concerneva l’attivazione della zecca. Nella prima gli dice che per lo spazio di sei mesi non porrà limitazione alcuna alla quantità di moneta da coniarsi: anzi insinua che per tal tempo si coni tutto quel maggior quantitativo che sarà possibile. La qualità poi sarà quella recentemente stabilita e permessa alle altre zecche, cioè da baiocchi cinque del peso di una libra per scudo. Gli comunica inoltre la scelta dei Deputati ai quali e al Governatore egli dovrà esibire copia del chirografo di concessione[120]. Con l’altra gli significa che sarà tenuto di corrispondere al Sacro Monte della Pietà di Roma scudi cinquantacinque per ogni cento scudi di moneta coniata[121]. Questa disposizione ci fa sicuri del non lieve lucro che traeva lo stato dal moltiplicarsi delle monete di rame, specialmente se si confronta questo col lievissimo canone imposto agli zecchieri di Gubbio di soli scudi due e mezzo per ogni cento, oppure di una tazza [p. 141 modifica]di argento per annonota. Il guadagno induceva lo stato a secondare le richieste dei sudditi per avere moneta piccola, quindi il pullulare delle zecche e il crescere di specie monetarie di nessun valore che ad altro non potevano servire se non ad accrescere la miseria.

Sebbene nella prima delle lettere citate, dirette allo zecchiero, il Tesoriere si mostri convinto che egli abbia tutto in pronto per aprire la zecca, questa non prese a funzionare se non nei primi giorni del successivo mese di ottobre. Infatti la prima estrazione seguì il IO di ottobre e ne avvennero altre tre il 13, 24 e 31 dello stesso mese per la complessiva quantità di scudi o libre 1770, parte in madonnine e parte in sampietrininota.

I tipi conosciuti delle monete uscite in questo periodo dalla zecca di Fano si limitano a quelli descritti dal Cinagli e riportati ai N.’ 207-208 dell’Elenco. Non ho notizia di varianti notevoli, malgrado che una memoria sulla consegna del materiale di zecca avvenuta li 14 dicembre faccia menzione di tre con! per le madonnine e di due pei sampietrini. I coni uscirono dal bulino di Tommaso Mercandetti distinto incisore della zecca di Roma i cui numerosi lavori non sono privi di una certa importanza artistica.

Poi che dopo l’estrazione del 31 ottobre non abbiamo memoria che ne seguissero altre, così è a ritenere che quella fosse l’ultima e che la zecca da allora rimanesse chiusa. E invero, oltre al non trovare traccia di altre estrazioni, troviamo invece che vennero regolarmente consegnati i verbali di quelle già effettuate in duplice copia, a mente del chirografo di concessione, al Cav. Uffreducci e al concessionario


[122] [123] [p. 142 modifica]Morici e che un mese e mezzo dopo venne fatta una specie di ricognizione e di consegna del materiale dell’officina[124]. Di più, a’ 16 di novembre, il Comune in una lettera diretta al proprio agente in Roma Francesco Cancellieri constatava in tono tale da non ammettere altre speranze per l’avvenire come "fosse andato a vuoto" il cambio, promessogli dal Tesoriere, di almeno trecento scudi di cedole sulla maggior somma ricevuta in rimborso delle spese sostenute per le truppe pontificie, da parte della zecca locale, venendo così a confermare la chiusura già avvenuta[125]. Ma se diversi indizi concludono a dimostrare che la zecca durò in attività pochi giorni e non oltre il mese di ottobre, nessuno ci rimane per determinare le ragioni che la condussero a morire prima di altre consorelle che, nate come essa e con essa, durarono tuttavia a lavorare anche dopo l’invasione francese e la proclamazione della repubblica. Forse il poco guadagno indusse lo zecchiero a smettere un’industria che poteva anche diventare passiva. E invero il margine del 45 per cento che gli restava dopo pagata la corrisposta al vS. Monte di Roma, ammesso pure che fosse lievissimo il costo del metallo e la spesa di produzione, non era tale da affidarlo di potere vantaggiosamente sostenere la perdita che avrebbero prodotto le cedole, contro le quali era obbligato a cambiare i suoi prodotti. Se tale fu il motivo, e altri ne ignoro, che indusse lo zecchiero a sospendere la coniazione, gli eventi in breve gli diedero piena ragione.

[p. 143 modifica]


Gli scopi vagheggiati coll’istituzione di tante zecche non solo non si raggiunsero, ma le condizioni del mercato divennero intollerabili per la soverchia quantità di cedole, moneta erosa e di rame che avevano finito per cacciare ogni specie di moneta reale. I governi provvisori municipali della provincia Metaurense sentirono la necessità d’intendersi e provvedere di comune accordo circa al fatto della moneta e la Municipalità di Pesaro si fece iniziatrice di una riunione dei rappresentanti dei vari comuni da tenersi in Fano l’8 gennaio 1798[126].

I risultati di tale riunione ci vengono dati dai bandi emanati dalla Municipalità di Fano lo stesso giorno 8 gennaio e il 15. Col primo si ordina a tutti i detentori di cedole di portarle in pacchi suggellati alla Camera del Comune accompagnandoli con una distinta e la dichiarazione giurata di non possederne altre e di non averle raccolte con frodi o inganno: i pacchi verranno restituiti col bollo del Comune e verrà tolto ogni valore alle cedole non presentate[127]. Col secondo, che ho creduto riportare in appendice, la moneta erosa veniva ridotta del 40 per cento, le madonnine a baiocchi tre, i sanpietrini a un baiocco e mezzo e i baiocchi a mezzo baiocco: le monete di rame anteriori all’ultima riduzione di peso dell’agosto 1797 conservavano il loro valore: le monete di oro e di argento di [p. 144 modifica]qualunque conio e paese dovevano valutarsi il trenta per cento di più del valore nominale[128].

Queste disposizioni si hanno a considerare come frutto della riunione indetta dalla Municipalità di Pesaro, perchè anche questa colle date medesime pubblicò eguali proclami[129].

I provvedimenti adottati parvero eccessivi, e un nuovo bando del 12 febbraio elevò alquanto il valore della moneta erosa lasciando per altro immutata la riduzione apportata alle monete di rame[130]. Queste anzi subirono nuovi ribassi. Il 25 marzo a Pesaro le madonnine furono ridotte a un baiocco e mezzo e i sanpietrini a un baiocco[131]; a Fano invece il 28 marzo veniva pubblicato il decreto dei Consoli della Repubblica Romana, col quale le cedole perdevano i tre quarti del loro valore, e le monete di rame la metà[132]. Giova osservare che Pesaro apparteneva ancora alla Repubblica Cisalpina e Fano alla Repubblica Romana, così che avvenne che, a brevissima distanza, pure fossero diverse le disposizioni che regolavano il corso delle monete.

Tra le vicende di queste sgraziatissime monete di rame abbiamo ricordo che servirono anche a caricare i cannoni a guisa di mitraglia[133].

II Cinagli, dopo accennate le diverse riduzioni di valore, ci ricorda che vennero totalmente abolite e tolte di corso con editto del cardinale Camerlengo del 31 dicembre 1801[134].

[p. 145 modifica] Con queste poche notizie ho appena sfiorato il vastissimo campo della storia monetaria sullo scorcio del secolo passato, storia interessantissima perchè, fra i provvedimenti tumultuari di governi che si cambiavano a ogni sorger di sole, maturava il nuovo ordinamento e assetto della moneta che è uno dei grandi vanti del primo Napoleone. Ordinamento che dura tuttora e che chiuse per l’Italia il ciclo delle zecche locali, poi che la storia della moneta, dai primordi del secolo, non si spezza più in quella di piccole officine, ma è tutt’una colla storia dei singoli stati da prima e poi della nazione.


[p. 146 modifica]146

1

PROSPETTO CRONOLOGICO DELLE EMLSSIOIJj

Epoche

Sovrani

Zecchieri Jj

1370 (?)

Galeotto Malatesta (?)

(")

1414-1418 1436- 1439

Pandolfo Malatesta Sigismondo Malatesta

M.° Ambrogio da Como - M." Giova

di M." Antonio da Norcia M." Giovanni di M." Antonio da No

1472

Sisto IV

- -

1484-1488

Sisto IV - Innocenzo Vili

M." Ludovico da Lugo

1500 (?)

Alessandro VI - Cesare Borgia (?)

(?)

1511 15 19-1520

Giulio II Leone X

M." Bernardino . |j di Pietro Bartolomei da Borgo' Baldino degli Alessandri da Firen

1537-1542

Paolo 111

Nicolò Nucci da Gubbio

1553 (9 Giugno al 25 Settembre)

Giulio III

id. id.

1561 (26 Ottobre) 1562 (4 Settembre)

Pio IV

id. id.

1'

1566 (25 Giugno) J572 (2 Agosto)

Pio V - Sede Vacante - Gregorio XIII

Nicolò Nucci - Domizio Rusticuci

1573 (23 Febbraio al 31 Dicembre)

Gregorio XIII

Antonio Speranza

3574 (20 Novembre) 1581 (17 Giugno)

Gregorio XIII

Antonio Speranza

1582-1584

1585 (21 Giugno) 1588 (28 Ottobre)

Gregorio XIII Sisto V

Tommaso Albizi con Meo Neri

e Orazio Spada Domenico e Tommaso Bellocchi

1588 (14 Ottobre) 1589 (16 Settembre)

Sisto V

Tomassini Galeotto

J589(?)- 1591 1592-1594

Sisto V - Sede Vacante - Urbano VII

Sede Vacante - Gregorio XIV

Clemente Vili

Galeotto e Giambattista Tomassin

1797 (i al 31 Ottobre)

Pio VI

Girolamo Morici [p. 147 modifica]147

MONETA FATTE NELLA ZECCA DI FANO.

Soprastanti alla zecca

Sigle

Monete prodotte

(?)

) de' Borghiselli, Tommaso Bartolelli, zo di Tommaso, Simone Tomasini Ili della Loggia, Antonio Costanzi,

Peruzzo Bartolelli i Martinozzi, Francesco di Pier Marco, Nicola Scachi iuiillo Dumutio, Gio. Batt.a Salvolini

io Gambetelli, Giovanni Forastieri

.unillo Duranti, Michelangelo Lanci

hino Tomassini, Giovan Francesco ietti Bollioni, Orazio Biccardi

• ) Gambetelli, Cavalier Speranza lino Nolfi, Gianfrancesco Bertozzi

Palcotti Giovan Pietro

lippo UfTreducci, C. Francesco Corbelli, Andrea Galantara, Domenico Amiani

N. S. A.I. T.B.

A.L •

A.L B.G. G.T. T.M.

Picciolo (?)

Picciolo

Picciolo, quattrino

Picciolo

Picciolo

Picciolo

Quattrino

Piccioli, mezzi quattrini, quattrini, baiocchi Quattrini, giuli (?)

Quattrini

Giuli, quattrini, piccioli

Quattrini

Giuli, quattrini

Testoni, giuli, mezzigrossi

quattrini

Testoni, quattrini

Testoni, mezzigrossi, baiocchelle

Testoni, giuli, mezzigrossi,

baiocchelle, quattrini

Testoni, grossi

Grosso o Madonnina, Mezzogrosso o Sanpicti-ino [p. 148 modifica]14^

VALORE COMPARATIVO DELLE VA]

Epoca

Denominazione

Taglio

0 numero

delle monete

per ogni libra

Titolo

m oncie e denari

m

milleaii

1414

1484-1488

1511

1519 1520

1537-1542

1566-1572 1573-1581

1581 3573 in giù

Picciolo di Pandolfo Malatesta

Picciolo di Sisto IV e Innocenzo Vili

Picciolo di Giulio II

Quattrino di Leone X

ti lì }>

Picciolo di Paolo III

Mezzo quattrino del sud."

Quattrino del sud."

Giulio di Pio V

Quattrino

Quattrino

Grosso

Giulio

Testone

840 840 720 441 420 840 552

504 106 480 500 212 106 35^/3

0.12 0.12

O.II I.OO I.OO

0.12

0.12

0.22

II. 01

0.20

0.20

11.00

11.00

IT.OO

4i.6( 41. 6t 38.IC

833: 83-3:

41-1

41

76 920

6g

69 916 916.6' 916.6 [p. 149 modifica]ONETE CONIATE NELLA ZECCA DI FANO.

149

0 in grammi ascuna moneta ibra Eemana Gr. 339.072)

Peso del fino

par ciascuna

moneta

Valore intrinseco di ciascuna moneta

al prezzo attuale

dell'argento

monetato cioè

L. 222.22 al Chilog.

al prezzo

dell' argento

in ducati 9 pari

a L. 108.— la Lilbra

Valore Nominale relativamente

all'oro, calcolato

il Bucato d'oro

a L. 12.—

0.40358 0.40358 0.47093 0.76841 0.80731 0.40358 0.61317 0.67276 3.19879 0.70064 0.67814

1-59939 3.19879

9-59637

Gr. 0.016815

„ 0.016815

„ 0.017930

„ 0.064072

„ 0.067276

„ 0.016815

» 0.025594

„ 0.051390

>, 2.943250 0.049054

„ 0.047092

„ 1. 4661 II

„ 2.932222

„ 8.796666

L. 0.003733

„ 0.003733

„ 0.003980

„ 0.014224

„ 0.014950

„ 0.003733

„ 0.005681

„ 0.0 1 1408

„ 0.653401

„ 0.010890

„ 0.010454

„ 0.325476

„ 0.650952

„ 1-952856

L. 0.005357

„ 0.005357

„ 0.005729

„ 0.020408

„ 0.021428

» 0.005357

„ 0.008152

„ 0.016369

„ 0.937500

„ 0.015925

„ 0.015000

„ 0.466981

„ 0.933962

„ 2.801886

L. 0.014285

„ 0.014285

„ 0.016666

„ 0.066666

„ 0.066666

„ 0.016666

,, 0.033333

„ 0.066666

„ 1.200000

„ 0.030000

„ 0.030000

„ 0.600000

„ 1.200000

„ 3.600000 [p. 150 modifica]^50

VALORE DELLA LIBRA O LIl

Epoche

Monete effettive di cui è composta la Lìr

Denominazione

Quantità

1414-1510 1511 Giulio II

1519 Leone X

1520 „ „ 1537-1542 Paolo III

» )) V t>

n }) n n

I573-I581

1581

Piccioli »

Quattrini

n

Piccioli Mezzi quattrini Quattrini Quattrini Quattrini

240 240 60 60 240

t20 60 60 60

{*) È superfluo notare che i valori della Lira Fanese sono qui determinati unicamente base al prezzo dell' intrinseco contenuto nelle monete effettive di cui si considera compc Il rapporto coll'oro è affatto nominale perchè le monete di lega andavano soggette a v£ zioni di valore quasi quotidiane. Per ciò quando nella tavola è segnato che la Lira FanS di 240 piccioli con un intrinseco al prezzo di allora di L. 1.285 equivale a 4 lire d'oro e vuol dire soltanto che il ducato d'oro, valutato 12 lire italiane, era composto o equivaleva tre libre fanesi, non già che effettivamente tre lire di piccioli comprassero un ducato d'or Quando la moneta piccola doveva cambiarsi in oro ne andava tanta quanta portava il con della giornata, così che la lira, la quale virtualmente era composta di 240 piccioli, efifettiv mente era formata di molti di più in relazione al corso, precisamente come avviene og nel cambio delle monete di rame e di argento con l'oro. [p. 151 modifica]XESE IN DIVERSE EPOCHE C).

l'^i

itrinseco contenuto in ogni Lira

l! alore Monetario odiernoj Al valor© di prima L. 222.— al Ohil. L. 108.— la Libra.

Valore Nominale

rispetto all'oro calcolando

il Ducato

a L. 12.—

Bapporto tra il Ducato 0 Scudo d'oro

e la Lira.

0.8961 18

L.

1. 285714

0.955362

n

1.375000

0.853440

»

1.224480

0.897000

»

1.285680

0.8961 18

ti

I.285714

, 0.681828

M

0.978252

0.684522

)l

0.982140

. 0.653400

n

0.937500

0.627000

»

0.900000

L. 3428571

„ 4.000000

„ 4.000000

„ 4.000000

„ 4.000000

„ 4.000000

„ 4.000000

„ 4.000000

„ 4.000000

3^2 ai 3 a T id. id. id. id. id. id. id.

-a Lira Fanese è moneta di conto, ciò non ostante ho creduto dar luogo a questi rag- i che potranno essere utili per l'intelligenza delle valute ricordate nelle antiche carte ancora perchè servono a tener dietro alla progressiva diminuzione dell'intrinseco nelle te di lega, fonte di ben lauti guadagni pei governi e per gli zecchieri, arebbe stato lavoro troppo lungo il calcolare esattamente le variazioni subite dalla Lira ->e a seconda del corso delle monete di cui era composta, e anche più difficoltoso il minarne la potenzialità di acquisto rispetto alle derrate, e certo avrebbe superato le orze e forse esorbitato dal compito impostomi.

»opo il 1587 la Lira Fanese scompare dai Libri e dai conteggi, che vengono fatti soltanto

leta papale di scudi e baiocchi. [p. 153 modifica]

DOCUMENTI.

[p. 155 modifica]

I.


Ano 1415.

Raxione de pizoli novi.


DARE

adi 27 Novembre 1415.

Lorenzo Bettini vizze dipositario de' dare i quali esacti da M.° Ziovanni de M.° Antonio de No.sia or.fo L. zento de pizoli novi a raxione de due. uno p. libra monta due. zento a bol. 40 p. due. posti a conto del dito Lorenzo a Libro A fi. 148 a la moneta de Fano valono . . . . L. 350 s. o d. o

AVERE

adi 27 Novembre 1415.

Lorenzo Retini vizze depositario de' avere i quali pagò a li eredi di Andrea Retini p. onze 50 d' argento fino il quale de a maestro Ziovanni d. m. Antonio da Norsia come apare a libro de el dito M. Ziovani fo per fare L. 100 de pizoli novi monta el dito argento a raxone de due. viiij la libra due. trentasette e mezzo a bol. 40 p. due. posti a conto del dito Lorenzo a libro A f. 149 a la moneta de Fano . . . . L. 131 s. 5 d. o

e de' avere i quali pagò al dito maestro Ziovanne da Norsia p. fattura e lavoro de L. zento de pizoli i quali fé p. lo S. a rax. de bol. 13 la libra monta due. trentadoi e mezo a bol. 40 l'uno posti a conto del dito lorenzo a lib ec L. 113 s. 15 d. o

adì ultimo di Novembre 1415.

e de' dare i quali esacti Andrea Bettini fino dal ano passato 1414 da maestro Ambrosio da Chomo L. 253 onze 8 de pizoli novi fati per la dipositaria del S. come apare per lo saldo de la raxone fata co lo dito M. Ambrosio i quali no sono mai stati messi a nota fino a questo sopradito di, e fano a raxone de due. I p. Libra che sono due. 253 bol. 26 2/3 a bolognini 40 p. due. posti a conto del dito Lorenzo ettini a Libro A fi. 149 a la moneta de Fano L. 887 s. 16 d. 8

adì ultimo di Novembre 1415.

E de' avere i quali pagò a li eredi di Andrea Betini già dipositario del S. p. L. IO onzie 6 — de argento fino el quale de el dito Andrea a M. Ambrogio da Chomo per fare L. 253 onze 8 de pizoli novi p. la dipositaria del Signore, monta el dito argento a rag. de due. 9 la lib L. 332 s. 18 d. 9 e de' avere i quali pagò a M. Ambrogio da Chomo p. fattura e lavoro de L. 253 onzie 8 fati per lui a rax. de bol. 13 la libra due. 82 bol. 12 3/4 . . L. 288 s. 10 d. 11

[p. 156 modifica]
  adi ultimo Febb. 1416.
p. onzie 25 1/4 d'argento fino dato a M. Giovanni di M. Antonio da Norsa per fare L. 50 1/2 de pizoli novi a rax. de meza onza d'arg. p. libra de pizoli i quali pizoli funo assegnati a Tomasso da Montefano depositario del Signore monta el dito arg. a rax. di due. 9 p. libra, ecc. L. 66 s. 5 d. 7
adì 16 di Zugno 1416. adì 16 di Zugno 1416.
Tomasso da Montefano dipositario del Signore de' dare i quali exacti da M. Ziovanni d'Antonio da Norsia due. quarantanove bol. trenta octo den de pizoli novi a bol. 40 p. due. zoè dal 28 di Aprile fino al 14 di Zugno 1416 in più volte posti a conto del d.to Tomasso a libro A f 8, valono . .L. 174 s. 12 d. 1 A M. Giovanni de Antonio da Norsia p. magistero e lavoro de L. 50 1/2 pizoli novi a boi. 13 p. libra L. 57 s. 8 d. 10
Archivio Comunale di Fano. Codici Malatestiani, vol. 21, c. 338.


Ano 1418.

Conio de pizoli novi che fa fare il Signore.


DARE AVERE
adì ultimo di Octobre 1418. adì ultimo di Octobre 1418.
Tomasso di Montefano ducati 98 de pizoli novi avuti da M, Giovanni di M. Antonio da Norsa orafo a boi. 40 p. ducato. L. 343 s. o d. o Tomasso di Montefano depositario del Sig. de' avere i quali pagò a M. Ziovanni de M.° Antonio da Norsia orafo p. fattura e rame de L. 98 de pizoli novi che fé p. la dipositaria del Signore a rax de boi. 13 p. libra monta due. 31 boò. 34 e p. L. 4, onzie i de argento fino che mese del suo in li diti pizoli a rax de bologni. 30 p. onzia monta due. 36 boi. 30 in tucto ducati sesantaocto bolognini vintiquatro posti, ecc. L. 240 s. 2 d. o

Ivi, c. 338'.



[p. 157 modifica]

II.


Millio ccccxxxv° die xiij m.sis nove.bris.


Congregato et cohadunato sp.li Consilio xxiiij.° civium civitatis fani ad sonum campanae, etc... interfuerunt idem d.nus potestas (Joannes de Nigris) et Egregius vir S. Antonius de Sax.to ofiìt, custodie et dapnorum datorum civitatis fani ac cives consiliarii insc.pti v.

Jacobus de Boglionibus amicus coi.s
Dominic. peregrini
Evangelista peri
Lomo cicolini
Angelus Zangolini

Petrus m.ri f.ncisci muratoris
Polus matei celle
Johannes m.' Antonii aurifex
B.tolomeus Matei retii.

Om.es de nu.o consiliarior, d.ci consilii sp.alis qui fuerunt ultra n.um octo totu. consiliu. d.ce civitatis Fani rep.ntantes, in d.co Consilio p. quibusdam negotiis co.is. Et facta p.positio p. Jacobu. Juhannis Guidatii amicu. co.is qual.r alias deliberatu. fuit p. consilium sup. f.to ceche co.is q. M. Johannes de nursia deberet face, de den. et quatrenis p. co. e et q. eidem restitute fuerunt stampe fate. p. d.ca zecha fienda q.d d.us M.r Johannes nunc petit quar debeat sibi mandar! et p.vider. adeo q. faciat de denariis parvis et quatrenis usque ad q.titatem mille ducatorum ut de ip.is habeat.r habundanter in civitate et comitatù Fani. Ad que respondens d.cus M. Joh.es dix. se esse paratu. cu. fer.is sta.pis et p. s. no. h.re argentu. et alla nec.ria p. d.cts den. fiendis et q. p. ip.um no. stat.

Qui d.ni consiliarii auditis et intellectis pd.cis cupientes sup. pd.cis provider, et q. d.cta zecha fiat unanimit. et concorditer deliberaverunt et firmaverunt q. videantur ratio, offitialiu. sup. habundantia frume.ti de den. p. eos exactis de collecta buchar. et q. cogantur ad solvendu. et restituendum totum id q.d. eis sup.erit de den. ad eor. manus p.ventis et depona.tur penes depositarium co.is et q. residuu. d.cte collecte buchar. exigat. et q. den. d.ce collecte conotantur (sic) p. medietate v. saltem ducatos centum p. zecha fienda et p. alla medietate p. subsidio salarior. medicor. co.is. Et q. d.ca collecta exigat. p. M. Johanem de Nursia depositariu. co.is, [p. 158 modifica] Et ad sollicitandum et p.videndu. sup. pd.cis eligerunt Francischum de Burghisellis.

Arch. cit. Consigli o Riformanze, vo. 6, car. 811.

III.

Die xiij Dicembris 1472.


Postquam p. me Gregorium Cancellarium de comissione d.nor prior. lecta fuit litera R.mi d.ni L. Cardinalis de Ursinis S.mi d.ni Camerarii p. quam conceditur licentia comunitati n.re cudi facere denarios parvulos usq. ad q.titatem ducentorum ducator. gratis. Qua l.ra lecta Ugolinus de Piliis confalonerius proposuit quod consultetur quid agendum.

D.nus Antonius Constantius arrengando dixit q. eligantur duo cives. qui provideant cum diligentia ut d.cti denarii parvuli cudantur juxta tenorem dictae licentiae et fiant de liga prout facti fuerunt alii denarii n.ri Tiramni.

Et d.cis p.dictis posito partito obtentum fuit fabis Ixxiv una contraria non obstan. ut eligantur tres cives qui curam habeant cudi facere d.cos d.nrios parvulos s.dum formam licentiae et ille, etc.

Et electi fuerunt

Joannes de la liggia. — D. Antonius Constantius.
Perutius B.tolellus

Arch. cit. Consigli, vol. 16, car. 144.

IV.

In nomine d.ni Amen. Anno ejusdem a Nat.e mill.° quatringent." octuag.° quarto, secunda Ind.ne tempore S.mi in X.po pr.is et d.ni n.ri d.ni Sixti divina providentia papae quarti et die ultima Jan.ri in Can.a Co.is Fani.

[p. 159 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/163 [p. 160 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/164 [p. 161 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/165 [p. 162 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/166 [p. 163 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/167 [p. 164 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/168 [p. 165 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/169 [p. 166 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/170 [p. 167 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/171 [p. 168 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/172 [p. 169 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/173 [p. 170 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/174 [p. 171 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/175 [p. 172 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/176 [p. 173 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/177 [p. 174 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/178 [p. 175 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/179 [p. 176 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/180 [p. 177 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/181 [p. 178 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/182 [p. 179 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/183 [p. 180 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/184 [p. 181 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/185 [p. 182 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/186 [p. 183 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/187 [p. 184 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/188 [p. 185 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/189 [p. 186 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/190

Note

  1. Ricordo e ringrazio qui pubblicamente i signori: Cav. Dott. Solone Ambrosoli Conserv. del Gabinetto Numism. di Brera, Comm. Edoardo Brizio Direttore del Museo Governativo di Bologna, Cav. Arsenio Crespellani Direttore del Museo di Modena, Cav. Luigi Frati Direttore del Museo Civico di Bologna, Cav. Ercole Gnecchi, Comm. Giovanni Mariotti Direttore del R. Museo di Parma, Cav. Luigi Adriano Milani Direttore del Museo Archeologico di Firenze, Conte Nicolò Papadopoli Senatore del Regno, Prof. Alberto Puschi Direttore del Museo di Trieste, Giuseppe Rivani Direttore del Museo di Ferrara i quali tutti mi furono larghi di notizie, impronte e descrizioni di monete, sopra tutti poi il signor Cav. Ercole Gnecchi dal quale ebbi aiuti efficacissimi di suggerimenti, di libri e, direi quasi, di collaborazione. Debbo anche ricordare per debito di gratitudine i defunti: Comm. Camillo Brambilla, Comm. Vincenzo Promis e Dott. Umberto Rossi.
  2. Archivio Comunale di Fano, Sezione Amiani, n.i 9, 10.
  3. " In nomine Domini Amen. Anno eiusdem millesimo CCC quadragesimo. Ind. octava. Fani. Tempore Domini Benedicti Papae XII die XVI mensis martii in curia Comunis ad bancum ludicum minorum presentibus, etc. Discretus Vir Dominus Perus Borgogelli Index Comunis Fani constitutus precepit Cicolino Avidoli presenti et confitenti quod non discedat de Curia Comunis nisi primo det et solvat Nicolao Massanelli presenti et petenti decem libras et octo soldos monete parve usualis sibi debitas pretio panni coloris sibi venditi, etc. „ — Ivi. II, 40.
  4. " 1381, 19 Aug. In Christi nomine Amen. Dominus Paulus Guiducci de Forsinfronio (sic) Canonicus Fanen. et Rector Ecclesiae Sancti Simonis de Fano sanus mente licet per gratiam Jesu Christi corpore langnens, etc.
    " In primis relinquit Conventui S. Lucie de Fano pro anima sua decem libras denariorum de moneta de Fano pro sepultura sua, etc.
    " It. relinquit pro luminaribus, oblationibus pro sepelliendo corpus suum vigintiquinque libras denariorum usualis monetae distribuendas, etc.
    " It. relinquit pro anima sua et suorum parentum dicte Ecclesie S. Lucie de Fano vigintiquinque ducatos auri de bonis suis pro emendo unum messale per ipsos fidei commissarios pretio supra dicto.
    " It. relinquit Conventui Canonicorum de Fano decem Angonitanos grossos de argento, etc. „ — Ivi. II, 56.
    Ho riferito diversi lasciti per far notare le varie qualità di monete ricordate.
  5. Tambroni-Armaroli Ernesto, Zecca di Ascoli in "Bullettino di Numismatica Italiana„ Anno II, pag. 37, Cfr. anche Olivieri, Della Zecca di Pesaro e De-Minicis, Cenni Storici e Numismatici di Fermo.
  6. Battaglini Francesco Gaetano, Memorie Istoriche di Rimino e de’ suoi Signori artatamente scritte ad illustrare la Zecca e la Moneta Riminese di F. G. B. pubblicate e corredate di note da Guid’Antonio Zanetti. In Bologna, nella Stamperia di Lelio dalla Volpe MDCCLXXXIX. In-4 con tavole, pag. 66.
  7. Nozze di Messer Gentile Varano da Camerino con Elisabetta Bevilacqua da Verona nel Secolo XIV. Curiosità storiche. Fano, Premiata Società Tip. Cooperativa, 1891; i opus. in-i6 di pag. 22. Pubblicazione fatta dall’Avv. Ruggero Mariotti per nozze Serafini-Tacchi.
  8. Promis Domenico, Monete di Zecche Italiane inedite o corrette. Torino, 1867, pag. 41, seguito anche da Promis Vincenzo, Tavole sinottiche, ecc., pag. 67.
  9. I Malatesti furono legalmente investiti delle loro signorie nel 1355, ma non si conoscono monete segnate col loro nome anteriori ai primi anni del secolo XV.
  10. Amiani, Memorie Istoriche, Parte II, Sommario di Documenti, pag. XXIII, XLVIII e LIV.
  11. Sudd." Parte prima, pag. 379.
  12. Delle Notitie Historiche della Città di Fano del Sig. Vincenzo Nolfi, Libro III, pag. 74. (Ms. nella Biblioteca Gambalunghiana di Rimini).
  13. Documento, n. II, in Appendice.
  14. " MCCCCXXXVI die XXVIIJ Augusti.... Insuper cum relatum fuerit in Consilio p.dco q. magnificus d. n. d. Sigismundus pandulfus de Malatestis contentat. pro Coi fundant. p.vuli et quatreni, deliberaverunt ipi consiliari! q. de p.vulis et quatrenis fundat. usq. ad num. quigentor. duc. et no. ultra et ad faciendum fieri p.dea ellegerunt cum pleniss.° man.to in supstites Franciscum d. franc.’ d. Borghisellis thomassum Btholelli. „
          Consigli o Riformanze, vol. 6, c. 115 (Arch. Coni, di Fano).
          Francesco de’ Borghiselli o Borgogelli era dottore in legge ed era stato Podestà di Osimo nel 1418 e di Fermo nel 1421. Tommaso Bartolelli era aromatarius o droghiere.
  15. Ivi, c. 136.’
  16. " Mccccxxxviiij" die iiij Julii. — .... et habita consultatione Inter eos d. interesse publico ocaxion. quatrenor. novorum ta. Ariminensium q. pisaurcnsiu. q. Urbinat. qui refutant. ab omib. et necessitas suadeat q. p.vuli sivc piccioli fabricent. deliberarut q. sculpant. parvuli usq. ad qtitatem al. deputata, p. consiliu spale eo tpre quo francischus d. Fran. de borghisell. et Thomas Bartolelli fuerut ad pdcam sculptionem spstites ellecti computatis tu pvulis eo tempore sculptis de quibus comput. in cancelleria apparet et ad pdcta confirmaverunt supstites dictos Franciscum et Thomam et eis sup. addiderut Simonem thomaxinu ut duo ex ipis q.mq. necessaria in pdcis facere possint non obs. absentia unius.... Quibus supstitib. plenissimu mandatu contulerunt cum pote ea faciendi q. deum consiliu facere posset. „ — Ivi, c. 168.’
  17. Nolfi, Op. cit, Lib. II, pag. 77.
  18. Battaglini, Op. cit., Tavola di Monete, n. 16.
  19. Consigli o Riformanze, vol. 13, c. 55.
  20. Vedi Documento, n. III. L’Amiani, parlando delle concessioni ottenute da Sisto IV sotto quest’anno 1472, dice: " Permise alla Città " l’uso della zecca colla facoltà concessagli per lettera del Cardinale Orsini Camerlingo di S. Chiesa in data delli 18 Novembre, confermando alla Città il privilegio di battere moneta insino al valore del Ducato, il quale privilegio, ecc. „ Parte II, pag. 30. Da ciò parrebbe che la facoltà si estendesse anche alle monete di argento e d’oro mentre gli atti del Consiglio, dove unicamente esiste memoria della lettera del Card. Orsini, parlano soltanto di piccioli denarios parvulos. Potrebbe darsi che al tempo dell’Amiani esistesse tuttora la lettera del Cardinale Orsini e ch’egli avesse scritto in tal modo avendola sott’occhio, in tal caso però farebbe meraviglia come non fosse stata data comunicazione al Consiglio di una parte così importante e di tanto decoro per la Città.
  21. Non si hanno notizie di Giovanni della Loggia famiglia estinta: Antonio Costanzi fu distinto poeta coronato dall’Imperatore Federico III e Peruzzo Bartolelli figlio del Tommaso ricordato più sopra fu geografo e di esso si ha pure una medaglia: Cfr. Castellani Giuseppe, Una Medaglia Fanese del secolo XV in " Rivista Ital. di Numismatica „ Anno IV, Fasc. IV, 1891.
  22. Consigli o Riformanze, vol. 18, car. 180.’
  23. Era stato ammesso alla Cittadinanza li 19 Giugno 1466; Consigli o Riformanze, vol. 13, c. 30.
  24. Eletti li 24 Gennaio 1484. Consigli, vol. 21. — Giambattista Martinozzi fu eccellente giureconsulto e morì nel 1497, come si apprende dall’Epitaffio in versi fattogli da Giacomo Costanzi. Il Quadro Albriziano lo enumera tra gli scrittori e, sebbene io non conosca nulla di lui, pure bisogna convenire che si dilettasse di buone lettere, dal momento che Antonio Costanzi gli dedicò quattro de’ suoi migliori epigrammi.
  25. " Die xvij Junii 1488. In quo quidam Consilio facta propositio per d m Confalonerium reformatum fuit, posito partito et obtento, ut proponatur Ludovico de Lugo ut amplius non cudat numos parvulos. „ — Ivi, vol. 23.
  26. Ivi, vol. 33, c. 26.’
  27. Ivi, c. 29.
  28. Olivieri, Op. cit., pag. LX. — Papadopoli, Op. cit., pag. 14,
  29. Cesare Borgia fu nominato Signore di Fano con breve del 1° maggio 1501; però il giuramento di fedeltà non gli fu prestato dai nuovi sudditi che alli 21 di luglio. Cfr. Amiani, p. II, pag. 81.
  30. Arch. Comunale di Fano. Pergamene, n. LXXXV e Registri, vol. I, car. 48.
  31. Consigli, voi. 39, car. 153’
  32. " ....qui ultra alias petitiones petit sibi complaceri de crateris tazzis cois et offert restituire i tot crateris laboratis ejusd. ponderis qualitatis bonitatis suis suniptib. facitur.... „ — Consigli, vol. 40, car. 17.’
  33. Pergamene, n. CVI, Registri, vol. I, car. 72. Questa Bolla contiene diverse grazie dirette a compensare la Città dei gravi danni che le aveva arrecati il Duca Francesco Maria della Rovere.
  34. Registri, vol. I, car. 72.
  35. Un negoziante di monete mi asseriva con insistenza che, in epoca che non poteva precisare, gli erano passati per le mani degli scudi d’oro pontifici coniati a Fano. Non mi è stato possibile di controllare quest’asserzione, e io inclino a credere che si tratti di un equivoco se pure non si volesse ammettere che sia stato coniato qualche pezzo d’oro per saggio coi coni dell’argento.
  36. Alessandro degli Alessandri Cittadino Fiorentino era zecchiero di Roma nel 1573. Cfr. Garampi, Saggi di osservazioni sul valore delle antiche monete Pontificie. Appendice di Documenti, pag. 308 e segg., dove sotto il n. LXXXVI è riportato il contratto tra la Camera Apostolica e l’Alessandri. Parecchi della famiglia Alessandri furono pure Soprastanti o Signori di Zecca in Firenze e il loro stemma riprodotto sulle monete portava un Agnus Dei a due teste. Cfr. Orsini, Storia delle monete della Repubblica Fiorentina. Firenze, MDCCLX, in-4, passim.
  37. Documento, n. VI.
  38. Documento, n. VI.bis
  39. Orsini, Op. cit., pag. 288.
  40. Müntz Eugène, L’Atelier Monétaire de Rome. Documents inédits sur les graveiirs de Monnaies et de Sceaux et sur les Mèdailleurs de la Cour Pontificale depuis Innocent VIII jusqu’à Paul III. En: " Revue Numismatique „ 3ème Série, Tome II. Paris, 1884, pag. 246.
  41. Amiani, Parte II, pag. 147-148.
  42. Archivio Com. di Fano. Registri, vol. I, c. 102.
  43. Ivi. Consigli, voi. 60, car. 91.
  44. Ivi. Pare che i letterati ottenessero facilmente la sorveglianza della zecca: ora è la volta di Orazio Biccardi ricordato dall’Alberti come uno de’ più chiari ingegni di Fano e di cui fa onorevole ricordo anche la Biblioteca Picena.
  45. Documento, n. VII.
  46. Documento, n. VIII.
  47. Rossi Umberto, Notizie su alcune zecche Pontificie, ecc.
  48. Garampi, Op. cit. Appendice, pag. 268 e segg.
  49. Rossi, pag. 87.
  50. Arch. Com. di Fano. Pergamena, n. CXLIII, Registri, vol. I, e 52.
  51. Documento IX.
  52. Amiani, Par. II, pag. 169.
  53. Arch. Com. di Fano. Consigli, vol. 70, car. 60’
  54. Documento X.
  55. Documento XI.
  56. Documento XII.
  57. Arch. Com. di Fano. Consigli, vol. 84, c. 81.
  58. Ivi, c. 93.
  59. Documento XII.
  60. Arch. Com. di Fano. Pergamene, n. CLIX. Registri, vol. I, c. 89.
  61. Documento XIII.
  62. Arch. Com. di Fano. Consigli, vol. 88, c. 30.
  63. Documento XIV.
  64. Vedi alcune partite nel Documento XIV.
  65. Scilla, Breve notizia delle monete Pontificie, pag. 244.
  66. Amiani, P. II, pag. 211.
  67. Marcantonio Colonna alla Battaglia di Lepanto per il P. Alberto Guglielmotti. Firenze, Le Monnier, 1862, pag. 150.
  68. Amiani, loc. cit.
  69. Se dobbiamo credere al Borgarucci, Istoria della Nobiltà di Fano, di cui alcuni tratti furono pubblicati nella Lettera di Camillo Marcolini, al ch. signor Conte Canonico Don Alessandro Billi da servire di Appendice al Ricordo Storico di Saltara e di Bargni. Fano, Lana 1866, anche Domizio Rusticucci che egli dice Cavaliere si sarebbe trovato alla Battaglia di Lepanto dove " si trattava del pari con Martio Colonna e con gli altri più famosi cavalieri.„ Se ciò fosse sarebbe avvalorata anche di più la mia supposizione.
  70. " Bullettino di Numismatica e Sfragistica per la Storia d’Italia „ Anno II, Supplem. 1 e 2, pag. 7.
  71. Documento XIV.
  72. Arch. Com. di Fano. Pergamene, n. CLXVIII. Registri, vol. I, c. 55.
  73. Documento XV.
  74. Garampi, Appendice, p. 314 e segg.
  75. Arch. Com. di Fano. Consigli, vol. 102, c. 22’ e 23.
  76. Documento XX.
  77. Morbio, opere storico numismatiche, pag. 93.
  78. Castellani Giuseppe, La statua della Fortuna in Fano e il suo Autore M° Donnino Ambrosi di Urbino. In " Nuova Rivista Misena „ Anno V, 1892, pag. 131.
  79. Che la statua della Fortuna fosse stata fusa apposta per la fonte è detto espressamente nel Sommario degli Atti Consigliari a c. 163 (Archivio Com. di Fano, Sez. Amiani, n. 4).
  80. Cinagli, n.’ 79, 84, 88 e 89.
  81. Documento XXI. Sono curiosi i particolari che dà il Borgarucci circa ai Bellocchi e vai la pena di riferirli: " Trovandosi di stanza in Fano fra Felice da Montalto, tenne amicizia con Tommaso Bellocchi, che spesso lo regalava di buoni vini. Pervenuto al pontificato, dichiarò Coppiere Domenico figlio di Tommaso che dal Consiglio fu fatto Consigliere e Confaloniere. Cesare, altro figlio, fu Vescovo di Telese. Gio. Francesco hebbe una compagnia di soldati. Un altro fu cav. di Malta. Se Tommaso fu una volta trovato a pestar l’uva, quando era di magistrato, dal mazziere e donzelli che stracchi d’aspettare tirareno la corda ed entrarono in casa senza picchiare, fu necessità del mosto che pativa e negligenza del contadino che non comparve all’ora ordinatagli: alla provvidenza del vecchio convenne supplire.... „· Pare che il vino fosse una delle più grandi preoccupazioni del nostro Tommaso e pare anche che ne facesse del buono tanto da incontrare il pieno gradimento del sobrio ed austero Sisto V!
  82. Documento XXII.
  83. Documento XXIII.
  84. Documento XXIV.
  85. V. Documento XXII.
  86. Arch. Com. di Fano. Sommario degli Atti Consigliari, c. 141. Il Palazzo del Podestà è quello occupato dal Teatro della Fortuna di cui rimane nell’antica forma soltanto la fronte sulla Piazza Vittorio Emanuele. Prima del 1569 la zecca ebbe stanza in una Casa di proprietà dell’Ospedaletto o Casa di Dio e precisamente in quella che nell’anno 1569 fu concessa dal Consiglio al Vescovo Rusticucci per istituirvi il Seminario de’ Chierici. Ciò si apprende da una istanza della Comunità al Cardinale di S. Sisto, Filippo Boncompagni, per ottenere la restituzione della casa stessa " havendone essa bisogno per servigio proprio et massime per l’essercitio della zecca. „ L’istanza è senza data ma non dovrebbe essere anteriore all’epoca del conferimento della zecca al Bellocchi perchè si trattava forse della stessa casa attigua all’abitazione dei Bellocchi che fu cagione del falso commesso da Domenico. L’Amiani, II, 206, ci dice che questa casa era posta davanti all’ingresso del Monastero dei SS. Filippo e Giacomo.
  87. Pigorini, Baiocchelle Papali, ecc., pag. 158.
  88. L’Amiani, P. II; pag. 226-227 dice che Domenico Bellocchi morì in galera: ciò fu contestato dal Marcolini nella citata Lettera al Canonico Billi sulla fede del Borgarucci e della epigrafe sepolcrale. Posso aggiungere a questi argomenti l’estratto di un istromento in Atti Francesco Maria Paolini Notaro di Fano del 22 novembre 1589 riferito dall’Anonimo Autore della Genealogia di tutte le Famiglie Nobili di Fano (Archivio Comunale Sez. Amiani, n. 32, pag. 152-153) dal quale risulta che il Bellocchi era già stato graziato fin d’allora: " Cum fuerit et sit ad aures mag.ci Domini Thomae Belloculi deventum tum per litteras sive epistolas tum etiam per Instrum. public. Dominum Dominicum Belloculum eius filium a vinculis in quibus vinctum reperiebatur in Triremibus SS. D. Sixti V PP. cum maximo vitae periculo habilitatum fuisse et hoc factum fuisse sub promissione et obligatione illius nomine facta per Dominum Petrum Belloculum ipsius Domini Thomae filium et procuratorem ad instantiam deputatum, etc. „ Però il Bellocchi poco potè godere della riacquistata libertà, essendo morto li 23 dicembre dello stesso anno 1589.
  89. La casa Tomassini è quella situata in Via Cavour, dove ora è la Caserma dei RR. Carabinieri.
  90. Documento XXVII.
  91. Documento XXV.
  92. Documento XXVI.
  93. Zanetti, I, 460.
  94. Garampi, Appendice, pag. 325 e segg.
  95. Pigorini, pag. 171.
  96. Zanetti, loc. cit.
  97. Documento XXVIII.
  98. Reposati Rinaldo, Della Zecca di Gubbio. Bologna, 1773, in-4, T. II, 153, 155, 329.
  99. Documento XXVII.
  100. Cinagli, pag. 177.
  101. Ivi, pag. 180.
  102. Documento XXIX.
  103. Arch. Com. di Fano. Consigli, vol. 112, c. 98.’
  104. Arch. cit. Sezione Amiani, n. 4.
  105. Cinagli, pag. 183, nota (1).
  106. Ho tratto le notizie riguardanti i Tomassini dal Gaggi. Genealogia di molte Famiglie Nobili della Città di Fano. Arch. Com. di Fano Sezione Amiani, n. 33. Andò errato l’Amiani, Par. II, pag. 234, affermando che Galeotto morì di cordoglio pochi giorni dopo del figlio Raniero.
  107. Documento XXX.
  108. Arch. Com. di Fano. Lettere degli Agenti del Comune, Santarelli Odoardo, 1 marzo 1595.
  109. Ivi, ib., 15 febbraio 1595.
  110. Adriano Negosanti, fratello di quel Marcello che morì alla battaglia di Lepanto, era allora vecchio di 63 anni, e ciò non di meno si ribellò fieramente alla strana giustizia della Reverenda Camera. Fu illustre giureconsulto e cultore delle memorie patrie. Esercitò la pretura a Macerata, Fermo, Faenza e Ravenna. Lasciò un’opera pregevole dal titolo Sylva Responsionum legalium, dove inserì moltissime notizie storiche locali e che fu stampata in Venezia nel 1619 dopo la sua morte avvenuta nel 1613.
  111. Documento XXX.
  112. Moroni, Dizionario Storico di Erudizione Ecclesiastica, vol. CIII, Art. Zecca.
  113. Arch. Com. di Fano. Registri, vol. I, c. 113-114.
  114. Zanetti, V. 221 e 229.
  115. Cfr. Promis, Tavole Sinottiche e Gnecchi, Saggio di Bibliografia Numismatica, passim.
  116. Moroni, vol. XLVI. Art. Monete Pontificie.
  117. Documento XXXI.
  118. Reposati, Tom. II, 336 e segg., 355 e segg., 370 e segg.
  119. Documento XXXIV.
  120. Documento XXXIII.
  121. Documento XXXII.
  122. Reposati, loc. cit.
  123. Documento XXXV.
  124. Ivi.
  125. Castellani, La Zecca di Fano nel 1797.
  126. Fano e la Repubblica Francese del secolo XVIII, Curiosità Storiche. Fano, Società Tip. Coop., in-16, vol. I, pag. 35. Pubblicazione dell’avv. cav. Ruggero Mariotti.
  127. Ivi, II, 10.
  128. Documento XXXVI.
  129. Pesaro nella Repubblica Cisalpina, Estratti dal Diario di Domenico Bonamini (1796-1799) pubblicati da Tommaso Casini. Pesaro, Stab. Federici, 1892, in-8, pag. 27-28.
  130. Documento XXXVII.
  131. Pesaro, ecc., pag. 43.
  132. Fano, ecc., II, pag. 13-14.
  133. Ivi, V, pag. 50.
  134. Cinagli, pag. 388 e 392.