Le Metamorfosi/Annotazioni/Libro Settimo

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Annotazioni del Settimo Libro

../Libro Sesto ../Libro Ottavo IncludiIntestazione 20 dicembre 2008 75% Letteratura

Publio Ovidio Nasone - Le Metamorfosi (2 a.C. - 8 d.C.)
Traduzione dal latino di Giovanni Andrea dell'Anguillara (1561)
Annotazioni del Settimo Libro
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Iasone domò i Tori nel Regno di Colco che haveano i piedi di Metallo, e spiravano fuoco dalle narice, questa favola è tratta dall’historia perche havendo Pelia Re di Thesaglia, inteso dall’Oracolo, che si sarebbe sempre conservato nel Regno, se nelli sacrificij che si facevano à Nettuno, non fusse trovato alcuno che vi andasse ò ritornasse scalzo, perche avenendo questo doveva esser certo che era vicino alla morte, avenne che andando Iasone in fretta a que’ sacrifici, lasciò una scarpa nell’arena del fiume Anauro; e non s’arrestò per questo di andarvi dove fu veduto da Pelia, con grandissimo suo dispiacere; che dopò come pieno di sospetto della vita sua, per fuggir il destino predettogli dall’oracolo; deliberò di mandar Iasone, a procaciarse con le proprie fatiche, qualche dominio, Regno, o ricchezze lontane; conosciuto il nipote la intentione del Zio, fece una scelta de cinquanta de i primi giovani di quelle parti, e fece una nave lunga chiamandola Argo, e s’imbarcò con tutti i suoi, e navigò in Colco. Era Iasone bellissimo giovane, onde come prima lo vide Medea figliuola del re de Colchi s’inamorò fieramente di lui, e desiderando d’haverlo per marito venne a conventione con esso lui, che se le prometteva di sposarla, ch’ella gli havrebbe mostrata la via di vincere i Tori, che erano i Baroni del Regno di suo padre; ancor che fossero forti, e ben firmati in quel paese, per havere fintamente i piedi di metallo, e fossero molto soperbi spirando aere focoso dalle narici: e di amazzare ancora il fiero Dragone che guardava il vello d’oro, che non era altro che ’l sopraintendente del governo del Regno che haveva ogni diligente cura delle ricchezze, i cui denti seminati, che non sono altro, che le cagioni della sua morte; messero l’armi in mano a quei popoli l’un contra l’altro di maniera che fecero con la loro uccisione, il camino piu piano a Iasone di occupare quel Regno, e impadronirsi delle sue ricchezze. Il vello d’oro allegoricamente, significa la virtù, che si come l’oro, è precioso sopra ogni metallo cosi la virtùavanza di precio di gran lunga tutte le cose humane. La quale s’acquista dall’huomo nobile, figurato per Iasone, per opera della persuasione che significa Medea, che gli fa conoscere che non vi è altra via che ’l possi condurre alla felicità, che quella dell’impadronirse della virtu; ma per essere l’acquistarla cosa molto difficile essendo circondata e guardata da molte difficultà, fa bisogno vincere con fatiche, e sudori gli stimoli della carne, che sono molto fondati in noi, figurati per i Tori havendo i piedi di metallo; gettano poi aere focoso dalle narici, che significa le fiamme della libidine che del continuo si spicano da i medesimi stimoli, ma sopra tutto fa bisogno vincere il Dragone figurato per la superbia; la quale fa gran resistentia a quelli che tentano amicarse la virtù; come Reina de tutti i vicij, figurati per i denti seminati, e vinta; far che s’azzuffino insieme e s’amazzino di modo che ci rimanghi libero il passo, per divenire viruosi.

Felicemente descrive l’Anguillara gli affetti che si vanno ragirando intorno il cuore dell’inamorata Medea nella stanza, E par che voglia dir s’hò dal cuor bando e nelle seguenti. Esone ringiovanito per opra di Medea significa l’huomo che si spoglia de i vitij ne’ quali era già invecchiato, e ringiovanisse nella virtù dando orecchie alla persuasione; le favole delle figliuole di Pelia, che amazzorono il padre, desiderose di ringiovanirlo, di Filio, di Hirte, di Alcidimante, sono poste piu presto per descriver poeticamente i luoghi dove passò Medea, che perche se n’habbi a trar’ alcuna allegoria, essendo come sono poste ancora obliquamente, ne si trovando gli Autori che le hanno descritte a pieno.

Il dono di Medea mandato a Creusa, ci mostra i tradimenti di quelli, che sotto specie di amorevolezza ci vanno procacciando malignamente la morte; come a tempi nostri habbiamo veduto rinovata la inventione di Medea fatta per dar la morte a Creusa; & tanto piu sceleratamente, quanto quella non posse che ’l fuoco nella sua picciola cassetta, e questi oltra il fuoco, hanno rinchiusi in una palla di metallo, con fuochi artificiati alcuni piccioli scopietti, che feriscono da tutte le parti, perche come prima è tocca la mistura della palla dal fuoco è di modo acconcia, dall’inventore di questa scelerata inventione, la palla accomodata in una picciola scatola; e legata a simiglianza di Tramesso con una lettera sopra, e la soprascrittione della quale è volta a quello, nel quale tentavasi che facesse l’effetto suo quell’abominevole inventione, onde come prima è tagliato lo spago, il fuoco spezza la palla, e tutto a un tempo spara i piccioli scopietti; e mal per quelli, che hanno la scatola in mano, o che vi sono presenti, perche essendo state mandate ad alcuni per amazzarli con questa horribile inventione di queste scatole acconcie di questa maniera, a Vinetia, Mantoa, Regio, Modena, e Fiorenza si sono veduti sceleratissimi effetti, perche hanno feriti, & amazzati alcuni, ma quasi tutti innocenti, e pochi di quelli per cagion de i quali erano state mandate.

Egeo che libera Theseo suo figliuolo giovane d’infinito valore havendo riconosciuto lo Stocco suo, dal mortifero veneno composto dalla crudelissima Medea, della spiuma che usciva dalle bocche di Cerbero; ci da à conoscere che la prudentia il piu delle volte schifa, e fugge le maligne operationi della crudeltà; a fin che non rimanghi spento il valore. Come ci da a conoscere ancora che non s’ha alcuna consolatione in questo mondo, che non sia meschiata da qualche grave dispiacere, come si vede in Egeo, che mentre lieto godeva di udire cantare le lodevoli, e gloriose imprese del figliuolo, gli sopragionge la nuova che ’l Re di Creta gli vuol torre il regno; per intorbidare una sua tanta contentezza come ben descrive questo miscuglio di felicità, e infelicità l’Anguillara nella stanza, Ah quanto scarsi, e brevi ha i suoi contenti.

Arne trasformata in Puta, per havere data la fortezza consignatale dal padre a memici, corrotta da una quantità d’oro, & che continua ancora divenuta uccello nel medesimo desiderio dell’oro, e dell’argento rubandone dove ne può havere, pur che sia quantità che la possi portare co i piedi e col becco, significa che l’avaritia che una volta è impressa nell’animo basso, e vile non si cangia giamai per cangiamento d’habiti, di luoghi, e di dignità.

Le Formiche cangiate in huomini a preghi di Eaco, per riempire la città di Egina vuota per la peste, significano che essendo vuota di lavoratori da campagna, la città per vigore di quella maligna influentia, Eaco ne procacciò da diverse parti, di modo che la ritornò nella primiera sua felice coltivatione, propriamente sono gli huomini di campagna diligenti assimigliati alle formiche, perche riponeno l’estate i formenti, gli ogli, i vini, e tutti i frutti della terra, come fanno le formiche tutte le cose necessarie per il loro vivere dell’invernata. Descrive quivi molto propriamente gli effetti della peste l’Anguillara; propriamente è ancora descritta la comparatione nella stanza, Come cade la ghianda ben matura.

La descritione di Cephalo, e di Procri, è mera historia; però non vi si scopre quello che si conosce vero apertamente per molti essempi, e di che siamo ancora avertiti dalle sacre littere, che l’huomo non doverebbe giamai procacciar di saper piu di quello che se gli convenghi sapere, perche incorrerà sempre nell’errore che incorse Cephalo, che passò da una vita felice, a una misera, e piena d’infelicità; havendo voluto far maggiore prova che non gli era lecito di fare della sua amatissima Procri; è cantata cosi felicemente questa historia dall’Anguillara, che non vi è che desiderarvi vedendovisi spiegati tutti quelli affetti che possono occorrer in un simil accidente, come ancora vi si veggono molte belle proprietà delle Donne, come quella nella stanza, La Donna curiosa di Natura e molte belle conversioni, come quella che fa il Poeta a Cephalo, nella stanza, O pensier curioso, ò mente insana; come è ancora vagamente descritto l’assalto del desiderio del gioire nel cuore delle Donne, e l’amore della castità, e come vinta da questo nell’arenderse voleva, e non voleva a un tempo compiacer ’l marito, che le era inanti sotto finta forma; e al fine quando consente descrive le medesime parole che possono scoprire un simil’ affetto di maniera che contende quivi molto vagamente con una vertuosa emulatione di aguagliarse almeno all’Ariosto se non di avanzarlo.

Il dono che fece Diana poi a Procri del Cane, e del Dardo che non feriva giamai in vano; con il quale amazzò il fiero mostro che scorreva la Beotia; significa il cane la fedeltà, che deve sempre la casta moglie in tutti i tempi al marito, non si lasciando vincere da alcuna sorte di passione a fargli alcuna maniera di dishonore; non essendo animale alcuno piu fedel’ all’huomo del Cane. Il dardo poi, che non ferisse mai in vano, e che amazza, e spegne la dishonesta lascivia, figurata per il mostro, che è una Volpe, perche l’amore dishonesto va sempre con inganni come va la Volpe; hà il dente di Lupo, perche ferisce di modo l’honore con rabbia come fa il lupo, che vi rimane sempre il segno: ha poi l’occhio del Cerviero perche mira lontanissimo come possi condur’ a fine le sue dishoneste voglie, e poi crudele perche con quella furia arabiata trahe di maniera gli huomini fuori della ragione, che non lasciano di commeter qual si voglia abominevole crudeltà; e poi agile perche gli alterati da questa passione vanno per tetti, e per luoghi pericolosissimi con ogni securezza d’animo.

Che Cephalo poi amazzasse la cara mogliera con il dardo che non feriva mai in vano, che veniva spinta dalla gelosia a vedere qual fosse quell’aura chiamata con tanta instantia dal marito significa che la poca prudentia guida altri il piu delle volte a cercare quello che non vorrebbero trovare; onde vi rimangono poi morti dalla passione che rinchiudono in se stessi, di haver follemente creduto all’altrui parole, e dal dardo della continentia.