Ladin! 2005/3

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Vito Pallabazzer

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A Colle S. Lucia, tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale
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Vito Pallabazzer


A Colle S. Lucia, tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale


L’annessione del paese all’Italia in seguito al trattato di S. Germano non fu salutata come un evento fausto e liberatorio, perché dopo le sofferenze e i lutti della guerra non c’era aria di celebrazioni per il ricongiungimento del paese alla “patria”. Subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, il Comune passò sotto l’occupazione italiana, che provvide all’amministrazione attraverso una specie di governatorato militare, alla sostituzione del vecchio parroco con uno proveniente dal Cadore e al funzionamento della scuola elementare con un maestro (o forse due) inviato dall’Italia.

Il nuovo maestro cercava d’infondere sentimenti patriottici nei giovani discenti, perché alla fine delle lezioni ordinava loro di gridare “Viva l’Italia”, ma quelle birbe di alunni rispondevano con il grido “Via l’Italia”: erano pertanto meno sprovveduti di quanto le nuove autorità potessero immaginare.

La guerra aveva drasticamente ridimensionato l’economia agro-pastorale del paese, perché tutta la montagna alta era impraticabile ai fini agricoli costituendo, di fatto, la linea arretrata del fronte imperniato sul Col di Lana; così, i piccoli fienili dell’alpe di Colle S. Lucia erano stati smantellati per costruire baraccamenti e opere difensive. In paese mancavano poi le forze lavorative, dato che i giovani validi erano stati mobilitati dall’Austria fin dall’estate del 1914, mentre i cinquantenni e gli adolescenti erano stati internati dalle autorità italiane in Piemonte o in Toscana. Così il paese era abitato solo da donne e da bambini, che provvedevano allo sfalcio dei prati bassi e alla zappatura e alla semina dei campi, tolte le frazioni di Colcuc e di Rucavà, abbandonate dalla popolazione perché sotto il tiro delle artiglierie austriache del Col di Lana.

La gente dei due villaggi, compresa quella di altre frazioni del Livinallongo tagliato in due dal fronte e quasi completamente distrutto, fu ospitata dagli abitanti di Colle S. Lucia, che con gravi sacrifici riuscirono a sopravvivere. Tuttavia, un aiuto considerevole alla popolazione venne dall’autorità militare che provvide alla distribuzione di viveri, ma molti attingevano direttamente anche dai militari, che assicuravano provviste di carne bovina, pagnotte, zucchero, fondi di caffè particolarmente apprezzati, cosicché la gente viveva in un relativo benessere, a parte l’incertezza per la sorte dei congiunti arruolati nell’esercito Austroungarico che non potevano raggiungere il paese occupato dal “nemico”. La corrispondenza però riusciva a passare, perché veniva inoltrata attraverso la Svizzera, così giungevano notizie dai soldati dislocati sui vari fronti. Le condizioni economiche della popolazione peggiorarono drasticamente dopo la ritirata di Caporetto, tra l’autunno del 1917 e l’autunno del 1918, allorché il conflitto – che andava avanti da oltre quattro anni e mezzo – giunse ad una conclusione, con grande sollievo per la popolazione. Nel paese si registrarono una trentina di caduti, molti feriti e mutilati, vedove di guerra e ragazze madri (alcune anche sposate), come conseguenza dell’occupazione italiana.

Va ascritto all’alto senso civico della nostra gente il fatto che i mariti integrarono questi nati illegittimi nelle loro famiglie, a parte peraltro un certo numero di bambini “consegnati” alle autorità italiano come vittime innocenti della guerra, di cui non si è saputo più nulla. E’ uno degli aspetti umanamente più tragici della nostra guerra, per carità di patria mantenuto sotto silenzio; pochi sicuramente sono al corrente di questi retroscena poco edificanti.

Un altro strascico doloroso e tuttora abbastanza enigmatico della guerra fu il caso di tre militari collesi, che sul Col di Lana si diedero prigionieri ma poi, riconosciuti da alpini di Selva che militavano sull’altro versante, sarebbero stati barbaramente trucidati.

Si sono fatti anche i nomi degli esecutori materiali di questo assassinio, consumato lungo la linea del fronte dalla quale si sarebbero levate inutili grida di pietà, percepite dagli avamposti e sulle quali, a guerra finita, ci fu chi avrebbe riferito. Non c’è peraltro certezza se questo fatto di sangue sia avvenuto o no, ma la ferocia degli animi travolti dal conflitto, risentimenti e ostilità tra popolazioni confinanti resi incandescenti dai nazionalismi possono avere innescato questo riprovevole atto vendicativo, contrario a tutte le leggi umane e divine. Di quel massacro, in paese si parlò spesso ma sottovoce: qualche nipote dei tre uccisi è ancora in vita, e non ha sicuramente dimenticato la sorte del suo antenato.

Nell’immediato dopoguerra, forse ancora negli ultimi mesi del 1918 in fase di annessione, individui di Selva non paghi dei lutti e delle rovine che la guerra aveva riversato su tutti, si presentarono a Colle in atteggiamento minaccioso, entrarono nelle case e si fecero consegnare cose varie. Non si sa esattamente che cosa, forse cose da poco, ma il ricordo che quelli di Selva nel primo dopoguerra passarono per le case a “rubare” non è ancora del tutto spento, tanto erano cose del nemico che si potevano manomettere impunemente.

Questi atti non giovavano di certo a conciliare tra loro le popolazioni dei due paesi, che a causa delle vicende belliche vennero a trovarsi su versanti opposti. Sicuramente c’erano stati degli attriti fra le popolazioni confinanti ancor prima dello scoppio delle ostilità, forse per questioni di contrabbando, per trasgressioni agricole e pascolive, per antipatia o altro. Fatto sta che queste ruggini si saldarono con quelle provocate dalla seconda guerra mondiale, quando Colle dopo il 1943 si trovò di fatto annesso alla Germania, mentre al di là si andava organizzando un movimento partigiano che sfociò rapidamente in atti di ostilità contro Colle.

D’altronde, se i Selvani vogliono fare una manifestazione politica non passano la Staulanza per scendere in Val di Zoldo, ma vengono a Colle, come si vide quando a Selva si costituì l’embrione di un partito fascista, i cui aderenti marciarono verso Colle portando il ritratto di Mussolini in cima ad una stanga. Finita la guerra e annesso il paese all’Italia, a poco a poco tornarono anche gli uomini sopravvissuti al conflitto, ma alcuni prigionieri asburgici, catturati dai Russi e trasferiti nell’estrema Siberia, rientrarono all’inizio degli anni Venti attraverso un viaggio lunghissimo per mare, che li portò a toccare Singapore e il Sud-est asiatico, avventura in parte imputabile alla loro stessa scelta politica, perché qualcuno tergiversò a lungo prima di dichiararsi italiano.

La vita in paese riprese in un clima di frustrazioni, sia perché l’Austria aveva perduto la guerra sia perché nessuno si sarebbe augurato l’annessione all’Italia, che fu giocoforza accettare. Eppure non è che le condizioni economiche dell’Austria fossero sostanzialmente migliori di quelle dell’Italia, perché ad incominciare dalla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento da Colle aveva preso l’avvio l’emigrazione verso le Americhe e l’Australia, la duplice monarchia con le risorse di cui disponeva non era in grado di assicurare un lavoro ai suoi cittadini disagiati di estrema periferia, dopo la conclusione dei grandi lavori ferroviari; perciò, vivere in Austria o in Italia faceva poca differenza, a parte la solidità delle valute in entrambi i paesi. Mancava anche una carrozzabile che collegasse il paese, non dico con Selva e l’Agordino, ma perlomeno con la Strada delle Dolomiti costruita a cavallo dei due secoli. Il paese era arretrato, sempre ancorato alla vecchia economia agro-pastorale inadeguata a produrre capitali per lo sviluppo turistico e un ammodernamento edilizio.

Tuttavia, all’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento, era stato costruito l’albergo Finazzer; all’inizio del Novecento sorse il Posta, seguito dai due rifugi Insom le Crepe e Averau, per un turismo appiedato. La gente lavorava strenuamente, sia per ricavare da vivere dai terreni di alta quota sia scegliendo la strada dell’emigrazione transoceanica o quella domestica nelle città dell’impero o nelle campagne del Tirolo, che per i braccianti agricoli producevano redditi molto scarsi.

Eppure le vallate tirolesi erano lo sbocco tradizionale della nostra emigrazione fin dai tempi più lontani; gli adolescenti venivano condotti in ambiente tirolese sia per apprendere i primi rudimenti della lingua tedesca sia per imparare un mestiere, perché le cognizioni di cui disponeva un giovane per affrontare la vita erano la conoscenza del tedesco e delle tecniche per esercitare un’attività artigiana, conoscenze impostate su un tirocinio scolastico molto ridotto.

Eppure le autorità austriache prescrivevano che i ragazzini importati dalle valli ladine continuassero ad andare a scuola se per l’età ricadevano ancora nell’obbligo scolastico; c’è ovviamente da dubitare circa l’efficacia di un insegnamento impartito a ragazzi in altra lingua e in altro ambiente, tenendo anche conto che nello stesso tempo da questi giovanissimi si esigeva molto in fatto di prestazioni lavorative. Ma le dure necessità della vita e le strutture sociali dell’epoca non consentivano soluzioni alternative.

Dopo tre anni di apprendistato un giovane diventava laurante, veniva cioè abilitato a riscuotere una paga, dopo aver versato ottanta fiorini al suo maestro per avergli insegnato il mestiere o aver lavorato tre mesi gratuitamente alle sue dipendenze. Ma questo tirocinio era indispensabile perché il padrone-maestro rilasciasse al giovane artigiano uni “certificato”, grazie al quale poteva accedere al mercato del lavoro ed essere assunto come artigiano addestrato e produttivo.

Nel dopoguerra la vita a Colle riprese con difficoltà dovute alla frustrazione provocata dalla sconfitta, alle carenze alimentari, ai danni morali e materiali cui si doveva porre riparo. I danni materiali erano costituiti dalla distruzione dei due villaggi di Rucavà e Colcuc, per la rinascita dei quali il governo intervenne con modesti sussidi; poi c’erano i prati della montagna alta, dove non esistevano più fienili ed erano stati sconvolti da strade, baraccamenti e apprestamenti difensivi.

I tradizionali fienili furono ricostruiti con il legname delle baracche lasciate dall’esercito italiano, poi i prati furono ripuliti e resi nuovamente produttivi (dopo gli anni di guerra, in cui non erano stati falciati, produssero anzi grandi quantità di fieno, ammucchiato nelle velme), ricomparvero a poco a poco i fienili per accogliere il fieno con le annesse casupole per preparare i pasti e ripararsi dalle intemperie: così, la montagna alta riprendeva il suo aspetto consueto, per quanto le ferite della guerra richiedessero abbastanza tempo per rimarginarsi.

Nei primi anni del dopoguerra ci furono numerosi matrimoni, accompagnati da una forte natalità; dopo le perdite provocate dal conflitto e l’inevitabile stasi demografica, la vita stava prendendo il sopravvento.

Uno degli argomenti correnti nelle conversazioni di allora era immancabilmente la guerra che aveva sconvolto la vita delle famiglie, ma con la guerra era collegata la nuova condizione esistenziale in cui era entrato il paese, che era passato dall’amministrazione austriaca a quella italiana che scontentava la gente con il suo eccesso di burocrazia e con le tasse abbastanza elevate. Naturalmente il confronto tra i due regimi si risolveva immancabilmente a sfavore dell’Italia, che aveva aggredito l’Austria impegnata in un duello mortale con la Russia con l’obiettivo di strapparle dei territori e di allargarsi a sue spese, comportamento che parve a tutti deplorevole.

Così l’Austria, con gli anziani della leva in massa e gli imberbi adolescenti dovette in fretta e furia allestire un nuovo fronte, per contrastare l’attacco italiano. Così la guerra non lambiva solo i territori dell’impero nelle lontane pianure della Galizia, ma era sulla porta di casa.

Gli Austriaci abbandonarono il paese per attestarsi sul Col di Lana, così gli italiani entrarono senza colpo ferire; in realtà, il Generale Nava comandante della quarta Armata assegnata al fronte dolomitico, avrebbe potuto approfittare della debolezza dell’apparato militare austriaco per penetrare in profondità nelle valli del Tirolo, invece nelle prime settimane non ci fu nessuna iniziativa offensiva in grande stile, solo più tardi seguirono i cruenti attacchi sul Col di Lana, inutili e dispendiosi in vite umane. Il Generale Nava, che aveva lasciato passare la buona occasione, non ebbe gli avanzamenti di grado per tutta la durata della guerra.

Come si diceva sopra, la gente non era scontenta dell’occupazione militare italiana, perché c’era da mangiare; per la loro umanità e generosità, gli Italiani lasciarono un buon ricordo, quelli che presidiavano il paese si sentivano fortunati rispetto ai commilitoni che dovevano salire sul Col di Lana (= col di fuoco, col di sangue, col d’inferno), da dove spesso ritornavano feriti e sanguinanti a dorso di mulo.

Gli Italiani avevano organizzato efficacemente le retrovie del fronte, alle quali affluivano incessantemente uomini e mezzi, la popolazione era angustiata semmai dalla scarsezza di notizie dei propri congiunti sul fronte russo, da dove i militari in licenza raggiungevano Bressanone per sostare presso paesani e parenti, ma per Colle Santa Lucia non poteva filtrare nessuno. Con il ritorno degli Austriaci tra il novembre del 1917 e il novembre del 1918, ricomparve la penuria di viveri, per accedere ai quali erano indispensabili le carte annonarie; il patrimonio bovino era stato gravemente ridotto, perché non erano accessibili i prati della montagna alta e mancavano le forze lavorative.

Poi, come Dio volle, la guerra finì e il paese tornò alla normalità, nonostante le perdite umane e materiali; le strade furono riattate, compresa qualche strada di guerra, che si rivelò utile anche nei tempi di pace, e il paese riprese il suo ritmo. I vuoti demografici causati dalla guerra furono rapidamente ripianati con nuove culle, riprese impetuosa l’emigrazione soprattutto verso l’Australia e l’Argentina, emigrazione di carattere temporaneo almeno nelle intenzioni dei partenti, ma che, di fatto, per la maggioranza diventò definitiva.

L’aggregazione all’Italia non aveva aperto nessuna possibilità di lavoro né verso il Veneto né verso altre parti del paese: chi non si trasferiva oltre oceano, doveva ripiegare sui lavori agricoli offerti dalle campagne del Tirolo, come ai tempi dell’Austria. Vittorio Veneto aveva significato per la nostra popolazione l’interruzione dei piccoli cespiti che potevano venire dal contrabbando, l’allentamento dei legami con il mondo tedesco e un complessivo incremento della povertà, sia a causa della guerra appena passata sia a causa dei problemi politici ed economici in mezzo ai quali si dibatteva l’Italia nel primo dopoguerra. In una situazione siffatta, che ad un certo momento aveva determinato anche la chiusura delle valvole dell’emigrazione, era inevitabile il rimpianto della vecchia Austria per quanto sterile e antipatriottico, perlomeno agli occhi del fascismo, che intanto si era saldamente insediato al governo della nazione.

Tuttavia i primi anni del dopoguerra non furono del tutto negativi, la gente con gravi sacrifici ricavava da vivere dai propri terreni, si era riattivato il commercio del bestiame, le fiere erano frequentate, l’economia rivelava una discreta vitalità. I guai arrivarono con la crisi mondiale del 1929 quando il governo fascista, per evitare il deprezzamento della lira, ridusse il volume della moneta circolante impoverendo, di fatto, le masse, che si trovarono nell’impossibilità di far fronte a spese indilazionabili, come il pagamento delle tasse e l’acquisto di beni di prima necessità.

Con rinnovato impegno, la nostra popolazione cercò di fronteggiare l’emergenza spremendo al massimo i poveri terreni della montagna alta, per i quali le braccia a disposizione erano in esubero, perché altrove non c’erano prospettive di lavoro di sorta. Un uomo mi disse una volta che, piuttosto di una stasi così opprimente, preferiva la guerra, che nel marasma generale poteva offrire a qualcuno anche un’ancora di salvezza. Intanto da paesi economicamente disagiati come Cencenighe e S. Tomaso continuavano ad affluire dei poveracci senza mezzi di sussistenza, alla ricerca di un tozzo di pane; erano soprattutto donne, che si trascinavano da un paese all’altro facendo assegnamento sullo spirito generoso e caritatevole dei vecchi sudditi tirolesi, sottomessi alle leggi dello Stato e della Chiesa. Ad un certo momento, le sole persone che disponessero di liquidità erano gli impiegati statali (pochissimi), le vedove e i mutilati di guerra che potevano disporre ogni mese di una quota fissa e assicurata; erano considerati dei privilegiati, perché potevano indulgere a qualche spesa che gli altri non si potevano permettere. La situazione economica si aggravò all’inizio degli anni Trenta, con la conseguenza che cinque famiglie fra le più benestanti del paese (due delle quali costituite da esercenti) furono travolte da un fallimento e si ridussero letteralmente sul lastrico, con nidiate di bambini da crescere. In questi tracolli è probabile che giocassero un loro ruolo inesperienza e avventatezza nella gestione degli affari da parte dei falliti, però la causa principale va ricercata nella difesa ad oltranza della lira annunciata da Mussolini nel discorso di Pesaro del 1926 (“la lira sarà difesa fino all’ultimo sangue”), perché la gente ad un certo momento si ritrovò senza la liquidità necessaria e immediata per far fronte alle richieste delle banche che non accordavano dilazioni, e a chi non poteva pagare nell’immediato venivano sequestrati e venduti i beni. Altre famiglie furono sul punto di essere travolte, e se evitarono l’estrema sciagura fu solo perché si sottoposero a sacrifici inauditi e perché nei prati e nei boschi (privati) possedevano un po’ di legname, che all’epoca, a causa del blocco delle importazioni, era richiesto. Legname conservato con gelosa determinazione dalle precedenti generazioni e ora diventato quanto mai prezioso per mettere al riparo tante famiglie da un rovescio che sembrava imminente. I beni dei travolti dai fallimenti furono acquistati da persone del luogo, che inevitabilmente suscitarono risentimenti e recriminazioni nei vecchi padroni, che mossero a questi acquirenti l’accusa di sciacallaggio. Ma gli affari, com’è noto, non lasciano spazio ai sentimentalismi e perseguono una logica ferrea e intransigente.

I fallimenti dell’inizio degli anni Trenta costituirono un terribile monito per tutte le famiglie, che diventarono oltremodo guardinghe e parsimoniose, cercando nello stesso tempo di tenere desta la vigilanza dei giovani perché non incorressero in simili disastri. Era la prima volta che il paese si trovava minato dal di dentro, messo in crisi con le sue stesse mani, per quanto le principali responsabilità stessero altrove.

Intanto si arrivò alla guerra d’Etiopia, che impensatamente mise in circolazione un po’ di denaro, avendo provocato nella lira una certa svalutazione, così la gente provò presto un senso di sollievo, e chi doveva pagare dei debiti si ritrovò agevolato. Posti di lavoro furono offerti a molti disoccupati nel nuovo impero; si continuava a lavorare i terreni di montagna con grande accanimento, però si ebbe la sensazione che la situazione generale stesse migliorando e che i tempi bui fossero passati per sempre. In realtà si camminava a grandi passi verso la seconda guerra mondiale, che avrebbe rapidamente annullato quel tenue benessere che si andava profilando. Così ristagnava Sezion 1 • Articole Scientifiche 25 anche il turismo, che aveva avuto un promettente avvio sotto l’Austria, come si è detto sopra. Però alla vigilia della seconda guerra mondiale, nell’autunno del 1939, una novità inattesa scosse gli animi e occupò le menti delle persone: chi voleva poteva richiedere, con l’apposizione di una semplice firma su una scheda, la cittadinanza germanica e trasferirsi in un nuovo Eldorado, dove la vita sarebbe ricominciata su nuove basi e con prospettive superiori rispetto a quelle riservate agli emigrati dell’America e dell’Australia. La propaganda tedesca, attraverso i suoi emissari, non si risparmiò per convincere gli indecisi, per fornire sotto qualsiasi aspetto le massime assicurazioni: le famiglie contadine, se lo desideravano, avrebbero ottenuto una azienda agricola di qualità superiore, nella quale per i lavori agricoli sarebbero stati disponibili dei cavalli e delle macchine; perciò il lavoro era di gran lunga meno massacrante rispetto a quello della montagna dolomitica, i cui terreni continuavano ad essere lavorati con i bovini, ma c’erano famiglie che erano sprovviste anche di questi.

Gli emissari della commissione per le opzioni, con sede a Brunico, erano instancabili nel rispondere a qualsiasi domanda e nel dissipare tutti i dubbi. Di fronte alla promessa di aziende agricole fornite di bestiame e di attrezzature, c’era inevitabilmente chi si domandava chi avrebbe abbandonato quel ben di Dio per fare posto a dei poveracci provenienti dalle terre della vecchia Austria, se le promesse erano veritiere fino in fondo e se valeva davvero la pena di affrontare i disagi di un trasferimento. Da aggiungere anche il fatto che, quando si sarebbe trattato effettivamente di partire, quasi ogni nucleo familiare aveva qualche particolare problema che non era immediatamente risolvibile. C’era chi si domandava se i valori religiosi sarebbero stati garantiti nel nuovo Stato e se le nuove generazioni avrebbero ricevuto una educazione di impronta tradizionale.

Furono questioni dibattute in lungo e in largo, sulle quali peraltro nessuno era informato più di tanto, anche se c’era nell’aria la sensazione che si trattava di un tranello ordito dai governi ai danni della povera gente.

Gli abitanti delle valli vicine assistevano a questi dibattiti non senza qualche punta di invidia, data la loro esclusione da una possibilità di scelta esistenziale che in linea di massima si giudicava allettante. Molti decisero di andarsene anche per motivi abbastanza futili, come i disaccordi tra parenti per la spartizione dell’eredità, beghe tra vicini, danni reali o supposti subiti a causa dell’invadenza delle autorità italiane nelle piccole proprietà private, come potevano essere i terreni espropriati per utilità pubblica; spunti di malcontento ce n’erano molti, però c’era anche chi apprezzava gli aspetti positivi di poter vivere in casa propria e di poter ricavare da vivere con il proprio lavoro dal piccolo podere tramandato dagli avi, di cui si conoscevano le fatiche e i sacrifici. Finalmente si arrivò alla mezzanotte del 31 dicembre 1939, giorno e ora della chiusura delle opzioni: a quel punto una barriera insormontabile si sarebbe frapposta tra i partenti e i Dableiber; la rigidità della manovra, orchestrata da una implacabile propaganda, sgretolava le famiglie mettendo fratelli contro fratelli su opposte posizioni.

La battaglia delle opzioni in quel tardo autunno 1939 fece dimenticare l’urgenza di qualsiasi altro problema, e tutti attendevano la fine di quegli scontri verbali, nella speranza di aver fatto la scelta giusta. Le conseguenze delle opzioni si risentirono negli anni successivi e si risolsero nella spaccatura del paese in due raggruppamenti contrapposti, sempre più aggressivi sul piano verbale, così i partigiani di Selva trassero motivo per effettuare le loro incursioni, sequestrare persone ed uccidere. E’ un momento da dimenticare nelle relazioni tra i due paesi, ma non è neppure facile dimenticare per chi ha attraversato quegli anni carichi di odio e di spinte vendicative.

In complesso, gli anni tra le due guerre furono duri, la fame non fu forse sofferta da nessuna anche se c’erano famiglie in difficoltà, uno sprazzo di luce venne con la guerra d’Etiopia e lusinghiere promesse sembrava si profilassero con le opzioni, che nella realtà per la nostra gente furono un inganno che provocò tensioni e divisioni che durarono molti anni. Optarono molti poveri e nullatenenti, ma anche famiglie in possesso di un’azienda agricola che speravano di insediarsi su terre migliori all’ombra della grande Germania.

In complesso, il periodo tra le due guerre non segnò alcun progresso per il paese, tanto più che ad un certo momento furono chiuse anche le vie dell’emigrazione. Tutti continuarono a lavorare con rinnovata energia le loro piccole proprietà agricole; i prezzi dei terreni, di rado disponibili sul mercato, erano alle stesse, il bracciantato agricolo continuava a dirigersi verso la provincia di Bolzano e altrettanto avveniva per i giovani che desideravano apprendere un mestiere; il bilinguismo, molto diffuso soprattutto tra gli uomini fino alla prima guerra mondiale e anche dopo, stava perdendo senpre più terreno perché la scuola era rigorosamente italiana senza nessuna concessione alla lingua dei vicini, pur essi sottoposti ad un processo rapido di italianizzazione. All’epoca dell’Austria era prevista qualche ora di insegnamento del tedesco, anche nella scuola elementare.

Luogo deputato alla formazione del clero era il seminario di Bressanone, diviso in seminario minore e maggiore, molto esigente in fatto di disciplina e di impegno scolastico. Organizzato secondo lo stile dei collegi tedeschi e retto da Tedeschi, fornì un clero piuttosto rigido ed esigente sul piano devozionale e su quello della disciplina. Molti cappellani assegnati al paese erano di lingua tedesca, i parroci perlopiù erano ladini delle valli limitrofe che conoscevano tradizioni, abitudini e psicologia dei loro fedeli. Tutti avevano alle spalle un tirocinio severo di studi in lingua tedesca. Qualche tensione con i parroci così formati non poteva mancare, però la gente mugugnava in silenzio senza elevare proteste ufficiali e ricorrere all’autorità vescovile. Tutti erano tenuti ad accogliere di buon grado i sacerdoti che venivano loro assegnati.

Per quanto riguarda i lavori pubblici, quasi nulla fu realizzato tra le due guerre.

Durante l’occupazione militare italiana fu tracciata la carrozzabile tra Colle e Livinallongo, perché doveva servire in primo luogo a rifornire il fronte del Col di Lana; tra gli anni Venti e gli anni Trenta, con finalità prevalentemente militari, fu costruita la strada del Giau; il vecchio municipio con annesse le scuole elementari fu demolito e ricostruito solo all’inizio degli anni Sessanta, tuttavia gli anziani erano contrari alla demolizione del vecchio edificio, perché dicevano che con il denaro speso per la demolizione si sarebbe potuto ristrutturare.

Gli abitanti del luogo, con grandi sacrifici, costruirono qualche casa tra le due guerre e nel dopoguerra, ma il paese conservò la sua fisionomia tradizionale; il cambiamento avvenne quando la speculazione edilizia si avventò sui terreni per costruire condomini, così i residenti che tra luglio e agosto affittavano degli appartamenti si trovarono in difficoltà ad affittare anche il solo mese di agosto, perché chi voleva passare le vacanze in montagna il più delle volte si era acquistato un alloggio nei nuovi condomini.

Così la speculazione inaridì per gli abitanti del luogo questa fonte di reddito, senza dire del fatto che gli abitanti dei condomini lasciano in paese solo i soldi delle cartoline da mandare agli amici; si tratta di persone poi che sono indifferenti al fatto che tutti i terreni, sia della montagna bassa sia della montagna alta, boschi compresi, sono privati, scorrazzano quindi senza alcun riguardo da un luogo all’altro alla ricerca instancabile di funghi o di luoghi panoramici per i loro picnic; a volte caricano anche nelle loro macchine legna che appartiene ovviamente agli abitanti dei luoghi.

Eppure per alcuni decenni nel secondo dopoguerra fu molto diffusa l’illusione che il turismo avrebbe riscattato l’economia di quei poveri paesi, i cui terreni un tempo erano anche gravati dalle tasse. Ma fu una grande illusione perché i residenti, tolto qualche caso, non disponevano dei mezzi finanziari per costruire alberghi, pensioni e altre strutture turistiche, mentre i forestieri specularono semplicemente sui terreni per vendere appartamenti.

Così la gente doveva continuare ad emigrare, ma ad un certo momento, a causa della mancanza di posti di lavoro, cominciò a contrarsi anche il numero degli abitanti, che scese a livelli medievali. Perciò, quando nel secondo dopoguerra si dibatté la questione se aggregarsi alla provincia di Bolzano o rimanere con Belluno, bisogna riconoscere che avevano ragione quelli che volevano passare a Bolzano, tacciati di nostalgico austriacantismo o di aspirazioni pangermaniste. Costoro avevano ragione, perché il paese avrebbe avuto bisogno di disporre dei fondi di una provincia autonoma nonché di una politica ambientalista che mettesse in guardia contro la dissipazione del territorio e sostenesse l’agricoltura. Invece prevalsero altre considerazioni e il paese, invece di fare un passo avanti ne fece due indietro, anche dal punto di vista culturale, perché se prima c’era un bilinguismo generalizzato faticosamente acquisito dai nostri vecchi nel lavoro e attraverso il servizio militare della durata di tre anni, con l’annessione all’Italia, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, il bilinguismo non fu più perseguito, perché non esisteva più una politica provinciale e regionale diretta in tal senso.

Perciò sotto il profilo culturale, il danno è stato molto grave, se si considera che anche i paesi più civili in Europa, come quelli scandinavi, il Lussemburgo, il Belgio, l’Olanda, per non dire della Svizzera plurilingue, perseguono una politica scolastica e culturale largamente basata sul bilinguismo, senza dimenticare il fatto che le opzioni e gli scontri che ne seguirono tra una corrente italianizzante e una filotedesca, avvelenarono il clima politico.

A ciò si aggiunge anche la preoccupazione per la provincia di Belluno di perdere Cortina d’Ampezzo, il cui passato asburgico che risaliva all’epoca della guerra della Lega di Cambrai del 1508, era sì importante ma non tale da snaturare il carattere fondamentalmente cadorino della cittadina dolomitica. Però per i comuni di Colle S. Lucia e Livinallongo del Col di Lana il discorso era alquanto diverso, perché i due paesi erano stati popolati dalla valle dell’Isarco per iniziativa del principato vescovile di Bressanone e del convento agostiniano di Novacella-Neustift, non erano mai appartenuti alla Repubblica Veneta e non avevano una popolazione filoitaliana. Tanto è vero che nel 1915, alla vigilia dello scoppio delle ostilità tra l’Austria e l’Italia, non ci fu nessuno che varcasse il confine per riparare in Italia, quando sarebbe stato facilissimo varcare un confine poco vigilato che scendeva nelle valli. Da aggiungere poi che nel 1964 il paese fu staccato dalla diocesi di Bressanone e congiunto con quella di Belluno, determinando in tal modo la rottura con le tradizioni religiose della diocesi di origine. A questo proposito è stato giustamente osservato che altrove non ci si è preoccupati di far coincidere i confini delle diocesi con quelli delle province, perciò nell’operazione si è sospettata una interferenza di carattere politico.

Il fascismo cercò di suscitare un patriottismo italiano senza peraltro riscuotere che dei passeggeri entusiasmi. Insistente era anche la denigrazione della dinastia degli Asburgo, quando poi quella dei Savoia non si dimostrò migliore e politicamente più avveduta e responsabile.

Ma gli anziani che avevano conosciuto l’Austria e militato sotto le sue bandiere non erano dei semplici laudatores temporis acti, quando ricordavano la correttezza dell’amministrazione austriaca, la solidità della valuta e la semplificazione delle procedure burocratiche. Ma si tratta di tempi ormai lontani e che nessuno più ricorda, tuttavia a quelli guardarono anche molti simpatizzanti per la Germania nell’autunno del 1939, quando si presentò l’occasione, offerta dallo stesso governo italiano, di esprimere un voto a favore o “contro” l’Italia.

Quando a Selva incominciò ad allentarsi la richiesta di prati da falciare, gli allevatori di Colle si sostituirono immediatamente ai loro colleghi del Comune limitrofo e per molti anni falciarono anche quello che di anno in anno i vicini abbandonavano, contribuendo in tal modo alla pulizia dell’ambiente. Affinché questa propensione agraria così spiccata potesse durare nel tempo, sarebbe stata necessaria in sede provinciale e regionale qualche iniziativa di incoraggiamento e di sostegno, che non ci fu, così a poco a poco la spinta incominciò ad esaurirsi con la conseguenza che gli allevamenti si ridussero anche a Colle, fin quasi a scomparire.

Nel frattempo però molti giovani continuavano a dirigersi verso gli alberghi nei quali, chi aveva conoscenze di tedesco, in qualsiasi contesto l’avesse imparato, veniva a trovarsi in una posizione nettamente migliore rispetto a chi ignorava questa lingua, perché poteva accedere al ruolo di “portiere”, conseguendo benefici economici tutt’altro che trascurabili e in tal modo si collocava al di sopra dei comuni facchini, che non possedevano conoscenze linguistiche.

In altri tempi pochissimi erano i ragazzi che potevano dedicarsi agli studi, anche se non mancavano davvero quelli dotati di intelligenza e di attitudini; il problema erano i costi che le famiglie contadine non potevano affrontare, perché non avevano altri redditi che quelli derivanti dalla vendita di qualche capo di bestiame, se in autunno si recuperava sano e salvo dalle malghe.

Infatti, mantenere un ragazzo fuori casa per otto o nove mesi era un onere che rare famiglie potevano sostenere, per quanto assai numerosi fossero i ragazzi capaci e validi per la prosecuzione degli studi; la povertà delle famiglie intralciava nella gioventù di quegli anni qualsiasi aspirazione al di sopra dei consueti lavori manuali. Quando per una serie di circostanze favorevoli potei accedere alle scuole mediesuperiori, costatai con una certa sorpresa che molti miei compagni provenienti dai ceti “colti” erano poco predisposti e interessati agli studi intrapresi. In altri tempi, come un po’ dovunque, potevano affrontare studi superiori quasi esclusivamente coloro che manifestassero una seria intenzione di entrare nel sacerdozio. Allora arrivavano soccorsi dall’alto e c’erano canali opportunamente predisposti per indirizzare i giovani in scuole e collegi, verso la meta sacerdotale. Questo spiega anche perché il clero in altri tempi nelle nostre valli abbondava e godesse di notevole prestigio.

Il paese si sta spegnendo, lentamente, ma si spegne (o si sta trasformando?) perché mancano innanzitutto nuove forze che raccolgano l’eredità del passato e si proiettino con energia verso l’avvenire. In ossequio alla tradizione, si perpetuano ancora le feste religiose, nelle quali risulta evidente la contrazione demografica perché mancano i bambini di un tempo, con il loro sorriso e la loro gioia di vivere. I forestieri presenti nei mesi estivi costituiscono una comunità a sé stante, che non può integrarsi con quella locale e dalla quale probabilmente nulla ci si può attendere per un consolidamento delle strutture socioeconomiche e culturali del paese.

La fondazione nel febbraio del 2005 dell’Istituto Culturale Ladino “Ceja de Jan” per i tre Comuni di Cortina d’Ampezzo, Livinallongo del Col di Lana e Colle S. Lucia, è un piccolo segno di speranza, che le forze congiunte di tre Comuni, pur senza grandi entusiasmi, riusciranno forse a far sopravvivere e ad affidare a suo tempo alle nuove generazioni.