Le avventure del padre Crespel nel Labrador

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Emilio Salgari

1895 A Racconti/Avventura Letteratura Le avventure del padre Crespel nel Labrador Intestazione 31 dicembre 2017 75% Da definire

EPUB silk icon.svg EPUB  Mobi icon.svg MOBI  Pdf by mimooh.svg PDF  Farm-Fresh file extension rtf.png RTF  Text-txt.svg TXT


LE AVVENTURE DEL PADRE CRESPEL NEL LABRADOR


Fra i tanti e tremendi drammi svoltisi sul mare, e che la storia ha registrati e che i marinai si tramandano di padre in figlio, uno dei più commoventi, che può fare il paio con quello da me narrato col titolo: Un naufragio nella Florida, è senza dubbio quello toccato ad un disgraziato missionario fiammingo.

Il padre Crespel è ancora ricordato dalla marina, quantunque sia morto da molti, anzi da moltissimi anni. Le tremende avventure toccate a quella vittima delle tempeste vengono anche oggidì raccontate non solo sulle spiagge fiamminghe, ma anche su quelle belghe e francesi.

Questa istoria autentica, esatta in tutti i suoi particolari, risale al secolo scorso e precisamente al 1736.

L'eroe principale di quel triste dramma apparteneva all'Ordine dei Francescani Riformati, Ordine che in quei tempi inviava numerosi missionari in America, e specialmente nel Canada, per civilizzare le fiere e sanguinarie tribù degli irochesi e degli algonkini, che devastavano i possedimenti francesi del fiume San Lorenzo, minacciando perfino l'esistenza di Quebec, la capitale della Colonia.

Ardente e coraggioso soldato della fede, il padre Crespel decide di recarsi anche lui nel Canada, per insegnare ai feroci selvaggi la religione di Cristo.

Nel gennaio del 1724 si imbarca pel Nuovo Mondo, attraversa felicemente l'Atlantico, malgrado la stagione fosse tutt'altro che propizia in causa dei banchi di ghiaccio che si staccano dall'isola di Terranuova, e dei fitti nebbioni prodotti dalla corrente tiepida del Gulf-Stream, e quattro mesi dopo prende terra a Quebec.

Colà apprende che il suo desiderio di recarsi a civilizzare i fieri figli delle selve, non può essere soddisfatto. Si rassegna, e va curato in un paesello dell'alto Canada, presso Montreal, dove erasi formata recentemente una colonia.

Per dodici anni il padre Crespel rimase nel Canada; ma un giorno si sentì prendere dalla nostalgia, da un desiderio ardente di rivedere il suo paese, e decise di attraversare una seconda volta l'Atlantico.

Ai primi di novembre s'imbarca su d'una nave in partenza per la Francia. Da quel momento cominciarono le sue disgrazie, come se l'infido mare si fosse piccato d'impedirgli di rivedere l'amata patria.

Il vascello sul quale si era imbarcato in qualità di cappellano di bordo, era una di quelle grandi navi a due ponti, attrezzate a tre alberi, larghe di fianchi, destinate ai viaggi transatlantici. Quantunque avesse ancora bella apparenza, gli anni avevano guastato la sua carena, la quale ormai non offriva che una solidità molto problematica.

Per colmo di sventura, il capitano non aveva che una conoscenza limitata dei paraggi del Canada, che sono pericolosissimi per le loro numerose scogliere, per le isole dalle spiagge dirupatissime che provocano immense ondate, chiamate comunemente flutti di fondo. Specialmente sul finire dell'autunno, la navigazione diventa sommamente difficile in causa dei fitti nebbioni che si addensano nell'estuario del San Lorenzo e dei ghiacci che scendono dal nord lungo le coste del gelido Labrador.

Lasciato Quebec, il vascello si mise a scendere il San Lorenzo, vasta fiumana che solca il Canada per parecchie centinaia di miglia e che scaricasi nell'Oceano Atlantico per un'ampia foce, che può chiamarsi un vero braccio di mare, non scorgendosi le sue rive da una parte all'altra.

Per approfittare della corrente, tenevasi in vista della sponda meridionale, essendo colà il corso del fiume più veloce. I passeggieri, compagni del padre Crespel, che erano circa una ventina, potevano in tal modo contemplare a loro agio le superbe foreste canadesi, che sono forse le più pittoresche del mondo.

Superbi pini bianchi, ma d'aspetto triste, lanciavano i loro enormi tronchi a quaranta metri di altezza, mescolati confusamente agli alberi della cicuta, che hanno la proprietà di indurirsi sempre più in acqua anziché marcire; agli aceri ricciuti, che danno un legname simile al mogano; agli aceri da zucchero, così chiamati perché trasudano dai loro tronchi un umore dolcissimo, che può convertirsi in zucchero, mediante l'ebollizione; a salici bellissimi, dalle cui radici si estrae una bella tintura rossa.

In mezzo a quel caos di vegetali, che si curvavano sulla corrente della fiumana gigante, non era raro veder apparire qualche bufalo selvaggio, che guatava con occhio sanguinoso la nave, o qualche alce dalle corna gigantesche, spiegate in forma di ventaglio, o qualche carcassa, specie di pantera, formidabile distruttore di selvaggina, non mai sazio.

Due giorni dopo, il capitano annunziava ai passeggieri che la nave stava per giungere presso la foce del fiume e per imboccare il golfo di San Lorenzo, immensa distesa d'acqua racchiusa fra le gelide e dirupate coste del Labrador a settentrione, il Nuovo Brunswick al mezzodì e la grande isola di Terranuova all'oriente.

Disgraziatamente proprio quel giorno un pesante nebbione scendeva sul fiume, impedendo di scorgere la sponda fino allora seguita. Era una di quelle nebbie fitte come non si vedono che presso i banchi di Terranuova, così fitte che si potrebbero quasi tagliare col coltello e che sono prodotte dalle acque tiepide del Gulf-Stream nel loro incontro colla freddissima corrente polare che scende lungo le spiagge del Labrador.

Il vascello sembrava immerso in una notte oscurissima; gli uomini di poppa non potevano più scorgere gli uomini di prua, e quelli di prua non riuscivano a vedere l'estremità dell'albero di bompresso.

Una vaga inquietudine aveva invaso l'animo di tutti, tanto più che il vento cominciava a fischiare con molta violenza, sollevando sul fiume delle grosse ondate.

Il capitano, temendo di dare di cozzo contro i banchi della sponda, aveva comandato di virare al largo, ma anche ora, facendo ciò, il pericolo non era completamente scongiurato, poiché in mezzo al fiume, presso la foce, s'estende la grande isola d'Anticosti, terra molto pericolosa, essendo cinta di scogliere e di banchi sabbiosi.

La notte era calata, ma il nebbione non aveva cessato dall'abbassarsi. L'oscurità ormai era completa, anzi così profonda, che le persone non si distinguevano fra di loro ad un sol passo di distanza.

Prevedendo una grave sciagura, nessuno dei passeggieri aveva osato abbandonare il ponte. Raggruppati a prua, attorno al padre Crespel, cercavano di discernere la temuta isola, che poteva da un istante all'altro rizzarsi davanti al vascello.

Muti, spaventati, ascoltavano ansiosamente, temendo di udire ad ogni istante il rompersi delle onde contro le scogliere. Però non si udivano che i fischi del vento attraverso all'alberatura e lo sbattere dei marosi contro i fianchi del vascello.

Ad un tratto, verso la mezzanotte, si udì a prua una voce a gridare:

— Odo il fragore della risacca!... Attento alla barra, pilota.

Infatti, attraverso al denso nebbione, dritto dinanzi la prua del vascello, si udivano sordi fragori, che parevano prodotti dallo sfasciarsi delle onde contro scogliere.

Il capitano ed i suoi ufficiali, che non potevano sapere in qual luogo del fiume si trovavano, si precipitarono verso il castello di prua, in preda ad una viva inquietudine.

Tosto s'udirono incrociarsi, attraverso alla nebbia, una serie di domande e di risposte che nulla di buono pronosticavano.

— Si scorge nulla?

— Sì!...

— No!...

— Mi pare di scorgere delle scogliere a fior d'acqua!...

— No: sono ondate!...

— Vi dico che corriamo addosso ad Anticosti!...

— No: siamo addosso alla sponda del San Lorenzo.

— Scorgo degli alberi!...

— Sono nebbie!...

Poi in mezzo a quel baccano, s'udì la voce del capitano a tuonare:

— Ai bràcci delle manovre!... Pronti a virare!... La barra tutta all'orza!...

I marinai, che non erano meno inquieti degli ufficiali, si lanciarono ai bràcci delle manovre; ma avevano appena afferrato le funi, che si udì una voce improntata del più vivo terrore gridare:

— Scogli a tribordo!...

— Controbraccia a babordo!... — urlarono gli ufficiali.

Era troppo tardi. Quasi nel medesimo istante un urto tremendo avveniva a prua, seguito da una serie di scrosci paurosi, come da un frangersi di legnami.

L'intera alberatura oscillò violentemente da prua a poppa, spezzando parecchi paterazzi e parecchie manovre, mentre marinai e passeggieri stramazzavano sulla coperta.

Un urlo immenso, un urlo d'angoscia echeggiò fra il nebbione.

Tutti in preda ad un pazzo terrore, dopo essersi rialzati, correvano disordinatamente da prua a poppa, urtandosi confusamente, chiamandosi, interrogandosi.

— Si affonda? — chiedevano gli uni.

— No — rispondevano alcuni.

— Sì — rispondevano altri.

— Si è spaccata la prua.

— No: siamo arenati!...

— Si salvi chi può!

— Alle scialuppe!... Alle scialuppe!...

Il padre Crespel, in mezzo a tanto disordine, aveva conservato la sua calma. Salì intrepidamente sul ponte di comando, dove si trovava il capitano, il quale si strappava i capelli per la disperazione.

— Signore — gli disse — se vi è del pericolo, dovete pensare a salvare i passeggieri. Non è questo il momento di perdere la testa.

— Ma io non so se il vascello vada a picco — rispose il disgraziato.

— Bisogna assicurarsene. Forse siamo solamente arenati. Andiamo a vedere, signore, ed intanto dai vostri ufficiali fate tranquillizzare i marinai e i passeggieri.

Il capitano ed il padre Crespel si portarono a prua, seguiti dal mastro di equipaggio e da alcuni marinai, e cercarono di rendersi conto della situazione. Attraverso al nebbione verso l'est, si scorgevano vagamente dei riflessi biancastri che parevano prodotti dalla rifrazione di masse bianchissime.

— Vi è della neve laggiù — disse il mastro d'equipaggio.

— Allora vuol dire che siamo dinanzi ad un'isola — disse il cappellano.

— Temo che quella terra sia l'isola di Anticosti — disse il capitano.

— Vi approderemo, se la nave non affonderà. Le scialuppe sono in buono stato?

— Sì, padre — risposero i marinai.

— Vediamo ora la posizione della nave.

— Poggia la prua su delle scogliere — disse il mastro, che si era spinto innanzi, salendo sull'albero di bompresso.

— Potremo resistere fino all'alba?

— Lo temo, padre — rispose il capitano. — Le onde sono forti.

— E una falla si è aperta a prua — disse un marinaio.

— Entra l'acqua? — chiesero tutti.

— A torrenti.

In quell'istante si udirono delle voci atterrite a gridare:

— Si va a picco!

Infatti il grande vascello, la cui carena erasi sventrata nelle scogliere, cominciava ad affondare e con grande rapidità.

Nelle profondità della stiva si udiva l'acqua a correre, con sordi fragori, da prua a poppa, sollevando il carico e gli attrezzi, e facendo urtare fra di loro, con grande fracasso, le botti e le casse. Per colmo di sventura, le onde, sollevate dal vento, che diventava di momento in momento più impetuoso, cominciavano a balzare sopra i bordi, rovesciandosi furiosamente sulla coperta della nave.

Allora, fra quella profonda oscurità, ognuno pensò alla propria salvezza. Fra marinai e passeggieri erano quaranta, e tutti e quaranta volevano sfuggire alla morte.

Fra le urla, i comandi, le invocazioni, i muggiti delle onde e i ruggiti del vento, echeggiò l'avviso terribile: — Si salvi chi può!...

Marinai e passeggieri, urtandosi furiosamente per essere i primi a salvarsi, s'affollarono attorno alle scialuppe amarrate alle grue, tentando di calarle in mare. Il gran canotto fu il primo ad essere calato. Il capitano, alcuni ufficiali ed alcuni marinai, in numero di dieci fra tutti, vi presero posto; ma un'onda li prese e li scaraventò contro i fianchi del vascello affondante.

Il gran canotto, sfracellato dall'urto, s'aprì, lasciando cadere il carico umano.

Per alcuni istanti si udirono echeggiare delle urla disperate e si videro dibattersi fra la nebbia delle ombre, poi non s'udì, né si vide più nulla. La rapida corrente del San Lorenzo aveva inghiottito le prime vittime.

Gli altri, niente spaventati, volendo ad ogni costo tentare di salvarsi, calarono la scialuppa, facendo sforzi disperati per tenerla lontana dal vascello, e gettate parecchie corde, fra una indicibile confusione, vi si calarono entro diciassette persone fra marinai e passeggieri. Essendo già fin troppo carica, tagliarono le funi e s'allontanarono frettolosamente.

A bordo rimanevano ancora tredici individui, fra i quali il padre Crespel, che non aveva voluto abbandonarli. Il pericolo incalzava: il vascello, sventrato dalle rocce, calava a vista d'occhio. Già l'acqua aveva invaso le corsie, le cabine, il frapponte e montava con sordi muggiti, come fosse impaziente d'inghiottire quella preda gigante. Ancora qualche minuto, e doveva fare la sua comparsa sul ponte.

Fortunatamente vi era a bordo un altro canotto. Fu portato a braccia a tribordo e calato rapidamente in acqua.

— Presto — gridò il padre Crespel.

Gli uomini s'aggrapparono alle funi, portando con loro alcune scatole di viveri, gettarono giù alla rinfusa alcune casse e alcuni barili, poi diedero mano ai remi, prendendo il largo.

Era tempo. L'acqua aveva invaso la coperta e si rovesciava furiosamente sul ponte. Attraverso alla nebbia si vide il gran vascello oscillare violentemente da prua a poppa, poi immergersi rapidamente sotto la brutale invasione delle acque.

Sparvero dapprima i sabordi, poi le murate e le bancazze, poi il cassero, quindi il castello di prua.

D'improvviso una sorda detonazione scosse gli strati d'aria. Le acque del ponte e della stiva si erano riunite: il vascello affondò rapidamente, ed i suoi alberi sparvero fra le onde, formando un gorgo gigantesco.

Una muraglia liquida si distese attraverso al fiume gigante, minacciando d'inghiottire le due imbarcazioni, e sparve nella nebbia con un lungo muggito.

La scialuppa ed il canotto, smarriti nella nebbia, erravano, senza sapere dove andassero, sulla grande fiumana.

L'oscurità era così profonda, che non permetteva ai naufraghi di distinguere da quale parte fosse l'isola contro le cui scogliere si era infranto il grande vascello.

Il mastro d'equipaggio, che era nel numero dei salvati, aveva dapprima diretto la scialuppa verso l'est, sperando di trovare l'isola in quella direzione; ma la corrente, che era foltissima in causa del vento e delle ondate, lo aveva trascinato verso il nord-ovest.

La situazione dei naufraghi intanto diventava critica. Il freddo era intenso, il nebbione sempre fitto, e le onde investivano furiosamente le due scialuppe, balzando sopra i bordi e bagnando quei disgraziati.

La morte si rizzava dinanzi a loro. Se l'isola non appariva, non avrebbero potuto durare molto tempo, poiché la scialuppa ed il canotto erano già semipieni d'acqua.

Dovevano essere le due del mattino, quando si udì una voce partire dalla scialuppa, che precedeva il canotto.

— Odo la risacca!

— Dove? — chiese il mastro.

— Dinanzi a noi.

— Scorgi nulla?

— Nulla affatto.

— Governare dritti; ma attenti alle scogliere.

— Zitti!...

Tutti trattennero il respiro ed alzarono i remi. Dinanzi alle due imbarcazioni, a due o trecento passi, si udiva un sordo fragore, come se le onde si frangessero contro degli ostacoli.

— L'isola!... — gridarono tutti.

Quasi nello stesso momento un furioso colpo di vento lacerò il pesante nebbione, ed agli occhi dei naufraghi apparve una serie di alture d'una bianchezza abbagliante.

— L'isola!... L'isola!... — gridarono tutti.

— Arranca!... Arranca!...

— Dio sia ringraziato!...

La scialuppa ed il canotto, spinti innanzi vigorosamente, attraversarono la distanza e pochi minuti dopo approdarono ai piedi di alcune rocce, coperte da denso strato di neve.

Dove erano? Avevano approdato all'isola d'Anticosti, o sulle sponde del San Lorenzo?... Avrebbero potuto trovare degli aiuti?... Non lo sapevano; ma pel momento non se ne occupavano: a loro bastava di sentirsi sotto i piedi un pezzo di terra. Sbarcarono frettolosamente, tirarono in secco la scialuppa ed il canotto, per impedire che le onde li sfracellassero, e raccolte le poche coperte e qualche vela che avevano salvato, si rannicchiarono gli uni addosso agli altri in attesa dell'alba.

Il freddo era pungente, trovandosi coricati sulla neve. Soffrivano acuti dolori alle membra, essendo tutti inzuppati d'acqua: pure non si lagnavano, sperando in una prossima fine delle loro sofferenze.

Finalmente il nebbione, che da dodici ore pesava sulla fiumana gigante, cominciò a diradarsi sotto i vigorosi colpi di vento, e verso l'est apparvero i primi chiarori annuncianti l'aurora.

S'alzarono tutti, spingendo lo sguardo all'intorno. Dinanzi a loro scorreva il fiume, il quale trascinava nella sua rapida corsa gli avanzi della nave naufragata, barili, casse, pennoni, pezzi di fasciame, frammenti di murate, ecc.; dietro di loro s'estendevano invece delle colline bianche di neve, sulle cui cime ondeggiavano al vento degli altissimi pini bianchi, che lanciavano le loro cime a trenta metri d'altezza.

— Dove siamo noi? — chiese il padre Crespel al mastro d'equipaggio, che osservava attentamente quelle alture.

— Non c'è da ingannarsi, padre. Noi siamo sbarcati nell'isola d'Anticosti.

— La conoscete voi?

— Vi sono sbarcato alcune volte.

— Che isola è?

— È un'isola grande quanto un dipartimento francese e fredda come il Labrador.

— È abitata?

— È affatto deserta, padre. Durante la stagione estiva i pescatori si recano qui alla pesca dei merluzzi; ma d'inverno non si trova alcuno.

— Dunque su questa terra non troveremo aiuto.

— Nessuno, padre.

— Cosa faremo?

— Non lo so.

— Bisogna pensare ad uscire da questa cattiva situazione. Non possiamo passare l'inverno qui, sprovvisti di ricovero.

— E di viveri, aggiungete, poiché non ne abbiamo che pochissimi.

— Non possiamo recarci in qualche luogo a cercare aiuto?

— So che vi sono alcuni coloni francesi a Mingan, sulle coste del Labrador; ma vi sono almeno quaranta leghe da attraversare sulla neve e dodici di via acquatica.

— Ma ho udito dire che nella baia di Calori si trovano dei coloni.

— No, signore: all'avvicinarsi dell'inverno tutti si rifugiano nel Canada.

— Allora cosa faremo?

— Cercheremo di costruirci un ricovero, padre, ed aspetteremo il passaggio di qualche nave.

— Ma se le navi tardassero? — insistette il padre Crespel.

— Allora tenteremo di raggiungere Mingan.

— Facciamo l'inventario dei nostri viveri. Temo che la fame, fra breve, batterà alle nostre porte.

— Purtroppo, padre.

Si diressero verso le imbarcazioni e misero a terra i viveri. Le loro ricchezze erano ben magre: consistevano in un centinaio di chilogrammi fra carne salata e farina, in pochi legumi, un po' di caffè, ma nemmeno un pezzo di biscotto.

Per di più, nella confusione, non avevano imbarcato nemmeno un'arma da fuoco.

— Mettendoci a razione, ne avremo per un mese — disse il mastro.

— Ma l'isola non produce nulla? — chiese il cappellano.

— Assolutamente nulla, signore. Vi sono dei boschi; ma non danno frutta. Forse si troveranno delle graminacee, che gli indiani affamati mangiano.

— Ma ci saranno degli animali.

— Sì, vi sono delle renne bianche, dei lupi, dei carcajù, delle donnole, delle lontre; ma come uccidere questa selvaggina, se non possediamo un'arma da fuoco?

— Pescheremo nei torrenti. So che le trote abbondano in queste regioni.

— È vero, signore; ma fra breve giungerà il gelo, i torrenti si copriranno di ghiaccio, e anche quella risorsa verrà a mancare.

— Orsù, non disperiamo, mastro, e confidiamo in Dio.

Ritornarono presso i compagni e li informarono della loro poco allegra situazione. Tutti furono concordi nell'attendere il passaggio di una nave e intanto si dichiararono pronti a lavorare per il bene comune.

Fu deciso, innanzi tutto, l'innalzamento di un ricovero per difendersi dal freddo eccessivo. Raccolsero le vele e le coperte che possedevano, tagliarono dei rami ed improvvisarono una specie di tettoia, che cercarono di otturare alla meglio con un'erba detta herbe de lien, adoperata dagli indiani nelle costruzioni dei loro ricoveri.

Quella casa aperta a tutti i venti, era però insufficiente a ripararli dal freddo: pure vi si adattarono alla meglio, e cominciando a nevicare abbondantemente, s'affrettarono a ripararvisi.

Durante quella prima giornata, il tempo si mantenne cattivissimo. Il nebbione, che pareva non volesse abbandonare quei paraggi, ricadde verso il tramonto, addensandosi sul fiume. Nella notte il freddo divenne così acuto, che quei disgraziati, senza coperte, senza vesti adatte e senza fuoco, non furono capaci di dormire. Per di più i loro orecchi furono straziati tutta la notte da un concerto orribile: bande di lupi affamati, calati dalla vicina montagna, ululavano incessantemente attorno alla capanna. Quelle lugubri urla parevano che volessero dire: — Vi mangeremo!... Vi mangeremo!...

L'indomani alcuni dei naufraghi erano rattrappiti pel freddo della notte. Il padre Crespel ed alcuni altri che avevano meno sofferto, si recarono a far legna, ed accesero un fuoco gigantesco per riscaldare quei disgraziati.

Nei giorni seguenti il freddo non cessò, anzi continuò ad aumentare. Fitte nevicate cadevano su quell'isola deserta, coprendo la capanna, che minacciava di cadere; venti impetuosi, gelidi, soffiavano dal nord, spingendo innanzi a loro nebbioni sempre più densi; i torrenti dell'isola s'erano coperti di ghiaccio e perfino sul fiume si vedevano scendere enormi massi di ghiaccio. È impossibile descrivere le sofferenze di quei disgraziati, esposti ai rigori di quel crudo inverno senza un riparo sufficiente, senza coperte, seminudi e quasi sempre affamati, poiché i viveri non si dispensavano che con grande economia.

Ed intanto nessuna nave appariva. Il vasto golfo di San Lorenzo, racchiuso fra il Labrador e l'isola di Terranuova, si copriva ogni giorno più di massi enormi di ghiaccio, di vere montagne che la corrente polare spingeva attraverso lo stretto di Bell'Isola. Ormai più nessun vascello doveva avventurarsi in quella regione dei ghiacci e nessuna speranza di venire salvati rimaneva a quegl'infelici.

Era necessario prendere una risoluzione, prima che l'inverno diventasse più rigido e impedisse assolutamente di lasciare quell'isola deserta ed inospitale.

Un giorno che il freddo era più feroce e che la fame si faceva sentire più acuta, essendo ancor più diminuite le razioni, il padre Crespel prese il mastro e gli disse:

— Bisogna tentare la sorte, o fra quindici giorni nessuno di noi rimarrà vivo.

— Cosa volete tentare, padre?

— Cercare di guadagnare il Labrador e raggiungere Mingan.

— Ma vi sono quaranta leghe di terra da attraversare: ve lo dissi già. Potranno i nostri uomini, indeboliti dal freddo e dalle privazioni, resistere a tale marcia attraverso le nevi?

— Quando saremo sbarcati, si porranno in marcia i più forti.

— È un correre incontro alla morte, padre. Se a Mingan non si trovassero più i coloni francesi?

— Possiamo incontrare degli indiani, e voi sapete che quelli del Labrador non sono cattivi.

— Tentiamolo, giacché lo volete; ma ci seguiranno i compagni?

— Cercherò d'indurli. Affrettiamoci, o sarà troppo tardi.

Il padre Crespel si recò nella capanna ed espose ai suoi compagni di sventura il progetto, facendo comprendere che ormai non potevano più sperare sull'arrivo di alcun vascello e che sarebbe stata una follia il voler affrontare l'inverno senza viveri e senza un riparo.

Nessuno mosse osservazione: tutti comprendevano che un prolungato soggiorno su quella sterile isola sarebbe stato fatale. Fu decisa la partenza per l'indomani ai primi albori. Era il 27 novembre.

Un freddo intenso, feroce, regnava sull'isola. Un ventaccio rigido, tagliente, soffiava dal nord, sollevando la corrente del fiume in grosse ondate, le quali travolgevano nella loro corsa furiosa enormi massi di ghiaccio.

Dei pesanti vapori volteggiavano per l'aria, d'un aspetto triste e gravido di neve. La giornata non poteva essere peggiore per affrontare il fiume: pure tutti i naufraghi erano più che mai decisi di tentare la sorte.

Si raccolsero i pochi viveri, ridotti ormai a pochi chilogrammi di piselli ed a due barili di farina, si sciolse la capanna per ritirare le coperte e le vele, e alle sette del mattino s'imbarcavano.

Il padre Crespel, il mastro d'equipaggio e quindici altri presero posto nella scialuppa, che era più grande, e gli altri tredici nel canotto, che era guidato da un contro-mastro.

Sciolte le vele, misero la prua verso il Labrador, che era lontano quaranta o cinquanta chilometri.

Il fiume offriva uno spettacolo pauroso. Le onde, respinte dalla marea, che montava con furia estrema, essendo in quei luoghi così potente da raggiungere un'altezza di oltre quindici metri nello spazio di sei ore, s'urtavano furiosamente, minacciando d'inghiottire le due imbarcazioni. Ma quello non era il solo pericolo. Uno ben più grande minacciava i naufraghi: erano i massi di ghiaccio che la corrente trascinava e che potevano da un istante all'altro investire la scialuppa ed il canotto e sfracellarli.

Era necessaria tutta l'abilità dei marinai per evitarli. Tutti in piedi, coi remi in mano, cercavano di respingerli.

Quella lotta contro la morte durava da tre ore quando il nebbione calò sul fiume. Il mastro d'equipaggio, temendo che il canotto si smarrisse, raccomandò al contro-mastro di tenersi vicino, per soccorrersi a vicenda in caso di pericolo.

Doveva essere il mezzodì, quando il canotto, che lottava contro i ghiacci, scomparve fra il nebbione.

— Ohe! Del canotto!... — gridò il mastro.

Nessuno rispose.

— Che siano andati a picco? — chiese il padre Crespel con angoscia.

— Chiamate tutti! — gridò il mastro.

Diciassette voci s'alzarono con una chiamata formidabile; ma anche questa volta nessun grido rispose dal largo.

— Sono stati inghiottiti dalle onde — disse il padre Crespel.

— O stritolati dai ghiacci — rispose il mastro. — Hanno cessato di soffrire.

— Ritorniamo, amici. Forse possiamo giungere in tempo per raccogliere qualcuno.

— È impossibile, padre. Le onde ci assaliranno a prua e ci subisseranno.

— Tutto si deve tentare: sono nostri compagni.

— Ma non possiamo affrontare una simile lotta senza soccombere.

— No!... No!... — gridarono i naufraghi. — Ormai sono morti, e dobbiamo pensare alla nostra salvezza.

— Sono nostri fratelli — disse il generoso cappellano — hanno diviso con noi i pericoli e le privazioni, e sarebbe una vergogna abbandonarli.

— Sarà un tentativo inutile, padre.

— Ma si deve farlo.

— Ci guarderà Iddio — disse il mastro.

Cacciò la ribolla a babordo, e la scialuppa, virato di bordo, si diresse verso il luogo ove poco prima era stato scorto il canotto.

Ricominciarono le chiamate; ma non rispondevano che i muggiti delle onde e gli scrosci dei ghiacci. La scialuppa errò una buona ora fra il nebbione, correndo venti volte il pericolo di venire subissata o sfracellata, poi riprese la corsa verso la costa del Labrador. Ormai tutti erano convinti che il canotto era stato inghiottito dalle onde, assieme a tutti i disgraziati che lo montavano.

La notte li sorprese ancora in mare, non avendo potuto fare che pochissimo cammino in causa del cattivo tempo e della nebbia, che non permetteva a loro di dirigersi, essendo sprovvisti di bussole.

Nessuno osò dormire, temendo che da un istante all'altro anche la scialuppa dovesse venire inghiottita.

Quale notte! Il vento fischiava lugubremente attraverso alla velatura con sibili strani; le onde montavano all'assalto della scialuppa con muggiti spaventosi, bagnando quei poveracci, intirizziti dal freddo e già mezzo assiderati, e l'oscurità era così profonda, da impedire di scorgere i ghiacci che la corrente travolgeva nella sua corsa disordinata. La morte li minacciava da tutte le parti. Il padre Crespel però incoraggiava tutti colla voce e coll'esempio.

Alle due del mattino, fra gli urli della burrasca parve loro di udire voci umane. Si trovavano presso una costa abitata da qualche tribù di indigeni?

— È impossibile che abbiamo attraversato il fiume — disse il mastro.

— Eppure si odono delle voci umane — disse il cappellano. — Che vi sia qualche altra isola dinanzi a noi?

— Non vi è che quella d'Anticosti in questi paraggi, padre.

— Che sia qualche nave?

— Non lo credo. Non è questa la rotta che tengono i vascelli per recarsi a Quebec.

— Pure delle persone parlano. Non udite?

Il mastro tese gli orecchi ed udì distintamente delle voci. — Ma mi pare di riconoscerle queste voci! — esclamò. Una speranza gli balenò nel cervello...

— Ohe!... Del canotto!... — gridò con voce tuonante.

— Ohe!... Della scialuppa!... — rispose una voce. — Siete voi, mastro?...

Un immenso grido di gioia echeggiò a bordo della scialuppa:

— Il canotto!... Il canotto!...

— Sì, siamo noi!... — urlarono i loro compagni.

— Accosta sottovento!... — comandò il mastro.

— Siete salvi tutti? — chiese il padre Crespel.

— Tutti, meno uno — risposero.

— Dio veglia su noi. Coraggio, amici!...

Il canotto cominciava a delinearsi fra il nebbione. Con pochi colpi di remo raggiunse la scialuppa, per navigare di conserva.

Quei disgraziati non si trovavano in condizioni migliori. Erano assiderati dal freddo, che gelava sulle loro vesti l'acqua, e sfiniti al punto che non erano capaci di reggersi in piedi.

Durante la traversata, il canotto era stato imprigionato fra una flottiglia di ghiacci, ed avevano dovuto lottare a lungo per liberarsene. Il fracasso delle onde e lo sfracellarsi dei ghiaccioni avevano impedito agli uomini d'udire le grida dei compagni.

Rimasti indietro, si erano smarriti in mezzo al nebbione; ma avevano potuto raggiungere ancora la scialuppa, tenendo la prua verso il nord, avendo essi per guida una bussoletta.

— Tenetevi ben accosto — gridò a loro il mastro. — Se vi smarrite una seconda volta, non so se ci ritroveremo ancora.

L'indomani il tempo non migliorò. Soffiava sempre forte il vento, ed il mare era agitatissimo, facendo rollare e beccheggiare disperatamente le due scialuppe. I poveri naufraghi, sballottati incessantemente, racchiusi fra i banchi, avevano le membra rotte e cadevano per la stanchezza e pel sonno, ma non potevano gustare riposo alcuno, mancando lo spazio per adagiarsi. E poi come potevano dormire colla morte che li minacciava di continuo?

Sembra incredibile, eppure per cinque giorni errarono smarriti su quell'immenso fiume, fra una nebbia continua, senza toccare terra.

Il 2 dicembre, il canotto, che si manteneva a galla con grande fatica, essendo stato guastato dall'urto continuo dei ghiacci, scomparve. Le chiamate dei compagni furono vane: nessuno rispose.

Si era spezzato contro qualche banco di ghiaccio, o si era ancora smarrito? Il fatto è che più non fu riveduto e che più mai nessuno di coloro che lo montavano ricomparve. Certo le onde del San Lorenzo li avevano inghiottiti tutti.

Quella perdita impressionò profondamente i superstiti. Si credettero anch'essi votati ad una morte certa ed abbandonarono la lotta, lasciando che le onde li spingessero a capriccio.

Ormai non speravano più. Dio però vegliava su di loro, poiché l'indomani, mentre la nebbia si alzava, scoprivano le coste del Labrador.

Scorgendo quella terra, i naufraghi ripresero animo e la salutarono con grida di gioia. Essi credevano finalmente di essere al termine delle loro pene.

Il Labrador è una vasta penisola compresa fra il 50° ed il 63° di latitudine settentrionale, ed il 57° 40' e l'82° di longitudine.

Ha una lunghezza di millecinquecento chilometri con una larghezza di mille trecentocinquanta ed una superficie di un milione di chilometri quadrati; ma con tutto ciò è la terra più deserta del globo, la meno abitabile e anche oggidì non è popolata che da poche miserabili tribù di indiani, che vivono a grande stento cacciando e pescando.

Questa regione, oggi diventata un vero deserto di neve e di ghiaccio in causa della continua discesa dei grandi banchi di ghiaccio, che diventano ogni anno più numerosi, confina al nord con Hudson, all'ovest col mare omonimo, al sud-est col golfo di San Lorenzo e lo stretto di Bell'Isola, che la separa da Terranuova, ed al sud col basso Canada.

Le sue coste sono frastagliate da una infinità di fiords come quelle della Norvegia, alte, dirupatissime, battute senza posa dai cavalloni dell'Atlantico e quanto lo si può immaginare pericolose per le navi che si avventurano in quei paraggi.

In estate vi è un po' di tepore, e una vegetazione lussureggiante spunta, ma muore ben presto, poiché in luglio si può dire che comincia l'inverno. In agosto cadono le prime nevi, e per otto mesi un terribile freddo piomba sulla penisola, mentre enormi banchi di ghiaccio, trascinati dalla corrente polare, si accumulano sulle spiagge, rendendo gli approdi inaccessibili.

Nella breve stagione estiva, quelle coste sono popolate da pescatori. Abbondano i merluzzi; due o trecento piccoli bastimenti detti skooners, della portata di trenta tonnellate ciascuno, radunansi nei piccoli fjords e vi si trattengono anche in autunno per la caccia delle foche. Si calcola anzi che si uccidano in media, ogni anno, dai sedici ai diciottomila di quegli anfibi, ricavando trecentocinquanta tonnellate d'olio, le quali danno un guadagno di oltre duecentomila lire. All'avvicinarsi dei banchi di ghiaccio, tutti però fuggono quella terra desolata, e per sei o sette mesi non vi fanno più ritorno.

L'onore della scoperta del Labrador spetta al genovese Sebastiano Caboto, naturalizzato veneziano, contemporaneo del grande Colombo. Entrato al servizio dell'Inghilterra, Caboto si slanciò verso l'ovest alla testa di cinque vascelli, montati da trecento uomini, sperando, come Colombo, di raggiungere le coste dell'Asia. Suo padre, Giovanni Caboto, l'aveva già preceduto sei anni prima, scoprendo le coste americane prima di Colombo, secondo alcuni, dopo secondo altri.

Nel 1528 Sebastiano scopriva l'isola di Terranuova al 45 di latitudine, poi le isole Okak al 58°, quindi il Labrador; ma spaventato pei ghiacci che minacciavano i suoi vascelli, ritornava al sud, cercando sempre un passaggio che lo conducesse in Asia, ma disperando di trovarlo, tornava in Inghilterra.

Quantunque il merito della scoperta tocchi a lui, il merito di aver chiamato quella terra Labrador spetta ad un navigatore portoghese, a Gaspare di Cortereal, il quale la visitò nel 1600. Curiosa però quella denominazione, che significa terra del lavoratore, data ad una regione così sterile!...

Come dissi, i naufraghi, scorgendo le coste della penisola, sperarono che le loro tribolazioni fossero per cessare. Infatti era su quella terra che essi credevano di trovare gli aiuti sospirati. È vero che Mingan, la piccola stazione abitata dai cacciatori francesi, era forse assai lontana, forse più di cento chilometri; ma almeno non avevano da affrontare più quel temuto fiume, che aveva già inghiottito ventitré uomini, sopra quaranta che ne contava l'equipaggio della nave naufragata.

Le loro speranze furono però di breve durata, e la loro gioia si tramutò ben presto in una profonda costernazione.

La costa era coperta d'immensi banchi di ghiaccio, che la corrente del fiume trascinava lungo le spiagge con mille scricchiolìi, mille fragori paurosi.

Delle montagne di ghiaccio, dei veri ice-bergs, alti cento o duecento metri, oscillavano spaventosamente sotto le larghe ondate della marea montante, stritolando con indicibile fracasso i ghiacci minori che rollavano o beccheggiavano ai loro fianchi, gli hummoks in forma di montagnole, gli streams di forma circolare ed i palks di forma allungata. Di quando in quando uno di quei colossi perdeva l'equilibrio e strapiombava nel fiume con un rombo tremendo, fracassando i ghiacci vicini e sollevando delle ondate mostruose. Avventurarsi in mezzo a quei colossi mal sicuri sulla loro base, era un voler affrontare una morte certa.

— È impossibile andare innanzi — disse il mastro, con ira.

— Cerchiamo un passaggio — disse il padre Crespel.

— Ma se uno di quei ghiacci ci piomba addosso?

— Siamo nelle mani di Dio.

— Io non affronterò mai tale pericolo, padre.

— E nemmeno noi — dissero i naufraghi.

— Volete ritornare ad Anticosti?

— Aspetteremo, padre — disse il mastro. — Un colpo di vento vigoroso può sbarazzare la costa e permetterci di raggiungerla.

— Ma dove volete accampare? No, amici: tentiamo la sorte.

Si arresero al suo consiglio e tentarono di aprirsi un passaggio attraverso i piccoli ghiacci. Respingendo rabbiosamente i palks, gli hummoks e gli streams, riuscirono a guadagnare un canale che pareva si prolungasse fino alla costa; ma giunti ad una distanza di quattro miglia dalla spiaggia, lo trovarono chiuso.

Ritornarono sollecitamente, temendo si chiudesse la via alle loro spalle; ma in quel frattempo i ghiacci avevano subito un violento spostamento, ed essi non trovarono più aperta la via del ritorno.

Fu un colpo terribile per quei disgraziati. A loro non rimaneva altro scampo che di accamparsi fra i ghiacci ed attendere lo sgelo.

Quale terribile situazione! Avrebbero potuto resistere ai geli intensi per tre mesi continui, seminudi come erano e senza ricovero, senza una stufa per riscaldarsi? E come avrebbero potuto vivere, mentre non rimaneva a loro che un po' di carne gelata, poche libbre di piselli e un po' di farina?

Cupi, disperati, i diciassette naufraghi avevano abbandonato la scialuppa, accampandosi su di un floe, ossia su di un immenso campo di ghiaccio. Rannicchiati gli uni addosso agli altri, contemplavano con occhio triste quella barriera di giganti che impediva a loro di raggiungere quelle coste sospirate, senza osare scambiarsi una parola. Il padre Crespel, che anche dinanzi a quella tremenda avversità non aveva perduto la sua straordinaria energia, alla quale doveva più tardi la sua salvezza, fu il primo a rompere quel funebre silenzio.

— Amici — disse egli — non disperiamo ancora. Si dice che la fortuna sorride agli audaci e che chi s'aiuta il Cielo l'aiuta. Cerchiamo di non scoraggiarci ancora e intraprendiamo valorosamente la lotta contro l'avverso destino.

— Ma cosa volete fare, padre? — chiese il mastro, con aria cupa. — Non vedete che ormai tutto è finito per noi e che altro non ci rimane che d'attendere la morte?

— Non abbiamo ancora esaurito tutte le nostre risorse, per abbandonare la lotta e lasciarci morire.

— Vorreste voi sfidare il terribile inverno su questo banco? Non illudetevi di poter sfuggire allo scorbuto e alle congelazioni.

— Ma chi ci impedisce di costruirci un riparo? Forse che gli indiani di queste regioni vivono all'aperto? Si costruiscono delle capanne di neve e di ghiaccio e passano sotto di esse dei lunghi mesi senza aver bisogno di stufe.

— È vero, padre — dissero i naufraghi.

— Ma i viveri? — chiese il mastro.

— Economizzeremo più che sarà possibile quelli che possediamo. Li divideremo in tante razioni, ne prenderemo due per ciascuno ogni giorno, mangeremo i piselli una volta la settimana ed allungheremo la farina colla neve. E poi, chissà, possiamo sorprendere qualche foca, aprire dei buchi nei ghiacci e cercare di pescare. Se sarà possibile cercheremo di raggiungere la costa per procurarci dei molluschi e un po' di legna per riscaldarci. Vedo lassù, su quelle colline, dei pini.

— Ben detto, padre! — esclamarono i naufraghi, che riprendevano a poco a poco coraggio. — Al lavoro!... Al lavoro!...

Non vi era tempo da perdere. Bisognava affrettarsi, prima che il freddo intenso, che toccava di già i 30° sotto lo zero, li assiderasse.

Padre Crespel tracciò sul banco un vasto parallelogramma, fece poscia forare il ghiaccio in diversi luoghi per accertarsi del suo spessore e, convinto della sua solidità, ordinò l'erezione della casa di ghiaccio.

Non fu difficile impresa. Alcuni uomini armati di scuri tagliavano i blocchi, altri li trascinavano sul luogo ed altri ancora li collocavano gli uni sugli altri, cementandoli con neve. Bastavano pochi minuti perché quei pezzi formassero un blocco solo, tanto era intenso il freddo.

La costruzione del tetto presentò qualche difficoltà; ma riuscirono a costruirlo, avendo trovato fra i ghiacci dei tronchi d'alberi trasportati colà dalle correnti e dal fiume e che servirono a meraviglia di travi.

Quattro ore dopo la casa era abitabile. Vi si cacciarono dentro lestamente, chiudendo le aperture colla tela della velatura. Prima però ebbero la precauzione di ritirare sul banco la scialuppa, per tema che i ghiacci la stritolassero o che la corrente la portasse via.

Divorarono le magre razioni, consistenti in pezzettini di carne gelata e farina allungata colla neve, poi si coricarono gli uni addosso agli altri per riscaldarsi meglio, stendendosi sulle poche coperte che ancora possedevano e sui pezzi di vela. Da quarantotto ore non chiudevano occhio e cadevano dal sonno.

Sembrerà strano, eppure ben presto un lieve tepore regnò nella capanna di ghiaccio. Essendo la neve ed il ghiaccio cattivi conduttori del calorico, conservavano a meraviglia quello emanato da quei diciassette corpi raggruppati in uno spazio relativamente limitato.

Quanto dormirono? Non lo seppero mai; ma lunga pezza di certo, poiché quando si svegliarono l'uragano era cessato, una calma perfetta regnava sul fiume e sulle coste della penisola, ed un pallido sole versava i suoi raggi sull'immensa distesa di ghiacci, facendoli scintillare come immensi diamanti incrostati di rubini e di smeraldi. Approfittarono di quella calma e di quel raddolcimento della temperatura per cercare di procurarsi qualche selvaggina.

Sui banchi di ghiaccio si vedevano parecchie foche, distese presso l'orlo dei loro buchi, aperti nel banco, riscaldandosi placidamente ai tiepidi raggi del sole, e sul margine degli streams e del floe un gran numero di uccelli marini occupati a nidificare. Si vedevano bande di strolaghe, bellissimi uccelli col becco ed il petto nero, il dorso pure nerissimo, le ali macchiate di bianco e le parti inferiori più candide della neve; bande di urie, uccelli veramente di mare, che nidificano sui ghiacci o sulle rocce, col becco lungo e diritto, le gambe corte e collocate molto indietro, sicché provano una certa difficoltà a rizzarsi in piedi, le ali e la coda brevissime e le penne bianche; stormi di oche bernide, grosse come un'oca comune ed eccellenti; e poi nuvoli di gabbiani colle penne bianchissime, ma tinti di un rosa pallido sotto l'addome, i piedi neri ed il becco giallo o turchino, o color dell'ardesia, grandi nuotatori e grandi divoratori di pesci e così arditi che vanno a beccare le scarpe ai viaggiatori addormentati; falchi pescatori, propri delle regioni canadesi e che sembra peschino i pesci emettendo dallo stomaco una specie di olio; ed anche qualche gru, fornita d'un becco lungo oltre venti centimetri, e qualche uccello di neve, una specie di ortolano.

Anche i grossi pesci non mancavano, e fra i canali aperti nei ghiacci si vedevano nuotare parecchi delfini gladiatori, i più grandi della specie, raggiungendo sovente una lunghezza di otto metri, nemici formidabili delle balene, alle quali divorano la lingua; ed appariva anche qualche narvalo, rapidi pesci, lunghi tre metri, armati sul muso d'un corno d'avorio scanalato a spira, assai aguzzo sulla cima; arma terribile, poiché talvolta riescono perfino a forare le scialuppe dei pescatori. Sarebbe però stato necessario un rampone per impadronirsi di quelle grosse prede, e per disgrazia i naufraghi non lo possedevano.

Balzando di ghiaccio in ghiaccio, trascinandosi carponi per non farsi vedere, il padre Crespel ed i suoi compagni riuscirono ad impadronirsi di alcune urie, sorprese nel loro nido, ed a fare una raccolta discreta di uova di uccelli marini, pasto sostanzioso sì, ma non troppo delizioso, poiché quelle uova hanno tutte un sapore di pesce rancido. Il mastro, più fortunato e più abile di tutti, riuscì anche ad impadronirsi di una mezza dozzina di grasse procellarie, che aveva sorprese mentre dormivano nei loro nidi.

Quelle procellarie dovevano servire di lampade per rischiarare la capanna. Essendo sempre assai grasse ed assai oleose, gli indigeni delle terre boreali usano mettere nei loro becchi un lucignolo, che scende fino al ventre, e lo accendono. Umettate dall'olio dell'uccello, quelle strane lampade danno, per qualche ora, una luce abbastanza chiara.

Quel giorno si fece festa nella capanna. Il mastro, che se ne intendeva di cucina, ammannì a' suoi compagni una frittata d'uova di uccello, adoperando il grasso d'una procellaria come burro, ed arrostì tre urie, bruciando però due banchi della scialuppa.

Non sarebbe necessario dire che quei disgraziati, che da due settimane soffrivano la fame, fecero grandissimo onore a quella frittata ed a quell'arrosto, e che non s'accorsero nemmeno che l'uno e l'altro avevano un acre sapore di pesce rancido.

Ahimè! Quel pasto abbondante doveva essere l'ultimo!... L'indomani il sole era scomparso, un vento gelido soffiava furiosamente dalle regioni polari, e la neve cadeva fitta fitta, a larghe falde.

L'inverno ripiombava su quella regione desolata, con tutti i suoi orrori.

In quel giorno i naufraghi dovettero rinunciare ad uscire dalla loro capanna per non correre il pericolo di aver gelato il naso o incancreniti i piedi.

Nevicate succedevano a nevicate, nebbie a nebbie, e le bufere si scatenavano incessantemente, sconvolgendo i ghiacci. Era una continua detonazione che agghiacciava di spavento il cuore di quei miseri.

I ghiacci, abbattuti dal vento, capitombolavano con tremendi fragori, sfracellando i loro vicini e minacciando di distruggere il banco sul quale si erano rifugiati i naufraghi. Non era possibile dormire; dovevano vegliare continuamente per tema di venire, da un istante all'altro, subissati.

Quando tornava un po' di calma, erano le pressioni dei ghiacci che interrompevano i loro sonni. Il banco, compresso a' suoi margini dai nuovi ghiacci che tendevano a dilatarsi, schiacciato per così dire fra quelle strette irresistibili, vibrava costantemente, s'incurvava in alto, poi si fendeva con interminabili crepitìi, diroccando di tratto in tratto le pareti mal ferme della capanna.

Ed intanto la fame cresceva sempre ed i viveri diminuivano a vista d'occhio, malgrado tutte le economie. Padre Crespel ed il mastro erano costretti a vegliare giorno e notte sulle scarse provviste per impedire che i loro compagni, resi furiosi per la gran fame che straziava le loro viscere, le divorassero. Il cuore del buon cappellano sanguinava; ma per la comune salvezza era costretto ad impedire che quei disgraziati ponessero le mani su quei pochi viveri, ultima loro risorsa, unica loro speranza.

Quell'insufficienza d'alimenti, il freddo, l'umidità, le torture morali e fisiche non tardarono a produrre funesti effetti. Lo scorbuto, questo tremendo male delle regioni dei freddi, fece ben presto la sua comparsa. I corpi di quei poveracci si coprirono dapprima di macchie sanguigne, poi di piaghe schifose e puzzolenti, mentre le loro bocche emanavano un fetore insopportabile, dovuto alla disgregazione delle loro gengive. Dietro allo scorbuto vennero le congelazioni, le cancrene, e la capanna si tramutò in un ospedale di persone gementi da mane a sera e dalla sera al mattino.

E non un rimedio per combattere quello scorbuto, che ogni giorno colpiva qualcuno!... Avessero posseduto delle patate, qualche limone, delle pastiglie di calce; ma invece non avevano nulla.

La situazione dei naufraghi peggiorava di giorno in giorno. Anche il cappellano cominciava ormai a disperare.

Pure la sua fibra robusta resisteva energicamente, malgrado tanti patimenti. Era il consolatore di tutti, curava tutti gli ammalati come meglio poteva, vegliando quasi tutte le notti.

Ai primi di gennaio del nuovo anno, cioè del 1737, una nuova catastrofe colpiva quei meschini. Da qualche giorno il tempo era cambiato. Alle furiose ed incessanti nevicate erano succedute piogge torrenziali, e i ghiacci avevano ceduto, spezzandosi in più luoghi.

In mezzo a quel frangersi dei ghiacci il banco non aveva potuto resistere ed in più parti si era spezzato. Essendosi aperto un crepaccio presso la scialuppa, la mattina del primo gennaio questa ricadde in mare.

Qualche ora dopo un marinaio, che era uscito per cercare di sorprendere qualche uccello, rientrava nella capanna gridando:

— Le onde trasportano la scialuppa!

Tutti i naufraghi, spaventati, si trascinarono all'aperto. Se si perdeva la scialuppa, come avrebbero potuto guadagnare la costa allo scioglimento dei ghiacci?... Si sarebbero senza dubbio annegati tutti.

La scialuppa era già stata trasportata lontano dal banco, e la si vedeva navigare fra i ghiacci, entro un lungo canale.

— Bisogna raggiungerla — disse il padre Crespel. — Se la perdiamo, per noi è finita.

— Ma i ghiacci sono spezzati — disse il mastro. — Chi oserà lanciarsi attraverso a tutti questi packs e streams, che possono affondare sotto i piedi?

— Bisogna tentarlo. Andrò io!

— No, padre — disse un marinaio. — Voi non siete più agile: andrò io.

— Ed io ti accompagno — disse un altro. — Se morremo nell'impresa, pregherete Dio per noi.

— Andate, valorosi compagni — disse il cappellano profondamente commosso — che Dio vi guardi!

I due marinai partirono correndo, dirigendosi verso la costa. Giunti sul limite del banco, si trovarono dinanzi ad un canale largo parecchi metri, che impediva a loro di passare. Vedendo galleggiare un piccolo stream, senza badare al pericolo che stavano per affrontare, s'imbarcarono su quella fragile zattera.

Il vento che soffiava dal largo spinse il ghiaccio addosso ad un altro banco.

Abbandonarono la zattera e proseguirono la corsa, passando da uno stream all'altro, da un palk all'altro, balzando attraverso ai canali ed ai canaletti, arrampicandosi sugli ice-bergs, sprofondando nella neve o rotolando sui margini fragilissimi dei ghiacci. Venti volte corsero il pericolo di affondare; ma alla fine, dopo sforzi indicibili, riuscirono a guadagnare la costa in un luogo quasi sgombro di ghiacci.

La scialuppa si scorgeva sempre. Filava fra i ghiacci e la sponda, trascinata dalla corrente; ma era già assai lontana.

Riposarono alcuni istanti, poi ripresero la corsa; ma ostacoli quasi insuperabili li costringevano a descrivere dei lunghi giri ed a fermarsi ad ogni istante.

La costa era frastagliata da fiords profondi, elevata, rocciosa e rendeva impossibile una marcia spedita. In breve i due marinai si accorsero che, malgrado i loro sforzi disperati, perdevano via, essendo la corrente del fiume, che calava colla bassa marea, più rapida della loro corsa.

La scialuppa si allontanava sempre più. La scorsero ancora per qualche minuto, poi la perdettero di vista. Era perduta: ormai era impossibile raggiungerla.

— Siamo maledetti! — esclamarono i due marinai con disperazione. — Tutto congiura contro di noi.

Ripresero tristemente la via del campo, seguendo la costa, colla speranza di sorprendere qualche foca. Ne avevano vedute alcune sull'orlo dei ghiacci, un po' più all'ovest.

Si divisero per cercare d'avvicinarsi senza essere scorti. Ad un tratto il più giovane, che si trascinava carpone per avvicinarsi inosservato ad un buco aperto da uno di quegli anfibi, udì il compagno a gridare: — Accorri, Marley! Presto, accorri!...

Credendo che il compagno fosse stato assalito da qualche fiera, da un orso bianco forse, si precipitò verso quella direzione, impugnando la scure che aveva portata con sé.

Ma, invece di trovarlo alle prese con una fiera, lo vide fermo dinanzi ad un grande cumulo di neve, di forma circolare, la cui cima era annerita, come se da qualche buco fosse sfuggito del fumo.

— Cos'è? — chiese Marley, stupito.

— Credo che sia una capanna — rispose il compagno.

— Abitata da altri naufraghi?

— Da qualche famiglia d'indiani, probabilmente.

— Che sia abitata?

— Non ho udito alcun rumore e non si vede uscire fumo; ma io credo che gli abitanti non tarderanno a ritornare.

— Sarebbero la nostra salvezza.

— Così la penso anch'io, Marley.

— Andiamo a vedere.

L'entrata della capanna era chiusa da un cumulo di neve. Quella scoperta raffreddò le speranze dei due marinai, poiché ciò significava che i proprietari della capanna da lunga pezza l'avevano abbandonata.

Curiosi però di vedere cosa conteneva l'interno, levarono la neve ed entrarono.

Come avevano preveduto, la capanna era disabitata. Non trovarono che due canotti di corteccia di betulla, adoperati dagli indiani canadesi, battelli leggerissimi, che si possono trasportare con la massima facilità, alcune pelli di lupo, una pelle di foca e una vecchia pentola semirotta. Frugando però in un angolo, con loro grande gioia scoprirono un sacco di pelle pieno di grasso di foca. Ve ne era per quaranta e più chilogrammi.

— Ecco qui almeno un po' di fortuna! — esclamò Marley. — I nostri compagni saranno soddisfatti di questa scoperta.

— Senza contare che ora abbiamo la probabilità d'incontrare degli indiani — aggiunse il compagno. — Se qui vi è una capanna, ciò indica che questa parte di territorio non è disabitata.

— Ritorniamo. I nostri compagni devono essere inquieti, non vedendoci.

— Saranno dispiacenti per la perdita della scialuppa.

— Non ci sarà più necessaria. Come abbiamo raggiunto la costa noi, possono raggiungerla anche loro.

— Purché il freddo non ci piombi ancora addosso. È appena cominciato il mese di gennaio, ed in questa regione la primavera non giunge che molto tardi. Ritorniamo, Marley.

Si caricarono del sacco di grasso, preziosa risorsa per loro che si trovavano così a corto di viveri, e si rimisero in cammino attraverso i banchi di ghiaccio.

Il ritorno non fu meno difficile, specialmente ora che portavano quel carico, fin troppo pesante per le loro braccia indebolite dai lunghi digiuni; corsero ancora parecchie volte il pericolo di cadere entro i crepacci; ma finalmente riuscirono a guadagnare la capanna.

I loro compagni, inquieti per la loro lunga assenza, li accolsero con grida festose. La loro gioia non ebbe limiti quando furono informati della scoperta fatta e del carico che portavano.

— Bisogna raggiungere la costa — disse il mastro. — Se possiamo giungere ad un accampamento d'indiani, siamo salvi.

— Domani ci metteremo in cammino — dissero i naufraghi.

Quella sera, sotto la capanna di ghiaccio, per la prima volta si alzò un profumo appetitoso. I piselli fritti nel grasso di foca con alcune uova di uccelli marini fecero furore.

Un triste destino perseguitava i disgraziati marinai ed i passeggieri del vascello naufragato; un avverso destino, che troncava inesorabilmente i loro progetti e le loro speranze. Si sarebbe detto che la loro perdita era segnata inesorabilmente.

Infatti, all'indomani, quando quei miseri si svegliarono, un violento uragano imperversava sul San Lorenzo, sconvolgendo furiosamente i ghiacci. Gli ice-bergs avevano invaso la costa, frantumando i banchi, ed ogni comunicazione fra la capanna ed il Labrador era interrotta. Dovettero rinunciare al loro progetto ed attendere tempi migliori.

Passò una settimana, ne passarono due, tre, senza che avvenisse un cambiamento. Uragani succedevano ad uragani, sempre più tremendi, minacciando perfino di disciogliere il banco. Fortunatamente però questo resisteva, essendosi fermato su di un isolotto sabbioso.

Intanto il freddo non cessava e col gelo aumentavano le sofferenze dei naufraghi.

Ai primi di febbraio il grasso era finito, ed anche i piselli stavano per finire.

La fame minacciava ancora l'esistenza di quei diciassette uomini, ridotti ormai a diciassette scheletri coperti di piaghe cancrenose e colpiti dallo scorbuto.

Il 10, due uomini, sfiniti dai lunghi digiuni e dal terribile male, soccombettero! Quale triste giorno pei superstiti!

Quei tre cadaveri rimasero due giorni esposti alla neve e alla furia della burrasca. Erano tutti tanto deboli da non essere capaci di dare sepoltura a quelle prime vittime.

Furono tumulati in un buco scavato nel ghiaccio tre giorni dopo. Il povero cappellano costruì una croce, che depose sulla loro fossa.

Il 15 un altro marinaio passò a miglior vita, e un altro il 17. Lo scorbuto e la fame facevano strage!...

Il 24 il padre Crespel, colle lagrime agli occhi, annunciò ai compagni che i viveri erano terminati!

Udendo quella tremenda notizia, il mastro ed un marinaio, i meno sofferenti di tutti, s'alzarono e uscirono dalla capanna.

— Dove andate? Volete abbandonarci? — chiese il padre Crespel con dolce rimprovero.

— No, padre — rispose il mastro — noi andiamo a tentare la sorte.

— Cosa volete fare?

— Cercheremo di raggiungere la costa. Forse troveremo dei molluschi nei fiords.

— Ma la burrasca infuria.

— Morire qui o nel fiume è tutt'uno.

— Vi accompagno anch'io.

— Potete perire nell'impresa.

— Sono ancora valido: è giusto ch'io sfidi il pericolo per soccorrere questi infelici che gemono.

— Andiamo, padre.

Si cacciarono coraggiosamente in mezzo ai ghiacci, tentando di raggiungere la costa. La burrasca infuriava, respingendo qua e là gli ice-bergs, gli hummoks, gli streams ed i packs, e sollevando grandi cortine di neve: pure quei tre coraggiosi non indietreggiarono. La fame che tenagliava le loro viscere li spingeva e li faceva affrontare, senza guardarsi intorno, i più gravi pericoli.

Ad un tratto il cappellano, che non era agile come i suoi compagni, nel balzare attraverso un crepaccio perdette l'equilibrio e cadde in acqua. Ebbe però la presenza di spirito di aggrapparsi ad un hummok galleggiante.

I suoi compagni, che lo precedevano, non vedendolo più furono solleciti a ritornare ed a trarlo dal mal passo prima che il gelo lo assiderasse.

Dopo infiniti pericoli riuscirono finalmente a raggiungere uno stretto fiord della costa, che s'internava entro terra per parecchie centinaia di passi. Si misero a sollevare i ghiacci dopo d'averli spezzati a colpi di scure e furono tanto fortunati da trovare un gran numero di molluschi e di conchiglie, della specie detta littorine rudis, delle fissurelle, delle buccinum undulatum, qualche nuga arenaria ed alcuni ricci di mare.

Ne raccolsero parecchi chilogrammi, si ristorarono un po', essendo completamente sfiniti, poi ritornarono frettolosamente all'accampamento per dividere quei viveri con i loro compagni.

Fu però una risorsa di poca durata. Due giorni dopo i naufraghi erano ancora alle prese colla fame e nell'impossibilità di procurarsi altro, poiché l'uragano era tornato ad infuriare, ma un uragano di neve così violento da impedire a quei disgraziati di uscire dalla capanna.

Il terzo giorno la loro situazione era disperata. La capanna era tramutata in un ospedale. Ad eccezione del cappellano e di tre o quattro marinai, tutti gli altri non erano più in grado di muoversi. Avevano le gambe gelate e cancrenite ed i corpi coperti di piaghe schifose e così puzzolenti, che non si poteva resistere presso di loro.

Il 22 febbraio un altro uomo cessò di vivere.

Il 26 un orso bianco fece la sua comparsa fra i banchi di ghiaccio. Il mastro d'equipaggio e due marinai si diedero ad inseguirlo, sperando di abbatterlo a colpi di scure e di banchettare colle sue carni; ma invano. Il mostro fuggì verso terra e più non comparve.

Il 27, essendosi calmata la burrasca e cementati i banchi di ghiaccio, i naufraghi decisero di raggiungere a qualunque costo le spiagge del Labrador. I meno ammalati si caricarono di quelli più gravi, che non potevano in modo alcuno reggersi sulle gambe, e la compassionevole carovana si mise in moto, trascinandosi penosamente attraverso i banchi di ghiaccio. La traversata si compì senza difficoltà, malgrado il freddo eccessivo. Cercarono ancora dei molluschi e delle conchiglie, poi si accamparono fra i crepacci di una rupe.

Mentre stavano accomodando alla meglio gli ammalati, costruendo attorno a loro dei ripari coi ghiacci e colla neve, udirono echeggiare un grido gutturale.

Padre Crespel, il mastro e due marinai si diressero verso il luogo d'onde era partito quel grido e videro sorgere dietro un cumulo di neve un selvaggio coperto di pelle d'orso, di statura bassa, ma tarchiato, colla pelle assai bruna, spalmata di grasso, i lineamenti duri, angolosi.

— Un uomo! — esclamò il mastro. — Siamo salvi!...

— D'onde vieni? — gli chiese il padre Crespel con voce anelante.

Il selvaggio non rispose: guardava con viva curiosità quei quattro uomini coperti di cenci incrostati di ghiaccio e così magri che parevano scheletri viventi. Pareva sorpreso ed anche spaventato.

— D'onde vieni? — ripetè il cappellano. — Chiunque tu sia, abbi pietà di noi e cerca di soccorrerci.

Fece per appressargli; ma il selvaggio, che forse credeva di aver da fare con qualche spirito del mare, fuggì precipitosamente verso il nord.

Il cappellano ed il mastro si lanciarono dietro di lui, gridando che erano naufraghi e che morivano di fame; ma invano. Il selvaggio, che correva come un cervo, scomparve fra le colline di neve, né fu più riveduto.

— Stupido! — gli gridò dietro il mastro, furioso.

— Che quell'indiano non abbia mai veduto uomini di razza bianca? — chiese padre Crespel.

— È impossibile, padre. Tutti gl'indiani del Labrador hanno avuto, più o meno, dei rapporti cogli uomini della nostra razza.

— Ma come spiegare allora la sua fuga? Eppure non gli abbiamo fatto alcuna minaccia.

— Quegli indiani sono molto superstiziosi, e quello ci avrà creduti spiriti del mare.

— Infatti siamo così ischeletriti e così stracciati da non avere un aspetto rassicurante, mastro.

— Specialmente colle nostre lunghe barbe e coi nostri capelli arruffati.

— Che non ritorni più?

— Chi può dirlo?

— Che sia lontano il suo villaggio?

— Se sapessi in quale punto preciso noi abbiamo approdato, potrei dirvelo, padre; ma non so dove ci troviamo.

— È popolata da molti indiani la costa meridionale del Labrador?

— Da pochissimi. Forse quell'indio veniva da molto lontano. Voi sapete che sono grandi camminatori, e può aver percorso trenta leghe per venire a cercare le foche.

— Ecco un'altra speranza perduta — disse il cappellano, sospirando. — Come vivremo? Chi potrà sopravvivere a questo disastro?... Ed il freddo non cessa, e non abbiamo viveri!...

— Non ci resta che morire, padre.

— Non senza lotta.

— Su chi sperate ormai?

— Sulla selvaggina — rispose il cappellano a voce bassa e curvandosi verso terra.

— Zitti!... Guardate laggiù!...

Il mastro ed i suoi compagni volsero gli occhi nella direzione indicata e videro uscire dal mare uno strano animale che rassomigliava un po' ad un gatto, lungo un buon metro e coperto d'un pelame lucidissimo, morbido e folto. Sul dorso aveva delle strane protuberanze che si muovevano.

— È una lontra marina — disse il mastro sottovoce.

— V'ingannate. Non ho veduto mai delle lontre colla gobba, mastro.

— È una lontra, padre, ed una delle più belle. Quella pelliccia là vale almeno mille lire.

— Ma quelle gobbe?

— Non sono gobbe: sono i piccini dell'animale. Quando le lontre nuotano in mare usano portarseli sul dorso per non perderli.

— Potremo ucciderla?

— Cerchiamo di tagliarle la ritirata verso il mare.

Si divisero e, strisciando fra la neve, si diressero verso la costa.

La lontra era uscita dall'acqua e saliva la costa, cercando le pianticelle che crescevano stentatamente fra i crepacci delle rocce, per farsi forse un covo.

Quando la videro lontana un centinaio di metri chiamarono i compagni. I meno ammalati, udendo che vi era una lontra da prendere, accorsero in massa.

Il povero animale stretto da tutte le parti, non potendo più raggiungere il suo elemento naturale, fu ben presto ucciso a colpi di scure.

Pesava oltre venticinque chilogrammi. Fu una vera risorsa, quella carne, pei naufraghi, che morivano di fame.

Il mastro, diventato cuoco, somministrò agli ammalati un delizioso brodo, cucinando un bel pezzo di carne entro una vecchia pentola di ferro, salvata fra tante peripezie.

Quel pasto sostanzioso e sano fu di molto sollievo. All'indomani parecchi ammalati migliorarono, essendo la carne fresca un vero portento per coloro che sono colpiti dallo scorbuto; ma quel miglioramento fu di breve durata, poiché la fame tornò a piombare sul campo.

Invano il mastro, il cappellano e due o tre marinai, che erano sfuggiti ai tremendi morsi del gelo, battevano i dintorni in cerca di selvaggina. Tornavano quasi sempre colle mani vuote o con pochi molluschi, insufficienti a nutrire tutti.

Il 28 febbraio un altro naufrago, ucciso dalla cancrena e dallo scorbuto, veniva sepolto nella neve.

Di trenta che erano sfuggiti al naufragio non restavano che undici.

Lo sgelo era cominciato; il tremendo inverno a poco a poco fuggiva dinanzi ai primi tepori primaverili. I ghiacci che bloccavano quelle coste inospitali cominciavano ad aprirsi con detonazioni tremende, paragonabili allo scroscio simultaneo di parecchi pezzi d'artiglieria. I grandi ice-bergs capitombolavano, sollevando dovunque le acque a prodigiosa altezza e sminuzzando sotto il loro enorme peso i ghiacci minori; i banchi si spaccavano, sprigionando impetuosi torrenti, e dalle alte coste della spiaggia scivolavano enormi massi di ghiaccio verso il mare.

Fra le nevi cominciavano a spuntare timidamente le prime pianticelle della flora artica, i ranuncoli, le sassifraghe, i muschi, le graminacee, le rosse corolle dei tychnis, i piccoli garofani della neve, i vaghi papaveri dai petali d'oro, le belle andromede, che tengono luogo alle eriche; e cominciavano a spuntare le foreste di salici. Foreste!... Quali foreste nane!... Figuratevi che quei salici polari sono piccini, che con un cappello si copre un bosco intero!

Quel ritorno alla buona stagione non aveva apportato però nessun miglioramento nella triste situazione dei naufraghi. I disgraziati erano ancora accampati sotto le sporgenze delle rocce, sempre in lotta colla fame, ridotti a veri scheletri, colle gambe semigelate e incancrenite, i corpi coperti di piaghe schifose, i volti gonfi e screpolati pei soffi gelidi del vento polare.

Pure vivevano ancora. Si erano sostenuti fino allora, mangiando molluschi e ostriche, che il mastro ed il cappellano andavano cercando sulle sponde dei fiords, ed una specie di zuppa, fatta con dei licheni, neri e lunghi, chiamati dagli indigeni trippa di roccia.

Vivevano ancora, ma si sentivano ormai condannati a morire se un soccorso non sopraggiungeva. Dio ebbe pietà delle loro sofferenze. Un dì, quando ormai più non speravano che in una prossima morte, un uomo comparve nell'accampamento. Era un altro indiano, ma di statura più alta del primo, coperto di pellicce ed armato di fucile.

Padre Crespel ed il mastro, facendo uno sforzo disperato, si trascinarono fino a lui, dicendogli con voce morente:

— Salvateci!... Noi moriamo di fame.

Quell'indiano portava nel suo carniere alcune provviste di biscotti ed un pezzo di foca arrostita.

Dispensò generosamente la sua risorsa, che fu tosto divorata dagli undici naufraghi.

— D'onde venite? — chiese egli, che pareva assai commosso nel trovarsi dinanzi a quegli uomini morenti di fame.

— Siamo i superstiti d'un vascello naufragato presso l'isola d'Anticosti — rispose padre Crespel. — Aiutaci, guidaci presso la tua tribù.

— Vi condurrò — rispose l'indiano — ma siete ora troppo deboli per mettervi in marcia.

— È lontano il tuo villaggio?

— A venticinque leghe di qui.

— È vicino a Mingan?

— In quella direzione.

— Sai che vi siano dei francesi in quella stazione?

— Sì, so che ve ne sono parecchi che si occupano della caccia delle foche.

— Se ci conduci colà, sarai ricompensato.

— Vi condurrò; ma tutti non potete seguirmi. I tuoi compagni non possono camminare.

— È vero; ma verrò io e qualche mio compagno, poi torneremo con qualche scialuppa a raccogliere gli ammalati.

— Vi condurrò a Mingan. Oggi caccerò per voi e domani ci metteremo in cammino.

L'indiano, che pareva un buon uomo, mantenne la parola. Essendo armato di fucile, riuscì ad abbattere un grande numero di gazze marine, di gabbiani, di oche bernide, di urie, ed anche due volpi argentate.

L'indomani all'alba, padre Crespel, il mastro ed un marinaio lasciavano i loro compagni, promettendo di ritornare più presto che potevano. L'indiano li precedeva, portando alcune provviste.

Il tempo si era rasserenato e la temperatura era mite: però la terra era ancora coperta da un fitto strato di neve, e ciò rendeva assai malagevole la marcia.

Pure il cappellano ed i due marinai, facendo sforzi disperati, continuavano a seguire l'indiano.

Camminarono tutto il giorno, inoltrandosi nella grande penisola, ed alla sera, sfiniti, s'arrestarono ai piedi di una collina coperta di pini bianchi. L'indiano però insisteva perché continuassero la marcia.

— È impossibile — disse il padre Crespel. — I lunghi patimenti ci hanno sfiniti.

— I lupi ci possono assalire, se ci addormentiamo qui — disse l'indiano.

— Veglieremo per turno e ci difenderemo.

L'indiano parve assai contrariato da quella decisione: però non disse verbo. Si recò sulla collina vicina a tagliare legna, sbarazzò un tratto di terreno dalla neve ed accese un gran fuoco, mettendo ad arrostire un'oca bernida che aveva uccisa durante la giornata.

Terminata la cena, si sdraiarono accanto al fuoco e s'addormentarono. L'indiano però, più resistente alla fatica, vegliava, col fucile a portata della mano.

Non si era ingannato. I lupi non tardarono a comparire attorno al campo, empiendo l'aria di ululati lugubri. Erano trenta o quaranta, tutti di taglia alta ed affamati. Giravano e rigiravano attorno al fuoco, ma non osavano accostarsi alla fiamma.

L'indiano per allontanare i più audaci, fu costretto a scaricare più volte il fucile.

Ai primi albori però s'allontanarono, riguadagnando la foresta di pini. Solo allora i naufraghi poterono gustare un po' di sonno.

Quando si svegliarono, con loro grande sorpresa, non trovarono più l'indiano accanto a loro.

Dove era andato? Si era allontanato per cercare di abbattere qualche selvaggina per la colazione, od era andato alla scoperta, per assicurarsi sulla via che dovevano prendere?

Provarono a chiamarlo; ma nessuna voce umana rispose. Il mastro, che cominciava a diventare inquieto, salì un'alta rupe, dalla cui cima potevasi dominare un grande tratto di paese; ma l'indiano non lo vide in alcun luogo.

— Che ci abbia abbandonati? — disse il cappellano.

— Ma per qual motivo? — chiese il mastro. — Non lo abbiamo trattato male noi, e poi nulla deve temere dagli uomini bianchi.

— Ma dove volete che sia andato?

— Ecco quello che ignoro. Aspettiamo: chissà che non ritorni?

Attesero un'ora, poi due; ma l'indiano non comparve.

— Ci ha abbandonati — disse il mastro. — Miserabile!... Quale motivo lo ha spinto a tradirci, dopo d'averci condotti fin qui?

— Che abbia avuto il timore di doverci trascinare tutti e tre fino al suo villaggio?

— Non lo so; ma penso che, se vogliamo venire salvati, dobbiamo inseguirlo e raggiungerlo a qualunque costo.

— Ma a quest'ora deve essere assai lontano.

— Cammineremo finché ci rimarrà un briciolo di forze.

— Ma non sappiamo da quale parte è fuggito.

— Vi sono le sue tracce impresse sulla neve: seguiamole.

Quantunque fossero ancora digiuni, avendo l'indiano portato via le poche provvigioni che avevano con loro, si misero animosamente in cammino, seguendo le orme impresse sulla neve.

Camminarono lungamente, facendo sforzi disperati; ma l'indiano non compariva.

La sera li sorprese ad una grande distanza dall'accampamento del dì innanzi.

Non potevano più reggersi in piedi: la fame e la stanchezza estrema li avevano vinti.

S'accamparono ai piedi di alcuni pini, divorarono alcuni licheni per ingannare la fame e cercarono di addormentarsi. Fortunatamente i lupi li lasciarono in pace.

All'alba il padre Crespel voleva far ritorno alla costa, temendo di smarrirsi, internandosi sempre più nella penisola; ma il mastro vi si oppose recisamente.

— No — diss'egli. — Se noi ritorniamo alla costa, non faremo altro che accrescere le sofferenze dei nostri poveri compagni. Continuiamo a seguire le tracce dell'indiano: in qualche luogo termineranno.

— E se la sua tribù ci respinge, o ci maltratta? Vi sono degli indiani che odiano gli uomini di razza bianca.

— Non importa: io continuo la strada, padre. Se siete stanchi riposatevi qui, o, se volete, ritornate pure alla costa.

— Ma...

In quell'istante udirono alcuni colpi di fucile echeggiare a circa mezzo chilometro verso l'ovest.

— Degli spari!... — esclamò il mastro, facendo un balzo.

— Forse che vi sono dei cacciatori qui? — chiese il cappellano, vivamente commosso. — Staremo per finire finalmente le nostre sofferenze?...

— Toh!... Un altro sparo!... — esclamò il mastro.

— Un altro ancora!... — esclamò il cappellano. — Dio sia ringraziato!

— Corriamo!... Corriamo!...

Tutti tre si slanciarono verso la direzione ove si udivano a echeggiare i colpi di fucile, che annunciavano la presenza di esseri umani e quindi una salvezza certa.

Erano sfiniti, esausti, ma pure continuavano a correre, sorreggendosi l'un l'altro, cadendo, risollevandosi, trascinandosi come meglio potevano. Comprendevano che, se si lasciavano sfuggire quella occasione, nessuno di loro, i compagni compresi, si sarebbe più salvato.

Le detonazioni continuavano ad echeggiare, ad intervalli di mezzo minuto, come se fossero dei segnali; ma si allontanavano verso l'est.

— Presto!... Presto!... — ripeteva il mastro con voce strozzata per la lunga corsa.

Ad un tratto il marinaio cadde. — Non posso più reggermi — mormorò.

— Avanti, per mille milioni di fulmini!... — urlò il mastro. — Bisogna fare un supremo sforzo. Non odi che i colpi di fucile s'allontanano?

Lo rimise in piedi e lo trascinò in una corsa disperata. Ma anche il cappellano non ne poteva più e non si manteneva in piedi che per uno sforzo eroico di volontà. Già stavano per stramazzare tutti e tre nella neve, completamente sfiniti da quella corsa furiosa, quando si trovarono improvvisamente dinanzi ad un uomo, che disse a loro con voce tranquilla:

— Fermatevi. Okulè-Shon vi ospita nella sua capanna.

Quell'uomo era un indiano di alta statura, snello, dalla faccia lunga, il naso aquilino, gli occhi neri, che avevano un non so che di selvaggio, capelli lunghi e grossi, cadenti sulle spalle, ma adorni di penne di gazze di mare. Indossava un vestito di pelli d'alce e d'orso bianco e teneva in mano un lungo fucile a pietra.

— Chi sei tu? — gli chiese il mastro. — Un amico, od un nemico?

— Io sono Okulè-Shon, capo della tribù degli occak e amico degli uomini bianchi — rispose l'indiano.

— E noi siamo poveri naufraghi morenti di fame.

— Lo so.

— Lo sai!... — esclamarono con stupore il mastro e padre Crespel.

— So chi siete e d'onde venite — continuò l'indiano. — L'uomo che vi ha abbandonati mi ha raccontato tutto.

— È nel tuo campo quel traditore? — urlò il mastro, furibondo.

— È mio suddito.

— E perché ci ha abbandonati?

— Vedendo i vostri compagni colpiti dallo scorbuto, aveva paura che quel male si comunicasse agli uomini della tribù.

— Non aveva torto, mastro — disse il padre Crespel. — Ma che cosa significavano quei colpi di fucile?

— Furono fatti sparare da me per guidarvi nel mio campo.

— Dunque tu ci aiuterai?

— Sì; ma mi guarderò bene dall'introdurre nel mio campo i vostri compagni colpiti dallo scorbuto. La mia tribù è stata decimata l'anno scorso da quel fiero male e ne ha avuto abbastanza.

— Noi non chiediamo che dei viveri, perché moriamo di fame, e una guida per condurci a Mingan. Là vi sono dei francesi, e penseranno loro a soccorrere i nostri disgraziati compagni.

— Avrete gli uni e l'altra. Seguitemi nell'accampamento.

In pochi passi giunsero nel campo indiano, il quale si componeva di una vastissima capanna di tronchi di pino, rivestita di neve per conservare nell'interno il calore. Era abitata da una dozzina di famiglie.

Gl'indiani fecero buona accoglienza ai naufraghi, i quali, per la prima volta in quasi quattro mesi, poterono finalmente sfamarsi.

Riposarono due giorni presso quella tribù, poi il terzo giorno, guidati da un indiano, si misero in cammino verso Mingan per invocare dei soccorsi pei loro compagni lasciati alla costa.

In due giorni attraversarono le venti leghe che li separavano da quella stazione.

Per fortuna trovarono quella piccola colonia ancora popolata. Non è a dire come furono accolti dai loro compatrioti e come questi furono larghi di cortesie.

Lo stesso giorno una scialuppa veniva equipaggiata, e padre Crespel ed il mastro, con sei marinai ed una buona scorta di viveri e di medicinali, salpava per recarsi in soccorso degli ultimi naufraghi del vascello affondato.

Mentre il padre Crespel ed i due marinai andavano in cerca di soccorsi, la situazione dei loro compagni lasciati presso la costa peggiorava di giorno in giorno. Ultimati i pochi viveri lasciati a loro dall'indiano, per la centesima volta si erano trovati alle prese colla fame. Per colmo di sciagura, lo scorbuto faceva strage fra di loro, e tutti, nessuno eccettuato, ne erano stati colpiti.

Da quel momento non erano più stati capaci di procurarsi viveri, nemmeno di trascinarsi nel vicino fiord per cercare almeno i molluschi. Avevano tutti le gambe colpite dal gelo, e parecchi le avevano incancrenite in tal guisa, che non potevano nemmeno tenersi in piedi per quanti sforzi facessero.

Quelli che potevano ancora trascinarsi cercavano di aiutare i compagni, porgendo loro da bere, e facevano a tutti coraggio, lasciando intravedere la speranza di un pronto soccorso da parte del padre Crespel e dei due marinai.

Ma i giorni passavano e nessuno compariva, né dalla parte del fiume, né da quella delle colline. Una cupa tristezza incominciò a impadronirsi di quei disgraziati: credettero di essere stati abbandonati dai compagni, o che qualche altra disgrazia fosse ad essi toccata.

Quello scoramento fu fatale. Le loro forze si spensero a poco a poco, e la morte rifece la sua comparsa nel campo. Due uomini morirono in un solo giorno, poi un altro il giorno appresso, un altro il terzo.

Non restavano che quattro; ma quattro scheletri viventi.

Il quinto giorno quei miseri, straziati da una fame feroce, divorarono le scarpe dei loro compagni morti!... Il giorno seguente rosicchiarono quelle che avevano indosso!... A tanto erano ridotti!...

Il settimo giorno dalla partenza del padre Crespel si sdraiarono fra le rupi, rassegnati a lasciarsi morire. Ormai avevano perduto ogni speranza.

Tuttavia un vago presentimento li animava ancora, e uno di loro volle fare uno sforzo supremo per rivedere un'ultima volta il fiume. Trascinandosi colle mani e coi piedi discese la costa, poi salì una rupe.

Era appena giunto sulla cima che lo si udì gridare:

— Una scialuppa!... Una scialuppa!...

Galvanizzati da quel grido, i suoi compagni lasciarono le rocce e, aiutandosi l' un l'altro, rattenendo i gemiti che a loro strappavano quegli sforzi disperati, si trascinarono sulla rupe.

Colà giunti, scorsero verso l'alto corso del fiume un punto nero che ingrandiva rapidamente. Non potevano ingannarsi: era proprio una scialuppa che proveniva dall'est, ossia dalla direzione di Mingan.

— È il padre Crespel — gridarono tutti. — Urrah!... Urrah!...

Due lampi balenarono a prua della scialuppa, seguiti da due detonazioni.

— Sono essi!... — gridarono i naufraghi.

Poi, vinti dall'emozione, dalla fame e dal male, caddero ad uno ad uno, perdendo i sensi.

Intanto la scialuppa s'avvicinava rapidamente, continuando a sparare fucilate per attirare l'attenzione dei naufraghi; ma più nessun grido rispondeva a quella chiamata.

Quella scialuppa era proprio quella montata dal padre Crespel, dai due marinai e da sei francesi di Mingan.

Inquieti per non ricevere alcuna risposta, arrancarono con lena e, giunti alla costa, accorsero al campo. Non trovarono che due cadaveri già mezzi putrefatti, che erano rimasti insepolti.

Si misero a esplorate i dintorni e finalmente scoprirono i quattro superstiti.

Furono portati a bordo con mille precauzioni ed adagiati su alcune coperte, poi vennero richiamati in vita con alcuni cordiali.

Tre poterono rispondere alle loro domande e narrare le ultime fasi di quello spaventoso dramma; ma il quarto, più debole di tutti, spirò dopo aver bevuto un bicchiere di acquavite.

Ritornati a Mingan, i superstiti a poco a poco migliorarono e finalmente guarirono completamente. Essi andarono a stabilirsi, qualche tempo dopo, assieme al mastro d'equipaggio, a Quebec, ove diventarono pacifici coloni, non avendo più voluto affrontare il mare.

In quanto al padre Crespel s'imbarcò per la Francia, rivide il suo paese e divenne più tardi cappellano nel corpo d'esercito del maresciallo di Maillebois.