Le caverne dei diamanti/7. La traversata del deserto

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7. La traversata del deserto

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7.

LA TRAVERSATA DEL DESERTO


Nove elefanti in una volta sola! Era davvero un colpo straordinario.

Dinanzi a tanta massa d'avorio, che rappresentava per uno di noi quasi una fortuna, decidemmo di non abbandonare quelle zanne; immaginatevi che quelle del solo elefante ucciso dal bravo cafro pesavano nientemeno che quattrocento e venti chilogrammi.

Capirete bene che sarebbe stata una pazzia abbandonare tutto quell'avorio al primo venuto.

Impiegammo quasi due giorni a tagliare quegli enormi denti, poi nascondemmo quelle ricchezze sotto un monticello di sabbia, piantandovi sopra, come segnale, il tronco d'un giovane albero, onde potere al nostro ritorno ritrovarle e raccoglierle.

Il terzo giorno ci mettemmo in marcia, giungendo la sera istessa al kraal di Sitanda.

Questa stazione è situata sulle rive di Lankanga; come dissi, è un miserabile villaggio il quale non conta che poche capanne indigene, pochi gruppi d'alberi, e qualche campo mal coltivato, che discende verso il fiume e serve all'alimentazione di quegli scarsi abitanti.

Oltre Sitanda si estende l'arido deserto.

Nel luogo scelto per accamparci, scorreva un piccolo ruscello e, un po' più lontano, si alzava una piccola altura pietrosa alla cui base, venti anni prima, aveva raccolto il povero Sylvestra reduce dalla fatale spedizione alle caverne dei diamanti.

Appena ultimato l'accampamento, io ed il signor Falcone salimmo su quella altura per osservare il deserto.

Il sole, pari ad un globo di fuoco, scendeva verso l'orizzonte, facendo sfolgorare le sabbie coi suoi raggi fiammeggianti. L'aria purissima ci permetteva di discernere in lontananza, ma vagamente, come una linea azzurrastra sormontata da alcuni coni bianchi.

— Ecco là i monti, sui cui fianchi si aprono le caverne dei tesori — diss'io. — Vi arriveremo noi?

— Se mio fratello si è recato colà, noi faremo il possibile e l'impossibile per ritrovarlo — mi rispose il signor Falcone, colla sua calma abituale.

— Avremo dei grandi pericoli da affrontare.

— Li sfideremo tutti.

— Avremo la sete da soffrire.

— La soffriremo.

— Il sole ci arrostirà vivi.

— Non importa.

— Poi forse avremo da lottare coi negri, coi koukouana.

— Abbiamo le nostre armi e ci difenderemo, signor Quatremain.

— Siete proprio deciso.

— Pronto a sfidare tutto.

— Con uomini come voi si può allora andare molto lontano.

Il genovese sorrise, senza rispondermi.

Mi ero voltato per guardare in altra direzione, quando scorsi dietro di noi Umbopa. Colle mani sulla fronte per riparare gli occhi dagli ardenti raggi del sole, egli scrutava attentamente l'orizzonte e soprattutto le lontane montagne che si disegnavano verso i confini del deserto. Vedendoci, si volse verso il genovese, pel quale nutriva un affetto particolare e gli chiese:

— È là, che tu vuoi dirigerti?

Così dicendo indicava con una mano le montagne.

Io guardai il zulù colle ciglia aggrottate, offeso dalla libertà che si prendeva d'interrogare il suo padrone e gli espressi severamente il mio pensiero. Con quale diritto si permetteva di domandare dove voleva andare il genovese?

— Tu non sei che un servo — gli dissi. — Occupati quindi solo delle cose che ti riguardano.

Umbopa mi guardò tranquillamente, poi mi rispose con una nobilità e con una dignità che mi sorpresero:

— Se io oggi sono servo degli uomini bianchi, un giorno non potrei più esserlo. Chi ti ha detto che io non possa occupare nel mio paese una posizione pari a quella che occupa il padrone nel suo? Guarda: lui è grande e grande lo sono anch'io di statura; lui è forte e forte lo sono pure io. Ripeti a lui quanto io ti ho detto, Macoumazahne! — mi chiamava con tal nome.

Rimasi sorpreso da quella risposta altera, pure volli accontentarlo e tradussi quelle parole al signor Falcone.

— Forse ha ragione — mi rispose il genovese, sorridendo.

Umbopa riprese:

— Il deserto è vasto, padrone, e l'acqua manca; le montagne che si ergono laggiù son coperte di neve ed aspre a salire. Cosa vai a fare in quei lontani paesi e come credi tu di arrivarci?...

— Io vado a cercare un uomo del mio sangue, mio fratello — rispose il signor Falcone.

— Sta bene — disse il negro. — Un uomo mi ha detto che due anni or sono un bianco era partito verso quelle montagne assieme ad un servo. Io non so se fosse tuo fratello, ma quell'uomo aveva gli occhi somiglianti ai tuoi, la statura alta come la tua e so che il suo servo era un cafro che si chiamava Jim.

— Quell'uomo era mio fratello.

— E tu vuoi andarlo a cercare, padrone?

— Certamente — rispose il genovese. — Io so che s'è diretto verso le montagne di Suliman e voglio andare colà, dovessi affrontare centomila pericoli.

— Nulla vi è d'impossibile per colui che è risoluto e pronto a tutto, anche a sfidare la morte — diss'io. — Ci metteremo nelle mani della Provvidenza e andremo innanzi finché potremo.

— Voi parlate bene — disse Umbopa. — Sì, noi andremo innanzi, cammineremo sempre diritti, attraverso il deserto, poi saliremo le montagne. Giuocheremo la vita, ma cos'è la vita per farci tanto caso? È come una piuma o come una semente trasportata dal vento; una va lontana, l'altra si arresta forse a mezza via e perciò? Sì, noi andremo ed io vi guiderò, perché bisogna che anch'io veda quelle montagne.

— Quale motivo ti spinge? — gli chiesi.

— Ho anch'io qualcuno del mio sangue da trovare laggiù — mi rispose il negro con tono misterioso.

— Cosa vuoi tu dire? — gli chiesi.

— Io so che laggiù si estende un paese fertile e ricco, posseduto da uomini valorosi e dove vi sono delle streghe possenti. So che fra quelle montagne vi è una grande via bianca che nessuno sa chi l'abbia costruita e che non deve essere opera di negri. Ma a quale scopo parlare di quel lontano paese? Se ci arriveremo, chi vivrà, vedrà che cosa potrà succedere quando io poserò i miei piedi su quella terra.

Io lo guardai con diffidenza; egli se ne accorse, poichè mi disse con aria offesa:

— Io non sono un traditore, Macoumazahne. Se noi giungeremo al di là delle montagne, tu saprai di più di quanto ti ho detto or ora, ma non credere che io possa tradire gli uomini bianchi, che io sinceramente amo ed ammiro.

Poi guardando il genovese, continuò:

— Sii prudente, padrone, e pensa che nel deserto ti attende forse la morte. Se vuoi un mio consiglio, torna indietro e va' a cacciare l'elefante in contrade meno pericolose. Ho detto...

Il negro così dicendo ci salutò colla lancia e prima che noi potessimo trattenerlo, scese rapidamente il colle, allontanandosi.

— Ecco un singolare individuo — diss'io. — Sa molte cose intorno a quelle montagne, ma non vuole parlare.

— Che sia qualche capo koukouana?

— Io comincio a sospettarlo, signor Falcone.

— E come si trovava presso gli zulù.

— Ecco una cosa che forse non potremo mai sapere.

— Comunque sia, noi non ci occuperemo che delle cose nostre — disse il genovese. — Se vorrà più tardi lasciarci, lo faccia pure. Andiamo a fare i nostri preparativi, signor Quatremain, poichè noi domani ci inoltreremo nel deserto.

Non potendo portare con noi un carico eccessivo, fummo costretti a sbarazzarci d'una parte dei nostri oggetti. Non conservammo che i nostri fucili, le munizioni, alcune coperte ed alcuni medicinali; tutto il resto lo scambiammo contro alcuni otri di pelle per l'acqua, tabacco e viveri secchi. Perfino le nostre vesti di ricambio furono lasciate in deposito presso un vecchio colono.

L'indomani sera, appena il sole scomparve, noi ci mettemmo in marcia seguìti da tre indigeni incaricati di portare i nostri viveri e di accompagnarci per una trentina di chilometri. Eravamo riusciti a deciderli promettendo loro in regalo tre coltelli; oggetti assai rari a Sitanda e molto ricercati.

Avevamo deciso di marciare alla notte per evitare i grandi calori, e di riposare il giorno.

La luna cominciava ad alzarsi, quando giungemmo alle prime sabbie.

Noi ci tenevamo l'uno dietro all'altro. Umbopa apriva la marcia colla zagaglia in una mano, la mia carabina sulle spalle e gli occhi fissi sull'immensa distesa del deserto; dietro di lui venivano i tre indigeni di Sitanda ed il cafro Venvogel, quindi noi.

Per guida noi avevamo la linea appena visibile delle montagne ed il documento del vecchio portoghese. Quel disegno tracciato trecent'anni prima, indicava abbastanza chiaramente la via che noi dovevamo tenere, ma era da vedersi se quella via continuasse ad esistere. I venti, sollevando le sabbie, probabilmente dovevano averla già fatta scomparire.

Noi marciavamo in silenzio attraverso le sabbie che rendevano difficile il passo, sfuggendo sotto i nostri piedi. Per di più quella polvere fina si cacciava nelle nostre calzature, sicché di quando in quando noi eravamo costretti a fermarci per liberarcene.

La notte era sufficientemente fresca, ma l'aria era pesante, soffocante; quella solitudine poi ci opprimeva lo spirito e ci metteva indosso un certo sgomento che non sapevamo vincere.

Good, per rompere quel silenzio, si mise a zuffolare un'arietta, ma ben presto dovette cessare in causa d'una strana avventura. Essendosi messo alla testa della carovana, tutto d'un tratto noi lo vedemmo cadere, mentre intorno a lui si alzavano delle ombre che di primo acchito non potemmo ben distinguere.

I negri di Sitanda, spaventati, si erano messi a urlare a squarciagola, fuggendo.

Anche noi ci eravamo arrestati guardando quelle ombre, che balzavano disordinatamente fra le sabbie.

— Good! — gridammo.

Un grido ci rispose. Solo allora ci accorgemmo che il nostro amico veniva trasportato attraverso al deserto sul dorso di una di quelle ombre.

Compresi subito di che cosa si trattava. Il povero tenente era caduto addosso ad una truppa di cuagga, addormentati fra le sabbie. I cavalli selvaggi, spaventati, si erano subito dati a corsa precipitosa ed uno di loro aveva portato con sé, involontariamente, anche il tenente, gettandolo poi bruscamente al suolo.

Mi affrettai ad accorrere in aiuto del camerata e lo trovai mezzo sepolto nella sabbia e tutto ammaccato da quel capitombolo. Notai subito però, che anche in quel pericoloso frangente il monocolo non aveva abbandonato il suo posto.

— Ohe! Camerata! Vi siete fatto male? — gli chiesi.

— Credo che non vi sia nulla di rotto, ma vi confesso che la paura è stata molta — mi rispose Good, ridendo.

— Diavolo, bisogna guardare dove si mettono i piedi.

— Ma chi avrebbe sospettato che in quella buca di sabbia si nascondessero degli animali!

— Fortunatamente vi hanno fatto fare una corsa senza cattive conseguenze.

— Se però mi sferravano un calcio, mi sfondavano le costole. Che razza di bestie erano? Forse delle zebre?

— Dei cuagga, una specie di cavalli selvatici.

— Una bella occasione per prenderne alcuni e galoppare attraverso il deserto.

— Sì, — risposi io, — per farci mandare a gambe levate.

— Sono indomabili forse?

— Non vogliono saperne di cavalieri.

— Saranno almeno buoni da mangiare.

— Non sono tanto cattivi.

— Se lo avessi saputo prima, ne avrei almeno ammazzato qualcuno.

— Oh! Il feroce cacciatore! — esclamò il signor Falcone, che ci aveva in quel momento raggiunti. — Non vi sono bastati adunque gli elefanti?

— Un arrosto di carne fresca non era da disdegnarsi — rispose Good.

— Forse avete ragione, ma ora è troppo tardi per pensare di procurarcelo. Orsù partiamo, amici.

Riprendemmo le mosse attraverso alla sconfinata pianura sabbiosa e la continuammo senza altri accidenti fino ad un'ora del mattino, poi facemmo una breve sosta essendo tutti stanchissimi. Bevemmo un sorso d'acqua, uno solo, essendo diventata per noi estremamente preziosa, poi eccoci di nuovo in marcia, salendo e scendendo delle colline sabbiose, formate forse dal vento ardente del deserto.

Finalmente spuntò l'aurora. Dapprima dei pallidi raggi, ma che si cangiavano rapidamente in una splendida tinta d'oro, si estendono fugando le tenebre. Le stelle impallidiscono, svaniscono; la luna perde il suo splendore, poi nuovi raggi sorgono sull'orizzonte facendo scintillare le sabbie, ed il deserto intero viene invaso da un oceano di luce acciecante.

Noi eravamo assai affaticati e saremmo stati ben contenti di poterci fermare, ma volendo guadagnare via e sapendo che il sole ci avrebbe più tardi impedito di procedere, continuammo la marcia fino alle sei del mattino, arrestandoci dinanzi ad una specie di caverna che s'apriva nei fianchi d'un monticello roccioso, il quale si alzava isolato in mezzo alle sabbie. Un po' d'acqua e un po' di vivande secche furono il nostro pasto, poi ci sdraiammo in quel piccolo rifugio, addormentandoci profondamente.

Quando ci svegliammo erano le tre pomeridiane. Uno dei nostri portatori ci venne subito a trovare, dicendomi:

— Padrone, noi non ti seguiremo più oltre.

— Forse che il deserto ti spaventa? — gli chiesi.

— Tutti gli uomini che si sono inoltrati fra queste sabbie non sono più ritornati.

— Se tu e i tuoi compagni ci seguirete per un altro giorno ancora, noi vi daremo tre altri coltelli.

— Tu puoi offrirmene cento, ma né io né i miei compagni faremo un passo di più.

— Dimmi almeno cos'è che vi spaventa.

— Questo è il regno della morte, padrone.

— Vuoi dire, che tu credi che noi morremo tutti.

— Lo temo, ed io ti consiglierei di tornare a Sitanda.

— No, — risposi, — noi andremo più innanzi.

— Ebbene, padrone, addio! Noi torniamo al kraal.

Compresi che tutti i coltelli della terra non li avrebbero decisi a seguirci, tanta era la paura che ispirava loro quel deserto. Li regalai di quanto avevamo promesso, aggiungendo un po' di tabacco, e pochi minuti dopo noi vedemmo quegli indigeni tornarsene rapidamente indietro, verso il kraal di Sitanda.

Dopo un paio d'ore riprendemmo la marcia. Il silenzio e la solitudine ci parevano ancora più lugubri; e non scorgemmo altro che qualche struzzo e due o tre serpenti. Al contrario, un essere che non mancava era la mosca. Insetto straordinario! Dove mai non si trova? In tutti i tempi essa ha dovuto essere il flagello degli uomini, infatti ne ho vista una come fossilizzata in un pezzo d'ambra, e certo vi si conservava da più di cinquemila anni, non differendo per niente dalle sue moderne congeneri. Per nostro maggior tormento queste mosche non venivano a tormentarci isolatamente; ma a battaglioni fitti e numerosi. Io non dubito affatto che quando l'ultimo uomo nel mondo esalerà l'ultimo suo sospiro, anche allora una mosca ronzerà intorno a lui.

Facemmo una sosta nella serata, e, colla luna, eccoci di nuovo a marciare; dalle dieci di sera proseguimmo fino alle due del mattino, e dopo un'ora di riposo, una corsa ancora fino a giorno fatto. Gettatici a terra ci addormentammo senza nemmeno pensare a far la guardia per turno. Che cosa potevamo temere in quella solitudine abbandonata dagli uomini e dagli animali? I soli nostri nemici — e non v'era mezzo di evitarli — erano il calore, la sete e le mosche. Avrei amato meglio affrontare qualunque pericolo anziché trovarmi in presenza di questo terribile trio.

Risvegliatici verso le sette, eravamo già arrostiti dal sole ed invano cercammo un po' d'aria più respirabile.

— Puah! — gridai, tentando invano di liberarmi da una vera aureola vivente che ronzava allegramente intorno alla mia testa.

— In fede mia, — disse il signor Falcone, — non ho mai visto tante mosche!

— Mille tuoni! — aggiunse a sua volta Good, gesticolando. — E del caldo che fa, non dite niente?

Il caldo, ah! E che caldo! E dire che non v'era la menoma speranza di trovare un po' di ombra. Dappertutto lo sguardo incontrava l'acciecante splendore della sabbia, e l'aria era così calda come se si fosse proprio vicini ad un forno scaldato a bianco.

— Non potremo resistere a lungo a questa temperatura ed a quest'afa soffocante, — disse il genovese, — bisogna assolutamente cercare un riparo dai raggi del sole.

Ci guardammo come istupiditi.

— Ci sono! — disse Good. — Scaviamo una fossa, la copriremo di sterpi e ci nasconderemo dentro.

L'idea non era sublime; ma poiché nessuno ne consigliava una migliore, ci mettemmo al lavoro, sia con una piccola vanga che avevamo con noi, sia anche scavando colle mani, e quando si giunse ad avere una fossa di tre metri su quattro, tagliammo dei cespugli e de' rami inariditi e coprimmo il nostro ricovero. Scivolati in questa fossa, ci parve a tutta prima di provare un vero refrigerio alle nostre pene. A misura però che il sole montava, il caldo cresceva; ci trovavamo come in un forno. Io non so come abbiamo potuto resistere a tale tormento; chiedevamo continuamente sollievo alle nostre fiasche d'acqua e, se avessimo dato ascolto alla nostra bramosia, le avremmo vuotate interamente, non una ma dieci volte; la ragione però ci diceva che la nostra piccola provvista d'acqua era la nostra salvezza, e, consumata, non ci restava altro che morire.

Tutto ha una fine, questo è certo, ed il difficile è di vivere abbastanza per vedere questa fine. E l'infausta giornata ebbe la sua fine.

Verso le tre del pomeriggio uscimmo dalla nostra fornace, preferendo morire fuori piuttosto che là dentro.

Avevamo percorso presso a poco la metà del deserto, e la pozza d'acqua, se pur v'era, non doveva trovarsi molto lontana.

Non camminavamo più, ma ci trascinavamo, e quando il sole scomparve dall'orizzonte, dovemmo stenderci a terra, e fu vero beneficio per noi il riuscire ad addormentarci un poco.

Ci rialzammo, quando apparve la luna, non per camminare, ma per tentare d'avanzarci. Cadevamo ad ogni momento, e ad ogni ora era necessario fare una sosta. Non avevamo nemmeno il coraggio di scambiarci una parola; lo stesso Good, che era sempre chiacchierone e pieno di brio, non apriva più bocca.

Verso le due del mattino raggiungemmo finalmente un monticello che a tutta prima e da lontano, avevamo creduto fosse un enorme casa di formiche; aveva almeno trenta metri di altezza.

Coricati alle falde di questa collina, e torturati da una sete ardente, ingoiammo le ultime gocce d'acqua. Ne avremmo bevuto una botte e ne avevamo invece appena appena un bicchiere.

Udii Umbopa che diceva a se stesso:

— Se domani non avremo ancora trovata dell'acqua, non vedremo più il tramonto del sole. O trovare dell'acqua o morire!

Questa prospettiva tutt'altro che lieta, mi dette i brividi. Tuttavia la stanchezza prevalse, perché chiusi gli occhi e m'addormentai.