Le Metamorfosi/Libro Undecimo

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
italianoLatina
Libro Undecimo

../Libro Decimo ../Libro Duodecimo IncludiIntestazione 20 dicembre 2008 75% Letteratura

Publio Ovidio Nasone - Le Metamorfosi (2 a.C. - 8 d.C.)
Traduzione dal latino di Giovanni Andrea dell'Anguillara (1561)
Libro Undecimo
Libro Decimo Libro Duodecimo

 
Mentre con si soave, e dolce canto
Le selve, e le ferine menti move
L’altissimo Poeta, e fà, che ’l pianto
Spesso da gli occhi lor trabocca e piove;
Ecco servando il rito allegro, e santo
Del lieto Dio Theban, figliuol di Giove,
Veggon le Tracie nuore, ove la lira
8Le piante, i sassi, e i bruti alletta, e tira.

Nel sacro à punto, et honorato giorno,
Che fanno honore à l’inventor del vino,
Trovossi Orfeo tirare à se d’intorno
La fera, il sasso, il fonte, il cerro, e ’l pino.
Mentre di vaghe pelli il fianco adorno
Fan le donne il misterio alto, e divino,
Voltò l’occhio dal mostro insano, e losco
16Una, dov’era nato il novo bosco.

Calda dal troppo vino, onde ciascuna
Facea sorda venir la terra, e l’aria,
Disse tal maraviglia, e fè, ch’ogn’una
Volse gli occhi à la selva ombrosa, e varia.
E come piacque à la fatal fortuna,
Al Poeta divin fera, e contraria,
D’ire à vedere à l’insensate piacque,
24Come quivi in un giorno il bosco nacque.

Subito, che la prima arriva, e vede
Colui, c’ha nel cantar tanta dolcezza;
Con questo dir l’orecchie à l’altre fiede.
Ecco quel, che le donne odia, e disprezza.
Non ascoltiam, sorelle quel, che chiede
Quest’empia lingua à darne infamia avezza,
Ma prenda dal mio colpo ogni altra essempio;
32Che brama tor dal mondo un cor tant’empio.

Com’ ha cosi parlato, il braccio scioglie,
Che tenea il legno impampinato, e crudo,
Ma nel volare il pampino, e le foglie
Fanno al divino Orfeo riparo, e scudo.
Tal, che se ben nel volto il tirso coglie,
Ferita non vi fa, ma il segno ignudo.
Da questa un’altra impara, e china à basso
40La mano, e per tirar prende un gran sasso.

Orfeo tanto era al suono, e al canto intento
Che non senti l’ insolito romore.
Hor mentre il sasso va fendendo il vento
Per donare ad Orfeo noia, e dolore;
La Lira ode accoppiata al dolce accento,
E pon fin da se stesso al suo furore.
Si china il sasso à piè del dolce suono,
48Come de l’error suo chiegga perdono.

Ma cresce ogni hor la temeraria guerra
De l’ insolente orgoglio baccanale.
Questa una gleba, e quella un sasso afferra,
Poi fa, che contra Orfeo dispieghin l’ale.
Ben fatto ei loro havria cadere in terra
L’orgoglio co’l suo canto alto, e immortale;
Ma le trombe, i tamburi, i gridi, e l’armi
56Muta fecer parer la cetra, e i carmi.

Molte vedendo star le belve attratte,
Et haver à quel suon perduta l’alma,
Le fer prigioni, e l’ubriache, e matte
Del theatro d’Orfeo portar la palma.
Ecco comincian già le pietre tratte
À far sanguigna à lui la carnal salma,
Che d’ogn’intorno à lui le donne stanno,
64E fangli à più potere oltraggio, e danno.

Come s’osa talhor l’augel notturno
Mostrarsi mentre più risplende il giorno,
Ogni augel contra lui corre diurno,
E fagli più, che puote oltraggio, e scorno:
Cosi contra il nipote di Saturno
Van l’insensate à fargli un cerchio intorno,
E mentre il canto ei pur move, e la cetra,
72Hora il tirso il percuote, hora la pietra.

Lanciato, c’han l’impampinato telo,
Ch’ad uso non dovea servir tant’empio,
Per fargli l’alma uscir del mortal velo,
Per dare à gli altri suoi seguaci essempio;
Cercan altre arme, e ben propitio il cielo
Hebber per far di lui l’ultimo scempio.
Vider bifolchi arar, guardar gli armenti,
80C’haveano atti à ferir molti stormenti.

Altri la vanga oprare, altri la zappa,
Secondo il vario fin, c’havea ciascuno.
Hor come fuor del bosco, ù s’ara, e zappa,
Il muliebre stuol giunge importuno;
Ogni pastor da la lor furia scappa,
E lascia ogni stormento più opportuno.
Fuggon gli agresti il muliebre sdegno,
88E lascian l’opra, il gregge, il ferro, e ’l legno.

Tolte le scuri, e gli altri hastati ferri,
E flagellati, e posti in fuga i buoi,
Ritornan dove fra cipressi, e cerri,
Orfeo s’aiuta in van co’ versi suoi.
Forz’è, ch’à tanti stratij al fin s’atterri
Il gran scrittor de’ gesti de gli Heroi.
Per quella bocca, ò Dei, l’alma gli uscio,
96Che mosse il bruto, il sasso, il bosco, e’l rio.

Dapoi c’hebber commesso il sacrilegio
Le spietate baccanti infami, et ebre,
E potè più d’un canto cosi egregio
Lo sdegno incomparabil muliebre,
Le selve, che i tuoi versi hebbero in pregio,
Fer lagrimare, Orfeo, le lor palpebre.
Le dure Selci, à cui piacesti tanto,
104Pianser l’aspra tua morte, e ’l dolce canto.

Sparser da gli occhi il distillato vetro
Gli augelli, e diero à l’aria il flebil verso.
Mosser le Ninfe il doloroso metro,
E ’l corpo ornar del manto oscuro, e perso.
Come ti vide degno del feretro
Nel bosco afllitto l’arbore diverso,
Gettò dal capo altier l’ornato crine,
112E pianse le tue rime alte, e divine.

Nel bel regno di Tracia il fonte, e ’l fiume,
Che gustò le sue voci alte, e gioconde,
Fer pianger tanto il doloroso lume,
Ch’in maggior copia al mar fer correr l’onde.
Seguendo il lor sacrilego costume
Le donne incrudelite, e furibonde,
Mandato il corpo del poeta in quarti,
120Sparser le varie membra in varie parti.

Gittar ne l’Hebro il capo con la Lira,
Che tanto esser solean d’accordo insieme.
Hor mentre il mesto fiume al mar gli tira,
Ogni corda pian pian mormora, e geme.
La lingua anchor senz’anima rispira,
Et accoppia co’l suon le voci estreme:
Co’l flebil de la lingua, e de la corda
128Il pianger de le ripe anchor s’accorda.

Giungon nel mar piangendo il lor cordoglio
Passato fra le ripe il vario corso,
Poi fluttuando per l’ondoso orgoglio
In Lesbo al lor vagar tirano il morso.
Venir gli vide un serpe, e d’uno scoglio
S’abbassò verso Orfeo co’l crudo morso,
E già leccava il crudo, e horribil angue
136La chioma sparsa di ruggiada, e sangue.

À vendicar contra le donne Orfeo
Non vuol’ il padre pio rivolger gli occhi,
C’havendo offesi i sacri di Lieo,
Lascia, ch’à lui questa vendetta tocchi.
Ma non vuol già, che ’l serpe ingiusto, e reo
Il volto del figliuol co’l morso imbocchi,
Anzi una nova spoglia al drago impetra,
144E con l’aperto morso il fa di pietra.

L’ombra mesta d’Orfeo subito corse
Al regno tenebroso, et infelice,
E riconobbe ciò, che allhor vi scorse,
Che co’l canto v’entrò mesto, e felice.
Dopo molto cercar, lo sguardo porse
À la moglie dolcissima Euridice,
Dove abbracciolla, et hor sicuro seco
152Nel regno si diporta afflitto, e cieco.

Non però Tioneo lascia impunito
L’error de le sacrileghe Baccanti,
Ch’oltre che profanaro il sacro rito,
E sangue fer ne’ suoi misterij santi,
Havean mandato al regno di Cocito,
Non però un’ huom de gli ordinarij erranti,
Ma quell’huom si divin, che mentre visse,
160In lode de gli Dei tant’hinni scrisse.

Le donne inique Tracie, c’hebber parte
Nel crudele homicidio ingiusto, e strano,
Raguna in un gran pian tutte in disparte
Da l’altre pie, che non vi tenner mano.
I diti poi de’ piè tutti comparte
In diverse radici apprese al piano;
Ogni dito del piede entra sotterra,
168E radicato in tutto al suol s’afferra.

Qual, se talhor l’augello al laccio è preso,
Quanto più scuote per fuggire i vanni,
Tanto più il lin lo stringe, e più conteso
Gliè di poter rubarsi à tesi inganni:
Cosi il piè de la donna al suolo appreso,
Quanto più vuol fuggir gli ascosi danni,
E più si scuote, e più sbrigarsi intende,
176Tanto più la radice al suol s’apprende.

E mentre ogni Baccante cerca, e mira,
Dove sia l’unghia ascosa, il dito, e ’l piede,
Ch’ambi gli stinchi in un congiunge, e gira,
À poco à poco un’ altra scorza vede.
Scorgendo poi, ch’ogni hor più alto aspira
L’arbore, ad ambe mani il petto fiede,
E trova, mentre in van sfoga lo sdegno,
184Che fere in vece de la carne il legno.

S’alzan le braccia in rami, il crine in fronde,
Fin ch’ogni donna un’ arbor fassi intero.
Altra in un faggio, altra in un pin s’asconde,
Altra in un’ampia quercia, altra in un pero;
Altre sterili piante, altre feconde,
Come più piacque al lor Signore altero.
Cangiate fanno à la silvestre belva
192Di nove piante in Tracia un’ altra selva.

Fatta Bacco d’Orfeo l’alta vendetta
Sol contra le consorti, che peccaro,
Tirar da tigri fe la sua carretta
Verso il regno di Frigia, e seco andaro
Non sol le donne, e la baccante setta,
Ma co’ Fauni l’alunno amato, e caro,
Ch’ebro su l’asinello era il trastullo,
200Per lo vario camin, d’ogni fanciullo.

Passa presso à Callipoli lo stretto,
E in Frigia se ne và verso Pattolo,
Ch’anchor d’arena d’or non correa il letto;
Poi và verso il vinifero Timolo.
Quivi del monte il vin dolce, e perfetto
Fè, ch’à dietro restò Sileno solo.
Lasciò il trionfo andar, fermossi à bere,
208E poi co’l fiasco in man diessi à giacere.

Non vuol però, che giaccia, e s’addormenti
Fin, ch’alquanto del vin la testa sgrave,
Ma benche d’andar seco si contenti
Più d’un Frigio pastor, che scorto l’have.
Non può far forza à lor modi insolenti
Da gli anni il miser vecchio, e dal vin grave;
E cosi coronato, e trionfante
216L’appresentaro al Re Mida davante.

Mida, à cui prima il buon poeta Orfeo,
Co’l sacerdote Eumolpo havea mostrato
Le cerimonie sante di Lieo,
E sopra tutto il suo regio apparato;
Conobbe il nutritor di Tioneo,
E l’accettò con volto allegro, e grato;
Lieto il ritenne à far seco soggiorno
224Fin che ’l dì novo il Sol passò d’un giorno.

L’undecimo Lucifero nel cielo
Comparso era à far noto à l’altre stelle,
Che ’l più chiaro splendor, che nacque in Delo,
Venia per disfar l’ombre oscure, e felle.
E per fuggir s’havean già posto il velo
Dal paragon le men chiare facelle,
Quando il re Mida à Bacco render volle
232L’alunno, che dal vin spesso vien folle.

Lieo co’l suo trionfo altero, e santo
Già senza havere il suo contento integro,
Vien con Sileno il Re di Frigia intanto,
E trova Bacco in Lidia, e ’l rende allegro.
Come si vide il suo ministro à canto,
Scaccia egli ogni pensier noioso, et egro;
Ringratia il Re, che gli ha colui condutto,
240Che fa il trionfo suo lieto del tutto.

E per mostrarsi grato al Re, s’offerse
D’ogni don, che chiedea, farlo contento;
Di quante io posso far gratie diverse,
Se n’ami alcuna haver, di il tuo talento,
Allegro Mida allhor le labra aperse,
E per nocivo ben formò l’accento;
Io bramo, che tal don mi si compiaccia,
248Che tutto, quel ch’io tocco, oro si faccia.

Lo Dio di Thebe grato al Re concesse
L’amato don, ma ben fra se si dolse,
Ch’una gratia dannosa egli s’elesse,
Che l’avaritia ad un mal punto il colse.
Poi che nel corpo suo tal gratia impresse,
Ver le superne parti il volo sciolse.
Allegro il Re di Frigia un’ arbor trova,
256Che vuol di si gran don veder la prova.

D’un’Elce bassa un picciol ramo schianta,
Perde la verga il legno, e l’oro impetra.
Prende di terra un sasso, e l’or l’ammanta,
Tal, che ’l metallo ha in mano, e non la pietra.
Poi toccando una gleba anchor l’incanta,
E la fa splender d’or, dov’era tetra.
Svelle dal campo poi l’arida arista,
264Et ella perde il grano, e l’oro acquista.

Lieto d’un’ arbuscello un pomo prende,
E mentre, che vi tien ben l’occhio inteso,
Di subito si lucido risplende,
Che ne’ giardini Hesperidi par preso.
In qual si voglia legno il dito stende,
Fa crescer al troncon la luce, e ’l peso.
La man si lava, e l’onda cangia foggia,
272E Danae inganneria con l’aurea pioggia.

À pena può capir la sciocca mente
Le folli concepute alte speranze,
Pensa acquistar l’occaso, e l’oriente,
Certo d’haver tant’or, che glie n’avanze,
Come fa poi, che ’l cibo s’appresenta,
Cangiar fa il dito tutte le sembianze.
Subito, che la man s’accosta à l’esca,
280Opra, ch’à lei la luce, e ’l peso cresca.

Se brama haver del pan per contentarne,
Secondo che solea, l’avida bocca,
Subito che l’ha in man, vede oro farne;
Dapoi con la forcina ogni esca tocca,
Ma i membri de le lepri, e de le starne
Si trasforman in or, come gl’imbocca.
Tutti i suoi cibi fuor d’ogni costume
288Acquistano da l’or gravezza, e lume.

Poi c’ ha il coppier nel lucido cristallo
Posto l’auttor del don, che fa tant’oro,
Vi mesce il fresco, e puro fonte, e dallo
Al Re per dare al sangue il suo ristoro:
Et ecco assembra al più ricco metallo
Il vino, e l’acqua, e ’l cristallin lavoro;
Vien d’oro il vetro, e ’l vin cangia natura,
296E pria vien liquido or, dapoi s’indura.

Il Re, cui cresce l’oro, e manca il vitto,
E ricco insieme, e povero si vede,
Del novo male attonito, et afflitto
Odia già il don, che ’l buon Lieo gli diede;
E confessando à Bacco il suo delitto,
Perdono à lui con questa voce chiede.
Toglimi ò Dio di Thebe à quello inganno,
304Che par, ch’util mi faccia, e mi fa danno.

Non può il palato mio render contento
La forza del tant’or, che dà il tuo dono.
Già fame, e sete insopportabil sento,
E per lo troppo haver mendico sono.
Peccai per avaritia, e me ne pento,
E con ogni umiltà chieggo perdono;
Fa, che quel dono in me per sempre muoia,
312Che quanto più mi giova, più m’annoia.

Dolce Lieo non men del suo liquore,
Poi che l’error, che fece, al Re dispiace,
Volge ver lui benigno il suo favore,
E la seconda gratia gli compiace.
Suona una voce in aria, ove il Signore
Di Frigia in ginocchion chiede al ciel pace.
Contra Pattolo ascendi verso il monte,
320Fin che trovi l’origine del fonte.

Quivi, dov’esce il fonte à l’aria viva,
Ascondi il corpo ignudo in mezzo à l’acque,
E laverai quella virtù nociva,
Che già d’havere in don da me ti piacque.
Com’ei vi giunge, pose in su la riva
Le spoglie, e nudo entrò, come già nacque,
Nel fiume; e ’l pretioso suo difetto
328Dipinse l’onde d’or, le ripe, e ’l letto.

Et hor dal seme de l’ antica vena
Tien la stessa virtù la terra, e ’l fiume.
Risplende d’or la pretiosa arena,
Stà l’oro in ogni gleba, il peso, e ’l lume.
Dapoi che potè il Re gustar la cena,
Ringratiato il glorioso Nume,
Si diè, de l’or spregiando il ricco lampo,
336Ad habitar la selva, il monte, e ’l campo.

Non però d’esser Re di Frigia lassa,
Se ben la selva, il monte, e ’l pian l’alletta.
Con lo Dio de’ pastori il tempo passa,
Che ’l suon de le sue canne gli diletta.
La mente ha come pria stolida, e bassa,
E per nocergli anchora il tempo aspetta.
Lo stupido suo spirto, e mal composto
344Vuol fargli un’ altro danno, e sarà tosto.

Dove il monte Timolo al cielo ascende,
Cantando Pan per suo diporto un giorno,
Con la sampogna sua stupida rende
Ogni Ninfa, e Pastor, ch’egli ha d’intorno.
Et osa dir (tal gloria il cor gli accende)
Ch’ad ogni illustre canto il suo fa scorno;
E sfidare osa anchora innanzi al santo
352Dio di quel Monte il dotto Apollo al canto.

Timolo arbitro eletto ai novi versi
Per poter meglio udir l’orecchie sgombra
Da le ghirlande d’arbori diversi,
E fa, che sol la quercia il crin gl’ingombra.
Dove con leggiadria posson vedersi
Pender le ghiande, e far à le tempie ombra.
Con maestade in questa forma assiso,
360Ch’egli è pronto ad udir, dà loro aviso.

Lo spirto Pane à la siringa aviva,
E poi fa, che la voce il verso esprime.
Ogni montana, ogni silvestre Diva
Applaude con prudentia à le sue rime.
Sol quel, che diede à la Pattola riva
La vena, onde il ricco or si forma, e ’mprime,
Scoglie più ardito à la sua lingua il nodo,
368E ’l loda sopra ogni altro, e fuor di modo.

Come ha cantato Pane, il sacro monte,
Co’l ciglio accenna al figlio di Latona.
La lira allhor de l’eloquentia il fonte
Appoggia à la sinistra poppa, e suona.
Ha coronata la tranquilla fronte
Del verde allor del monte d’Helicona;
E come al citharedo si richiede
376L’orna un manto purpureo insino al piede.

Come lo Dio del monte il dolce accento
Ode concorde à la soave lira,
E tien ne’ circostanti il lume intento,
E vede, ch’ogni orecchia alletta, e tira;
Dice à lo Dio del gregge, e de l’armento.
Se bene il canto tuo da me s’ammira,
Pur quel del biondo Dio mi par più degno,
384E che la canna tua ceda al suo legno.

La sententia del monte ogn’uno approva,
Ogn’un co’l ciglio, e con la lingua applaude,
Che ’l dir d’Apollo più diletti, e mova,
Anchor che quel di Pan merti gran laude.
Fra tanti un sol giudicio si ritrova,
Che tal parer chiama ignorantia, e fraude:
Mida l’opinion ritien di prima,
392Che Pan più dolce il suon habbia, e la rima.

Conobbe allhor lo Dio dotto, e giocondo,
Che in quel, c’havea di Frigia il regio manto,
Era perduto il dir dolce, e facondo,
E ’l gran don d’ Helicona ornato, e santo.
E, perche possa poi vedere il mondo
Con quali orecchie ei giudicò il suo canto,
Solo à se il chiama, e poi fa, che si specchie,
400E mostra, ch’egli ha d’Asino l’orecchie.

Subito, che in quel senso i lumi intende,
Che scorge à l’intelletto le parole,
E che move l’orecchie, e, che le tende,
E c’ha ferine quelle parvi sole;
Sopra il deforme capo un velo stende,
Poi prega dolce il gran rettor del Sole,
Che far palese il suo danno non voglia,
408Ch’ei vuol celarlo altrui sott’altra spoglia.

Fingendo, che dolor la testa offenda,
Forma d’un velo subito una fascia,
Poi fa, ch’un servo il suo volere intenda,
E d’esseguirlo à lui la cura lascia.
Ei fa, ch’un fabro gli lavori, e venda,
(E con essa al suo Re la testa fascia)
Una corona d’or superba, e quale
416Si vede hoggi la mitra esser reale.

Cosi mostrò, ch’al Re si convenia
D’ornar la testa di corona, e d’oro,
Per ricoprir con qualche leggiadria
Talhor l’asinità d’alcun di loro.
Ó che gran mitra, Musa, vi vorria
Per coprire hoggi il capo di coloro,
Che con orecchie insipide, e non sane
424Disprezzan Febo, e fanno honore à Pane.

Secrete alcuni dì l’orecchie tiene
Con grande affanno il castigato Mida;
Ma palesarle à quel pur gli conviene,
Che vuol, che ’l lungo crin purghi, e recida.
Promette fargli inestimabil bene,
Se tien l’orecchia sua secreta, e fida:
Ma se mai con altrui ne fa parola,
432Torrà per sempre l’aura à la sua gola.

Promette il servo, e come gli ha recisa
La chioma, il corto crin purga con l’onda.
Ma non può ritener fra se le risa,
Mentre l’orecchie anchor lava, et inonda.
Por da qualche novella, ch’ei divisa,
Finge di trarre il riso, ond’egli abonda:
Gli asciuga, e copre il capo, e fra se scoppia,
440Se non palesa il duol, che ’l suo Re stroppia.

Quanto più può, l’orecchie mostruose
Dentro à se stesso il servo asconde, e serra.
Ma come più non può tenerle ascose,
Pensa di publicarle almen sotterra.
Una fossa in un campo à far si pose,
E cavata che bene hebbe la terra,
Chinossi, e con parole accorte, e mute
448Scoprì l’orecchie à lei, c’havea vedute.

Mormora in quella fossa, più che puote,
L’orecchie, che ’l suo Re nascoste serba;
E con veraci, e mostruose note
L’interna cura alquanto disacerba.
Copre poi co’l terren le fosse vote,
E in pochi dì comincia à spuntar l’herba.
S’ingravidò la terra di quei versi,
456E fronde parturì, che calme fersi.

Cresce la canna à poco à poco, e tira
Dal padre la maledica natura.
Dentro è piena di vento, e quando spira,
Manda del padre fuor la voce pura,
E dice. Con la mitra il capo aggira
Colui, che in Frigia ha la suprema cura,
Perche l’orecchie ha d’Asino, e ricopre
464Con l’oro il premio de le sue mal’ opre.

La scorta de la greggia, e de l’armento,
Ch’ode il parlar, che da la canna suona,
Et ha (mentre ad udir si ferma intento)
Stupor di quel, che ’l calamo ragiona,
Ride, e fa la sampogna, e dalle il vento,
Et ode dir, che sotto à la corona,
Che d’oro al Re di Frigia orna la testa,
472Si stà nascosta un’ asinina cresta.

L’uno il palesa à l’altro, e fan, che vede,
E ch’ode ogn’un di Frigia la sampogna,
Che dice al Re, che ’l lor regno possiede,
De l’orecchia asinina onta, e vergogna.
Ó misero quel principe, che crede
Di fuggir del suo vitio la rampogna.
Che come un sallo, ad una fossa il dice,
480E dona al suo parlar prole, e radice.

Lascia la nota poi l’oscura tomba,
Et esce fuore un calamo, che canta.
Onde i Poeti poi fansi una tromba,
Che ’l vitio fa saper, che in lui s’ammanta.
Tal, che ’l publico suon, ch’alto rimbomba,
Di sapere il suo mal si gloria, e vanta,
E son cantati i suoi vitij secreti
488Da le publiche trombe de’ poeti.

Come s’è vendicato, lascia il monte
Timolo il padre amabile d’Orfeo,
E verso il fertil pian drizza la fronte
Propinquo al promontorio di Sigeo;
Là dove il Re Troian Laomedonte
Volea fondar nel bel paese Ideo
À la superba Troia alte le mura,
496Per farla più tremenda, e più sicura.

Quando ei conobbe la spesa infinita,
Ch’era per dare à quella impresa effetto,
E che ’l cupido Re chiedea l’aita
D’alcun famoso, e nobile architetto;
Lo Dio de l’onde à questa impresa invita:
Al fin conchiudon di cangiar l’aspetto,
E darsi in forma d’huomo à quel lavoro
504Per ottener dal Re si gran thesoro.

Fatto il pensiero tiransi in disparte,
E quivi di lor man fanno un modello,
Che ’l Dorico, l’Ionio, e tutta l’arte
Mai non vide il più forte, ne ’l più bello.
V’era il sito di Troia à parte à parte,
E ’l muro, e ’l torrrion fatto à pennello.
La scarpa, il fosso, la cortina, e ’l fianco
512Esser non convenia ne più, ne manco.

S’appresentaro al Re co’l bel disegno,
E s’offerser voler prender l’ impresa,
E di far l’artificio anchor più degno
Ne l’opra, che sarà lunga, e distesa.
Piace al Re l’arte, e dà la fe per pegno,
Poi che s’è convenuto de la spesa,
Che come l’edificio havran fornito,
520Darà lor d’oro un numero infinito.

Con tanta cura il formator del giorno
Co’l Re del mare à la bell’opra intese,
Che in breve Troia fu cinta d’intorno
Da si superbe mura, e bene intese,
Che non potè l’invidia alzare il corno
Con le biasmanti, invidiose offese.
Innanzi al Re stupita ella si tacque,
528Et anche al Re la lor superbia piacque.

Subito verso il gran cospetto regio
Gli sconosciuti Dei movono il piede,
Per impetrare il convenuto pregio,
Secondo il merto, e la promessa fede.
Il Re, che ’l giuramento have in dispregio,
Per usurpare à se la lor mercede,
Nega di dover lor tal somma d’oro,
536E giura falso, e spregia il cielo, e loro.

E che de l’opra, c’han prestato à l’opra,
Han come gli altri havuto il merto intero;
E con tal fronte vi ragiona sopra,
Ch’ogn’un diria, ch’ei non mentisse il vero.
Sdegnato il Re del mar, fa, che si copra
Da l’onde sue tutto il Troian sentiero,
Tutto il campo Troian sdegnato inonda,
544E converte la terra in forma d’onda.

Quante ricchezze ha ’l piano, e fertil campo
Di Troia, biade, vino, armenti, e gregge,
Trovar non ponno à tanta furia scampo;
Cede ogni cosa à lui, che nel mar regge.
Apollo anchor co’l suo sdegnato lampo
Contra di Troia un’altra pena elegge,
Corrompe l’humido aere, e stempra in guisa,
552Che resta da la peste ogni alma uccisa.

Punto da tanti danni il Re s’invia,
Per impetrar alcun rimedio, al tempio.
Se brami da la peste infame, e ria
Troia salvare, e da l’ondoso scempio;
Che la tua figlia Hesione esposta sia
Ad un mostro marin tremendo, et empio,
Convien, l’oracol disse. e su lo scoglio
560Fe porla con d’ogn’un pianto, e cordoglio.

Mentre stava legata al duro sasso,
Venne à passar da quelle parti Alcide:
E spinta verso lei la nave, e ’l passo
Quando si bella vergine la vide;
Cercò di confortar l’afflitto, e lasso
Suo spirto con parole amiche, e fide.
E poi ch’al padre il suo parlar converse,
568Con questa legge lei salvar s’offerse.

Se tu vuoi darmi, ond’io possa haver prole,
Quattro di quei cavalli arditi, e snelli,
Che de la razza sua già ti die il Sole,
Figli de presti suoi volanti augelli:
Salverò le bellezze uniche, e sole
Da gli assalti marini ingiusti, e felli.
Il Re promette, e giura. Hercole viene
576Co’l mostro in prova, e la vittoria ottiene.

Ma come chiede i veloci cavalli,
Fatto al pesce marin l’ultimo scorno,
Nega il Re falso, e la risposta dalli,
Ch’al gran rettor del mar diede, e del giorno.
Sdegnato il forte, e invitto Alcide falli
Da gran militia por l’assedio intorno,
E prende le superbe, e nove mura
584De la città due volte empia, e pergiura.

Tra i capitani poi giusto comparte
De la vittoria i premij, e gli alti honori,
Riguardo havendo à chi nel fero Marte
Dato havea di valor segni maggiori:
Diede al fier Telamon la miglior parte,
Et oltre à mille publici favori
Gli diè la bella Hesione, il cui bel volto
592Esser dovea dal mostro al mondo tolto.

Ne restò Telamon contento forte,
Con tutta la progenie illustre loro;
Poi che quella, che presa havea consorte,
Qual ei, scendea dal Re del sommo choro.
Ma Peleo suo fratel, v’hebbe più sorte,
Ch’ottenne d’una il trionfale alloro,
Che non fu mortal vergine, ma Dea,
600E tal, che ’l maggior Dio d’amor n’ardea.

Sposo è di Theti Dea sublime, et alma
Peleo: ne meno ad alterezza il move
D’haver con tanta Dea legata l’alma,
Che di poter nomar per avo Giove.
À molti vien d’haver la carnal salma
(Dicea) dal Re, che tutto intende, e move;
Ma goder d’una Dea l’amore, e ’l bene,
608Hoggi ad un sol mortal fra tutti aviene.

In questa guisa sposa egli l’ottenne,
Bramando il maggior Dio l’amor di lei,
Udì, che Proteo un giorno à dir le venne.
Dà Theti orecchie alquanto à detti miei.
Tal fama un giorno batterà le penne
D’un figlio incomparabil, c’haver dei,
Che in tutte l’opre illustri, alte, e leggiadre
616Fia senza paragon maggior del padre.

Si che prendi da me questo consiglio,
Homai l’amor tuo contenta altrui,
E con l’honor di si gradito figlio
Accresci novi honori à pregi tui.
Giove, ch’ode il parlar, fugge il periglio
Di generar chi sia maggior di lui:
Ne vuol, che ’l suo figliuol sia di tal pondo,
624Che di Giove maggior dia legge al mondo.

Ma, perche ’l figlio, à cui già si prefisse,
Che più del padre haver dovesse honore,
D’alcun del sangue suo nel mondo uscisse,
Per dare al germe lor tanto splendore,
Chiamò à se Peleo il suo nipote, e disse.
De la figlia di Nereo accendi il core,
Invitala à la lotta alma, e gioiosa,
632Che con grand’honor tuo la farai sposa.

Non amava però la Ninfa bella
Gustar quel ben, ch’ uscir suol dal marito.
Anzi contra d’amor schiva, e rubella
Fuggia d’ognun l’affettuoso invito.
E, perche come à la sua buona stella
Piacque, dal fato à lei fu stabilito,
Che potesse occupar varij sembianti,
640Con nove forme ogni hor fuggia gli amanti.

Sta su’l mar ne l’Emonia un sito adorno,
Che porge un grato, e commodo diporto,
Dove due promontorij alzano il corno,
Dentro à cui si ripara un stagno morto.
E cosi bene è chiuso d’ogn’ intorno,
Che saria con più fondo un nobil porto;
Ma l’acque, che continuo il mar vi mena,
648Bastan sole à coprir la somma arena.

Intorno al lago solitario, et ermo
À guisa d’un theatro un bosco ascende,
Dove in un tufo assai tenace, e fermo
Un’ antro à piè del monte entro si stende,
Ch’altrui fa dal calor riparo, e schermo
Quando nel mezzo giorno il Sol risplende,
Di forma tal, che la natura, e l’arte
656Son dubbij chi di lor v’habbia più parte.

Pur l’artificio par, ch’avanzi alquanto.
Quivi mentre era il Sole alto ver l’Austro,
Che per lo cielo era montato tanto,
C’huopo gli fa di dechinar col plaustro,
Premendo ad un delfin squamoso il manto,
Theti solea ritrarsi al fresco claustro.
Dove l’ardor fuggia del maggior lume,
664E giacendo chiudea tal volta il lume.

Mentre la bella Dea chiuse ha le porte
Per ricreare i sensi à la sua luce,
Intento Peleo à l’amorosa sorte,
Come disse il maggior celeste Duce,
Per farla arditamente sua consorte
Ne le sue braccia ignudo si conduce.
Ella si desta, e ’l suo desio ben scorge,
672Ma non però di se copia gli porge.

Vuol l’infiammato Peleo usar la forza,
Dapoi che ’l prego il suo fin non ottiene.
D’uscirgli ella di man si prova, e sforza,
Poi si forma un augello: ei l’augel tiene.
D’un arbore ella allhor prende la scorza,
Per annullar la sua cupida spene:
Ei d’ intorno al troncon getta le braccia,
680E co’l medesmo amor l’arbore abbraccia.

Per torsi al fine à l’ importuno amante
L’arbore via da se scaccia, e dismembra;
E di tigre crudel preso il sembiante
Mostra volere à lui piagar le membra.
Deh non voltare à lei, Peleo le piante,
Che tigre ella non è, se ben t’assembra.
Lascia ei la belva, e l’antro, ov’ella nacque,
688Poi se’n và per placar gli Dei de l’acque.

Acceso il foco su l’altar divino,
E fattovi arder sù l’odore, e ’l gregge,
Sparge su l’onde salse il sacro vino,
Indi prega ogni Dio, che nel mar regge,
Che faccian, che ’l lor Nume almo marino
Non fugga d’Himeneo la santa legge.
A la devota, e lecita richiesta
696Il Carpathio profeta alza la testa.

Verrai (gli disse Proteo) al tuo contento,
Ritorna à lei nipote altier di Giove:
E come entro à lo speco ha il lume spento,
Che in lei l’onde di Lete il sonno piove,
Legala, e non guardare al suo lamento,
Ne dubitar de le sue forme nove.
Se vuol con mille volti uscir d’impaccio,
704Siasi quel, che si vuol, tien sempre il laccio.

Non la lasciar giamai fin, che non prende
Il primo suo di Dea verace aspetto.
Detto cosi lo Dio, che ’l fato intende,
Asconde in mezzo à l’acque il volto, e ’l petto.
Lo Dio, che ’l maggior lume al mondo rende,
Vicino, era à l’Hesperio suo ricetto;
E godea Theti già nel fin del giorno
712Co’l volto vero il proprio ermo soggiorno:

Peleo ne l’antro desioso arriva,
E lei, che dorme, un’altra volta cinge.
Come il sonno la lascia, e si ravviva,
Di mille varie forme si dipinge.
Mai del laccio la man Peleo non priva,
Tanto ch’à palesarsi la costringe.
Come le membra sue legate sente,
720Più le parole, e ’l volto à lui non mente.

Piangendo dice, Non m’havresti vinta,
Senza il favor d’alcun celeste Dio.
Ei con le braccia lei tenendo avinta,
Con dir cerca addolcirla humano, e pio.
E poi che la sua stirpe ei l’ha dipinta,
L’induce à consentire al suo desio;
L’abbraccia, e bacia mille volte, e mille,
728E le fa grave il sen del grande Achille.

Potea sopra ogn’ altro huom dirsi beato
Peleo per tal consorte, e per tal figlio;
Se non havesse il suo ferro spietato
Del sangue del fratel fatto vermiglio.
Poi c’ hebbe ucciso Foco gli fu dato
Dal mesto genitor perpetuo essiglio.
Onde con pochi misero, e infelice
736N’andò in Trachinia al regno di Ceice.

Lucifero già diè Ceice al mondo,
Che la Trachinia patria possedea,
E in volto limano, amabile, e facondo
Quieto, e senza guerra ivi reggea:
E ben nel volto suo grato, e giocondo
Il paterno candor chiaro splendea.
È ver, ch’allhor dissimile à se stesso
744Era, e gran duolo havea nel volto impresso.

Come Peleo vicin la terra scorge,
Dove ha molti congiunti, e confidenti,
Questo consiglio à quei da saggio porge,
C’havea con lui per guardia de gli armenti.
Poi che ’l nostro destino, empio ne scorge,
À la mercè de le straniere genti;
Fate co’l gregge qui cauti soggiorno,
752Fin che dal Re con la risposta io torno.

Da pochi accompagnato, entro à le porte
De la città ne và co’l proprio piede.
Poi che gli fu permesso, entro à la corte
Passar fin dove il Re grato risiede,
Con modi humili, e con parole accorte
Co’l ramo, che dimostra amore, e fede,
Appresentato al Re, noto gli feo,
760Com’era giunto il suo cugin Peleo.

E de l’essiglio la cagion mentita
Disse, ch’essendo al padre in ira alquanto,
Havea fatto pensier passar la vita
Sotto il governo suo benigno, e santo:
E come da la sua gratia infinita
Havea sicura fè d’ottener tanto,
C’havrebbe in corte loco, over nel regno,
768Che non saria del suo cugino indegno.

Il grato Re, che subito s’accorse,
Ch’era Peleo nipote al Re superno,
Ver lui con dignità se stesso porse,
E l’abbracciò con vero amor fraterno.
Tanto grata accoglienza in lui si scorse,
Che aperse ne la fronte il core interno;
Mostrò ver la moglier l’istesso ciglio,
776E poi baciò più volte il picciol figlio.

E poi che mostrò il volto, e ’l core aperto,
E satisfè con l’accoglienza à pieno,
Volle, per farlo del suo amor più certo,
Scoprir con questo dir l’interno seno.
Se ’l regno mio la plebe senza merto
Con volto à se raccoglie almo, e sereno;
D’un chiaro huom, che farà per mille prove,
784Che sia, come son’ io, nipote à Giove ?

D’ogn’uno è il regno mio rifugio, e nido,
Hor, che sarà d’un mio caro congiunto ?
Il nome del cui sangue in ogni lido
Con gran gloria di voi superbo è giunto.
Con quella mente al tuo valore arrido,
Che vuol l’amor, ch’à venir qui t’ ha punto.
Non mi pregar, ma i lumi intorno intendi,
792E quel, che fa per tè, sicuro prendi.

Ciò che qui scorgi mio, prendi pur tutto,
Volesse Dio, che meglio vi scorgessi.
Non può tenere in questo il viso asciutto,
Ma manda fuor sospir cocenti, e spessi.
Signor (disse Peleo vedendo il lutto)
Vorrei, che la cagion tu mi dicessi;
Che se per virtù d’huom si potrà torre,
800Per te la propria vita io son per porre.

Non può (rispose il Re) l’humana forza
Trovar rimedio à miei perpetui danni.
L’augel, che tanti augei spaventa, e sforza,
Che batte si veloce in aere i vanni,
Già si stava in viril serrato scorza,
E solea menar meco i giorni, e gli anni;
Poi l’aspetto viril perdè primiero,
808Per farmi ogni hor vestir lugubre, e nero.

Ei fu Dedalion per nome detto,
E nacque anch’ei di quel bel lume adorno,
Che chiama de l’Aurora il vago aspetto
À dar co’l suo splendor principio al giorno.
Nacque di quello ardor lucido, e netto,
Che cede solo al Sole, e al Delio corno;
Che la sera primier compar nel cielo,
816E ne l’alba è più tardo à porsi il velo.

Fu mio fratello, e quanto à me la pace
Piacque di conservar ne la mia terra,
Tanto ei feroce, e piu d’ogni altro audace
Più d’ogn’altro essercitio amò la guerra.
Et hoggi anchora augel forte, et rapace
Con l’unghie ogni altro augel feroce afferra;
Se ben la prima sua cangiò figura,
824Non però l’aspra sua cangiò natura.

Di questo mio fratel Chione, una figlia
Di spirito, e di volto unica nacque:
Che fece ogni huom stupir di maraviglia;
Tutti n’arse d’amore, à tutti piacque.
Quel, che d’Eto, e Piroo regge la briglia,
Dal primo dì, che ne la culla giacque,
Tre lustri havea co’l suo girare eterno
832Fatto à mortai sentir la state, e ’l verno.

Tornando un dì da Delfo il biondo Dio
À caso ver costei volse la fronte,
E in lui d’amor destar novo desio
L’uniche sue bellezze altere, e conte.
Di Giove il nuntio anchor gli occhi v’aprio
Tornando à caso dal Cellenio monte;
E come l’occhio cupido v’intese,
840Non men del biondo Dio di lei s’accese.

Come con gli occhi il ciel notturni scopra
De ladri i cauti furti, e de gli amanti,
Apollo, ovunque Chione si ricopra,
Pensa goder gli angelici sembianti.
Non attende Mercurio, che di sopra
Risplendano i bei lumi eterni, e santi;
Ma dalle , come sola esser l’ intende,
848Co’ serpi il sonno, e grave il sen le rende.

Tosto che vede in ciel la notte oscura
Sopra il carro stellato andare in volta
Apollo, ad una vecchia il volto fura,
Ch’ esser custodia à lei solea tal volta.
Com’ella scorge la senil figura,
E le temute sue parole ascolta,
Con quella entra à goder l’usate piume,
856Da cui prendea l’essempio, e ’l buon costume.

Ma poi che rimaner fè il sonno morto
Lo spirto, che solea lei tener viva,
Co’l suo volto primier l’amante accorto
Gode il bramato amor de la sua Diva.
Come l’ha dato l’ultimo conforto,
E scopertosi quel, che ’l giorno avviva,
Lascia l’amato volto almo, e giocondo,
864Poi nel ciel torna à dar la luce al mondo.

Per nove segni il Sol girando intorno
Havea su’l carro il suo splendor condutto,
E de l’andate Lune il nono corno
Havea renduto al sen maturo il frutto:
Quando veder fe Chione un figlio al giorno
Simile ne le astutie al padre in tutto.
Il pronto dir, le man rapaci, e ladre
872No’l fer degenerar punto dal padre.

La dotta, e soavissima favella
Fea parer nero il bianco, e bianco il nero:
E intanto con la man fugace, e fella
De l’ or lasciava altrui scarco, e leggiero.
E, perche la sua prole fu gemella,
Oltre à colui, ch’ era nemico al vero,
Ch’Autolico nomar del biondo Dio
880Un figlio più felice al mondo uscio.

Fu detto Filemone, e con la cetra
Rendea si caro, e si soave il canto,
C’havrebbe intenerito un cor di pietra,
E mosso in ogni cor la pieta, e ’l pianto.
Chi troppo alto favore, e gratia impetra
Da l’anime del regno eletto, e santo,
Talhor di tal superbia accende il core,
888Ch’ ogni havuto favor torna in dolore.

Che giova haver due Numi havuti amanti?
Che giova haver di lor gemella prole?
Che havere un padre il più forte fra quanti
Forti vide giamai girando il Sole ?
Che d’haver tratti i bei corporei manti
Da quel, che regge l’universa mole ?
Noce il troppo ottener da gli alti Dei
896Tal volta, e, per ver dir nocque à costei.

Poi che la sua beltà, via più che humana,
Accesi hebbe due Dei di tanto merto,
Di se medesma gloriosa, e vana
L’interno orgoglio suo veder fe aperto.
E disse, che nel volto di Diana
Scorgea più d’uno error palese, e certo,
E volea con l’altrui mostrar dispregio,
904Ch’ella un sembiante havea di maggior pregio.

La Dea sdegnata il nervo incocca, e tira,
E poi l’occhio, e lo stral co’l segno accorda:
Fin ch’esser l’arco un mezzo tondo mira,
E come una piramide la corda;
La destra poi, dov’ha sempre la mira
L’occhio, lascia volar la freccia ingorda;
L’arco almen curvo fin torna prescritto,
912E ’l nervo perde l’angulo, e vien dritto.

La freccia và ver Chione empia, e superba,
E la peccante lingua à lei percuote.
Com’ella sente la percossa acerba,
S’arma à doler, ma scior non può le note.
Macchiando del suo sangue i fiori, e l’herba,
Pone à giacer l’impallidite gote;
E furo i fiori, e l’herba il regio letto,
920Dove l’aura vital spirò dal petto.

Miser quanta sentij pena, e cordoglio,
Vedendo spento in lei per sempre il Sole.
Volli al fratello il duol torre, e l’orgoglio
Con le fraterne, e debite parole;
Ma cosi m’ascoltò, come lo scoglio
Il mormorar de l’onde ascoltar suole:
Anzi con grido tal s’ange, e flagella,
928Che mostreria men duolo una donzella.

Ma poi, che in mezzo ai foco arder la vede,
Per l’intenso dolor confuso, e cieco,
Fà quattro, e cinque volte andare il piede
Per gittarsi nel foco, et arder seco:
Ben da noi si ritien, ma in se non riede;
Vuol darsi in tutto al sotterraneo speco;
E ver la cima del Castalio monte
936Con gran velocità drizza la fronte.

Si come il bue talhor corre lontano,
Che tutte insanguinate habbia le spoglie
Da l’ostinato, e perfido tafano,
Che vuol satiar su lui l’ingorde voglie:
Tal corre furioso il mio germano
Punto da le novelle interne doglie.
Che più de l’huom corresse allhor mi parve,
944E l’ale havesse à piè, si tosto sparve.

Ver la cima del monte il passo affretta
Tanto, ch’al giogo più sublime arriva,
Dove con un gran salto in fuor si getta,
Per mandar l’alma à la tartarea riva:
Ma ’l pio rettor del lume non aspetta,
Che renda del mortal l’alma anchor priva;
La sua spoglia carnal veste di piume,
952E fa, ch’in altra forma ei gode il lume.

Forma molto minor l’alata scorza,
Curva l’artiglio, e ’l rostro empio diviene,
E serba anchor più grande animo, e forza,
Ch’al picciol corpo suo non si conviene.
Sparviero ogn’ altro augello affronta, e sforza
E di rapina il suo mortal mantiene.
E mentre ingiusto altrui, doglia altrui porge,
960Cagiona in me quel duol, che in me si scorge.

Mentre racconta à Peleo il Re Ceice,
Del suo fratello il fato acerbo, e reo,
Un gentil’huom del Re s’accosta, e dice;
Com’è giù ne la corte un huom plebeo,
Che mostra alcuno incontro empio, e infelice
Haver da dire al suo signor Peleo.
Il Re, che brama anch’ei saperne il tutto,
968Comanda, che ’l plebeo venga introdutto.

Come il rustico appar nel nobil tetto
Dal corso afflitto, subito, e veloce,
Senzi haver l’occhio al regio alto cospetto,
Come fosse in un campo, alza la voce.
Pur con difficultà scopre il concetto
Dal caso oppresso insolito, et atroce.
Quindi ogn’un vede, al grido, et à l’affanno,
976Che brama di contar presto un gran danno.

Di ferro ò Peleo, ò Peleo, e d’ardimento
À fiero incontro t’arma, e disperato,
Che perdi, se tu tardi un sol momento,
Quel poco ben, che al mondo t’è restato.
Non far, ch’ io getti le parole al vento,
Ma dovunque io m’invio, me segui armato;
S’armi ogni amico tuo di ferro, e d’hasta,
984E soccorriamo al mal, che ne contrasta.

Lo stupefatto Re con Peleo vole,
Che colui, che custodia era à gli armenti,
Nominato Anetor, con più parole
Questo novo infortunio rappresenti.
Dice egli; Era arrivato al punto il Sole,
Ch’à piombo quasi manda i raggi ardenti,
Quand’io m’oprai, che le giuvenche, e i tori
992Fuggisser presso al mar gli estivi ardori.

Quel bue sopra l’arena aquosa giace,
E del mar guarda il copioso fonte;
Questo di star nel bosco si compiace;
Notando un’ altro sol mostra la fronte.
Una folta foresta alta, e capace
Dal mar si stende insino al piè del monte;
La selva nel suo centro un tempio chiude,
1000Dov’entra il mare, e forma una palude.

Per oro, ò per colonne alte, e leggiadre
Non si può dir l’ascoso tempio altero;
Ma bene è sacro à le Nereide, e al padre,
S’un pescator, che v’è, non mente il vero.
Fra quanti mai la nostra antica madre
Mostri creò nel nostro ampio Hemispero,
Fur nulla à par d’un lupo altero, et empio,
1008Ch’uscì non so del bosco, ò pur del tempio.

In quanto à me del tempio il credo uscito,
Come de’ marin Dei sferza, e flagello;
E spirto sia del regno di Cocito
Per quel, che mostra il dente iniquo, e fello.
Però che non saria di fare ardito
Fra tanti huomini, e can tanto macello.
Ch’un lupo natural mai non s’accosta,
1016Se molti huomini, e can gli fan risposta.

L’aura tutto è velen, che spira il petto;
Qual folgor ciò, che incontra, arde, e consuma,
Di spuma, e sangue ha ’l volto, e ’l pelo infetto;
De l’occhio il foco brucia, ovunque alluma;
È fame, e rabbia il suo vorace affetto;
Ma per quel, ch’ io ne senta, e ne presuma,
Più tosto è rabbia, poi che le sue brame
1024Non cercan co’l mangiar nutrir la fame.

L’esca, che ’l può nutrir, posta in oblio,
Solo à ferir l’armento, e ’l gregge intende;
E come appicca il dente ingiusto, e rio,
No’l suol lasciar, se in terra il bue non stende.
Per castigar l’ ingordo suo desio
L’arme ogni tuo pastor contra gli prende:
Ma, perche siam di lui men liberi, e forti,
1032Molti lasciati n’ ho piagati, e morti.

È la palude, e ’l mar tutto homai sangue:
Ma veggio, che nel dir troppo m’attempo.
Vegniamo à l’armi pur per farlo essangue,
Ne dispensiam ne le parole il tempo;
Che per lo bue, ch’anchor vivendo langue,
Noi giungerem per aventura à tempo;
Prendiam pur l’arme, e andiamo insieme uniti,
1040Per far, che ’l bue, ch’anchor vive, s’aiti.

Havea l’afflitto Peleo il tutto inteso,
Pur poco era il suo cor mosso dal danno;
Ma ben del parricidio il grave peso
Infinito al suo cor portava affanno:
Che vedea ben, che ’l lupo, il quale offeso
L’armento havea co’l dente empio, e tiranno,
E ’l guasto gregge, e l’infelice essiglio,
1048Da la Ninfa nascea priva del figlio.

Discorse, che la madre disperata
Per la crudele al figlio occorsa sorte,
Per far la pompa funeral più grata,
Contra l’armento suo mandò la morte.
Comanda il Re, che la sua gente armata
La massa corra à far fuor de le porte,
Che per assicurar la sua contrada
1056Vuol contra il mostro anch’ei stringer la spada.

Hor mentre à ragunar la gente, e l’arme
S’ode la voce, il timpano, e la tromba,
E comanda, ch’ogn’un s’unisca, e s’arme,
Contra chi dà tant’huomini à la tomba;
Et ogni suono, e bellicoso carme
Per la cittade alto rimbomba;
Alcione la Reina ode, e le pesa,
1064Che ’l Re s’accinga anchora à questa impresa.

Ne la medesma forma, in cui trovosse
Non bene acconcia anchor la bionda chioma,
Fuor de la stanza sua secreta mosse
Per gire al Re la sua terrena soma.
E ’l pregò, ch’à non gir contento fosse,
Dove tanti animai la belva doma.
À fin, che ’l general del regno pianto,
1072Non vesta per due morti il nero manto.

Poi c’hebbe Peleo alquanto havuto il core,
Dubbio disse à la donna alta, e reale.
Lascia da parte pur tutto il timore,
Ch’ io non vò riparar con l’arme al male.
E tu benigno Re fa, che ’l furore
Cessi de l’huom nel Lupo empio, e fatale;
Però ch’ in vece à me convien de l’arme
1080Placar gli Dei del mar co’l santo carme.

Siede sopra una rocca un’alta torre,
Che scopre intorno à molte miglia il mare,
Là sù cerca Peleo la pianta porre;
Che quivi il santo officio intende fare.
Montati veggon l’animal, che corre,
E questo armento, e quel cerca atterrare.
Dove fa loro altier tal danno, e scorno,
1088Ch’al toro nulla val l’ardire, e ’l corno.

Quindi tendendo verso il mar la palma
Peleo, con le ginocchia humili, e chine;
Psamate (disse) Dea cerulea, et alma,
Deh vogli à tanta strage homai por fine.
De l’error, che già fei, pentita ho l’alma,
Contra l’humane leggi, e le divine;
E con quella humiltà, che posso, e deggio,
1096À la tua maestà mercede io chieggio.

Nulla à quel prego Psamate si move,
Ne il ciel, ne il mar, ne l’aere ne fa segno.
Ben chiaro scorge il nipote di Giove,
Che d’esser essaudito, ei non è degno.
Ma con preghiere raddoppiate, e nove
Theti, che anch’ella è Dea del salso regno,
Rompendo in humil voce la favella,
1104Ottenne questo don da la sorella.

Come il prego di Theti al segno è giunto,
Nel mezzo al mar si vede acceso un foco,
Come fa sopra l’acqua vite à punto,
Che da la superfice ha l’esca, e ’l loco.
Torta, e lunga piramide in un punto
Finisce, e s’alza al cielo à poco à poco,
Lascia poi tanto basso il mare in flutto,
1112Che gli occhi il suo splendor perdon del tutto.

Visto dal mare il foco al ciel salito
Theti ver la sorella alzato il grido,
Sicura, che ’l suo prego habbia essaudito,
Co’l cor le rende gratie humile, e fido.
Gli occhi dapoi co’l cor santo, e contrito
Dal mar voltaro al sanguinoso lido,
E veggon, dando l’occhio al Lupo altero,
1120Che la bontà del sangue il fa più fero.

Non molto poi, mentre aventarsi intende
Ad un vitello candido, e maturo,
Scorgon, che ’l piede arresta, e, che no’l prende,
E fassi bianco il suo colore oscuro.
Tanto, che facilmente si comprende,
Ch’egli è in forma di Lupo un sasso duro;
Che ’l color mostra, e ’l non mutar del passo,
1128Ch’ei non è più di carne, ma di sasso.

Lodan le Dee del mar, poi se ne vanno
Per celebrare il sacrificio santo
Ne’ campi, dove ha fatto il Lupo il danno,
Che mostra haver lontan di marmo il manto.
Trovatol vera pietra, splender fanno
Il foco su l’altar co’l sacro canto,
Ridendo quello armento il foco acceso,
1136Che dal mostro crudel non venne offeso.

Ma non molto però comporta il fato,
Che Peleo stia nel regno di Ceice.
Qual si sia la cagion, prende commiato,
E và sbandito misero, e infelice.
Pur de Magneti il Re benigno, e grato
Luogo nel regno suo non gli disdice;
Purgollo Acasto (e seco il tenne in corte)
1144Dal grave error de la fraterna morte.

Intanto il Re Ceice il dubbio petto
Turbato da si strani empi portenti,
Onde il fratel cangiò l’humano aspetto,
Ond’ei vide di Chione i lumi spenti,
Pensa passare in Claro al santo tetto
D’Apollo, dove i suoi veraci accenti
Contentan l’huom, che prega humile, e chino
1152Di quel, ch’ama saper del suo destino.

Ben di Delfo era il Tempio men distante,
Dov’egli il fato anchor dicea futuro,
Ma la guerra crudel del Re Forbante,
Non lasciava il camino esser sicuro.
Però da Claro le parole sante
Pensò impetrar co’l cor devoto, e puro;
Se ben dovea tentar gli ondosi orgogli,
1160Verso l’Icaro mar fra mille scogli.

Ma come ei scopre al suo pensiero il velo,
E che la moglie intende il suo consiglio;
Sente arricciarsi subito ogni pelo,
Dal mare spaventata, e dal periglio.
Correr sente il tremor per l’ossa, e ’l gelo,
Pallida il volto, e lagrimosa il ciglio;
Tre volte ella sforzossi, e parlar volse,
1168E tre volte il sospiro, e ’l pianto sciolse.

Al fin palesa à lui l’afflitta mente,
Benche la trista, e timida favella
Dal pianto, e dal sospir rotta è sovente,
Secondo che ’l dolor l’ange, e flagella.
Qual colpo, ohime dicea, qual mal consente,
Che già ver me la mente habbi ribella ?
Qual’ ho commesso error? qual trista sorte
1176Vuol farti abbandonar la tua consorte ?

Misera me, dov’è quel tempo gito,
Che non solevi mai lasciarmi un punto ?
Misera, già di me sei fastidito ?
Già puoi da l’amor mio viver disgiunto ?
Già il grande amor dal tuo core hai sbandito,
Che t’havea da principio il petto punto?
Quel ben, che mi volesti, hai già dimesso,
1184E m’ami haver da lunge, e non da presso.

Se fosse almeno il tuo camin per terra,
Se ben ne sentirei non men dolore,
Pur non havrei de la spietata guerra
De l’implacabil mar noia, e timore.
L’empia vista del mare è, che m’atterra,
E sempre il mio timor rende maggiore.
Pur dianzi con questi occhi portar vidi
1192Pezzi di rotte navi à nostri lidi.

Ho letto spesso anchor su bianchi marmi,
Ultimo albergo à le terrene some,
Che quel, che discriveano i sacri carmi,
Non havea nel sepolcro altro, che ’l nome:
Perche del mar l’ irreparabili armi
Havean le membra sue sommerse, e dome;
Ne creder meno i venti haver rubelli,
1200Perche il lor Re per genero t’appelli.

Come son sprigionati in aere i venti,
È tutto in poter lor la terra, e ’l mare,
Ne ’l padre mio con tutti i suoi argomenti
Al folle lor furor può riparare.
Fanno uscir de le nubi i fuochi ardenti,
E veder prima il lampo, e poi tonare.
Sendo fanciulla ben gli conobbi io
1208Ne la scura prigion del padre mio.

E quanto più gli ho conosciuti, tanto
Mi par, che mertin più d’esser temuti.
Hor quando à me non vaglia il prego, e ’l pianto,
Ne possa oprar, che ’l tuo parer si muti,
Ti prego per quel nodo amato, e santo,
Orde amor ne legò, che non rifiuti,
Ch’ io venga appresso al mio dolce consorte,
1216Si che parte habbia anch’ io ne la sua sorte.

Ch’almen non temerò, se teco io vegno,
Del mal, ch’anchor non noce, e non minaccia.
S’io stò, parrammi ogn’ hor, che ’l salso regno
Sdegnata contra te mostri la faccia.
Là dove forse il tuo felice legno
Il vento in poppa havrà, nel mar bonaccia;
Sarà fra noi comune il danno, e ’l bene,
1224Ne temerò del mal, fin che non viene.

Il Re, che ’l pianto, e ’l grande amore intende,
Onde l’afflitta moglie ha molle il lume,
Se ben non cede al prego, e non s’arrende,
Forz’è, che stilli anch’ei da gli occhi il fiume.
E, perche fiamma uguale il cor gli accende,
Prega, che più per lui non si consume.
Le dice la cagion, perche si parte,
1232Ne vuol, che nel periglio, ella habbia parte.

Ogni ragion di maggior forza trova,
Per far coraggio al suo timido petto.
Ma non però la misera l’approva,
Ne può farla sicura dal sospetto.
Di punto in punto il suo pianto rinova,
E mostra à mille segni il grande affetto.
Con questa voce al fin grata, et accorta
1240Alquanto l’acquieta, e la conforta.

Ogni tardanza al mio pensier fa danno;
Ma per quei raggi io ti prometto, e giuro,
Ch’à la paterna stella il lume danno,
Che mi vedrai star dentro al patrio muro,
Pria, che Delia due volte il nero panno
Ponga al suo lume, e in tutto il renda oscuro.
Sarò (se ’l ciel vorrà) nel patrio seno,
1248Pria che due volte il tondo ella habbia pieno.

Dato che l’ ha di subito ritorno
In quanto al buon voler sicura speme,
Seco abbandona il regio alto soggiorno,
E và, dove l’attende la trireme.
Com’ella fuor de l’uno, e l’altro corno
Del porto vede il mar, ch’ondeggia, e freme,
Come sempre suol far vicino al lido,
1256Vien meno à piè del suo marito fido.

Presaga del suo mal la donna cade,
Fa venire il marito il fresco fonte,
E pien d’affettuosa caritade
Spruzza, per farla risentir, la fronte.
Tosto, ch’ella ha lo spirto in libertade,
Il lume à le bellezze amate, e conte
Alza, e di novo lagrimando il prega:
1264E ’l Re con gran pietà piangendo il nega.

Si diero al fin gli abbracciamenti estremi,
Poi di perfetto amor dato ogni segno,
Monta sopra lo schifo, e da due remi
Si fa il Re trasportare al maggior legno.
Forz’è, ch’Alcione un’altra volta tremi,
E mandi à terra il suo mortal sostegno.
Tien poi, come s’avviva, il lume intento
1272Dove anchor la galea và senza vento.

Dal porto solcan via l’humil bonaccia
Gli schiavi, c’havea il Re fra mille eletti,
E con l’ ignude, e poderose braccia
Tirano i lunghi remi a’ forti petti.
Il pin dal gemino ordine si caccia
Ogn’hor via più lontan da patrij tetti.
Nel tempo istesso ogn’uno il remo affonda,
1280E fa lucida in su risplender l’onda.

Mentre và il legno anchor vicino al lido,
E discerner anchor possono il volto,
Ella riguarda il suo marito fido,
Che ne la poppa à lei tien l’occhio volto.
Risponde quinci, e quindi il cenno, e ’l grido:
Ma poi che di conoscersi è lor tolto,
Se ben più non si parla, e non s’accenna,
1288Ei dà l’occhio à la terra, ella à l’antenna.

Tosto, che fuor del porto esser si mira
Il comito, e spirare il vento sente,
Altissime le corna à l’arbor tira,
Da poi, che ’l vento, e l’onda gliel consente.
Esce del sen Maliaco, e tien la mira
Ver l’odorato, e lucido oriente.
E tanto innanzi il pinge il carco velo,
1296Ch’altro non veggon più, che ’l mare, e ’l cielo.

Come à la vela sventurata il lume
De l’infelice Alcione più non giunge,
À trovar và le sue vedove piume,
Dove maggior dolor la ’ngombra, e punge.
Che ’l letto, e ’l loco, dove per costume
Con Himeneo la sposa si congiunge,
Rimembra à lei, che gli arbori, e le sarte
1304Tolgono al letto suo la miglior parte.

Ne l’hora, che ’l figliuol d’ Hipperione
(Mentre à coprir si va) raddoppia l’ombra,
E fa, che la fanciulla di Titone
La notte da gli Antipodi disgombra,
Vien fuor superbo contra l’Aquilone
L’Austro, et appresso l’ Euro il cielo ingombra:
E fan con frequentissime procelle
1312Superbo alzare il mar fin à le stelle.

Il buon padron, che ’l mar biancheggiar vede
Ne l’hora, ch’à mortai la notte torna,
E che la rabbia, che contraria fiede,
Dal suo primiero intento il pin distorna;
Poi che ’l fischio non val, co’l grido chiede,
Ch’abbassi l’artimon l’altere corna;
Che con vela minor si prenda il vento,
1320Per haver men sospetto, e men tormento.

Ma l’onda, la procella, il vento, e ’l tuono
Non lascia di chi regge udire il grido:
Pare ogn’un volontario, ov’egli è buono,
Cerca d’assicurare il comun nido.
À remi alcun, ch’anchor distesi sono,
Dentro un albergo dar cerca più fido.
Dal mar altri assicura i lati, e ’l centro,
1328Che se i nemici han fuor, non gli habbian dentro.

Altri di dare à l’arbor minor panno
Su l’antenna minor prende il governo,
E mentre dubbij, e senza legge vanno,
Nel ciel cresce, e nel mar l’horribil verno.
La terra già lo Dio, che tempra l’anno,
Havea lasciato un tenebroso inferno,
E i venti più feroci d’ogn’ intorno
1336Fean più superbo à l’onde alzare il corno.

Ei medesmo non sa dove habbia il core
Quel, che gli ufficij, e gli ordini comparte.
Facciasi quel, che vuol, commette errore,
Tanto è ’l travaglio suo maggior de l’arte.
Pur pensa per men mal l’ondoso horrore
Scorrendo andar ver la Tracense parte.
Ne può quindi da scogli essere offeso,
1344Che tien d’andar fra Sciro, et Aloneso.

Co’l grido l’huom, con lo stridor la corda,
Co’l fremer l’alto mar, co’ venti il cielo
Rende ogni loro orecchia inferma, e sorda,
Oltre al romor, che fà la pioggia, e ’l gielo.
Con tanto horrore, e stratio il tuon s’accorda,
Che porta seco in giù l’ethereo telo.
À romper l’onda il mar tant’alto poggia,
1352Che sparge i nembi, e ’l ciel d’un’altra pioggia.

Forma una valle si profonda, e scura
Il mar fra l’una, e l’altra onda, che sorge;
Che mentre in aere il breve lampo dura,
La nera arena in fondo al mar si scorge.
Giunge la valle, ù la tartarea cura
Mille pene diverse à l’ombre porge.
La spuma è luminosa in cima al monte,
1360La valle è il nero stagno di Caronte.

Seguendo il corso suo l’afflitto legno,
Hor pargli in cima à l’alpe andare à volo,
E guardando à l’ ingiù vedere il regno
De le perpetue lagrime, e del duolo.
Quando il fa poi cader l’ondoso sdegno,
Gli par veder dal basso inferno il polo.
Il combattuto pin geme, e risuona,
1368Qual se l’ariete, e ’l disco il muro intuona.

Come contra la squadra ardito, e fero
Corre il leone, e l’hasta, che l’offende:
Chi và contra il legno il mare altiero,
E contra ogn’un, che di salvarlo intende.
Co’l mare in lega il vento aquoso, e nero
Più forza à l’onda incrudelita rende.
Mostra ella al pin co’l suo montar tanto alto,
1376Che ’l vuol per forza havere, e per assalto.

Già tolta ha il mar la pece, e l’atra veste,
La qual le congiunture al legno asconde,
E le fessure già molte, e funeste
Donano il passo à le mortifere onde.
Legenti sbigottite esperte, e preste,
Accio che il lor navilio non s’affonde,
Tornan nel mare il mare, e cerca ogn’uno
1384Far riparo al suo assalto, empio, e importuno.

Aperto Noto de la veste il lembo,
Versa giù tanta pioggia, e tanto gielo,
Che voi direste trasformato in nembo
Cader tutto nel mar l’ethereo cielo.
Ben veggon quei, che’l pin porta nel grembo,
Che l’alma è per lasciare il carnal velo,
Che ponno à tanto oltraggio, à tanto assedio
1392Con gran difficultà trovar rimedio.

Non è men grave la gonfiata vela
Dal mare, e da la pioggia, che dal vento.
Il ciel, ch’ogni suo foco ammorza, e cela,
Porge al notturno horror più gran spavento.
Pur da nembi il balen talhor si svela,
E fa lor lume, e fugge in un momento.
In mille luoghi ha già l’ondoso torto
1400Sdruscito il legno vivo, e tolto il morto.

Mentre il portello aperto han quei di sopra
Per trar via il mar, che sotto in copia abonda,
E che per via gittarla ogn’un s’adopra,
Superba, quanto puo, vien dentro un’onda;
E porta in mar colui, ch’intento à l’opra
Tiene il portello, e lui co’l legno affonda.
Altero il mar per la nova apertura,
1408Assalta la città dentro à le mura.

Qual se talhor da fochi, et da tormenti
La battuta cortina à terra cade,
Fra mille un de più fieri combattenti
Spronato da l’honor, che ’l persuade,
Entra in disnor de le nemiche genti
Per l’erta, e nova via ne la cittade ,
La qual face il sospetto, e ’l duol maggiore,
1416Da poi, ch’ella i nemici ha dentro, e fuore:

Cosi dapoi ch’un’ onda dentro al legno
Ha preso ardir d’offender gl’ infelici;
Cresce dentro il timor, di fuor lo sdegno,
Dapoi che dentro, e fuore hanno i nemici.
Sicuri, che gli affondi il salso regno,
Piangono altri parenti , altri gli amici,
E chiaman di colui santa la sorte,
1424Che ’l funerale officio hebbe à la morte.

À qualche patrio Dio questi fa voti,
In cui particular suole haver fede,
E dicendo ver lui versi devoti
Tende le braccia al ciel, se ben no’l vede.
Altri piange i fratelli, altri nepoti,
Altri il figliuol, che sia pupillo herede.
Altri per la consorte sente affanno,
1432Che resti grave, e vedova il prim’anno.

Ma quel, c’ha sempre in bocca il Re Ceice,
È de la dolce sua consorte il nome.
Gli par vederla misera, e infelice
Graffiarsi il volto, e lacerar le chiome.
Alcione dolce mia, sovente dice,
Qual vita fia la tua? qual fato? come
Ver giudicio farai dopo alcun giorno,
1440Che m’habbia il crudo mar tolto il ritorno?

Pur se ben una sol nomina, e chiama,
S’allegra, che ’l navilio non la serra.
Volger verso la patria il ciglio brama
Per salutar la moglie, e la sua terra;
Ma la notte infelice in modo il grama,
Il vario corso, e la marina guerra,
Che non ha più per ritrovar consiglio
1448Dove voltar per salutarla il ciglio.

L’arti si veggon già mancar del tutto,
Perduta in ogni parte hanno la speme:
Pur mentre cercan fare il legno asciutto,
Et aiutar le lor fortune estreme;
Se n’entra altero il crudo, e horribil flutto,
E co’l turbin del vento urtano insieme
Ne l’arbor, che tenea già l’artimone,
1456E ’l danno al mar, c’ hà tolto anch’il timone.

Piangendo intanto apportan quei di sotto,
Che ne la prua, ne’ lati, e ne la poppa
È fesso in mille parti il legno, e rotto,
E i cunei invola il mar tutti, e la stoppa.
À questo estremo il comito ridotto,
Dapoi ch’indarno il legno si rintoppa,
Cerca co’l Re dentro à lo schifo, entrare,
1464Ma pure allhora il mar l’ha dato al mare.

Qual se Tifeo, Parnasso, ò maggior pondo
Prendesse su le spalle, e ’l desse al mare;
Saria sforzato il monte al maggior fondo
Se dal gran peso suo lasciar portare:
Tal la galea per forza al più profondo
Letto del Re marin si lascia andare,
Poi che lo stare à galla gli è conteso
1472Da l’acqua, che la fa di troppo peso.

Il numero maggior del popol Greco
Seco al fondo maggiore il legno trasse.
Che dier lo spirto al regno oscuro, e cieco,
Anchor ch’alcuno à l’aere il capo alzasse.
Tiensi il comito à un legno, e ’l Re, ch’è seco,
Si tien su’l mar su la medesim’asse.
E mentre l’onda anchora il serba in vita,
1480Chiede al socero, e al padre in vano aita.

Ma più di tutti in bocca ha la consorte
Mentre può respirar lo stanco petto.
Dice bramar, che la fortuna il porte,
Come sia morto, innanzi al suo cospetto;
Si ch’almen possa haver dopo la morte
Da mano amica entro al sepolcro il letto.
E co’l superbo mormorar de l’onde
1488Il bel nome d’Alcione anchor confonde.

In questo un nero nuvolo apre il passo
Ad una frequentissima procella,
La qual con furia ruinando à basso
In modo il miser Re fere, e flagella,
Ch’al fin s’arrende indebilito, e lasso,
Et orba lascia la paterna stella.
La qual poi che lasciar non potea il cielo,
1496Di nembi oppose al suo bel lume un velo.

Il comito più forte, e più sicuro
Ne al mal, ne à la procella non s’arrende.
Il nembo passa intanto iniquo, e scuro,
Et ei su l’asse al suo sostegno intende.
Come ver l’alba il mar si fa men duro,
Si vede appresso un’isola, e la prende.
L’isola d’Aloneso il piede afferra,
1504E gode di toccar l’amata terra.

Tal foco, da la mensa, e da le piume
Prese il rinato comito conforto:
Dove cantò con lagrimoso lume
De la crudel fortuna, e del Re morto.
E come mentre le salate spume
Non dier di lui lo spirto al nero porto,
Sol nomò la consorte, e ’l lodò tanto,
1512Che da gli occhi d’ogn’un fuor trasse il pianto.

Ma che giova al nocchiero haver salvato
Dal mar la vita sua con tanto affanno,
Dapoi che vuole il suo perverso fato,
Che dal mar debbia haver l’ultimo danno ?
Per gire à dire era su’l mar tornato,
Che si vestisse Alcione il nero panno;
Ne s’udì mai quel, che del legno avenne,
1520Tal che ne l’onde ogn’un sommerso il tenne.

Nel regio, intanto Alcione, alto soggiorno,
À cui tanto infortunio è anchor nascosto,
Tien cura d’ogni notte, e d’ogni giorno.
E, perche ’l tempo suo sia ben disposto,
Per ambi i manti fà, ch’al suo ritorno
Vuol, ch’ornin meglio il lor mortal composto.
E mentre l’occhio essercita, e la mano,
1528Si promette un ritorno amato, e vano.

Ad ogni Dio de la celeste corte
Fa l’incenso fumar su’l sacro foco:
Che faccian tornar salvo il suo consorte,
Ch’altra no’l tiri à l’amoroso gioco.
Fra i preghi, ch’ella fea di varia sorte,
Sol quest’ultimo in lei potea haver loco.
Ma più d’ogni altro à Giuno ha il prego inteso
1536Posto l’odor Sabeo su’l bosco acceso.

Ogni dì mille volte il camin prende
Verso Giunone, e porge il prego, e ’l lume.
Pregata esser la Dea più non intende
Per chi mandata ha l’alma à nero fiume.
Onde con queste note à gire accende
La fida nuntia sua verso quel Nume,
Che rende ogni mortal del lume privo,
1544E morto il fa parer, se bene è vivo.

Iri verso quel Dio prendi il sentiero,
Che si suol far talhor del senso donno;
E dì, ch’à l’infelice Alcione il vero
Scopra, mentr’ei la domina co’l sonno
Come il marito al regno afflitto, e nero,
È giunto, e i preghi suoi giovar non ponno;
Ch’à lei de sogni suoi mandi qualch’uno,
1552Quel, che per questo affar fia più opportuno.

Mille vaghi color tosto si veste
Iri, e fra ’l ciel supremo, e l’orizonte
Formando in un balen l’arco celeste,
Verso il quieto Dio drizza la fronte.
Fra le Cimmerie altissime foreste
Una grotta s’asconde à piè d’un monte:
Dove ne l’humido aere, e senza luce
1560À dar posa à se stesso il Sonno induce.

Ó nasca, ò stia pur’ alto il Re di Delo,
Ó sia verso il finir del suo viaggio;
Quivi à lui sempre opponsi oscuro un velo,
Che non lascia, che faccia al Sonno oltraggio.
U’ ingombran tante nubi, e nebbie il cielo,
Ch’ei non vi può mai penetrar co’l raggio.
Quivi ’l cristato augel non fa dimora,
1568Che suol co’l canto suo chiamar l’Aurora.

Per far la guardia al solitario hostello
Mai pon vi latra il can mordace, e fido.
Non v’è quel tanto in Roma amato augello,
Che ’l Campidoglio già salvò co’l grido.
No’l toro altero, e non l’humile agnello,
Un mugghiando, un belando alza lo strido.
Non s’ode mormorar l’humano accento,
1576Ne ’l bosco fremer fà la pioggia, ò ’l vento.

Quivi ’l ciel da romor mai non s’offende:
Tutte le cose stan sopite, e chete.
Quivi ogni spirto al suo riposo intende,
Sol vi drizza un suo ramo il fiume Lethe;
Il qual fra selci mormorando scende,
E invita il dolce Sonno à la quiete.
Fioriscon l’herbe intorno d’ogni sorte,
1584Che i sensi danno à la non vera morte.

Lo sfondilio non v’è, ne ’l peucedano;
Ma il solatro, e ’l papavero v’abonda,
Con l’herbe, onde la Notte empie la mano,
Per trar dal seme il sonno, ò da la fronda.
E poi che vede il Sol da noi lontano,
E ch’ella il nero ciel volge, e circonda,
Porge quel succo à l’otioso Dio,
1592Perche ’l notturno in noi cagioni oblio.

L’entrata non v’ha porta, e non si serra,
Perche girando il cardine non strida.
Si siede l’Otio accidioso in terra,
Ch’à vergognoso fin se stesso guida.
Al Nume, à cui la Notte i sensi atterra,
La Pigritia dovea, ch’ivi s’annida,
Una ghirlanda far di più colori,
1600E gia per lo giardin cogliendo i fiori.

Stracciata, scinta, e rabbuffata il crine
Si move verso il fiore inferma, e tarda:
Con gran difficultà par che s’inchine;
E come stà per corlo, anchor ritarda:
Come bramasse non venirne à fine
Si gratta il capo, e poi sbadiglia, e guarda:
E se ben sà, ch’al1 fine ella il dè torre,
1608Tutto quel, che far può, fa per no’l corre.

Lo smemorato Oblio risiede appresso
Al nero letto, dove il Sonno giace:
Non ha in memoria altrui, ne men se stesso;
S’alcun gli parla, ei non l’ascolta, e tace.
Fa la scorta il Silentio, e guarda spesso,
Se per turbare alcun vien la lor pace:
E per non far romor mentre anda, e riede,
1616D’oscuro feltre ha sempre armato il piede.

Di nera lana, ò di coton s’ammanta;
Ma di seta non mai vestir si trova.
Suol con rispetto tal fermar la pianta,
Che par, che su le spine il passo mova.
Co’l cenno la favella à l’huomo incanta,
E fa, ch’accenni: et ei, se vuol, l’approva.
Co’l cenno parla, e la risposta piglia
1624Dal cenno de la mano, e de le ciglia.

In mezzo à l’antro stà fondato il letto:
D’hebeno oscuro il legno è, che ’l sostiene.
Ciò, ch’ivi à gli occhi altrui si porge obbietto,
Dal medesmo color la spoglia ottiene.
I Sogni, ch’ à l’human fosco intelletto
Si mostran mentre il Sonno oppresso il tiene,
Intorno al letto stan di varie viste,
1632Quanti dà fiori Aprile, e Luglio ariste.

Tosto, che ’l muto Dio la nuntia scorge,
Co’l cenno parla à lei sopra la porta.
Ella à l’incontro anchor co’l cenno porge,
Che brama al Sonno dir cosa, ch’ importa.
Com’egli del voler divin s’accorge,
La fa passar ne l’aria oscura, e morta:
Ma con la luce sua, com’entro arriva,
1640La fa tutta venir lucida, e viva.

Per tutto i Sogni à lei la strada fanno,
Che passi, ove lo Dio posa le gote.
Alza ella al padiglione il nero panno,
E quattro, e cinque volte il chiama, e scuote.
Tosto, che ’l primo suon le voci danno,
Fugge quindi il Silentio più che puote.
Di scuoter ella, e di chiamar non resta,
1648Tanto, ch’à gran fatica al fine il desta.

Con gran difficultà lo Dio s’arrende
Al grido, ch’à destarsi il persuade;
Sul letto assiso si distorce, e stende,
E chiede sbadigliando, che l’accade.
La Dea comincia, e mentre à dire intende,
Su’l petto ei tuttavia co’l mento cade.
Ella lo scuote, e come avien, che ’l tocchi,
1656Procura con le dita aprir ben gli occhi.

Sul braccio al fin s’appoggia, et apre il lume,
E la Dea conosciuta apre l’accento.
Ó riposo del mondo, ò d’ogni Nume
Più placido, più queto, e più contento;
Ó Dio, che con le tue tranquille piume
Togli il diurno à gli huomini tormento;
Fa, ch’un de’ Sogni tuoi ne l’aria saglia
1664Ver la città, ch’Alcide fe in Tessaglia.

E dì, ch’à l’ infelice Alcione apporte
Con la sua finta ingannatrice imago,
Come il naufragio anelò del suo consorte,
E come s’annegò nel salso lago.
La maggior Dea de la celeste corte,
Ch’ella ne sappia il vero, il core ha vago.
La Dea si parte al fin di queste note,
1672Però che ’l sonno più soffrir non puote.

Per l’arco istesso, onde discese in terra,
Tornò la bella nuntia al regno eletto.
Fra tutto il falso popolo, che serra
De’ propij figli il Sonno entro al suo tetto,
Un nominato Morfeo ne disserra,
Che sa meglio imitar l’ humano aspetto,
Et oltre al volto accompagnar vi suole
1680L’habito, il gesto, e ’l suon de le parole.

Sol l’animal, cui la ragione informa,
Finge costui; ma quei figura, e mente
Ogni bruto animale, e si trasforma
Hor’ in orso, hora in lupo, hora in serpente:
Talhor d’astore, ò grue prende la forma,
Hor di chi porta à Giove il telo ardente;
Icelo ne la parte eterna, e bella,
1688Ma giù fra noi Forbetore s’appella.

Altri v’è poi, che si fa sasso, ò trave,
Seta, lana, coton, metallo, ò fonte.
Di ciò, che v’è, che l’anima non have,
Fantaso il terzo Dio prende la fronte.
Con le sembianze quegli hor liete, hor prave
Inganna le persone illustri, e conte:
Questi hor con mesta, hor con tranquilla vista
1696Soglion render la plebe hor lieta, hor trista.

Fra mille figli suoi non vede il Sonno,
Chi più di Morfeo andar possa opportuno.
Poi che le membra sue vestir si ponno,
Pur che sia d’huom, la forma di ciascuno.
Se ’l fa venire avanti, indi il fa donno
De la proposta volontà di Giuno.
Vinto dapoi dal mormorar de l’onde,
1704Per darsi à la quiete il capo asconde.

Batte Morfeo verso l’Etea pendice
Per l’atro horror del ciel le tacit’ale,
Per render dolorosa, et infelice
Con quel, ch’ apportar vuol naufragio, e male,
La sventurata moglie di Ceice:
E giunge in breve à la città reale,
Dove le penne, e ’l proprio volto lassa,
1712E in quel del morto Re si chiude, e passa.

Senza il regio splendore haver nel volto,
Ma del color d’un, che senz’ alma sia,
Dove lo spirto il sonno tien sepolto
De la moglie del Re pudica, e pia,
Senza haver d’alcun panno il corpo involto ,
Sparso di vero mar Morfeo s’invia,
Piovendo il mento, e ’l crin l’onde su’l petto,
1720Si rappresenta à lei vicino al letto.

Con queste note poi gridando forte
Scopre il naufragio suo piovendo il pianto.
Ó sventurata, e misera consorte
Rivolgi gli occhi al tuo marito alquanto.
Ben conoscer mi dei, se pur la morte
Non m’ha da l’esser mio cangiato tanto,
Ch’ io ti rassembri un’ altro. hor odi, come
1728Sommerse il mar le mie terrene some.

Questa sembianza, ove hora il lume intendi,
In tutto è da la carne ignuda, e sgombra;
E che sia il ver, se in me la mano stendi,
La carne nò, ma stringerai sol l’ombra.
In vano i voti tuoi spendesti, e spendi,
Vana di me speranza il cor t’ingombra.
Non ti prometter più tuo sposo fido,
1736Che ’l suo spirto ha lasciato il carnal nido.

Dapoi che ’l primo dì ne venne manco,
Venne un vento crudel da mezzo giorno,
Che fece al flutto incrudelito, e bianco
Superbo contra il legno alzare il corno.
E renduto che l’hebbe infermo, e stanco,
Fece al legno, et à noi l’ultimo scorno.
Ben ti chiamai, ma il mar crudele, e rio
1744Scacciò co’l nome tuo lo spirto mio.

Autor dubbio non è quel, che te’l dice,
Non è romor di quel, che ’l vulgo crede;
Questi è il tuo caro, e naufrago Ceice,
Che del proprio naufragio ti fa fede.
Hor sorgi, e dammi il tuo pianto infelice,
Si ch’io non vada à la tartarea sede
Senza havere il funebre officio santo,
1752Senza haver da la moglie il duolo, e ’l pianto.

Non sol finge Morfeo le membra istesse,
Ma con accento tal seco favella,
Che quando ben veduto non l’havesse,
L’havrebbe conosciuto à la favella.
Mostrò, che qualche lagrima piovesse
Per la pietà di lei vedova, e bella;
Volendo poi seccar l’humor, che piove
1760Co’l gesto di Ceice il pugno move.

Scioglie la mesta Alcione il pianto, e ’l grido,
E stende fuor del letto ambe le braccia,
Per abbracciar lo sposo amato, e fido,
E trova in vece sua, che l’ombra abbraccia.
Deh dove lasci il tuo vedovo nido;
Che teco venga anch’io, cor mio, ti piaccia.
Tal che la voce sua, di Morfeo l’ombra
1768Detto cosi dal senso il sonno sgombra.

E, perche al replicato alto lamento
Havean portato i suoi ministri il lume,
Per veder se vi sia, pon l’occhio intento
Piovendo da begli occhi in copia il fiume.
Come no’l trova poi, cresce il tormento,
E fuor del regio suo gentil costume
Alza le strida al cielo, e senza fine
1776Percote il volto, e ’l petto, e straccia il crine.

La misera nutrice, che s’accorge,
Come l’afflitta Alcione si percote,
E che l’orecchie à lei punto non porge,
Mentre cerca saper le doglie ignote,
Anch’ella da le parti, onde si scorge,
Stillar fa il duol sopra le crespe gote;
Pur tanto poi la stimula, et essorta,
1784Ch’ al fin questa risposta ne riporta.

Se pensi consolarmi, tu t’inganni,
Ch’Alcione io più non son, non son più nulla,
Che la cagion de miei novelli affanni
In tutto l’esser mio sface, et annulla.
Ahi quanto mal per te ne’ miei primi anni
Il latte al corpo mio desti, e la culla;
Piacesse à Dio, che ’l succo del tuo seno
1792Fosse stato al cor mio tanto veleno.

In questo dire, alza la voce, e piange,
E più di pria si batte, e ’l crin disface.
Ne men la vecchia il crin canuto frange,
Ne meno al crespo volto oltraggio face.
Qual (dice) novo mal t’affligge, et ange?
Qual guerra à disturbar vien la tua pace?
Qual ti fa desiar fato, empio, e rio
1800D’haver tratto il velen dal petto mio?

S’io fossi in quella età morta (risponde)
Quando i primi alimenti hebbi da vui,
Non pioverei da trist’occhi tant’onde,
Ne il mio lagrimerei co’l fato altrui.
Sappi, che ’l mare il mio Ceice asconde,
Sappi, che ’l suo naufragio io so da lui;
Ho visto lui medesmo in questa cella,
1808E conosciuto il volto, e la favella.

Quando se’n volle andar, ver lui mi spinsi,
E l’abbracciai per ritenerlo meco:
Ma l’ombra in vece del suo corpo strinsi,
Però ch’ei non havea la carne seco.
Del figlio di quel Dio sol l’ombra avinsi,
Il qual resta ne l’alba ultimo cieco.
Dubbio non ho, che l’ombra, che m’apparse,
1816Fu di colui, che ’l cor mi prese, et arse.

Questo è ben ver, che ’l solito splendore
Ei non havea, ma il volto atro, e dimesso,
Piovendo il mento, e ’l crin continuo humore
Lo scorsi stare in questo loco istesso.
Chinar fa intanto l’allumato ardore,
E cerca, se v’ ha il piè vestigio impresso,
Se l’onda, che piovea la chioma, e ’l mento,
1824Havea bagnato à sorte il pavimento.

Misera me, che l’animo indovino
Il tuo miser naufragio mi predisse.
E ti sforzò lo tuo crudel destino
À far, che ’l prego mio non si seguisse.
Sofferto havessi almen, che su’l tuo pino
La sventurata Alcione anchor venisse.
Che d’ambi insieme il fin sarebbe giunto,
1832Ne havrei priva di te passato un punto.

Et hor senza il mio corpo il tuo trasporta
Per lo infinito mar l’onda importuna;
Et io son senza te misera morta,
Lunge da te mi sbatte la fortuna.
Per chiuder dunque al rio destin la porta
Resti la luce mia per sempre bruna;
Che s’io volessi anchor l’aura spirare,
1840Più crudo in me il pensier saria, che ’l mare.

Non mi convien pugnar costante, e forte
Per superar la doglia aspra, e mortale,
Che n’havrei mille in vece d’una morte,
Et ella à fin porria meta al mio male.
Vò far la mia compagna à la tua sorte,
Venir vò al fin del mio corso fatale;
S’uniti non starem dentro ne’ marmi,
1848Congiunti almen sarem di fuor ne’ carmi.

Non potrò ne la medesma fossa
Le nostre far ripor terrene some,
Se non potrò toccar l’ossa con l’ossa,
Toccare almen vorrò co’l nome il nome.
Mentre dice cosi, dà la percossa
Al volto, e al petto, e poi straccia le chiome.
Fa noto anchor il duol, che in lei fa nido,
1856Hor l’ardente sospiro, hor l’alto strido.

Cercano i suoi ministri, e la nutrice
Con voce santa, e pia di consolarla,
E che non creda d’essere infelice
Per quel, che ’l sogno à lei dimostra, e parla.
Che quasi sempre ei la menzogna dice,
Ne però co’l dir lor posson ritrarla
Da quel, che in sogno à lei pria creder feo
1864La sembianza imitata da Morfeo.

L’Aurora già splendea lucente, e bella,
E per fuggir le sante alme del cielo
Il paragon de la diurna stella
Tutte havean posto à la lor luce il velo,
E mossi havean gli augei la lor favella
Per salutare il bel Signor di Delo,
Quando la moglie pia senza conforto
1872Si trasportò dal regio albergo al porto.

Mentre quivi dimora, e che rimembra,
Ei fe snodare il lin da questa sponda,
Al legno qui diè l’infelici membra,
Pur qui perdei la sua vista gioconda;
Un non so che nel mar veder le sembra,
Che verso il porto sia spinto da l’onda.
Non sa che sia, ma alquanto, al porto spinto
1880Vede esser dal naufragio un huomo estinto.

E mossa dal naufragio à novo pianto
Tende ver lui le mani, e’l grido scioglie.
Ó misero mortal, che ’l carnal manto
Cedesti à le marine ingorde voglie,
Ben provo in me (se l’hai) misero quanto
Dee lagrimar la sua scontenta moglie.
Deh pria, che ’l sappia, se no’l sa per sorte,
1888Le doni per pietate il ciel la morte.

S’appressa intanto il corpo morto al lito,
E quanto l’ infelice più lo scorge,
Tanto le fa lo spirto più smarrito
La vista, che ’l cadavero le porge.
Già meglio il vede, e più parle il marito,
Quanto più ver l’arena il corpo sorge.
Veduto al fine il suo marito fido
1896Tende le mani à lui con questo grido.

À questo modo, ò misero Ceice,
Torni per non mancar de la tua fede,
Per far palese al mio stato infelice
Quant’hai del mio languir doglia, e mercede.
Mentre cosi la sventurata dice,
Giungere al morto un picciol legno vede,
Che, come il vide di lontan, si mosse,
1904Per veder se potean trovar chi fosse.

Sicuro un’ alto, e grosso muro rende
Da l’impeto del mar l’Heracleo porto,
Al capo, che più in fuor su’l mar si stende,
Vicino era arrivato il corpo morto.
Su’l muro in un momento Alcione ascende,
Bramosa di veder se ’l vero ha scorto,
Al muro, e al corpo subito pervenne,
1912Che le diè nel montarvi il ciel le penne.

Preso in tanto l’havean dentro à la barca
Quei, che s’eran ver lui spinti su’l legno,
E mostrar lor, com’era il lor Monarcha,
Gli anelli, il volto, e ’l drappo illustre, e degno.
Di molta carne in tanto Alcione scarca
Vola per l’aria sopra il salso regno,
Radendo il mar d’ ogni conforto priva,
1920À l’infelice suo marito arriva.

Alcione piange, e sente il novo accento,
Che da la nova bocca in aria vola,
Esser pien di querela, e di lamento,
Se ben non può formar più la parola.
Con le nov’ale abbraccia il corpo spento,
E da le morte labra il bacio invola.
Ó miracol del ciel, tosto, che ’l rostro
1928Il bacia, à lui ravviva il carnal chiostro.

Tutti, che veggon come il suo consorte
Baciato vien da la cangiata moglie,
Stupiti stanno, e più, quand’ei le porte
Apre del lume, e se dal sonno scioglie.
Ecco cangia in un punto anch’egli sorte,
Et in un breve corpo si raccoglie.
Vestito anch’ei da pinte, e varie piume
1936Lo stesso in amar lei serba costume.

Radendo vanno insieme il mare, e ’l lido,
Nel lor felice amor compagni eterni,
Pendente sopra il mar formano il nido,
Ne’ più tranquilli, e più beati verni.
Eolo à nepoti suoi propitio, e fido
Ogni suo vento fa, che s’ incaverni
Ne’ sette dì, che forma il nido, e l’uova,
1944E ne’ sett’ altri dì, ch’Alcione cova.

Fa imprigionare allhora Eolo ogni vento
À fin, che ’l soffio lor non turbi il mare,
À fin, che poi del mar l’alto tormento
Non perturbi à l’Alcioni il generare.
Allhora ogni nocchier lieto, e contento
Sicuro può verso il suo fine andare;
Perche in quei giorni il vento non s’adira,
1952Ma in tutto tace, over dolce aura spira.

Ogn’un, che vide questa maraviglia,
Altri su’l legno, et altri intorno al porto,
Per ringratiare il cielo alza le ciglia,
C’habbia donata l’alma al lor Re morto,
E ch’in Ceice, e ne l’Eolia figlia
Il reciproco amor veggon risorto:
E in tanto il novo, c’han vestito aspetto,
1960D’infinito stupor lor empie il petto.

Fra gli altri sopra il porto allhor si tenne
Un vecchio, che stupir vedendo ogni alma,
C’havesser cosi subito di penne
Vestito Alcione, e ’l Re la carnal salma,
Disse. Ogn’un, che sapesse quel, ch’avenne
À l’augel, che vi mostra hor la mia palma,
Non stupiria del trasformato tergo;
1968E in questo dir fe lor vedere un Mergo.

Aprite pure à stupor novo il lume,
Ch’io vò contar del Mergo onde discende,
E come d’huomo anch’ei vestì le piume,
E perche à l’annegarsi ei tanto intende.
Dardano fu figliuol del maggior Nume,
Da lui l’alma Erittonio, e ’l corpo prende;
Poscia Erittonio Troio al mondo diede,
1976Padre d’Assarco, d’Ilo, e Ganimede.

D’Ilo discese poi Laomedonte,
Di cui l’ultimo Re di Troia nacque.
Hor quello augel, che la cangiata fronte
Nasconde cosi spesso sotto l’acque,
Uscì di Priamo, à cui nel patrio monte
Detta Alissitoe una Amadriada piacque;
E sottoposta à l’amorose some
1984N’hebbe quel Mergo, ch’Essaco hebbe nome.

Si che quel, che và in là, marino augello,
Benche nascesse di diversa madre,
Fu del fortissimo Hettore fratello,
Però ch’ambi da Giove hebbero il padre.
Ne forse havria nel martial flagello,
Fatto men mal ne le nemiche squadre,
Se non l’havesse il fato al padre tolto,
1992E ’n troppo verde età cangiato il volto.

Questi havea le città tutte in dispregio,
Lo splendor de gl’illustri, e de la corte,
E ’l ricco havea lasciato albergo regio
Per darsi à più tranquilla, e lieta sorte.
La selva, e l’arte havea rustica in pregio,
Ch’à l’empia ambition chiuggon le porte:
E visto rare volte era fra suoi
2000In cerchio star fra gli honorati heroi.

Ma se ben rozza l’arte hebbe, e ’l pensiero,
Non hebbe ne l’amar rustico il petto:
Ma da gentile, e nobil cavaliero
Aperse il core à l’amoroso affetto.
Per lo Cebrinio un dì giva sentiero
Prendendo da la caccia il suo diletto,
Et Eperia una Dea detta per nome
2008Vide, ch’al Sol tendea le bionde chiome.

Tosto, ch’ ei volge il desioso sguardo
Al nobil volto, e mira il suo splendore,
Sente per gli occhi suoi passare il dardo
Del Re de le delitie, e de l’amore.
Non è verso la Ninfa à correr tardo
Per isfogar con lei l’acceso core.
Fugge la Dea dal minacciato strupo,
2016Come suol cerva via fuggir dal Lupo.

Qual l’anitra, se lunge è da lo stagno
Dove sole attuffarsi, e star sicura,
Vien sopragiunta da l’augel grifagno,
Più co’l fuggir, che puote, à lui si fura:
Tal mentre à l’amoroso suo guadagno
Intende il bel garzon con ogni cura,
Eperia fugge, e per non farsi moglie,
2024Più che può, con la fuga à lui si toglie.

Mentre la tema à lei, l’amore à lui
Velocissimo il piè nel corso rende,
Come al rio fato piacque d’ambedui,
Co’l piè la bella Ninfa un serpe offende.
Il serpe altier, che da gli oltraggi altrui
Co’l velenoso morso si difende,
Le porge il crudo morso, e in un baleno
2032Imprime ne la piaga il suo veleno.

La fuga con la vita à un tratto manca,
Tal fu il veleno del viperin serpente.
Ei, che cader la vede essangue, e bianca,
E mira il mal del velenoso dente,
Alza la voce affaticata, e stanca
Dal corso, e da la doglia, che ne sente.
Ben stato è il primo amor misero mio,
2040C’ha tal dat’alma ai sempiterno oblio.

D’haver, misero me, mi doglio, e pento
Corso per farti premio à la mia fede;
Ma non credea, che l’ultimo tormento
Del nostro amor dovesse esser mercede.
Due siam, c’habbiamo il tuo bel lume spento,
Co’l suo veleno il serpe, io co’l mio piede,
Bench’ io, che ti fei dar le piante al corso,
2048Fui più crudele assai, che non fu ’l morso.

Ben era il vincer mio di sommo pregio,
Ma molto più valea vivo il tuo lume.
Dunque s’io fui cagion, ch’un tanto egregio
Splendor mandasse l’alma al nero fiume,
Voglio quest’alma mia, che più non pregio,
Render vassalla del tartareo Nume.
Che l’ombra tua ne la più bassa corte
2056Qualche conforto havrà de la mia morte.

Poi che su’l volto essangue hebbe assai pianto,
E dato al morto labro il bacio estremo,
Condusse sopra un scoglio il carnal manto,
E in mar del sasso il fe cader supremo.
Ma non soffrì di Theti il Nume santo,
Che restasse il suo cor de l’alma scemo;
Ma come sopra l’onde à nuoto ei venne,
2064Ascose il corpo suo fra mille penne.

La piuma al corpo suo la morte toglie,
Ne tener sotto al mar gli lascia il petto;
Si sdegna il cavalier, che l’altrui voglie
Faccian, ch’egli stia vivo al suo dispetto;
E per dar fine à le sue interne doglie
Ripon sott’acqua il trasformato aspetto;
L’alza la piuma, ei pur sotto s’asconde,
2072E tenta senza fin morire ne l’onde.

Gli fa la piuma haver pallida, e smorta
L’amore, e di colei l’iniquo fato.
Molto lunge dal petto il capo porta;
Come l’anitra ha ’l petto ampio, et enfiato;
Quasi coda non ha; la coscia ha corta;
Gli è solamente il mar propitio, e grato.
E perche tenta haver sott’acqua albergo,
2080Dal sommergersi suo vien detto Mergo.

Liber XI
2 a.C.n. - 8 a.C.n.

 11:1 Carmine dum tali silvas animosque ferarum
 11:2 Threicius vates et saxa sequentia ducit,
 11:3 ecce nurus Ciconum tectae lymphata ferinis
 11:4 pectora velleribus tumuli de vertice cernunt
 11:5 Orphea percussis sociantem carmina nervis.
 11:6 e quibus una leves iactato crine per auras,
 11:7 'en,' ait 'en, hic est nostri contemptor!' et hastam
 11:8 vatis Apollinei vocalia misit in ora,
 11:9 quae foliis praesuta notam sine vulnere fecit;
 11:10 alterius telum lapis est, qui missus in ipso
 11:11 aere concentu victus vocisque lyraeque est
 11:12 ac veluti supplex pro tam furialibus ausis
 11:13 ante pedes iacuit. sed enim temeraria crescunt
 11:14 bella modusque abiit insanaque regnat Erinys;
 11:15 cunctaque tela forent cantu mollita, sed ingens
 11:16 clamor et infracto Berecyntia tibia cornu
 11:17 tympanaque et plausus et Bacchei ululatus
 11:18 obstrepuere sono citharae, tum denique saxa
 11:19 non exauditi rubuerunt sanguine vatis.
 11:20 ac primum attonitas etiamnum voce canentis
 11:21 innumeras volucres anguesque agmenque ferarum
 11:22 maenades Orphei titulum rapuere triumphi;
 11:23 inde cruentatis vertuntur in Orphea dextris
 11:24 et coeunt ut aves, si quando luce vagantem
 11:25 noctis avem cernunt, structoque utrimque theatro
 11:26 ceu matutina cervus periturus harena
 11:27 praeda canum est, vatemque petunt et fronde virentes
 11:28 coniciunt thyrsos non haec in munera factos.
 11:29 hae glaebas, illae direptos arbore ramos,
 11:30 pars torquent silices; neu desint tela furori,
 11:31 forte boves presso subigebant vomere terram,
 11:32 nec procul hinc multo fructum sudore parantes
 11:33 dura lacertosi fodiebant arva coloni,
 11:34 agmine qui viso fugiunt operisque relinquunt
 11:35 arma sui, vacuosque iacent dispersa per agros
 11:36 sarculaque rastrique graves longique ligones;
 11:37 quae postquam rapuere ferae cornuque minaces
 11:38 divulsere boves, ad vatis fata recurrunt
 11:39 tendentemque manus et in illo tempore primum
 11:40 inrita dicentem nec quicquam voce moventem
 11:41 sacrilegae perimunt, perque os, pro Iuppiter! illud
 11:42 auditum saxis intellectumque ferarum
 11:43 sensibus in ventos anima exhalata recessit.

 11:44 Te maestae volucres, Orpheu, te turba ferarum,
 11:45 te rigidi silices, te carmina saepe secutae
 11:46 fleverunt silvae, positis te frondibus arbor
 11:47 tonsa comas luxit; lacrimis quoque flumina dicunt
 11:48 increvisse suis, obstrusaque carbasa pullo
 11:49 naides et dryades passosque habuere capillos.
 11:50 membra iacent diversa locis, caput, Hebre, lyramque
 11:51 excipis: et (mirum!) medio dum labitur amne,
 11:52 flebile nescio quid queritur lyra, flebile lingua
 11:53 murmurat exanimis, respondent flebile ripae.
 11:54 iamque mare invectae flumen populare relinquunt
 11:55 et Methymnaeae potiuntur litore Lesbi:
 11:56 hic ferus expositum peregrinis anguis harenis
 11:57 os petit et sparsos stillanti rore capillos.
 11:58 tandem Phoebus adest morsusque inferre parantem
 11:59 arcet et in lapidem rictus serpentis apertos
 11:60 congelat et patulos, ut erant, indurat hiatus.

 11:61 Umbra subit terras, et quae loca viderat ante,
 11:62 cuncta recognoscit quaerensque per arva piorum
 11:63 invenit Eurydicen cupidisque amplectitur ulnis;
 11:64 hic modo coniunctis spatiantur passibus ambo,
 11:65 nunc praecedentem sequitur, nunc praevius anteit
 11:66 Eurydicenque suam iam tuto respicit Orpheus.

 11:67 Non inpune tamen scelus hoc sinit esse Lyaeus
 11:68 amissoque dolens sacrorum vate suorum
 11:69 protinus in silvis matres Edonidas omnes,
 11:70 quae videre nefas, torta radice ligavit;
 11:71 quippe pedum digitos via, quam tum est quaeque secuta,
 11:72 traxit et in solidam detrusit acumina terram,
 11:73 utque suum laqueis, quos callidus abdidit auceps,
 11:74 crus ubi commisit volucris sensitque teneri,
 11:75 plangitur ac trepidans adstringit vincula motu:
 11:76 sic, ut quaeque solo defixa cohaeserat harum,
 11:77 exsternata fugam frustra temptabat, at illam
 11:78 lenta tenet radix exsultantemque coercet,
 11:79 dumque ubi sint digiti, dum pes ubi, quaerit, et ungues,
 11:80 aspicit in teretes lignum succedere suras
 11:81 et conata femur maerenti plangere dextra
 11:82 robora percussit, pectus quoque robora fiunt,
 11:83 robora sunt umeri; nodosaque bracchia veros
 11:84 esse putes ramos, et non fallare putando.

 11:85 Nec satis hoc Baccho est, ipsos quoque deserit agros
 11:86 cumque choro meliore sui vineta Timoli
 11:87 Pactolonque petit, quamvis non aureus illo
 11:88 tempore nec caris erat invidiosus harenis.
 11:89 hunc adsueta cohors, satyri bacchaeque, frequentant,
 11:90 at Silenus abest: titubantem annisque meroque
 11:91 ruricolae cepere Phryges vinctumque coronis
 11:92 ad regem duxere Midan, cui Thracius Orpheus
 11:93 orgia tradiderat cum Cecropio Eumolpo.
 11:94 qui simul agnovit socium comitemque sacrorum,
 11:95 hospitis adventu festum genialiter egit
 11:96 per bis quinque dies et iunctas ordine noctes,
 11:97 et iam stellarum sublime coegerat agmen
 11:98 Lucifer undecimus, Lydos cum laetus in agros
 11:99 rex venit et iuveni Silenum reddit alumno.

 11:100 Huic deus optandi gratum, sed inutile, fecit
 11:101 muneris arbitrium gaudens altore recepto.
 11:102 ille male usurus donis ait 'effice, quicquid
 11:103 corpore contigero, fulvum vertatur in aurum.'
 11:104 adnuit optatis nocituraque munera solvit
 11:105 Liber et indoluit, quod non meliora petisset.
 11:106 laetus abit gaudetque malo Berecyntius heros
 11:107 pollicitique fidem tangendo singula temptat
 11:108 vixque sibi credens, non alta fronde virentem
 11:109 ilice detraxit virgam: virga aurea facta est;
 11:110 tollit humo saxum: saxum quoque palluit auro;
 11:111 contigit et glaebam: contactu glaeba potenti
 11:112 massa fit; arentis Cereris decerpsit aristas:
 11:113 aurea messis erat; demptum tenet arbore pomum:
 11:114 Hesperidas donasse putes; si postibus altis
 11:115 admovit digitos, postes radiare videntur;
 11:116 ille etiam liquidis palmas ubi laverat undis,
 11:117 unda fluens palmis Danaen eludere posset;
 11:118 vix spes ipse suas animo capit aurea fingens
 11:119 omnia. gaudenti mensas posuere ministri
 11:120 exstructas dapibus nec tostae frugis egentes:
 11:121 tum vero, sive ille sua Cerealia dextra
 11:122 munera contigerat, Cerealia dona rigebant,
 11:123 sive dapes avido convellere dente parabat,
 11:124 lammina fulva dapes admoto dente premebat;
 11:125 miscuerat puris auctorem muneris undis:
 11:126 fusile per rictus aurum fluitare videres.

 11:127 Attonitus novitate mali divesque miserque
 11:128 effugere optat opes et quae modo voverat, odit.
 11:129 copia nulla famem relevat; sitis arida guttur
 11:130 urit, et inviso meritus torquetur ab auro
 11:131 ad caelumque manus et splendida bracchia tollens
 11:132 'da veniam, Lenaee pater! peccavimus' inquit,
 11:133 'sed miserere, precor, speciosoque eripe damno!'
 11:134 mite deum numen: Bacchus peccasse fatentem
 11:135 restituit pactique fide data munera solvit
 11:136 'ne' ve 'male optato maneas circumlitus auro,
 11:137 vade' ait 'ad magnis vicinum Sardibus amnem
 11:138 perque iugum nitens labentibus obvius undis
 11:139 carpe viam, donec venias ad fluminis ortus,
 11:140 spumigeroque tuum fonti, qua plurimus exit,
 11:141 subde caput corpusque simul, simul elue crimen.'
 11:142 rex iussae succedit aquae: vis aurea tinxit
 11:143 flumen et humano de corpore cessit in amnem;
 11:144 nunc quoque iam veteris percepto semine venae
 11:145 arva rigent auro madidis pallentia glaebis.

 11:146 Ille perosus opes silvas et rura colebat
 11:147 Panaque montanis habitantem semper in antris,
 11:148 pingue sed ingenium mansit, nocituraque, ut ante,
 11:149 rursus erant domino stultae praecordia mentis.
 11:150 nam freta prospiciens late riget arduus alto
 11:151 Tmolus in ascensu clivoque extensus utroque
 11:152 Sardibus hinc, illinc parvis finitur Hypaepis.
 11:153 Pan ibi dum teneris iactat sua sibila nymphis
 11:154 et leve cerata modulatur harundine carmen
 11:155 ausus Apollineos prae se contemnere cantus,
 11:156 iudice sub Tmolo certamen venit ad inpar.

 11:157 Monte suo senior iudex consedit et aures
 11:158 liberat arboribus: quercu coma caerula tantum
 11:159 cingitur, et pendent circum cava tempora glandes.
 11:160 isque deum pecoris spectans 'in iudice' dixit
 11:161 'nulla mora est.' calamis agrestibus insonat ille
 11:162 barbaricoque Midan (aderat nam forte canenti)
 11:163 carmine delenit; post hunc sacer ora retorsit
 11:164 Tmolus ad os Phoebi: vultum sua silva secuta est.
 11:165 ille caput flavum lauro Parnaside vinctus
 11:166 verrit humum Tyrio saturata murice palla
 11:167 instructamque fidem gemmis et dentibus Indis
 11:168 sustinet a laeva, tenuit manus altera plectrum;
 11:169 artificis status ipse fuit. tum stamina docto
 11:170 pollice sollicitat, quorum dulcedine captus
 11:171 Pana iubet Tmolus citharae submittere cannas.

 11:172 Iudicium sanctique placet sententia montis
 11:173 omnibus, arguitur tamen atque iniusta vocatur
 11:174 unius sermone Midae; nec Delius aures
 11:175 humanam stolidas patitur retinere figuram,
 11:176 sed trahit in spatium villisque albentibus inplet
 11:177 instabilesque imas facit et dat posse moveri:
 11:178 cetera sunt hominis, partem damnatur in unam
 11:179 induiturque aures lente gradientis aselli.
 11:180 ille quidem celare cupit turpique pudore
 11:181 tempora purpureis temptat relevare tiaris;
 11:182 sed solitus longos ferro resecare capillos
 11:183 viderat hoc famulus, qui cum nec prodere visum
 11:184 dedecus auderet, cupiens efferre sub auras,
 11:185 nec posset reticere tamen, secedit humumque
 11:186 effodit et, domini quales adspexerit aures,
 11:187 voce refert parva terraeque inmurmurat haustae
 11:188 indiciumque suae vocis tellure regesta
 11:189 obruit et scrobibus tacitus discedit opertis.
 11:190 creber harundinibus tremulis ibi surgere lucus
 11:191 coepit et, ut primum pleno maturuit anno,
 11:192 prodidit agricolam: leni nam motus ab austro
 11:193 obruta verba refert dominique coarguit aures.

 11:194 Ultus abit Tmolo liquidumque per aera vectus
 11:195 angustum citra pontum Nepheleidos Helles
 11:196 Laomedonteis Latoius adstitit arvis.
 11:197 dextera Sigei, Rhoetei laeva profundi
 11:198 ara Panomphaeo vetus est sacrata Tonanti:
 11:199 inde novae primum moliri moenia Troiae
 11:200 Laomedonta videt susceptaque magna labore
 11:201 crescere difficili nec opes exposcere parvas
 11:202 cumque tridentigero tumidi genitore profundi
 11:203 mortalem induitur formam Phrygiaeque tyranno
 11:204 aedificat muros pactus pro moenibus aurum.
 11:205 stabat opus: pretium rex infitiatur et addit,
 11:206 perfidiae cumulum, falsis periuria verbis.
 11:207 'non inpune feres' rector maris inquit, et omnes
 11:208 inclinavit aquas ad avarae litora Troiae
 11:209 inque freti formam terras conplevit opesque
 11:210 abstulit agricolis et fluctibus obruit agros.
 11:211 poena neque haec satis est: regis quoque filia monstro
 11:212 poscitur aequoreo, quam dura ad saxa revinctam
 11:213 vindicat Alcides promissaque munera dictos
 11:214 poscit equos tantique operis mercede negata
 11:215 bis periura capit superatae moenia Troiae.
 11:216 nec, pars militiae, Telamon sine honore recessit
 11:217 Hesioneque data potitur. nam coniuge Peleus
 11:218 clarus erat diva nec avi magis ille superbus
 11:219 nomine quam soceri, siquidem Iovis esse nepoti
 11:220 contigit haut uni, coniunx dea contigit uni.

 11:221 Namque senex Thetidi Proteus 'dea' dixerat 'undae,
 11:222 concipe: mater eris iuvenis, qui fortibus annis
 11:223 acta patris vincet maiorque vocabitur illo.'
 11:224 ergo, ne quicquam mundus Iove maius haberet,
 11:225 quamvis haut tepidos sub pectore senserat ignes,
 11:226 Iuppiter aequoreae Thetidis conubia fugit,
 11:227 in suaque Aeaciden succedere vota nepotem
 11:228 iussit et amplexus in virginis ire marinae.

 11:229 Est sinus Haemoniae curvos falcatus in arcus,
 11:230 bracchia procurrunt: ubi, si foret altior unda,
 11:231 portus erat; summis inductum est aequor harenis;
 11:232 litus habet solidum, quod nec vestigia servet
 11:233 nec remoretur iter nec opertum pendeat alga;
 11:234 myrtea silva subest bicoloribus obsita bacis.
 11:235 est specus in medio, natura factus an arte,
 11:236 ambiguum, magis arte tamen: quo saepe venire
 11:237 frenato delphine sedens, Theti, nuda solebas.
 11:238 illic te Peleus, ut somno vincta iacebas,
 11:239 occupat, et quoniam precibus temptata repugnas,
 11:240 vim parat, innectens ambobus colla lacertis;
 11:241 quod nisi venisses variatis saepe figuris
 11:242 ad solitas artes, auso foret ille potitus;
 11:243 sed modo tu volucris: volucrem tamen ille tenebat;
 11:244 nunc gravis arbor eras: haerebat in arbore Peleus;
 11:245 tertia forma fuit maculosae tigridis: illa
 11:246 territus Aeacides a corpore bracchia solvit.
 11:247 inde deos pelagi vino super aequora fuso
 11:248 et pecoris fibris et fumo turis adorat,
 11:249 donec Carpathius medio de gurgite vates
 11:250 'Aeacide,' dixit 'thalamis potiere petitis,
 11:251 tu modo, cum rigido sopita quiescet in antro,
 11:252 ignaram laqueis vincloque innecte tenaci.
 11:253 nec te decipiat centum mentita figuras,
 11:254 sed preme, quicquid erit, dum, quod fuit ante, reformet.'
 11:255 dixerat haec Proteus et condidit aequore vultum
 11:256 admisitque suos in verba novissima fluctus.

 11:257 Pronus erat Titan inclinatoque tenebat
 11:258 Hesperium temone fretum, cum pulchra relicto
 11:259 Nereis ingreditur consueta cubilia ponto;
 11:260 vix bene virgineos Peleus invaserat artus:
 11:261 illa novat formas, donec sua membra teneri
 11:262 sentit et in partes diversas bracchia tendi.
 11:263 tum denum ingemuit, 'ne' que ait 'sine numine vincis'
 11:264 exhibita estque Thetis: confessam amplectitur heros
 11:265 et potitur votis ingentique inplet Achille.

 11:266 Felix et nato, felix et coniuge Peleus,
 11:267 et cui, si demas iugulati crimina Phoci,
 11:268 omnia contigerant: fraterno sanguine sontem
 11:269 expulsumque domo patria Trachinia tellus
 11:270 accipit. hic regnum sine vi, sine caede gerebat
 11:271 Lucifero genitore satus patriumque nitorem
 11:272 ore ferens Ceyx, illo qui tempore maestus
 11:273 dissimilisque sui fratrem lugebat ademptum.
 11:274 quo postquam Aeacides fessus curaque viaque
 11:275 venit et intravit paucis comitantibus urbem,
 11:276 quosque greges pecorum, quae secum armenta trahebat,
 11:277 haut procul a muris sub opaca valle reliquit;
 11:278 copia cum facta est adeundi prima tyranni,
 11:279 velamenta manu praetendens supplice, qui sit
 11:280 quoque satus, memorat, tantum sua crimina celat
 11:281 mentiturque fugae causam; petit, urbe vel agro
 11:282 se iuvet. hunc contra placido Trachinius ore
 11:283 talibus adloquitur: 'mediae quoque commoda plebi
 11:284 nostra patent, Peleu, nec inhospita regna tenemus;
 11:285 adicis huic animo momenta potentia, clarum
 11:286 nomen avumque Iovem; ne tempora perde precando!
 11:287 quod petis, omne feres tuaque haec pro parte vocato,
 11:288 qualiacumque vides! utinam meliora videres!'
 11:289 et flebat: moveat tantos quae causa dolores,
 11:290 Peleusque comitesque rogant; quibus ille profatur:
 11:291 'forsitan hanc volucrem, rapto quae vivit et omnes
 11:292 terret aves, semper pennas habuisse putetis:
 11:293 vir fuit (etÆtanta est animi constantiaÆiam tum
 11:294 acer erat belloque ferox ad vimque paratus)
 11:295 nomine Daedalion. illo genitore creatis,
 11:296 qui vocat Auroram caeloque novissimus exit,
 11:297 culta mihi pax est, pacis mihi cura tenendae
 11:298 coniugiique fuit, fratri fera bella placebant:
 11:299 illius virtus reges gentesque subegit,
 11:300 quae nunc Thisbaeas agitat mutata columbas.
 11:301 nata erat huic Chione, quae dotatissima forma
 11:302 mille procos habuit, bis septem nubilis annis.
 11:303 forte revertentes Phoebus Maiaque creatus,
 11:304 ille suis Delphis, hic vertice Cyllenaeo,
 11:305 videre hanc pariter, pariter traxere colorem.
 11:306 spem veneris differt in tempora noctis Apollo;
 11:307 non fert ille moras virgaque movente soporem
 11:308 virginis os tangit: tactu iacet illa potenti
 11:309 vimque dei patitur; nox caelum sparserat astris:
 11:310 Phoebus anum simulat praereptaque gaudia sumit.
 11:311 ut sua maturus conplevit tempora venter,
 11:312 alipedis de stirpe dei versuta propago
 11:313 nascitur Autolycus furtum ingeniosus ad omne,
 11:314 candida de nigris et de candentibus atra
 11:315 qui facere adsuerat, patriae non degener artis;
 11:316 nascitur e Phoebo (namque est enixa gemellos)
 11:317 carmine vocali clarus citharaque Philammon.
 11:318 quid peperisse duos et dis placuisse duobus
 11:319 et forti genitore et progenitore nitenti
 11:320 esse satam prodest? an obest quoque gloria multis?
 11:321 obfuit huic certe! quae se praeferre Dianae
 11:322 sustinuit faciemque deae culpavit, at illi
 11:323 ira ferox mota est "factis" que "placebimus" inquit.
 11:324 nec mora, curvavit cornu nervoque sagittam
 11:325 inpulit et meritam traiecit harundine linguam.
 11:326 lingua tacet, nec vox temptataque verba sequuntur,
 11:327 conantemque loqui cum sanguine vita reliquit;
 11:328 quam miser amplexans ego tum patriumque dolorem
 11:329 corde tuli fratrique pio solacia dixi,
 11:330 quae pater haut aliter quam cautes murmura ponti
 11:331 accipit et natam delamentatur ademptam;
 11:332 ut vero ardentem vidit, quater impetus illi
 11:333 in medios fuit ire rogos, quater inde repulsus
 11:334 concita membra fugae mandat similisque iuvenco
 11:335 spicula crabronum pressa cervice gerenti,
 11:336 qua via nulla, ruit. iam tum mihi currere visus
 11:337 plus homine est, alasque pedes sumpsisse putares.
 11:338 effugit ergo omnes veloxque cupidine leti
 11:339 vertice Parnasi potitur; miseratus Apollo,
 11:340 cum se Daedalion saxo misisset ab alto,
 11:341 fecit avem et subitis pendentem sustulit alis
 11:342 oraque adunca dedit, curvos dedit unguibus hamos,
 11:343 virtutem antiquam, maiores corpore vires,
 11:344 et nunc accipiter, nulli satis aequus, in omnes
 11:345 saevit aves aliisque dolens fit causa dolendi.'

 11:346 Quae dum Lucifero genitus miracula narrat
 11:347 de consorte suo, cursu festinus anhelo
 11:348 advolat armenti custos Phoceus Onetor
 11:349 et 'Peleu, Peleu! magnae tibi nuntius adsum
 11:350 cladis' ait. quodcumque ferat, iubet edere Peleus,
 11:351 pendet et ipse metu trepidi Trachinius oris;
 11:352 ille refert 'fessos ad litora curva iuvencos
 11:353 adpuleram, medio cum Sol altissimus orbe
 11:354 tantum respiceret, quantum superesse videret,
 11:355 parsque boum fulvis genua inclinarat harenis
 11:356 latarumque iacens campos spectabat aquarum,
 11:357 pars gradibus tardis illuc errabat et illuc;
 11:358 nant alii celsoque exstant super aequora collo.
 11:359 templa mari subsunt nec marmore clara neque auro,
 11:360 sed trabibus densis lucoque umbrosa vetusto:
 11:361 Nereides Nereusque tenent (hos navita ponti
 11:362 edidit esse deos, dum retia litore siccat);
 11:363 iuncta palus huic est densis obsessa salictis,
 11:364 quam restagnantis fecit maris unda paludem:
 11:365 inde fragore gravi strepitans loca proxima terret,
 11:366 belua vasta, lupus iuncisque palustribus exit,
 11:367 oblitus et spumis et sparsus sanguine rictus
 11:368 fulmineos, rubra suffusus lumina flamma.
 11:369 qui quamquam saevit pariter rabieque fameque,
 11:370 acrior est rabie: neque enim ieiunia curat
 11:371 caede boum diramque famem finire, sed omne
 11:372 vulnerat armentum sternitque hostiliter omne.
 11:373 pars quoque de nobis funesto saucia morsu,
 11:374 dum defensamus, leto est data; sanguine litus
 11:375 undaque prima rubet demugitaeque paludes.
 11:376 sed mora damnosa est, nec res dubitare remittit:
 11:377 dum superest aliquid, cuncti coeamus et arma,
 11:378 arma capessamus coniunctaque tela feramus!'
 11:379 dixerat agrestis: nec Pelea damna movebant,
 11:380 sed memor admissi Nereida conligit orbam
 11:381 damna sua inferias exstincto mittere Phoco.
 11:382 induere arma viros violentaque sumere tela
 11:383 rex iubet Oetaeus; cum quis simul ipse parabat
 11:384 ire, sed Alcyone coniunx excita tumultu
 11:385 prosilit et nondum totos ornata capillos
 11:386 disicit hos ipsos colloque infusa mariti,
 11:387 mittat ut auxilium sine se, verbisque precatur
 11:388 et lacrimis, animasque duas ut servet in una.
 11:389 Aeacides illi: 'pulchros, regina, piosque
 11:390 pone metus! plena est promissi gratia vestri.
 11:391 non placet arma mihi contra nova monstra moveri;
 11:392 numen adorandum pelagi est!' erat ardua turris,
 11:393 arce focus summa, fessis nota grata carinis:
 11:394 ascendunt illuc stratosque in litore tauros
 11:395 cum gemitu adspiciunt vastatoremque cruento
 11:396 ore ferum, longos infectum sanguine villos.
 11:397 inde manus tendens in aperti litora ponti
 11:398 caeruleam Peleus Psamathen, ut finiat iram,
 11:399 orat, opemque ferat; nec vocibus illa rogantis
 11:400 flectitur Aeacidae, Thetis hanc pro coniuge supplex
 11:401 accepit veniam. sed enim revocatus ab acri
 11:402 caede lupus perstat, dulcedine sanguinis asper,
 11:403 donec inhaerentem lacerae cervice iuvencae
 11:404 marmore mutavit: corpus praeterque colorem
 11:405 omnia servavit, lapidis color indicat illum
 11:406 iam non esse lupum, iam non debere timeri.
 11:407 nec tamen hac profugum consistere Pelea terra
 11:408 fata sinunt, Magnetas adit vagus exul et illic
 11:409 sumit ab Haemonio purgamina caedis Acasto.

 11:410 Interea fratrisque sui fratremque secutis
 11:411 anxia prodigiis turbatus pectora Ceyx,
 11:412 consulat ut sacras, hominum oblectamina, sortes,
 11:413 ad Clarium parat ire deum; nam templa profanus
 11:414 invia cum Phlegyis faciebat Delphica Phorbas.
 11:415 consilii tamen ante sui, fidissima, certam
 11:416 te facit, Alcyone; cui protinus intima frigus
 11:417 ossa receperunt, buxoque simillimus ora
 11:418 pallor obit, lacrimisque genae maduere profusis.
 11:419 ter conata loqui, ter fletibus ora rigavit
 11:420 singultuque pias interrumpente querellas
 11:421 'quae mea culpa tuam,' dixit 'carissime, mentem
 11:422 vertit? ubi est quae cura mei prior esse solebat?
 11:423 iam potes Alcyone securus abesse relicta?
 11:424 iam via longa placet? iam sum tibi carior absens?
 11:425 at, puto, per terras iter est, tantumque dolebo,
 11:426 non etiam metuam, curaeque timore carebunt.
 11:427 aequora me terrent et ponti tristis imago:
 11:428 et laceras nuper tabulas in litore vidi
 11:429 et saepe in tumulis sine corpore nomina legi.
 11:430 neve tuum fallax animum fiducia tangat,
 11:431 quod socer Hippotades tibi sit, qui carcere fortes
 11:432 contineat ventos, et, cum velit, aequora placet.
 11:433 cum semel emissi tenuerunt aequora venti,
 11:434 nil illis vetitum est: incommendataque tellus
 11:435 omnis et omne fretum est, caeli quoque nubila vexant
 11:436 excutiuntque feris rutilos concursibus ignes.
 11:437 quo magis hos novi (nam novi et saepe paterna
 11:438 parva domo vidi), magis hoc reor esse timendos.
 11:439 quod tua si flecti precibus sententia nullis,
 11:440 care, potest, coniunx, nimiumque es certus eundi,
 11:441 me quoque tolle simul! certe iactabimur una,
 11:442 nec nisi quae patiar, metuam, pariterque feremus,
 11:443 quicquid erit, pariter super aequora lata feremur.'

 11:444 Talibus Aeolidis dictis lacrimisque movetur
 11:445 sidereus coniunx: neque enim minor ignis in ipso est;
 11:446 sed neque propositos pelagi dimittere cursus,
 11:447 nec vult Alcyonen in partem adhibere pericli
 11:448 multaque respondit timidum solantia pectus.
 11:449 non tamen idcirco causam probat; addidit illis
 11:450 hoc quoque lenimen, quo solo flexit amantem:
 11:451 'longa quidem est nobis omnis mora, sed tibi iuro
 11:452 per patrios ignes, si me modo fata remittant,
 11:453 ante reversurum, quam luna bis inpleat orbem.'
 11:454 his ubi promissis spes est admota recursus,
 11:455 protinus eductam navalibus aequore tingui
 11:456 aptarique suis pinum iubet armamentis;
 11:457 qua rursus visa veluti praesaga futuri
 11:458 horruit Alcyone lacrimasque emisit obortas
 11:459 amplexusque dedit tristique miserrima tandem
 11:460 ore 'vale' dixit conlapsaque corpore toto est;
 11:461 ast iuvenes quaerente moras Ceyce reducunt
 11:462 ordinibus geminis ad fortia pectora remos
 11:463 aequalique ictu scindunt freta: sustulit illa
 11:464 umentes oculos stantemque in puppe recurva
 11:465 concussaque manu dantem sibi signa maritum
 11:466 prona videt redditque notas; ubi terra recessit
 11:467 longius, atque oculi nequeunt cognoscere vultus,
 11:468 dum licet, insequitur fugientem lumine pinum;
 11:469 haec quoque ut haut poterat spatio submota videri,
 11:470 vela tamen spectat summo fluitantia malo;
 11:471 ut nec vela videt, vacuum petit anxia lectum
 11:472 seque toro ponit: renovat lectusque torusque
 11:473 Alcyonae lacrimas et quae pars admonet absit.

 11:474 Portibus exierant, et moverat aura rudentes:
 11:475 obvertit lateri pendentes navita remos
 11:476 cornuaque in summa locat arbore totaque malo
 11:477 carbasa deducit venientesque accipit auras.
 11:478 aut minus, aut certe medium non amplius aequor
 11:479 puppe secabatur, longeque erat utraque tellus,
 11:480 cum mare sub noctem tumidis albescere coepit
 11:481 fluctibus et praeceps spirare valentius eurus.
 11:482 'ardua iamdudum demittite cornua' rector
 11:483 clamat 'et antemnis totum subnectite velum.'
 11:484 hic iubet; inpediunt adversae iussa procellae,
 11:485 nec sinit audiri vocem fragor aequoris ullam:
 11:486 sponte tamen properant alii subducere remos,
 11:487 pars munire latus, pars ventis vela negare;
 11:488 egerit hic fluctus aequorque refundit in aequor,
 11:489 hic rapit antemnas; quae dum sine lege geruntur,
 11:490 aspera crescit hiems, omnique e parte feroces
 11:491 bella gerunt venti fretaque indignantia miscent.
 11:492 ipse pavet nec se, qui sit status, ipse fatetur
 11:493 scire ratis rector, nec quid iubeatve vetetve:
 11:494 tanta mali moles tantoque potentior arte est.
 11:495 quippe sonant clamore viri, stridore rudentes,
 11:496 undarum incursu gravis unda, tonitribus aether.
 11:497 fluctibus erigitur caelumque aequare videtur
 11:498 pontus et inductas aspergine tangere nubes;
 11:499 et modo, cum fulvas ex imo vertit harenas,
 11:500 concolor est illis, Stygia modo nigrior unda,
 11:501 sternitur interdum spumisque sonantibus albet.
 11:502 ipsa quoque his agitur vicibus Trachinia puppis
 11:503 et nunc sublimis veluti de vertice montis
 11:504 despicere in valles imumque Acheronta videtur,
 11:505 nunc, ubi demissam curvum circumstetit aequor,
 11:506 suspicere inferno summum de gurgite caelum.
 11:507 saepe dat ingentem fluctu latus icta fragorem
 11:508 nec levius pulsata sonat, quam ferreus olim
 11:509 cum laceras aries balistave concutit arces,
 11:510 utque solent sumptis incursu viribus ire
 11:511 pectore in arma feri protentaque tela leones,
 11:512 sic, ubi se ventis admiserat unda coortis,
 11:513 ibat in alta ratis multoque erat altior illis;
 11:514 iamque labant cunei, spoliataque tegmine cerae
 11:515 rima patet praebetque viam letalibus undis.
 11:516 ecce cadunt largi resolutis nubibus imbres,
 11:517 inque fretum credas totum descendere caelum,
 11:518 inque plagas caeli tumefactum ascendere pontum.
 11:519 vela madent nimbis, et cum caelestibus undis
 11:520 aequoreae miscentur aquae; caret ignibus aether,
 11:521 caecaque nox premitur tenebris hiemisque suisque.
 11:522 discutiunt tamen has praebentque micantia lumen
 11:523 fulmina: fulmineis ardescunt ignibus imbres.
 11:524 dat quoque iam saltus intra cava texta carinae
 11:525 fluctus; et ut miles, numero praestantior omni,
 11:526 cum saepe adsiluit defensae moenibus urbis,
 11:527 spe potitur tandem laudisque accensus amore
 11:528 inter mille viros murum tamen occupat unus,
 11:529 sic ubi pulsarunt noviens latera ardua fluctus,
 11:530 vastius insurgens decimae ruit impetus undae
 11:531 nec prius absistit fessam oppugnare carinam,
 11:532 quam velut in captae descendat moenia navis.
 11:533 pars igitur temptabat adhuc invadere pinum,
 11:534 pars maris intus erat: trepidant haud setius omnes,
 11:535 quam solet urbs aliis murum fodientibus extra
 11:536 atque aliis murum trepidare tenentibus intus.
 11:537 deficit ars, animique cadunt, totidemque videntur,
 11:538 quot veniunt fluctus, ruere atque inrumpere mortes.
 11:539 non tenet hic lacrimas, stupet hic, vocat ille beatos,
 11:540 funera quos maneant, hic votis numen adorat
 11:541 bracchiaque ad caelum, quod non videt, inrita tollens
 11:542 poscit opem; subeunt illi fraterque parensque,
 11:543 huic cum pignoribus domus et quodcunque relictum est;
 11:544 Alcyone Ceyca movet, Ceycis in ore
 11:545 nulla nisi Alcyone est et, cum desideret unam,
 11:546 gaudet abesse tamen; patriae quoque vellet ad oras
 11:547 respicere inque domum supremos vertere vultus,
 11:548 verum, ubi sit, nescit: tanta vertigine pontus
 11:549 fervet, et inducta piceis e nubibus umbra
 11:550 omne latet caelum, duplicataque noctis imago est.
 11:551 frangitur incursu nimbosi turbinis arbor,
 11:552 frangitur et regimen, spoliisque animosa superstes
 11:553 unda, velut victrix, sinuataque despicit undas;
 11:554 nec levius, quam siquis Athon Pindumve revulsos
 11:555 sede sua totos in apertum everterit aequor,
 11:556 praecipitata cadit pariterque et pondere et ictu
 11:557 mergit in ima ratem; cum qua pars magna virorum
 11:558 gurgite pressa gravi neque in aera reddita fato
 11:559 functa suo est, alii partes et membra carinae
 11:560 trunca tenent: tenet ipse manu, qua sceptra solebat,
 11:561 fragmina navigii Ceyx socerumque patremque
 11:562 invocat heu! frustra, sed plurima nantis in ore
 11:563 Alcyone coniunx: illam meminitque refertque,
 11:564 illius ante oculos ut agant sua corpora fluctus
 11:565 optat et exanimis manibus tumuletur amicis.
 11:566 dum natat, absentem, quotiens sinit hiscere fluctus,
 11:567 nominat Alcyonen ipsisque inmurmurat undis.
 11:568 ecce super medios fluctus niger arcus aquarum
 11:569 frangitur et rupta mersum caput obruit unda.
 11:570 Lucifer obscurus nec quem cognoscere posses
 11:571 illa luce fuit, quoniamque excedere caelo
 11:572 non licuit, densis texit sua nubibus ora.

 11:573 Aeolis interea, tantorum ignara malorum,
 11:574 dinumerat noctes et iam, quas induat ille,
 11:575 festinat vestes, iam quas, ubi venerit ille,
 11:576 ipsa gerat, reditusque sibi promittit inanes.
 11:577 omnibus illa quidem superis pia tura ferebat,
 11:578 ante tamen cunctos Iunonis templa colebat
 11:579 proque viro, qui nullus erat, veniebat ad aras
 11:580 utque foret sospes coniunx suus utque rediret,
 11:581 optabat, nullamque sibi praeferret; at illi
 11:582 hoc de tot votis poterat contingere solum.

 11:583 At dea non ultra pro functo morte rogari
 11:584 sustinet utque manus funestas arceat aris,
 11:585 'Iri, meae' dixit 'fidissima nuntia vocis,
 11:586 vise soporiferam Somni velociter aulam
 11:587 exstinctique iube Ceycis imagine mittat
 11:588 somnia ad Alcyonen veros narrantia casus.'
 11:589 dixerat: induitur velamina mille colorum
 11:590 Iris et arquato caelum curvamine signans
 11:591 tecta petit iussi sub nube latentia regis.

 11:592 Est prope Cimmerios longo spelunca recessu,
 11:593 mons cavus, ignavi domus et penetralia Somni,
 11:594 quo numquam radiis oriens mediusve cadensve
 11:595 Phoebus adire potest: nebulae caligine mixtae
 11:596 exhalantur humo dubiaeque crepuscula lucis.
 11:597 non vigil ales ibi cristati cantibus oris
 11:598 evocat Auroram, nec voce silentia rumpunt
 11:599 sollicitive canes canibusve sagacior anser;
 11:600 non fera, non pecudes, non moti flamine rami
 11:601 humanaeve sonum reddunt convicia linguae.
 11:602 muta quies habitat; saxo tamen exit ab imo
 11:603 rivus aquae Lethes, per quem cum murmure labens
 11:604 invitat somnos crepitantibus unda lapillis.
 11:605 ante fores antri fecunda papavera florent
 11:606 innumeraeque herbae, quarum de lacte soporem
 11:607 Nox legit et spargit per opacas umida terras.
 11:608 ianua, ne verso stridores cardine reddat,
 11:609 nulla domo tota est, custos in limine nullus;
 11:610 at medio torus est ebeno sublimis in antro,
 11:611 plumeus, atricolor, pullo velamine tectus,
 11:612 quo cubat ipse deus membris languore solutis.
 11:613 hunc circa passim varias imitantia formas
 11:614 Somnia vana iacent totidem, quot messis aristas,
 11:615 silva gerit frondes, eiectas litus harenas.

 11:616 Quo simul intravit manibusque obstantia virgo
 11:617 Somnia dimovit, vestis fulgore reluxit
 11:618 sacra domus, tardaque deus gravitate iacentes
 11:619 vix oculos tollens iterumque iterumque relabens
 11:620 summaque percutiens nutanti pectora mento
 11:621 excussit tandem sibi se cubitoque levatus,
 11:622 quid veniat, (cognovit enim) scitatur, at illa:
 11:623 'Somne, quies rerum, placidissime, Somne, deorum,
 11:624 pax animi, quem cura fugit, qui corpora duris
 11:625 fessa ministeriis mulces reparasque labori,
 11:626 Somnia, quae veras aequent imitamine formas,
 11:627 Herculea Trachine iube sub imagine regis
 11:628 Alcyonen adeant simulacraque naufraga fingant.
 11:629 imperat hoc Iuno.' postquam mandata peregit,
 11:630 Iris abit: neque enim ulterius tolerare soporis
 11:631 vim poterat, labique ut somnum sensit in artus,
 11:632 effugit et remeat per quos modo venerat arcus.

 11:633 At pater e populo natorum mille suorum
 11:634 excitat artificem simulatoremque figurae
 11:635 Morphea: non illo quisquam sollertius alter
 11:636 exprimit incessus vultumque sonumque loquendi;
 11:637 adicit et vestes et consuetissima cuique
 11:638 verba; sed hic solos homines imitatur, at alter
 11:639 fit fera, fit volucris, fit longo corpore serpens:
 11:640 hunc Icelon superi, mortale Phobetora vulgus
 11:641 nominat; est etiam diversae tertius artis
 11:642 Phantasos: ille in humum saxumque undamque trabemque,
 11:643 quaeque vacant anima, fallaciter omnia transit;
 11:644 regibus hi ducibusque suos ostendere vultus
 11:645 nocte solent, populos alii plebemque pererrant.
 11:646 praeterit hos senior cunctisque e fratribus unum
 11:647 Morphea, qui peragat Thaumantidos edita, Somnus
 11:648 eligit et rursus molli languore solutus
 11:649 deposuitque caput stratoque recondidit alto.

 11:650 Ille volat nullos strepitus facientibus alis
 11:651 per tenebras intraque morae breve tempus in urbem
 11:652 pervenit Haemoniam, positisque e corpore pennis
 11:653 in faciem Ceycis abit sumptaque figura
 11:654 luridus, exanimi similis, sine vestibus ullis,
 11:655 coniugis ante torum miserae stetit: uda videtur
 11:656 barba viri, madidisque gravis fluere unda capillis.

 11:657 tum lecto incumbens fletu super ora profuso
 11:658 haec ait: 'agnoscis Ceyca, miserrima coniunx,
 11:659 an mea mutata est facies nece? respice: nosces
 11:660 inveniesque tuo pro coniuge coniugis umbram!
 11:661 nil opis, Alcyone, nobis tua vota tulerunt!
 11:662 occidimus! falso tibi me promittere noli!
 11:663 nubilus Aegaeo deprendit in aequore navem
 11:664 auster et ingenti iactatam flamine solvit,
 11:665 oraque nostra tuum frustra clamantia nomen
 11:666 inplerunt fluctus.Ænon haec tibi nuntiat auctor
 11:667 ambiguus, non ista vagis rumoribus audis:
 11:668 ipse ego fata tibi praesens mea naufragus edo.
 11:669 surge, age, da lacrimas lugubriaque indue nec me
 11:670 indeploratum sub inania Tartara mitte!'
 11:671 adicit his vocem Morpheus, quam coniugis illa
 11:672 crederet esse sui (fletus quoque fundere veros
 11:673 visus erat), gestumque manus Ceycis habebat.
 11:674 ingemit Alcyone lacrimans, motatque lacertos
 11:675 per somnum corpusque petens amplectitur auras
 11:676 exclamatque: 'mane! quo te rapis? ibimus una.'
 11:677 voce sua specieque viri turbata soporem
 11:678 excutit et primo, si sit, circumspicit, illic,
 11:679 qui modo visus erat; nam moti voce ministri
 11:680 intulerant lumen. postquam non invenit usquam,
 11:681 percutit ora manu laniatque a pectore vestes
 11:682 pectoraque ipsa ferit nec crines solvere curat:
 11:683 scindit et altrici, quae luctus causa, roganti
 11:684 'nulla est Alcyone, nulla est' ait. 'occidit una
 11:685 cum Ceyce suo. solantia tollite verba!
 11:686 naufragus interiit: vidi agnovique manusque
 11:687 ad discedentem cupiens retinere tetendi.
 11:688 umbra fuit, sed et umbra tamen manifesta virique
 11:689 vera mei. non ille quidem, si quaeris, habebat
 11:690 adsuetos vultus nec quo prius, ore nitebat:
 11:691 pallentem nudumque et adhuc umente capillo
 11:692 infelix vidi. stetit hoc miserabilis ipso
 11:693 ecce loco'; et quaerit, vestigia siqua supersint.
 11:694 'hoc erat, hoc, animo quod divinante timebam,
 11:695 et ne me fugiens ventos sequerere rogabam.
 11:696 at certe vellem, quoniam periturus abibas,
 11:697 me quoque duxisses: multum fuit utile tecum
 11:698 ire mihi; neque enim de vitae tempore quicquam
 11:699 non simul egissem, nec mors discreta fuisset.
 11:700 nunc absens perii, iactor quoque fluctibus absens,
 11:701 et sine me me pontus habet. crudelior ipso
 11:702 sit mihi mens pelago, si vitam ducere nitar
 11:703 longius et tanto pugnem superesse dolori!
 11:704 sed neque pugnabo nec te, miserande, relinquam
 11:705 et tibi nunc saltem veniam comes, inque sepulcro
 11:706 si non urna, tamen iunget nos littera: si non
 11:707 ossibus ossa meis, at nomen nomine tangam.'
 11:708 plura dolor prohibet, verboque intervenit omni
 11:709 plangor, et attonito gemitus a corde trahuntur.

 11:710 Mane erat: egreditur tectis ad litus et illum
 11:711 maesta locum repetit, de quo spectarat euntem,
 11:712 dumque moratur ibi dumque 'hic retinacula solvit,
 11:713 hoc mihi discedens dedit oscula litore' dicit
 11:714 dumque notata locis reminiscitur acta fretumque
 11:715 prospicit, in liquida, spatio distante, tuetur
 11:716 nescio quid quasi corpus aqua, primoque, quid illud
 11:717 esset, erat dubium; postquam paulum adpulit unda,
 11:718 et, quamvis aberat, corpus tamen esse liquebat,
 11:719 qui foret, ignorans, quia naufragus, omine mota est
 11:720 et, tamquam ignoto lacrimam daret, 'heu! miser,' inquit
 11:721 'quisquis es, et siqua est coniunx tibi!' fluctibus actum
 11:722 fit propius corpus: quod quo magis illa tuetur,
 11:723 hoc minus et minus est mentis, vae! iamque propinquae
 11:724 admotum terrae, iam quod cognoscere posset,
 11:725 cernit: erat coniunx! 'ille est!' exclamat et una
 11:726 ora, comas, vestem lacerat tendensque trementes
 11:727 ad Ceyca manus 'sic, o carissime coniunx,
 11:728 sic ad me, miserande, redis?' ait. adiacet undis
 11:729 facta manu moles, quae primas aequoris iras
 11:730 frangit et incursus quae praedelassat aquarum.
 11:731 insilit huc, mirumque fuit potuisse: volabat
 11:732 percutiensque levem modo natis aera pennis
 11:733 stringebat summas ales miserabilis undas,
 11:734 dumque volat, maesto similem plenumque querellae
 11:735 ora dedere sonum tenui crepitantia rostro.
 11:736 ut vero tetigit mutum et sine sanguine corpus,
 11:737 dilectos artus amplexa recentibus alis
 11:738 frigida nequiquam duro dedit oscula rostro.
 11:739 senserit hoc Ceyx, an vultum motibus undae
 11:740 tollere sit visus, populus dubitabat, at ille
 11:741 senserat: et tandem, superis miserantibus, ambo
 11:742 alite mutantur; fatis obnoxius isdem
 11:743 tunc quoque mansit amor nec coniugiale solutum
 11:744 foedus in alitibus: coeunt fiuntque parentes,
 11:745 perque dies placidos hiberno tempore septem
 11:746 incubat Alcyone pendentibus aequore nidis.
 11:747 tunc iacet unda maris: ventos custodit et arcet
 11:748 Aeolus egressu praestatque nepotibus aequor.

 11:749 Hos aliquis senior iunctim freta lata volantes
 11:750 spectat et ad finem servatos laudat amores:
 11:751 proximus, aut idem, si fors tulit, 'hic quoque,' dixit
 11:752 'quem mare carpentem substrictaque crura gerentem
 11:753 aspicis,' (ostendens spatiosum in guttura mergum)
 11:754 'regia progenies, et si descendere ad ipsum
 11:755 ordine perpetuo quaeris, sunt huius origo
 11:756 Ilus et Assaracus raptusque Iovi Ganymedes
 11:757 Laomedonque senex Priamusque novissima Troiae
 11:758 tempora sortitus; frater fuit Hectoris iste:
 11:759 qui nisi sensisset prima nova fata iuventa,
 11:760 forsitan inferius non Hectore nomen haberet,
 11:761 quamvis est illum proles enixa Dymantis,
 11:762 Aesacon umbrosa furtim peperisse sub Ida
 11:763 fertur Alexiroe, Granico nata bicorni.
 11:764 oderat hic urbes nitidaque remotus ab aula
 11:765 secretos montes et inambitiosa colebat
 11:766 rura nec Iliacos coetus nisi rarus adibat.
 11:767 non agreste tamen nec inexpugnabile amori
 11:768 pectus habens silvas captatam saepe per omnes
 11:769 aspicit Hesperien patria Cebrenida ripa
 11:770 iniectos umeris siccantem sole capillos.
 11:771 visa fugit nymphe, veluti perterrita fulvum
 11:772 cerva lupum longeque lacu deprensa relicto
 11:773 accipitrem fluvialis anas; quam Troius heros
 11:774 insequitur celeremque metu celer urget amore.
 11:775 ecce latens herba coluber fugientis adunco
 11:776 dente pedem strinxit virusque in corpore liquit;
 11:777 cum vita suppressa fuga est: amplectitur amens
 11:778 exanimem clamatque "piget, piget esse secutum!
 11:779 sed non hoc timui, neque erat mihi vincere tanti.
 11:780 perdidimus miseram nos te duo: vulnus ab angue,
 11:781 a me causa data est! ego sim sceleratior illo,
 11:782 ni tibi morte mea mortis solacia mittam."
 11:783 dixit et e scopulo, quem rauca subederat unda,
 11:784 se dedit in pontum. Tethys miserata cadentem
 11:785 molliter excepit nantemque per aequora pennis
 11:786 texit, et optatae non est data copia mortis.
 11:787 indignatur amans, invitum vivere cogi
 11:788 obstarique animae misera de sede volenti
 11:789 exire, utque novas umeris adsumpserat alas,
 11:790 subvolat atque iterum corpus super aequora mittit.
 11:791 pluma levat casus: furit Aesacos inque profundum
 11:792 pronus abit letique viam sine fine retemptat.
 11:793 fecit amor maciem: longa internodia crurum,
 11:794 longa manet cervix, caput est a corpore longe;
 11:795 aequora amat nomenque tenet, quia mergitur illo.'