Le Ricordanze/Parte prima/A un segatore di marmi

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Parte prima
A un segatore di marmi

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Con l’ostinato filo
Del tuo pigro strumento
Il duro sasso esercitando vai,
O assiduo segatore,
5Né per sole o per vento
Da la lunga penosa opra ristai,
A cui la sorte misera ti danna;
Ma l’egro petto e il dorso
Sopra la sega stridula affatichi,
10E sol di quando in quando,
A l’ardua lama agevolando il corso,
Versi nel sasso con la bugia canna,
Sciolta ne l’acqua la mordente arena,
Malinconicamente mormorando
15La nota cantilena.

Al monotono suono
Di tua lenta fatica,
Che la tarda del tempo opra somiglia,
Da le mie ciglia si dilegua il miele
20Del dolcissimo sonno mattutino
Di rosee larve apportator fedele.
Su le tiepide piume
Snodo le membra non ben deste ancora
Guizza il notturno lume
25Morente a la parete;
Già tremano le liete
Rose de l’alba a lo spiraglio incerto;
Odo il festante grido

De le rideste vie
30E il rumor vago dei carri balzanti,
E gli striduli canti
De l’amorosa rondine che suole
Sotto la gronda mia tessere il nido;
A la nota bottega,
35Cantando una canzone,
Il garzoncel s’avvia;
Per la frequente via
Passan belando sotto al mio balcone
Le capre mattutine,
40E con assidua ressa
La picciola campana de la pieve
Chiama i fedeli a messa.

Allora io sorgo, e tersa
In schietta onda la faccia,
45Schiudo i vetri custodi, e anch’io cantando
il nuovo aprile e il fresco aer saluto.
Ma se dal roseo cielo,
Ove cerco di mia vita la luce,
Pallido segatore, a te mi giro,
50Di repentino gelo
Pensierosa tristezza il sen mi vince,
E ne l’intimo cor gemo e sospiro:

Quale o colpa o fortuna
A sì diverso fato obbliga e preme
55Questa dolente umanità raminga,
Ch’altri scarno e cencioso
Sul duro solco si travagli e sudi,

Altri d’ozio fastoso
E d’opulenza e di splendor si cinga?
60Dunque è destin, che a faticosi studi
Più vii mercè si renda?
E che tanta di noi parte migliore
D’inedia eterna e di dolor languisca,
E altri del suo soffrir gioco si prenda?

65Povero segatore, a noi non lice
Investigar la sacra ombra che chiude
Tanto nume di Dio. Forse la prova
Di cotanto dolore
E de l’onesta poverezza i pianti
70L’occulta stancheranno ira del cielo
Che ormai splendida e nova
Di santa civiltà stagion migliore
Ne impromettono i fati. A più sublime
Vol, non più visto altrove,
75Poggia l’umano ingegno;
Da la superba cattedra discende
A popolar convegno
L’agevole Scienza, e a tutti è schiusa,
Quanta concessa è in terra,
80Felicità. Su la contesa soglia
Più non mendica il provvido lavoro
Di ricche orgie i rifiuti,
Ma a se stesso è tesoro. Ecco, vegg’io
Co ’l vetusto patrizio il fabbro umile
85Confondere la destra;
E Civiltà di miti usi maestra
Chiama fra tutte genti arbitro il merto.

Sorge dal fango, in nome
Di Lui, che l’onorate opre fé’ sante,
90La derelitta povertade, e come
Pioggia che le morenti erbe rinnova,
Sugli adusti mortali
Uguaglianza ed Amor distendon l’ali.