Ladin! 2014/1

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Clara Mazzi

La figura femminile nella mitologia ladina ../ ../2 IncludiIntestazione 30 settembre 2017 25% Da definire

La figura femminile nella mitologia ladina
Ladin! 2014 2

Ladin! 2014

Clara Mazzi

La figura femminile nella mitologia ladina

Introduzione Questa ricerca nasce a seguito di un’attenta lettura e rilettura dei testi del Wolff che ha fatto emergere due osservazioni, distinte e collegate allo stesso tempo: la prima, che ha rilevato un palpabile disequilibrio nella distribuzione di ruoli, potere e competenze tra figure femminili e quelle maschili a favore delle prime; la seconda che al momento di fornire risposte più corpose, che andassero oltre al concetto ben risaputo del matriarcato, ha riportato l’assenza di studi in merito.

Questo articolo si pone come obiettivo quello di porre le prime basi a proposito.

1. MATERIALE SELEZIONATO

Quando si parla di mitologia ladina, ci si riferisce al prezioso bagaglio di informazioni fortunosamente e fortunatamente fermato su carta prima che andasse perso per sempre nelle tragiche vicende dell’Alto Adige del secolo scorso, dal giornalista di Bolzano Karl Felix Wolff (1879-1966). Animato da una parte da un forte interesse personale, dall’altra sostenuto dal suo nuovo incarico di compilare la prima guida turistica per l’allora neonata Dolomitenstraße1, Wolff condusse una capillare ed implacabile ricerca sul campo e trascrisse (non senza polemiche, causa i suoi dichiarati rimaneggiamenti2 tutte le leggende che riuscì a recuperare.

Nel corso di quest’indagine, egli si rese rapidamente conto che quello che stava trascrivendo non erano semplicemente racconti o fiabe come quelle dei fratelli Grimm, bensì stava riportando alla luce l’epica e la mitologia di un popolo anch’esso a rischio di estinzione come le sue leggende: “[…] die Sage eine Entwicklungs- und Lebensgeschichte habe, denn sie entstehe aus einem losen Verbande mythischer oder magischer Vorstellungen, die mit Erinnerungen an wirkliche Begebenheiten vermischt und schliesßlich zur Grundlage für Menschenschicksalgemacht werden könnten. […]”3 e ancora: “[…] er bringt die Stoffe in epischer Breite und ist überzeugt, daß die Erzählung des alten Alpenvolkes lang war, und er zeigt, wie sie stets mit den Naturgegebenheiten Menschenschiksale verband und daß sie nicht oberflächlicher Fabulierlust, sondern tiefgründiger seelischer Erfahrung entsprang, So führt er uns auch den älteren mythischen Menschen vor. […]”4 Wolff intuì inoltre che queste popolazioni erano rette dal matriarcato e che anzi, diverse leggende sono comprensibili solo se lette con questa chiave di lettura5.

Questo indizio ci permette di collocare i fatti narrati in un epoca che si aggira attorno al 2.000 a.C, ovvero quando cominciarono a manifestarsi i primi segni della decadenza di tale istituzione6.

Sebbene il Wolff non sia stato l’unico a lavorare su queste antiche leggende7, in questo articolo si fa riferimento alla sua raccolta, principalmente perché è “la più ampia e famosa”.8

2. CRITERI DI RICERCA: LA SELEZIONE DELLE LEGGENDE

Non tutto il materiale raccolto nei primi due capitoli delle Dolomitensagen e nella sua versione italiana nei tre tomi: I monti pallidi, L’anima delle Dolomiti, I rododendri bianchi delle Dolomiti è stato reputato idoneo a questa ricerca: alcuni testi, infatti, riportano elementi cristiani oppure raccontano di vicende avvenuta in Val Punteria o al lago di Garda, luoghi dove oggi i Ladini non ci sono più. Pertanto si è deciso di selezionare quelle leggende che avessero le seguenti caratteristiche:

a) Territorialità

Il territorio a cui si fa riferimento copre la Val Badia, la Val Gardena, l’alto Ampezzano e l’alta Val di Fassa, ovvero trattasi di un’area più ristretta di quella esaminata, correttamente, dal Wolff9 in quanto si è voluto dare peso a quello che è oggi il cuore dell’area ladina.

b) Antichità

Le leggende devono essere antiche, ovvero il più antecedente possibile alle contaminazioni culturali avvenute tramite gli inevitabili incontri con altre civiltà (romani, barbari) e col cristianesimo poi. In questo caso, la cernita è stata più difficile, in quanto praticamente tutte le leggende sono state confezionate in un setting medievale, probabilmente per motivi di godibilità del lettore contemporaneo al Wolff10; tuttavia grazie alla presenza di alcuni elementi narrativi di cui al prossimo punto, si è potuto distinguere quali leggende fossero più antiche e quali invece più moderne.

c) Caratteristiche proprie

Elementi chiaramente appartenenti alla civiltà ladina, come specifiche figure mitologiche, per esempio: l’anguana, la vivana, la gana e così via. 9 M.A. Ferrari, In viaggi

d) Figure femminili

In caso di mancanza di figure femminili, non è possibile analizzare la leggenda ai fini di questa ricerca per tanto in questo caso essa è stata scartata. Sono state selezionate quindi le seguenti leggende:

- La val da la Salyèryes
- L’usignolo del Sassolungo
- La Salvaria
- Il lago dell’arcobaleno
- La regina dei Crodères
- Elba
- Soreghina
- Tjan Bolpin
- Albolina
- Mano di ferro
- Le nozze di Merisana
- La fonte dell’oblio
- La capanna delle miosotidi
- Le due madri
- Conturina
- L’ultima Delibana
- L’Antelao e la Samblana
- La gamina
- Il regno dei Fanes
- Erlkönig11

Segue un gruppo di leggende esplicitamente tarde12, ma che contengono elementi narrativi così interessanti che non si è ritenuto corretto scartarle definitivamente.

Esse sono:

- L’ultima Delibana
- Il cavaliere dei colchici
- La figlia dell’albero
- Il canto fatale
- Donna Dindia
- Il bambino dell’ombra
- La moglie dell’Arimanno
- Bedoyela, la figlia della betulla
- Cadina

Le restanti sono invece state scartate per i seguenti motivi:

- I monti pallidi:

sebbene la storia riporti diversi elementi di compatibilità con i criteri di selezione (la territorialità, le figure narrative, l’antichità)13 essa è anomala rispetto alla tradizione ladina, in quanto racconta di una moglie che segue il marito nella sua terra e non viceversa, come vuole l’usanza, il matriarcato;

- La capanna del Seelaus.

Non ha personaggi femminili. Inoltre è chiaramente tarda, in quanto cita il diavolo, elemento cristiano.

- Le bambole del Latemar. Tarda: contiene

elementi cristiani e si parla di un mercante veneziano.

- I selvaggi del Latemar.

Non ha figure femminili di interesse.

- Il fantasma del torrente Dopenyòle.

Non ha figure femminili di interesse.

- Il pastore del monte Cristallo.

Tarda, perché contiene elementi cristiani: gli Angeli, i Beati14.

- Re Laurino.

Extraterritoriale, tarda e priva di figure femminili di rilievo.

- L’Alpe di Siusi e il tempo promesso.

È la coda del Re Laurino.

- La storia della padella.

Non presenta figure femminili interessanti.

- La Layadira.

Fuori dai limiti geografici (lago di Garda) e testo dichiaratamente spurio15.

- Il gabelliere di Cornedo.

Tarda, dichiaratamente medievale ed extra territoriale.

- I fedeli compagni.

Extraterritoriale.

- Il selvaggio di Pontives.

Non presenta figure femminili di rilievo.

- I fiori del Lagorai.

Extra territoriale.

- Il genio del torrente.

Anomala in quanto è l’unico caso in cui la divinità del torrente è maschile, quando invece le divinità dell’acqua sono sempre femminili. Potrebbe quindi essere tarda.

- Gli strioni del bosco Delamis.

Tarda, medievale.

- Le fondamenta incantate.

Tarda, medievale.

- La fanciulla di Giralba.

Tarda, si parla già di Venezia città.

- La moglie ubbidiente.

Tarda: vengono descritte delle professioni, come il mugnaio, il macellaio, il commerciante, il fabbro che alludono ad un’organizzazione sociale più progredita del 2.000 a.C.

- La moglie paziente.

Extraterritoriale.

- L’uomo sul ponte.

Extraterritoriale e non presenta figure femminili di interesse.

3. NUMI NATURALI

Sebbene sia improprio parlare di mitologia “ladina”, in quanto le popolazioni che abitavano il territorio popolato dai Ladini oggi non erano tali all’epoca in cui riferiscono le leggende16, si userà per praticità questa definizione, in quanto è questo il termine che viene usato adesso.

Questa mitologia, dunque, non presenta delle divinità chiaramente terio/fitomorfe, come potevano averle gli Egizi, tanto per intenderci, piuttosto predilige divinità antropomorfe per le varie manifestzioni della natura a cui loro attribuivano un valore sacro, come l’acqua, la montagna, il sole e così via. Probabilmente non avevano luoghi di culto veri e propri in quanto la natura stessa fungeva da tempio, piuttosto avevano degli altari votivi dove venivano o presentate delle offerte o veniva celebrato il culto dei morti. Non sembra fosse una civiltà dedita ai sacrifici animali, per lo meno attorno al 2000 a.C.17

Tra le divinità ispirate alla natura, troviamo:

a) La montagna

Come tutti i popoli che abitano in alta quota, anche i Ladini non hanno mai considerato le montagne come blocchi di pietra inerti, bensì come elementi vivi e qualcuno addirittura sacro18.

La montagna “partorisce” l’acqua, elemento essenziale per tutti gli esseri viventi; nutre e ospita gli animali che vengono allevati e cacciati dall’uomo; cela al suo interno metalli, elementi preziosi per la vita dell’uomo; protegge in caso di attacchi e fa crescere le piante che servono sia come nutrimento, ma anche come materiale indispensabile per l’uomo (legno per le case, fuoco, utensili). Qualcuna arriva anche ad arrossire, come se come se fosse dotata di un calore interno.

L’associazione di una montagna ad un essere umano, che è poi sempre una donna e mai un uomo contribuisce sia ad umanizzarla che ad ampliarne la sua potenza sacrale, che manifesta tramite fenomeni di rilievo, quali la caduta delle slavine, determinata dalla spietatezza di Tanna e del suo dolore; l’Enrosadira (il rossore) della Croda Rossa, generato dalla partecipazione della montagna ai sentimenti di Moltina; il triste canto emesso dalle rocce che è causato dall’ingiusta punizione di Conturina; la luce salvifica di Albolina emanata dalla pietra del monte.

Il passo dalla vivezza alla sacralità a questo punto è breve e diversi sono infatti i monti sacri all’interno dell’area selezionata: i Fanes19, per il loro popolo omonimo; lo Sciliar per i gardenesi; la Marmolada per i Cajutes (o forse il monte Pore); il Monte Faloria per i Cadubrenes e poi ancora il monte Amariana e probabilmente tanti altri.

La montagna è rappresentata tramite queste figure divine:

1) le Comelles20, che agiscono durante l’Enrosadira e fanno perdere il senno agli uomini;
2) i Crodères, i figli delle rocce, che abitano sulle Marmarole21;
3) una regina/dea, Tanna, la regina dei Crodères e delle Marmarole, la regina dell’inverno che ha il potere di trattenere o di lasciare andare le valanghe o i massi22. Sono assenti divinità maschili che rappresentino la montagna.
b) L’acqua e le sue divinità

L’acqua, elemento originario per eccellenza, non che talmente presente nelle Dolomiti da esserne una caratteristica peculiare, occupa all’interno della mitologia ladina un ruolo molto particolare: da una parte, essa è la creatura della montagna - l’acqua sgorga dalle rocce, come un mammifero nasce dalla sua mamma e come esso è viva, si muove; dall’altra è l’elemento che collega tutto e tutti: l’acqua serve all’uomo come alle bestie che egli caccia e alleva per vivere, l’acqua nutre i fiori, le piante e i campi. Infine si trasforma in pioggia, neve o ghiaccio. Non sorprende quindi che un elemento così importante venga costantemente citato (non c’è leggenda in cui non ci sia un riferimento chiaro all’acqua, sia esso ruscello, lago o fonte con poteri particolari) e che essa venga rappresentata con diverse divinità23, quali:

1) le anguane, donne savie e benigne, sicuramente le più citate nelle leggende24;
2) le Jarines25, che hanno a che fare con la rugiada e di conseguenza i fiori;
3) le Mjanines26;
4) le Ondine27.

Sono assenti divinità maschili che rappresentino l’acqua. c) La neve e il ghiaccio Ambasciatori dell’inverno, la stagione dove tutto si ferma, dove tutto in qualche modo muore per poi ripartire, la neve e il ghiaccio sono le forme più temute dell’acqua. Col loro arrivo, si segnala il ritorno della stagione zero, della stagione che segna il punto di arrivo e di partenza della ciclicità dell’esistenza umana28. La neve, il ghiaccio, il gelo, le slavine, sono elementi naturali inquietanti perché mettono in rilievo l’impotenza dell’uomo nei confronti della natura. Vengono temuti, perché generano morte e desolazione e l’uomo li eviterebbe tanto volentieri, come racconta la leggenda di Tanna29. Eppure proprio questa leggenda insegna come essi vadano accettati invece nella loro interezza perché anch’essi fanno parte della ciclicità della natura e della vita e l’eliminarli non farebbe che guastare un movimento circolare fondamentale per l’esistenza di tutti all’interno di questo sistema.

La neve ha delle regine/dee:

1) Tanna, di cui abbiamo già parlato e la Samblana;

2) la Samblana, una figura molto simile a Tanna, in cui la Kindl, considerati gli innumerevoli paralleli, ha brillantemente scorto una possibile sovrapposizione delle figure.

Di lei si sa poco, piuttosto tanti frammenti30:

a - si sa che era la principessa dell’inverno;
b - che aveva scelto come dimora l’Antelao31 (per altro attaccato alle Marmaroles);
c - era benigna perché avvisava sempre gli uomini dei pericoli che li minacciano32, anche se aveva un lato capriccioso33;
d - aveva donato agli uomini la cipolla per curare i loro mali34;
e - forse il faggio era il suo albero sacro, pianta da cui scaturiva una sorgente con proprietà terapeutiche35;
f - alcuni dicono che governava sul popolo dei Maoi;
g - aveva un velo lunghissimo che si trasforma in ghiaccio e che necessita dell’aiuto di tante bambine per essere trasportato36;
h - come Tanna, aveva una pietra azzurra37 con la quale lei però si fece fare uno specchio misterioso con il quale dirigere la luce

del sole invernale fino negli angoli estremi della valle. Questo è il “ray”, il raggio azzurro della Samblana38.

3) Le Yemeles, le gemelle. Sono le aiutanti della Samblana:
a - “sono due bambine che si somigliano perfettamente e mano nella mano camminano sui costoni franosi e attraverso pascoli alpini.

Le si incontra specialmente il mattino presto, quando l’erba è bagnata di rugiada. Alla vista di queste sorelle, bisogna fermarsi e salutarle molto gentilmente”39;

b - anche loro avvisano gli uomini di pericoli come l’ombra, ovvero l’arrivo della poiana, l’avvoltoio degli agnelli. Lo fanno tramite

un forte urlo e dei lampi, prodotti con uno specchio d’ottone, finché l’uccello non si allontana (gli uomini ringraziano indicando dei posti dove si trovano delle belle fragole40);

c - sono loro che hanno donato la pietra azzurra alla Samblana41.

4) L’Om da la Jacia, l’uomo del ghiaccio, per altro incontrato una sola volta, ne Le due madri. Di lui si sa che:

a - abita sul monte Aut sòra dona;
b - ruba i bambini, ma non più d’uno per famiglia;
c - li trasforma in pernici bianche42.
d) Il sole

Altro elemento naturale di primaria importanza di cui però ci sono pervenuti purtroppo pochi elementi, la maggior parte contenuta nel ciclo (così definito dal Wolff) I figli del sole, di tradizione fassana, all’interno del tomo: I monti pallidi; altri invece provengono dalla leggenda Le nozze di Merisana, ampezzana, anch’essa contenuta nello stesso tomo citato qui sopra e infine qualcosa arriva addirittura dal ciclo dei Fanes.

La peculiarità di questa figura, che per altro rimane abbastanza defilata, è il fatto di essere l’unica maschile con una certa Ausstrahlung (è proprio il caso di dirlo) e di avere progenie non solo femminile. Purtoppo a causa della scarsità degli elementi a disposizione risulta difficile un’analisi più dettagliata di questa figura decisamente interessante.

Dal ciclo dei Fanes apprendiamo che: gli si rivolgeva un rito, probabilmente personale e propiziatorio che si faceva prima delle guerre.

Ne Il regno dei Fanes, infatti, Ey de Net compie il suo saluto al sole43, per altro sul monte (sacro) Amariana, patria di Merisana, la regina delle acque e dei fiori (cfr. paragrafo g).

Dal ciclo fassano apprendiamo che:

1) è presente, ma non si manifesta mai;
2) tramite l’unione di Elba, sua figlia44 con Bolpin (in apparenza un povero pastorello orfano, e invece di nobili natali45 e dotato di

poteri anche lui, ovvero quello di conoscere il linguaggio delle volpi) ha un nipote Tjan Bolpin e una nipote, sua sorella Soreghina, anche se lei ha un altro padre46;

3) tramite il nipote, va in sposo a una regina/ dea47: Donna Chenina48, probabilmente la dea dell’estate, cfr. paragrafo 13.

Dalla tradizione ampezzana, invece si sa che:

a - aveva un vero e proprio nome il re de Rajes, il re dei raggi;
b - va sposo a Merisana, la dea dei fiori e delle - ha un regno vastissimo, che si estende dietro l’Antelao.
e) La luna Sebbene non si siano riscontrati chiari e frequenti riferimenti a questo astro, Ulrike Kindl ha trattato l’argomento, in maniera così approfondita che in questo articolo si rimanda volentieri ai due volumi della professoressa: Miti ladini delle Dolomiti. Ey de Net e Dolasilla
e Miti ladini delle Dolomiti. Le signore del tempo, entrambi pubblicati dall’Institut Ladina Micurà de Rü49.
f) Il vento e la tempesta

Sulla base di quanto pervenutoci, i riferimenti a questi elementi naturali, vento e fulmini sono scarsi e la loro presenza è sporadica. Le loro figure divine sono:

5) Il vento delle tempeste, potentissimo, che tutto sradica50;
6) i tarluières, i fulmini, che volano veloci e incendiano tutto quello che incontrano51;
7) il Mortòj, che arriva in concomitanza di un grosso temporale. È una forma confusa e rossastra, che si solleva a mo’ di fantasma52;
8) il Gigante delle tempeste, che altri non è che un gran vento, visto che il suo compito è strappare gli alberi e ripulire per benino

la casa di Donna Chenina dalla neve accumulata53. In questo caso non si registrano figure femminili.

g) Fiori ed alberi

Il dato più eclatante tra quelli pervenutici, è il disequilibrio conferito a fiori e piante in merito ad attenzione e importanza: i primi ne ricevono tantissima, mentre i secondi, che per altro erano un elemento fondamentale per la vita dell’uomo, in quanto fornivano materiale per la costruzione, combustibile e base per costruire gli utensili, ebbene non ricevono che blandissimi accenni, anzi, quando ciò avviene, si fa risalire la loro origine ai fiori. La flora (almeno nella tradizione ampezzana) ha una sua regina/dea: Merisana, di cui si sa che:

1) governa anche sulle creature dell’acqua e dei boschi54;
2) il suo regno si estende dal monte Cristallo fino alle montagne azzurre dei Duranni55;
3) è una dea benigna;
4) cede il suo velo (elemento che ha in comune con la Samblana e Tanna) al larice per

rinforzarlo56;

5) va in sposa al Re de Rajes, il re dei raggi (cfr. paragrafo sul sole).

I fiori, invece, come detto sopra, dovevano essere tenuti in alta considerazione, perché di alcuni ci viene tramandata anche la loro valenza:

6) il rododendro bianco, la trosilla in ladino:

estremamente difficile da trovare, ha tuttavia dei grandi poteri: ne La sorgente dell’oblio57 annulla la ghirlanda incantata e malefica creata dalla streghe; ne La figlia dell’albero58, dice alla madre senza figli come e cosa deve fare per averne;

7) i colchici, ne Il cavaliere dei colchici59, sono collegati alla morte;
8) i tulipani, ne Il regno dei Fanes60, anch’essi

hanno una funzione di oblio o di morte;

9) i non-ti-scordar-di-me: in apparenza non hanno un significato specifico, però un mazzolino

di fiori freschi viene messo nelle mani di Dsòmpo morto e ne I fiori del Lagorai, leggenda non presa in considerazione, dei non specificati “fiori azzurri”, forse i non-tiscordar-di-me, rappresentano le anime dei guerrieri morti. Si può azzardare che questi fiori avessero un legame con la morte61;

10) i fiori del ferro. L’unico collegamento col significato trovato dal Wolff, ovvero dei fiori che possono indicare dei tesori (cfr. nota 55), lo si può trovare nei fiori del ferro deL’ultima Delibana62;
11) la stella alpina: dono di una donna che non è umana, sia essa la principessa della

luna, ne I monti pallidi o della Samblana, la potente regina delle nevi63, non ha però né poteri particolari né altre associazioni. Non finisce qui. I fiori, oltre ad essere una fonte di saggezza, oltre ad avere un collegamento con la morte, oltre ad essere un tramite tra l’uomo e i tesori della montagna, sono forieri di messaggi di pace (Tjan Bolpin, in Tjan Bolpin per segnalare alla moglie il suo ritorno, le mette accanto al letto il vaso coi suoi fiori preferiti; ne La Gamina, il principe che è stato prescelto per parlare con la Gamina che tormenta il paese, si presenta con un mazzo di fiori), ma soprattutto sono così importanti nel regno della flora, che è ad essi che si deve la creazione degli alberi: è il caso ne Le nozze di Merisana, in cui i tanti fiori, danno origine al larice64 e ne La figlia dell’albero65, in cui i fiori danno origine ad un particolare alberello che originerà i figli tanto attesi66: esso partorirà una bambina, una femmina, che una volta adulta partorirà una coppia di gemelli, in questo caso maschi, di cui uno andrà poi restituito all’albero. Questo gesto ricorda molto l’episodio dello scambio delle gemelle con le marmotte ne Il regno dei Fanes, al fine di suggellare un’alleanza.

Nel caso della flora, quindi, c’è una regina dea, non ci sono divinità minori, non ci sono figure maschili.

h) Animali: uccelli

Di tutti gli animali che popolano e popolavano l’area geografica in questione, stupiscono gli scarsi riferimenti che ci sono giunti. Non si parla mai né di orsi né di lupi, né di camosci o stambecchi, né di lepri né di vipere. Ad eccezion fatta per le marmotte, animale totemico per eccellenza di tutto Il regno dei Fanes, di un unico riferimento alle lontre ne La capanna delle miosotidi ed un altrettanto unico riferimento ai pesci, in Erlkönig67, gli unici animali di cui si parla con una certa diffusione sono gli uccelli. Anche a loro come ai fiori, viene affidato un significato ed una valenza precisa.

A) UCCELLI SAGGI

- il gufo ammonitore di Albolina che cerca di

portarla alla ragionevolezza,

- la ghiandaia di Vinella: “Sono uccelli intelligenti

che vanno sempre in giro, vedono e odono tante cose; certamente saprebbero dirmi che ne è stato di quel povero Gordo”68.

B) UCCELLI CHE RAPPRESENTANO DELLE PERSONE

- streghe: 1) il pipistrello che incarna la

Slavazza ne La pittrice del monte Faloria; 2) la filadressa (un rapace), che incarna la pittrice stessa; 3) il corvo, che incarna la Tsicuta, ne Il regno dei Fanes; - bambini: 4) le pernici bianche, ne Le due madri (l’Om da la Jacia ruba i bambini e li trasforma in pernici); 5) uccelli non meglio identificati ne La pittrice del monte Faloria: la ragazza si trasforma in avvoltoio, ruba i bambini e li trasforma in uccelli che mette poi in gabbiette. - un popolo: le aquile dei Fanes; C) UCCELLI CHE RAPPRESENTANO UN PASSAGGIO, UNA MATURAZIONE

- l’usignolo,

ne L’usignolo del Sassolungo, rappresenta la maturazione della principessa che da adolescenziale ed egocentrica, diventa donna, apprendendo l’amara lezione che la crescita è a senso unico;

- la Pelna (una colomba verde)

ne Il canto fatale: ninfa trasformata in uccello e costretta a morire non appena apprezza il cambiamento di vita che le è stato imposto per stregoneria69.

- In questo senso, anche la ghiandaia

de Lafonte dell’oblio, copre questo ruolo con Vinella70: chiude il ciclo della ragazza disperata, adolescenziale riaprendole quello di donna matura, serena, sicura delle sue scelte.

4. LA FELICITÀ NEGATA: RIFLESSIONE SUGLI UCCELLI E SULLA MORTE

Ulrike Kindl vede negli uccelli invece un chiaro nesso con la morte71 e la sua affermazione è più che corretta, in quanto poggia su basi solide, di ampi studi condotti soprattutto sulla mitologia nordica che confermano ampiamente quanto da lei dichiarato. Tuttavia si vuole qui cogliere l’occasione per offrire una nuova interpretazione e una nuova riflessione, partendo proprio dell’ultimo punto del paragrafo precedente (ovvero uccelli che rappresentano un passaggio, una maturazione) e affrontare così una tematica ricorrente nella narrativa ladina: la felicità negata.

È il caso della principessa tramutata in usignolo, curiosa di vedere il mondo sotto altri occhi e che invece viene punita e per questo crudelmente condannata alla solitudine, crudelmente perché in maniera spropositata rispetto all’innocenza del suo gesto; è il destino ineluttabile e incomprensibile di Londo e la Pelna; è il marito della Gana che per sbaglio, dopo una vita d’amore, sfiora la moglie nel modo errato ed è costretto a vederla partire senza possibilità d’appello; è Salvanel, il figlio di Tanna, che paga con la vita la curiosità di conoscere suo padre; è Soreghina, muore per aver osato sapere di più e così via.

Tutte queste leggende, tragiche, sarebbero invece potute terminare bene anche con un insegnamento. Invece viene sempre preferito un finale ammonitore e negativo. Si sente come un’attrazione per la malinconia, elemento che permea in maniera palpabile praticamente tutte le leggende ladine. Perché?

Ulrike Kindl, invece vede nella morte la soluzione di un problema che non sarebbe così risolvibile in altro modo e che pertanto le leggende che terminano così si possono raggruppare insieme a tutte quelle che hanno una struttura classica del racconto:

1) situazione iniziale problematica;
2) allontanamento dell’eroe;
3) prova e ottenimento di un aiuto magico;
4) vincita sull’antagonista;
5) ritorno dell’eroe, messa a posto del problema iniziale, il cosiddetto happy end72.

Nel pieno rispetto per la spiegazione data dall’illustre professoressa, in questo articolo si vuole offrire un’altra interpretazione: che rifletta un’attitudine specifica di un popolo, che preferisce non darsi sbocchi di felicità forse perché abituato ad una vita dura e di poche soddisfazioni quanto invece ammonirsi ad una vita retta, certamente ripetitiva ma sicura perché ben conosciuta73?

Il dibattito è più che aperto.

5. CONCLUSIONI SUI NUMI DELLA NATURA

A seguito di questa prima galleria di ritratti delle figure che popolano le leggende ladine, troviamo conferma di quanto affermato in partenza, ovvero dello squilibrio tra potere e competenze a favore delle figure femminili. Ad eccezion fatta per l’Om da la Jacia, il Sole (citato, ma mai visto), gli elementi del vento e della tempesta, gli unici elementi maschili e non di particolare rilievo, tutto il resto è nelle mani delle donne.

6. SAGGE, SAGGI, STREGHE E STREGONI

Prendiamo adesso in considerazione una serie di personaggi che non hanno un’attinenza stretta con la natura ma che sanno mettere in comunicazione l’uomo con essa. Si tratta di figure benigne e maligne, le prime dotate di una grande conoscenza, tale da elevarle al di sopra del livello dell’uomo, mentre le seconde sono munite di qualche potere sovrannaturale, anche se in questo caso potrebbe trattarsi di ritocchi più tardi - le uniche figure dotate di “poteri” sono infatti le divinità naturali. La conoscenza delle figure benigne si può declinare nelle seguenti forme:

- a) la preveggenza;
- b) una grande saggezza:

sanno ascoltare chi è in difficoltà emotiva e gli sanno spiegare il perché di questo loro momento, anche se non necessariamente sanno la difficoltà: la (grande) lezione ladina è che la vita spesso, va accettata così com’è (cfr. Tanna). Si può provare a capirla e questo può essere un aiuto, ma non si può sempre cambiarla a proprio favore.

- c) una grande conoscenza che deriva da

viaggi, dall’anzianità, dall’aver accumulato esperienza e che permette anche in questo caso di aiutare.

Figure femminili benigne

1) Le Gane sono figure benigne, dotate di una conoscenza pratica74, aiutano gli uomini che le trattano con gentilezza e arrivano persino a sposarli, ma esigono un rispetto ferreo su alcune condizioni che pongono (come quella di non toccarle col rovescio di una mano) pena lo scioglimento del matrimonio. Alton afferma che si possono rendere invisibili, ma non si è riscontrato in alcuna leggenda del Wolff.

2) Le Vivane. Alton le definisce il corrispondente fassano dei Salvans e delle Gane75: senza nulla contestare a cotanta autorià, dalle leggende si ha più l’impressione che le Vivane, figure anch’esse benigne, siano più abitanti dei boschi che delle caverne e che la loro conoscenza non sia pratica quanto saggia. Insieme alle Anguane e alle Cristanne, si potrebbero quasi definire delle psicologhe ante litteram76.

3) Le Cristanne. Figure molto simili alle Vivane a tal punto che è difficile distinguerle se non per il nome. Sono creature dei boschi, un po’ selvagge, benigne e dotate di saggezza. Come le Vivane e le Gane, non hanno a che fare con l’acqua77.

4) Le Anguane divinità dell’acqua, viste nel paragrafo 2b. Sono figure benigne, pronte ad ascoltare gli uomini e a fornire consigli78.

5) La Woedla, la vecchia della montagna Figura trovata unicamente ne Il bambino dell’ombra79, e che trova il suo corrispettivo nel il Vögl de le Velme, fondamentalmente una vecchia saggia80.

Figure femminili maligne

6) Le streghe81 sono in genere vecchie, cattive, amano fare gli scherzi e stregare le persone (portarle alla pazzia). Si radunano periodicamente ma raramente ed con l’unico scopo di fare delle ridde selvagge o per prendere delle decisioni importanti. In questi casi è meglio girare alla larga se non si vuole fare una brutta fine. Alton spiega che “a preferenza sono donne, che si abbandonano all’odioso mestiere di strega, il che è però assai naturale, venendo attribuita la magia già nell’antichità quasi esclusivamente alle donne”82.

7) La striona83 è il capo delle streghe. È lei che le raduna oppure è a lei che si rivolgono le altre streghe quando non vengono a capo di una situazione difficile. Ne La fonte dell’oblio, ci viene detto che la striona cavalca una scopa di betulla e ne Le due madri, ci viene detto che è addirittura più cattiva de l’Om da la Jacia, l’uomo del ghiaccio.

8) Le bregostene: sono figure difficilmente distinguibili dalle streghe. Alton dichiara che sono la variante negativa e fassana delle Vivane, già definite come figure proprie della Val di Fassa84.

Tra le varie streghe, spiccano:

9) La strega del Masaré: fugace apparizione, incontrata ne Il lago dell’arcobaleno, ma molto importante ai fini della nostra ricerca. La leggenda narra, infatti, di come lo stregone innamorato della bella ondina che non riesce a conquistare, si rivolga infine alla Strega del Masaré, che abita sul Vajolon, la quale lo sfotte un po’: “Vuoi essere un Mago e ti fai canzonare da una piccola Ninfa? Sei un gran Mago davvero! Un bambino sarebbe più furbo di te”. Lo stregone, indispettito, le rispose che la cosa non era tanto facile, che egli aveva già consultati altri due maghi e che, tutti e tre insieme, non aveva saputo trovare niente di meglio di quel che aveva fatto”. Ovvero c’è un uomo (maschio) potente messo in scacco da una ragazzina (non solo più giovane di lui, ma anche femmina) e che nonostante l’aiuto di altri due commilitoni (maschi) deve andare da una donna per venirne a capo - invano, perché la ragazzina la spunta comunque. La strega del Masarè la troviamo anche in Albolina (e ne Le bambole del Latemar, sebbene non sia una delle leggende prese in considerazione).

10) La Trude: strega incontrata solo ne Il bambino dell’ombra. Dall’aspetto di una bambina, essa è molto potente: sa rarefarsi per passare attraverso i buchi della serratura e il suo potere è quello di soffocare e spaccare le ossa di qualsiasi essere maschile - non femminile. Questo potere tremendo la Trude lo esercita però solo quando viene fatta prigioniera.

11) Ergobanda, incontrata solo ne Il cavaliere dei colchici, viene definita maga. In qualche modo è in contatto con la Samblana, visto che sa come inviarle le bambine in eccesso85 e conosce incantesimi come: la dormya, il sonnifero che vale solo sulle donne; l’uso della timpena, la campanella che stordisce chi la ascolta e il frutto speciale, la mela che odora di fragola chiamata pitz de mayostra, kolm de frayes (colmo di fragole) che è il frutto della vita e chi ne mangia resta per sempre attaccato a chi gliel’ha donata.

12) La Slavazza, incontrata solo ne La pittrice del Monte Faloria. Si tramuta in pipistrello; sa confezionare un vestito magico, che trasforma la pittrice in avvoltoio (vestito che si trova nell’acqua del Lago Costalarghes - l’acqua è sempre presente) e probabilmente insegna alla pittrice come stregare i bambini e trasformarli in uccelli.

14) La Tsicuta. Sorella del terribile Spina de Mul, la troviamo ne Il regno dei Fanes. Persona lunatica, scontrosa e vendicativa, che va avvicinata con cautela, come ci ammonisce la cornacchia86, conosce il potere obnubliante dei papaveri e abita sull’oscuro monte Migogn, in mezzo ad un campo di papaveri ed esce quando c’è temporale. Forse sa anche trasformarsi in cornacchia, l’animale che l’accompagna sempre. Il suo potere nasce dalla combinazione di tanto sapere e tanta cattiveria.

A conclusione di questa ricca e variopinta parata al femminile, è importante notare come il legame tra donne e streghe sia rilevante:

1) la dormya funzione solo con le donne - se un uomo beve la dormya ne muore87;

2) la timpena il cui suo suono magico funziona anch’esso solo con le donne88.

3) confidenza le donne preferiscono confidarsi con altre donne e anche gli uomini.

Qualche volta capita che ci si rivolga ad un salvan, ma in questo caso sono uomini che lo fanno.

Figure maschili benigne

Il mondo delle figure maschili benigne non è così ampio come quello femminile. Soprattutto due sono le caratteristiche che spiccano: ad esclusione dei Salvans, non ci sono figure positive e, sempre ad esclusione fatta per il Salvan, è molto raro che ci si rivolga ad un uomo per risolvere un problema. Andiamo a vedere chi sono, sulla falsa riga dello specchietto creato per le figure femminili.

Figure benigne

1) I Salvans, figure benigne, dotate soprattutto di un sapere pratico89, ascoltano alla bisogna gli uomini e li aiutano come possono, anche se solo per indirizzarli a persone più comptetenti di loro. In genere sono gli uomini che si confidano con loro90. Alton li definisce il corrispettivo maschile delle Gane91 - sempre senza contraddire cotanta autorità, ciò un po’ stupisce, perché l’impressione generale che si ha è che le Gane siano figure femminili anche di una certa piacevolezza mentre i Salvans risultano più selvaggi, più rozzi e vengono spesso associati ai nani, per manipolazione del Wolff che li scambia, erroneamente, con molta disinvoltura92;

2)i Vivani. Sempre secondo Alton, essi sono i mariti o i corrispondenti maschili delle Vivane93, ma non sono stati mai riscontrati, né nelle leggende selezionate, né nelle altre;

3)i Cristanni. Non si riscontrano figure maschili corrispettive alle Cristanne;

4)gli Anguani. Non si riscontrano figure maschili corrispettive alle Anguane, né ad alcuna delle altre divinità dell’acqua, come “Ondini”, “Mjanini”, “Yarini”94; 5)il Vögl delle Velme incontrato solo nel ciclo dei Fanes95. È un vecchio saggio, che sa tanto perché ha viaggiato tanto e ha imparato tanto, anche cosa dicono le onde96 (ancora una volta l’acqua, come ne La figlia dell’albero, funge da foriera di sapienza). A lui si rivolge Ey de Net, dietro suggerimento di un anguana, che lo reputa più sapiente di lei. Tante cose però neanche lui le sa, per esempio non se ne intende di magia e messo alle strette da Ey de Net, è costretto a rinviarlo alla Tsicuta (una donna);

6)il Matte de Adam, “un Fassano, del quale si diceva che sapesse dar consigli contro streghe, maghi e spiriti maligni”97. Fugace ma solida apparizione di un saggio (lo si incontra solo ed unicamente ne Il canto fatale) che effettivamente sa tante cose e riesce a spiegare a Londo chi è la Pelna. E con questo abbiamo esaurito le figure maschili benigne, confermando quanto detto in apertura paragrafo: che il mondo maschile non è così ricco e variegato come quello femminile.

Passiamo adesso in rassegna le figure negative, sempre sulla falsa riga dello specchietto fatto per le donne:

Figure maschili maligne

7)Stregoni. Come già aveva spiegato Alton98, le streghe sono essenzialmente donne, tranne che nel Livinallongo: “ (…) è un onore speciale di Livinallongo, che anche i maschi di quella popolazione si sien dati ad esercitare tale professione”99. Ai fini di questa ricerca non si può fare a meno di notare la parola: onore.

Tra di essi spiccano:

8)lo Stregone del lago di Carezza, Il lago arcobaleno100, che però fa decisamente più ridere che paura visto quanto è facile ingannarlo;

9)il Mago di Donna Dindia, Donna Dindia101;

Si tratta di una figura potente, che si palesa a noi però attraverso i racconti della castellana che non per una sua effettiva presenza (comparirà fugacemente solo al termine del racconto). Lungi poi dal commettere atti efferati, sembra essere un mago che esercita piuttosto una forte pressione psicologica.

Di lui si sa che:

- vuole in sposa Donna Dindia ma che lei ha orrore di lui e lo respinge più volte;
- le regala lo “specchietto verde: uno specchio magico, che aveva il potere di svelare tutti i pensieri dell’uomo che vi si guardasse. (…)”102;
- fa apparire fantasmi;
- le regala la Rajetta, dicendo che ha un valore inestimabile: la donna che la possiede rende suoi schiavi tutti gli uomini che le si

avvicinano;

- pone la pietra sotto un drago. Se un cavaliere uccide il drago e prende la Rajetta entro un certo tempo, Donna Dindia sarebbe

stata libera, altrimenti sarebbe andata in sposa a lui;

- ammonisce invano il giovane cavaliere

inesperto;

10) il Numa de “L’ultima Delibana”103: “un uomo pratico di magia”. A conti fatti nè non un mago né uno stregone, quindi. Infattilui sa:

- il significato della parola misteriosa incisa sulla porta della miniera di Fursill, detta parola magica;
- conosce tutto il rituale del giorno dell’ingresso della Delibana nella montagna (compresa la posizione del corpo: “(…) Egli

stava a braccia aperte, immobile davanti al portone e sembrava che osservasse qualcosa. Improvvisamente si giò, gli sguardi erano tutti puntati su di lui ed egli disse: (…)”104;

- non sa però come si confeziona il vestito della Delibana, indispensabile per la ricerca e la creazione del ferro all’interno della

montagna, perché questo invece appartiene alle donne;

11) l’Om da la jàcia, Due madri105, che ruba i bambini e li trasforma in uccelli;

12) Tjé de Lu, “Due madri”:106 “(…) Vedendolo ora in faccia si accorsero con terrore che non aveva viso umano: sotto il cappello rotondo sporgeva un muso di lupo. Era dunque Ce-de-lu, l’Uomo lupo, l’Inesorabile”. Nonostante la ferocia del suo aspetto, egli non ha che un ruolo più marginale nel racconto107;

13) Spina de Mul108: “(…) Era un potente e temibile mago, il quale, quando s’aggirava pei monti, prendeva l’abitudine e l’aspetto di un mulo mezzo putrefatto. La testa, il collo e le gambe anteriori erano ancora ricoperte di pelle, mentre di tutte le altre parti, rimanevano soltanto le ossa. Spina trottava sulle zampe anteriori e si trascinava dietro lo scheletro e ogni tanto emetteva quel tremendo grido che si era udito prima”. Incontrato solo nel ciclo dei Fanes, di lui si sa che:

- è un mago potentissimo, anche se non lo si vede mai all’opera;
- è il fratello della Tsicuta; - abita sul monte Formin, nel territorio dei

Lastjères;

- si traveste o si trasforma, non è chiaro, con la pelle di un mulo putrefatto o in un mulo in decomposizione;
- si può abbattere con arco e con frecce oppure con una pietra.
- è lui che, grazie al suo sapere, riesce a confezionare le frecce mortali che bucheranno la corazza fatata di Dolasilla, resistente a tutto e la farà uccidere.
- è lui che dà il nome a Ey de Net109.

7. CONCLUSIONI SULLE SAGGE, SAGGI, STREGHE E STREGONI

Spina de Mul è decisamente la figura di maggior spicco tra quelle negative maschili, anche perché a differenza di tutte le altre, gioca un ruolo narrativo consistente all’interno della saga dei Fanes. Per il resto, anche in questo caso, si appalesa come il mondo maschile, benigno o maligno, è un ambito più ristretto, meno sfaccettato e potente rispetto a quello femminile. Non solo, mentre le figure benigne femminili sono delle costanti all’interno della mitologia ladina, ovvero le si incontra ripetutamente in diverse leggende, non funziona così sul versante maschile, dove invece i personaggi sono legate unicamente alla leggenda che li presenta.

8. LA POTENZA DELLA FIGURA FEMMINILE

Mettendo insieme i dati fino adesso raccolti, passiamo adesso ad esaminare più nel dettaglio le caratteristiche di queste donne, regine, dee, sagge o streghe che siano e vedremo come il quadro che ne risulterà, presenterà una situazione ben diversa a quella a cui è abituato il lettore contemporaneo, imbibito di cultura patriarcale discendente dalla mitologica greco-romana e vivente in una società che si definisce paritaria.

Nella mitologia ladina, le figure femminili:

a) sono molto spesso le protagoniste del racconto - dal greco: protos, primo e agonista, lottatore. L’azione ruota attorno a loro a tal punto che spesso intitolano la leggenda stessa;110

b) sono forti. Sono donne che, sebbene possano essere impaurite perché devono affrontare situazioni che portano conseguenze gravi, anche estreme, una volta decise, non si tirano dietro anzi affrontano tutto con grande determinazione. È del tutto assente l’immagine della damigella impaurita o in difficoltà;

c) dettano precise condizioni: ti aiuto/ti sposo solo se:

1 - tu mi prometti che non vorrai mai sapere il mio nome;111
2 - non mi toccherai mai in questo modo;112
3 - non mi chiederai mai la provenienza o una caratteristica fisica;113
4 - se ti trasferisci dove vivo io e segui le regole del mio popolo;114

d) esigono un rispetto ferreo e inderogabile per queste condizioni. I sentimenti per i loro uomini e per i figli che hanno con loro, per quanto essi profondi siano, vengono in seconda battuta e vanno sacrificati in onore della salvezza delle regole,115 che poi corrispondono alla tradizione del loro gruppo di appartenenza;

e) sono spesso in funzione di comando supremo. Sebbene la narrativa ladina sia disseminata di figure femminili di tutti i tipi, dalle bambine alle donne molto vecchie, non è affatto infrequente incontrare regine, sia umane che dee. Eccole:

1) La regina dei Fanes
2) La regina dei Paghini
3) La regina dei Bedoyères
4) Tanna, la regina delle nevi
5) Moltina, la prima regina dei Fanes
6) Merisana, la regina delle Ondine
7) La regina dei Landrines
8) Donna Chenina
9) La principessa Dolasilla e sua sorella a gemella Lujanta
10) La regina madre di Cadina
11) La regina che istitutì l’ultima Delibana
12) La regina Lidia, l’ultima dei Cajutes, regina dei Fodomi
13) La principessa Ilda sua figlia, l’ultima Delibana
14) La regina del popolo delle Betulle
15) La Samblana, la regina dell’inverno.

f) a differenza degli uomini, solo (alcune di) loro si possono trasformare in animali;116

g) sono le depositarie del sapere antico, che sia un linguaggio magico (la regina dei Fanes parla con le marmotte in una lingua diversa) o di come si confeziona un vestito con poteri particolari (L’ultima Delibana)117;

h) aiutano chi è in difficoltà118. Uomo o donna che sia, ci si rivolge alle in caso di problemi; non ci si rivolge praticamente mai ad un uomo;

i) sono figure sfaccettate, ricche di sfumature. Possono essere sia buone che cattive. Spaziano all’interno della società, dalla regina alla contadina, dalla giovane sposa alla vedova, dalla buona fata alla strega cattiva. Riflettono quindi i tanti aspetti dell’umanità.

j) hanno un nome che si ricorda119.

La forza emanata da queste donne è tale da colpire il lettore odierno, che vive, almeno in occidente, in società che si definiscono paritarie ma che si sono lasciate da poco alle spalle il patriarcato.

Colpisce perché proprio al giorno d’oggi, ovvero quando la parità dovrebbe essere non solo la norma ma anche ben acquisita da tempo, si discute invece ancora molto sul fatto che le donne non occupino posti chiave, né all’interno di aziende, né in politica.

Addirittura si è presa in considerazione l’ipotesi di creare delle quote rosa per proteggere le donne che vogliono farsi avanti.

Le antiche donne ladine non avevano, come abbiamo visto, di questi problemi. Il loro potere e la forza era a tutto tondo, a cominciare dalla scienza, della conoscenza, di cui erano le depositarie.

E questo, si sa, da sempre è la forma di potere più forte. Probabilmente è proprio grazie a questa conoscenza che esse, a differenza degli uomini, sanno trasformarsi in altri esseri, dimostrando così inoltre di saper andare oltre i limiti dell’umano.

Sono quindi regine, ma anche fate, streghe. Il loro sapere spazia dal bene al male, dal terreno al divino. E chi è più potente può dettare le condizioni. O può anche aiutare gli altri, rendendosi ancora più prezioso. Sono riuscite a mantenere il loro status a lungo, anche quando ai bordi del Mediterraneo, civiltà altamente progredite come quella degli Egizi, professavano la parità120 - che in realtà era nulla. Poi, inevitabilmente, col contatto con altre civiltà il matriarcato è venuto meno.

9. LA FIGURA MASCHILE NELLA MITOLOGIA LADINA

In una società così fortemente matriarcale, come si presenta l’uomo?

Egli è fondamentalmente una figura d’azione.
È concreto.
È contraddistinto da una professione chiara: un soldato (un arimanno), un boscaiolo, un cacciatore, un pastore, un contadino, un ambulante, un mercante.
Costruisce, munge, caccia, combatte, arrampica, accudisce le bestie121.
Vuole delle cose: armi, tesori, pascoli per le sue bestie. Fa il burro o il formaggio. Oppure cerca moglie.

Esaminiamolo però più attentamente, sulla falsa riga dello specchietto stilato per le caratteristiche date per le donne:

a) tendenzialmente è coprotagonista, tranne in rari casi122 in cui è invece protagonista a pieno titolo;
b) è forte, ma viene sottolineato l’aspetto fisico della forza, non quello interiore;
c) non detta condizioni;
d) non avendo dato condizioni, non esige un rispetto ferreo123;
e) raramente è in funzione di comando supremo - a meno che non si tratti di leggende già medievali, dove possiamo trovare dei conti o dei signori, ma mai un re124;
f) non si trasforma in nessun animale;125
g) non è depositario di nessun sapere antico, a meno che non si tratti di una conoscenza pratica, inerente al lavoro;
h) non ci si rivolge a loro se si è in difficoltà;
i) non è una figura sfaccettata. È come si presentano;
j)

10. LA DEBOLEZZA DELLA FIGURA MASCHILE

Per il lettore odierno, imbibito di letteratura e cultura patriarcale, derivante soprattutto dalla mitologia greca, è una grandissima sorpresa incontrare delle donne forti - non tanto dal punto di vista fisico ma interiore (sapere e potere), così come lo è incontrare degli uomini che sono l’esatto opposto: forti solo fisicamente ma che per il resto sono drammaticamente, sorprendentemente, tristemente, perfidamente deboli.

Con l’unica eccezione di Tjàn Bolpin, unica figura maschile di eroe che riesce a superare tutte le difficoltà e a ricongiungersi con la sua amata, la mitologia ladina non offre altri eroi. Peggio: in tutte quelle situazioni in cui la posizione della donna è in un equilibrio instabile e per cui l’aiuto esterno e maschile è fondamentale (fondamentale perché in questi casi sono gli unici a conoscere bene la situazione e ad avere di conseguenza, tutti gli elementi necessari per la risoluzione di essa), ecco che di fronte alla nostra costernazione di lettori che osserviamo impotenti gli astanti, questi uomini, questi maschi ladini che potrebbero cambiare drasticamente le sorti della vicenda, migliorarla, ebbene essi sembra che non possano far altro che cadere irresistibilmente nell’accidia più profonda, come per incanto. Non riescono ad agire. E subiscono impotenti insieme a noi il decadere violento ed impetuoso della situazione.

È il caso eclatante di:

1) Il principe ne L’ultima Delibana. Sebbene profondamente addolorato di inviare una fanciulla nel ventre della montagna, tutta sola per ben 7 anni e nonostante egli abbia chiaro che unicamente lui la può liberare in uno specifico giorno ogni sette anni, e anche se questo sia il suo chiodo fisso, ebbene egli riesce magistralmente per ben 4 volte a mancare all’appuntamento126 rendendosi conto (con infinito rammarico, per carità) che dopo aver abbandonato per ben 28 anni una persona in fondo ad una montagna, essa probabilmente è morta.

2) Ne Il regno dei Fanes:

a - Il re dei Fanes tradisce il suo popolo. Non solo lo vende al suo proprio fratello, ma per raggiungere il suo scopo, non esita a mandare sua figlia a morire in battaglia insieme alla sua gente, mentre lui si nasconde sul Lagazuoi;

b - Il principe aquila. Figlio del re dei Fanes, su di lui poggia la cruciale rinascita del popolo sterminato. Egli è ben cosciente del suo ruolo e ne accetta l’incarico. Eppure in lui non c’è alcuna energia e infatti fallirà nel suo intento: dapprincipio cade vittima di un sortilegio della moglie, che lo fa addormentare per tre anni. Al suo risveglio, invece di adirarsi con lei per avergli fatto perdere un sacco di tempo, per aver perso le chiamate da parte delle aquile, si limita ad esprimere un certo rammarico ma nulla più (come il re de L’ultima Delibana). Finalmente riesce a partire, sebbene gli è chiaro che non tornerà mai più, che questa sarà la sua ultima battaglia: egli parte come se fosse un giorno qualsiasi, senza né un pensiero di più, senza un briciolo di forza in più;

c - Lidsanèl. Una Vivana spiega a Lidsanel che lui può diventare il re dei Fanes, ma avrebbe dovuto per tre volte reprimere il suo più grande desiderio. E Lidsanèl? Al momento buono, quando per tre volte gli si chiede quale sia il suo desiderio più grande, egli invece di rispondere che voleva le frecce infallibili ne dice un altro, dimentico del suo dovere e fallendo così completamente la sua missione;

d - Ey de Net, l’eroe in pectore del grande epos dei Fane, si rivela invece essere un ragazzotto di moderate ambizioni e permaloso, che invece di ambire ad offrire il massimo della protezione alla sua amata e a dimostrare al suo futuro popolo il suo valore, gioca di modestia127 e di pignoleria128, perdendo tempo a chiedere il perché del comportamento di Dolasilla invece di correre a salvarla. Risultato: Dolasilla muore tradita dal padre e abbandonata dal promesso sposo.

Questi sono i casi più eclatanti. Ma non è finita qui. Cosa dire di quei tre mariti129, a cui le mogli hanno detto chiaramente che non potranno mai sapere il loro nome o la loro provenienza, pena la separazione per sempre e che invece non appena per caso apprendono il nome della moglie e non vedono l’ora di correre a casa e dirglielo? Il terzo arriva addirittura ad implorare la moglie di rivelarglielo, perché lui non riesce più a vivere bene.

Essi mandano a monte tutto. Scientemente e inspiegabilmente, perché sembravano amare molto le loro mogli. Al di là delle facili battute che si possono fare oggi (erano mariti che si erano stancati delle loro mogli, altroché!), c’è del fascino in queste situazioni inspiegabili e angoscianti, dove c’è una chiara scelta di correre verso il baratro sebbene sembra che nessuno lo voglia. Perché lo fanno? Forse perché sono i primi germi della decadenza del matriarcato? Si sentono le prime spallate degli uomini che vogliono limitare le loro mogli e il loro dominio? Anche in questo caso il dibattito è più che aperto, ma la costernazione davanti a queste situazioni rimane grande. Seguono poi dei casi di debolezza di maggior ordinaria amministrazione, come:

1) Il padre di Albolina130: non riesce ad im porsi alla figlia capricciosa e quando viene incatenata dalle streghe, più che cercarla in lungo e in largo nei boschi non fa. Non riesce a trovarla, ma non gli viene mai in mente di rivolgersi direttamente alle streghe, per esempio, per chiedere come fare per riavere sua figlia.

2) Gordo131: per pura curiosità, decide di affrontare le streghe per poi esserne immediatamente catturato e fatto prigioniero da loro. Verrà salvato dalla donna che l’ha sempre amato, Vinella, l’unica persona di tutto il villaggio, per altro che si sia messa in gioco per lui - e lui non riesce a ricambiarla, perché dopo le streghe, cade vittima di sua zia, un’altra strega anche lei che non tiene Vinella in gran conto.

3) Il cantore di Donna Dindia132, giovane, confuso ed inesperto, palesemente non idoneo all’impresa (la leggenda insiste sulla sua giovinezza, anche per contrasto con Donna Dindia e il mago, due persone chiaramente più grandi di lui), ma sicuramente l’eroe della storia, fallisce miseramente nella sua impresa.

4) Il marito di Miola133 si accorge che la moglie favorisce anche ingiustamente la sua figlia di primo letto rispetto al fratellino appena nato, ma sebbene lanci qualche blando commento, non interviene mai veramente.

5) Il cavaliere de L’usignolo del Sassolungo134, invece di battersi per capire chi si cela dietro l’usignolo di cui lui si è perdutamente innamorato, muore (si suicida? si lascia morire? non è chiaro, ma è certo che che si lascia semplicemente andare al dolore invece di partire, per esempio, al fine di dimenticare questa situazione).

6) Londo135: si lascia morire anche lui, incapace di risollevarsi davanti ad una sorte avversa che si impersona sia in un padre che gli intima di fare cose che non gli piacciono a cui lui non riesce a ribellarsi che in un amore impossibile, a cui lui non riesce a sottrarsi e per cui addirittura muore di dolore.

7) Loogut136: un vero eroe - in partenza. Si tratta infatti di un figlio che si ribella al padre che cerca di imporgli una vita che ha scelto per lui mentre il giovane vuole cercare la sua strada. E così lascia la casa paterna. Lungo il suo cammino farà diversi incontri, alcuni belli, altri brutti, ma nonostante una partenza così promettente, ovvero di una persona matura, in grado di assumersi le sue responsabilità, orgoglioso e contento di affrontare il rischio dell’ignoto, ecco che invece poi si ripiega su sé stesso, si amareggia e scende vorticosamente in spirale fino addirittura arrivare al suicidio (unico caso in tutte le leggende - e lo dicono i personaggi stessi di Bedoyela).

Uniche eccezioni sono:

1) Tjan Bolpin137: scacciato dalla moglie, la potente donna Chenina, ritrova da solo la difficile strada per tornare da lei138.

2) Ghedìn139, il povero cacciatore, timido e taciturno, che non ha mai dimenticto la bella pittrice, sebbene sia andata in sposa un altro. Quando poi la ragazza sparisce misteriosamente, a differenza del marito, non smette di cercarla e quando, dopo anni, la ritrova sotto forma di strega crudele, capisce che la ragazza è solo vittima di un incantesimo ma che grazie all’amore, tutto potrà tornare come prima, anzi meglio di prima140. E così infatti succede.

3) Va aggiunto per correttezza, anche se è decisamente molto poco eclatante anche il caso del marito di Borina141. Il figlio del signore di Tires si innamora perdutamente di una figlia del legno, la più umile donna che potesse esistere. Nonostante la madre faccia di tutto per impedire il matrimonio, egli la sposa lo stesso. Quando nasceranno i nipotini, gemelli, la cattiva madre scaccerà la nuora e i piccolini dal castello. Il figlio, irritato con la madre, “resistette per sette giorni (sic) ma poi ordinò che fosse sellato il suo cavallo” e va a recuperare la moglie.

11. CONCLUSIONI SULLA DEBOLEZZA MASCHILE

È palese che la figura maschile si decisamente più limitata e più debole rispetto a quella femminile, tuttavia le conclusioni tratte nel precedente paragrafo vanno oltre ad un concetto di debolezza. L’accidia riscontrata da parte delle figure maschili richiama nella sua tragicità la tematica della felicità negata di cui nel paragrafo 4. Questi uomini, infatti, non sono affatto contenti di non riuscire ad intervenire. Sono disperati. Non sanno come fare né a risolvere la situazione, né a superare le loro stesse barriere. Si lasciano andare alla disperazione, alla negatività, alla passività. Il passare all’azione non viene mai preso in considerazione.

Perché?

Che queste leggende tramandino la secolare sfiducia di questi popoli nei confronti di una possibile azione dopo aver subito secoli e secoli di invasioni e sottomissioni? Perché si scegli di non dare speranza alle giovani generazioni che ascoltano queste leggende e imparano? Anche in questo caso il dibattito è più che aperto.

12. L’IMPORTANZA DEL NOME

I nomi, in tutto questo sono un dato importante. Ci sono nomi di personaggi così importanti che danno il titolo alla leggenda142, ci sono nomi così importanti che non vanno rivelati143 (donne) mentre ci sono personaggi che nonostante una certa loro importanza all’interno del racconto il nome non ce l’hanno affatto (uomini). Il nome è importante. È il nostro primo segno identificativo. È la prima domanda in assoluto che si pone a chi non si conosce; il primo dato riportato su qualsiasi documento. È col proprio nome che si passa alla storia, che si viene ricordati. Chi ha un nome e chi no, all’interno della mitologia ladina e perché?

Dati alla mano, in realtà i nomi pervenuti delle donne144 sono leggermente inferiori numericamente di quello degli uomini145: 31 a 34. Tuttavia dei 34 nomi maschili, 20 sono di personaggi che praticamente vengono solo menzionati e che morranno a breve nel racconto, mentre per quello che riguarda i personaggi femminili la situazione è ben diversa: sono attribuiti a personaggi che giocano un ruolo importante e anche se devono morire, la loro morte è foriera di significato e riflessione (cfr. per esempio Dolasilla). Con l’unica eccezione: Ey de Net, sorprende invece che quando i personaggi maschili svolgono un ruolo di rilievo nel racconto, può capitare che essi rimangano senza nome e che si preferisca invece descriverli in base al loro ruolo sociale: il principe, il padre, il re, il marito. Ey de Net non è nessuno, fino a quando non avrà un nome: il rito di passaggio del suo clan, dei Duranni, ha come scopo ultimo quello di conferire al futuro guerriero non solo una collocazione sociale chiara (diventare un guerriero), ma soprattutto di identificarlo, di dargli un’identità. Lo fa nascere ufficialmente. Allo stesso modo, ma per inverso, il re dei Fanes non ha un nome: egli non merita di essere ricordato, di passare alla storia. Tutto quello che l’eternità dovrà sapere di lui è che era “falso”. Stessa sorte tocca alla regina dei Fanes sua moglie, uno dei rari casi in cui una donna non ha un nome, forse perché è stata incapace di opporsi al marito trascinando così il suo stesso popolo alla rovina: neanche di lei si deve sapere il nome, deve essere dimenticata dentro una montagna.

Nemmeno del principe de L’ultima Delibana sappiamo come si chiama, né ne Il cavaliere dei colchici, si conosce il nome del principe erede tanto atteso né dei due terribili cavalieri a lui asserviti (si sa solo che sono il signor di Cambriath e il signore di Peutelstein); La croda rossa, non ci tramanda il nome del marito di Moltina, colui che è stato pronto ad abban donare il suo popolo e la sua terra pur di stare con l’amata moglie, colui che insieme alla sua sposa fonderà niente po po’ di meno che la stirpe dei Fanes. Di lui si sa solo che viene dal lago di Ladro ma egli è e resta il Principe. Piuttosto che il principe dei Paghini, che va sposo a Inugalda, in Erlkönig, non ha nome eppure compie gesta a non finire.

Perché?

In alcuni casi, come abbiamo visto, sono figure negative e vanno puniti con l’oblio, ma in altri casi, come ne La croda rossa? La conclusione a cui si è qui giunti è la seguente: anche quando gli uomini hanno un ruolo narrativo di una certa importanza, essi non hanno nome perché in realtà le vere protagoniste di tutti questi racconti, sono sempre e comunque le donne: ne Il cavaliere dei colchici sono la regina ed Ergobanda che organizzano tutto; ne La croda rossa è Moltina, quella che ha il vero potere (sa trasformarsi in marmotta a suo piacimento; è un tutt’uno con la montagna, che sebbene di pietra, “sente” come lei), ne L’ultima Delibana sono Lidis e sua figlia Ilda le vere protagoniste della storia e così via. Il matriarcato quindi dell’antica società ladina si riflette nella narrativa ladina non solo conferendo alle donne ruoli di maggior importanza ma permettendo soprattutto a loro di passare all’eternità conferendogli un nome.

13. LE TRE DEE: PRIMAVERA, ESTATE, INVERNO

Avvicinandoci al termine della nostra ricerca, prima di tirarne le conclusioni e sulla base di quanto elaborato finora ci piacerebbe azzardare un’ipotesi che concerne le divinità degli antichi ladini.

Ripensando alle tre regine/dee che abbiamo incontrato: Tanna, donna Chenina e la Merisana, alle loro competenze, sebbene sia ben chiaro che esse vivevano in tre aree diverse (Tanna sulle Marmaroles, donna Chenina sul Sella, Merisana sotto il monte Formin) si è pensato che potessero fare parte di una trilogia (o forse erano di più?) di divinità che organizzassero il tempo e le stagioni dell’uomo.

1) Tanna, la regina dell’inverno, che indossa la sua corona con la pietra azzurra e domina le slavine, i massi che crollano, il tempo che si ferma. Non ha marito.

2) Merisana, la regina del risveglio, della primavera, quindi, dei fiori che sbocciano, delle pieante che germogliano. Va in sposa al Sole, perché senza di lui tutto non ci può essere una rinascita, dopo il gelo dell’inverno.

3) Donna Chenina, la regina dell’estate, la regina che dorme durante tutto l’inverno146 e si sveglia quando i fiori sono già sbocciati e torna a dormire quando l’estate è finita. Anch’ella va sposa col Sole (o un suo parente, nel suo caso) perché anche lei ha bisogno di lui affinché la sua stagione si sviluppi appieno.

Una dea del risveglio, della primavera, così come una dea dell’inverno, della morte facevano molto probabilmente parte della mitologia ladina, visto che divinità simili erano presenti anche in altre culture147. Magari non erano in tre, magari non erano loro tre insieme, ma ne avevano altre, tuttavia ci piace offrire questo spunto di riflessione, considerato che i dati che abbiamo ricavato lasciano aperta questa possibilità

14. LA MUSICA, IL CANTO, IL CANTORE E IL MUSICO

Anche nel corso di queste ricerche si è rilevata la costante e importante presenza della musica e del canto.

Gli stessi testi che Wolff trascrisse, molto probabilmente erano originariamente opere cantate148, narrate per l’appunto da cantastorie - l’esposizione di cui tra l’altro, come per il ciclo dei Fanes ci volevano ben tre appuntamenti e si organizzavano dei teatri all’aperto per rappresentarli149.

Si è voluto esaminare anche questo aspetto delle leggende ladine dal punto di vista femminile e maschile e ne sono risultate delle osservazioni interessanti.

La più eclatante concerne il fatto che mentre il canto è appannaggio di entrambi i sessi, il suonare uno strumento invece appartiene solo all’uomo. Anzi, di più: può essere che l’eroe del racconto alle volte è proprio il musico e che non sempre egli è un uomo “forte” (come il cantore di Donna Dindia, o il Matte di Adam, ma non è invece il caso del principe di Erlkoenig o di Odolghes).

Ciò colpisce perché nella visione paternalistico/paritaria attuale, il canto, la musica in un uomo sono segni di cultura, di classe ma non generalmente attribuiti all’eroe, per cui invece si preferisce fondamentalmente la forza fisica e il coraggio. Tra le figure maschili troviamo:

1) Oswald von Wolkenstein in Mano di ferro150: “Osvaldo, divenuto giovanotto, venne a conoscere alcuni musicisti e fu preso da un grande amore per la musica. Ma nessuno poteva insegnargli a suonare”.

2) Odolghes, ne Il regno dei Fanes151: “Odolghes non era soltanto un prode guerriero, ma anche un cantore: dalla sua arpa non si separava mai, neppure in guerra”.

3) Il principe dei Paghini, in Erlkönig, altro prode (senza nome, al contrario di sua moglie, la principessa Inugalda), canta e suona152. (Il testo non è tradotto in italiano): “Was macht er?”; “Eigentlich gar nichts, erwiderte der Prinz”; “seine liebste Beschäftigung ist das werfen von Speeren; er wirft sie so geschickt, daß alle Zuschauer staunen; unter dem Kriegern der Lapònis gibt es keinen, der das Werfen von Speeren so trefflich verstünde”. “Sehr gut!” sagte di Königin; “und was versteht er sonst?”.

“Ich wüßte nicht”, versetzte der Prinz; er ist so faul und gedankenlos, daß man ihn nirgends brauchen kann; meist sitzt er am Seeufer und dichtet und singt”.

4) Il cantore di Donna Dindia, che non solo canta benissimo, ma sa anche suonare il liuto153.

5) Londo, ultimo dei nostri prodi, ha delle caratteristiche diverse: non suona alcuno strumento, ma sa cantare benissimo.154

Quando invece sono le donne a cantare, è proprio il caso di dirlo, è tutta un’altra musica. Ad eccezion fatta per l’Ondina che canta spensierata nel lago di Carezza e ha tutti gli uccelli raccolti intorno a lei per imparare a cantare, per tutte le altre figure femminili il canto è connesso a qualcosa di bellissimo ma tristissimo:

1) la principessa trasformata in usignolo, che canta la sua sventura: ha dovuto pagare un prezzo altissimo per la sua curiosità e ora è costretta a rimanere usignolo, L’usignolo del Sassolungo155;

2) Conturina, infitta nella roccia su di una rupe che domina il Passo di Ombretta, canta la sua triste sorte: la cieca gelosia di una madre che l’ha costretta ad un’eternità di pietra, Conturina156;

3) la Pelna, che canta la sua triste sorte di non poter mai godere della vita che sta vivendo e della morte che incombe su di lei, in Il canto fatale157;

4) la Filadressa, che col suo canto, tranquillizza e trasforma in uccellini i bambini che ha rapito e che poi metterà in gabbia, in La pittrice del monte Faloria158;

5) l’ultima Delibana, abbandonata nel ventre della montagna, deve vagare per gli antri oscuri cantando il canto magico che serve per trovare il ferro, in L’ultima Delibana159. Trarre delle conclusioni sul matriarcato attraverso la dimensione delle musica è difficile e forse anche inutile, mentre per quello che riguarda il suo ruolo all’interno dell’antica civiltà si possono forse invece azzardare delle ipotesi di un certo interesse.

Sebbene infatti le quattro figure di musici presentateci dalle leggende siano sicuramente rimaneggiamenti tardivi si può ipotizzare che essi si rifacessero a personaggi reali e che il canto e la musica fossero una presenza costante anche nell’antica civiltà, soprattutto in fase di rito160. Forse tramite di essi ci si metteva in contatto con le divinità161, forse, il ruolo di “sacerdote” era in realtà appannaggio delle donne che, come le Gane, le Silvane e le Anguane, erano le più sagge e conoscevano tutto il patrimonio antico e quindi tutti i canti, magari anche dei canti speciali, con valenza propiziatoria o di transfer mentre gli uomini l’accompagnavano con gli strumenti.

CONCLUSIONE

La ricerca svolta ha raggiunto l’obiettivo che si era posta: porre le prime basi di una riflessione circa la figura femminile all’interno della mitologia ladina.

Sono così state illustrate sia le figure femminili che maschili, risaltandone le differenze in ambito matriarcale; si sono aggiunte nuove chiavi di lettura, come la debolezza maschile, la felicità negata, e si è dedicato uno spazio proprio al ruolo della musica. Si è proposta una classificazione di dee per quanto riguarda la gestione della ciclicità della natura e delle vita.

Sarebbe interessante proseguire lo studio della figura femminile in tutte quelle favole successive, non più ladine, definite oggi “classiche” perché a ben guardare, anche in esse, sebbene non più generate da una società matriarcale, esse sono spesso protagoniste e forniscono il titolo alla storia: Cappuccetto Rosso, Cenerentola, Biancaneve, Raperonzolo, La Bella Addormentata nel bosco, La Bella e la Bestia, Pelle d’Asino

e molte altre ancora.
  1. U. Kindl, Miti ladini delle Dolomiti. Le signore del tempo, San Martino in Badia, Istitut Ladin Micurà de Rü, 2013, pag. 108: “La Grande strada delle Dolomiti, viene inaugurata nel 1907 dopo anni di difficilissimi lavori. La strada, ancora oggi una delle vie panoramiche più suggestive d’Europa, fu progettata su iniziativa di Vienna, capitale della monarchia asburgica, per scopi strategico militari. Lo stato maggiore austriaco, che osservava con crescente preoccupazione l’irridentismo italiano alla frontiera meridionale del vasto impero, decise di rafforzare le retrovie e di attrezzare il territorio impervio delle Dolomiti con infrastrutture moderne. Il progetto della “Grande strada” fu immediatamente sostenuto con entusiasmo dall’imprenditoria turistica d’avanguardia e si rivelò vitale per lo sviluppo del territorio. Wolff, scrittore e giornalista, lavorò allora a pieno ritmo per la promozione delle Dolomiti appena scoperte dai viaggiatori di fine secolo. Tra le sue opere più notevoli va ricordata, appunto, la “Grande strada delle Dolomiti” (Monographie der Dolomitenstraße, Bozen, 1908), un testo assai particolare, vero e proprio documento del nascente turismo alpino”.
  2. proprio documento del nascente turismo alpino”. 2 U. Kindl, Kritische Lektüre der Dolomitensagen von Karl Felix Wolff, San Martino in Badia, Istitut Ladin Micurà de Rü, 1983, Bd. 1, pag. 5: “Das ist Wolffs Arbeitsweise: er sammelte keineswegs volkskundlich korrekt, sondern bearbeitete das jeweils vorgefundene Erzählgut mehr oder weniger frei”. Per chi volesse approfondire l’argomento, rimandiamo ai paragrafi: 2. Anmerkung zur Rezeptionsgeshichte des Buches, pag. 13, op. cit. e al 3. Das Problem der kiritischen Definition der Dolomitensagen, pag. 21, op. cit.
  3. K.F. Wolff, Dolomitensagen, Bolzano, Athesia Spectrum 1989, pag. 26
  4. K.F. Wolff, Dolomitensagen, Bolzano, Athesia Spectrum 1989, pag. 27;