Le donne de casa soa/Lettera di dedica

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Lettera di dedica

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Le donne de casa soa L’autore a chi legge
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A SUA ECCELLENZA

IL SIGNOR CAVALIERE

PIETRO CORRER

per la Serenissima Repubblica di Venezia

AMBASCIATORE ALLA SANTA SEDE1.

RICORDOMI, Eccellentissimo Signor Cavaliere, che nell’anno 1740 foste uno dei quattro Nobili eletti dalla Repubblica Serenissima a complimentare ed a trattenere il Principe real di Polonia ed Elettoral di Sassonia. In quella sì splendida congiuntura ammesso anch’io fortunatamente a contribuire al divertimento di un sì gran Principe colla rappresentazione della mia Tragedia intitolata Enrico Re di Sicilia2, ebbi agio di presentarmi all’E. V., di conoscere da vicino il genio che sortito avete dalla Natura per le magnifiche imprese, il talento che possedete per animarle, e la generosità dell’animo vostro per eseguirle. Allora dunque, dedicandovi l’umilissima mia servitù, parvemi di poter sperare la benignissima protezione vostra, e coltivava nell’animo l’ardente brama di meritarla; ma dalle mie vicende, al mondo pur troppo note, trasportato di qua lontano3, perdei la traccia in Venezia de’ miei Protettori e Padroni, cercando altrove quella fortuna che ho poi nella patria mia ritrovata. Tornato dopo parecchi anni a rivedere questa Serenissima Dominante4, e presentatomi al pubblico col novello sistema delle Comiche mie Rappresentazioni, seppi di certo, per onor mio e per mia vera consolazione, che l’E. V. fu uno dei primi a qualificarle coll’autorevole sua approvazione, e [p. 424 modifica]che non lasciava benignamente di frequentarle, come un innocente trattenimento e sollievo fra le gravissime cure delle pubbliche principali incombenze. Era in quel tempo l’E. V. fra i Savi Grandi del Consiglio meritamente locata, dove agitandosi gli affari massimi della Repubblica, spiccò mirabilmente la sublimità de’ Vostri talenti; e nei politici e negli economici impegni faceste prevalere mai sempre la verità, la giustizia, il bene del pubblico e la felicità degli Stati. Giunta l’opportunità alla Repubblica di dover fissare i confini nelle Provincie all’Austriaco Regio Imperial Dominio contigue, fu all’E. V. dall’augusto Senato il grave importantissimo incarco onorevolmente affidato, e Voi, ora sulle sponde dell’Adda, ed ora sulle frontiere della Germania, facendo valere la prontezza del Vostro spirito e la perspicacia dell’intelletto, mista insieme colla dolcezza del tratto e colla ragionevole docilità nei pensieri, sapeste sciogliere felicemente i più malagevoli obbietti, e incamminare per la via piana e facile un’opera di sua natura spinosa. Ho io medesimo sentiti gli elogi della Vostra saggia condotta qui non solo fra i vostri amorosi concittadini, ma in Milano ancora, e li ho sentiti per bocca di quel grand’uomo che visse in tanta riputazione presso l’Europa tutta, e lasciò dopo di sè pieno di eterna fama il suo nome, voglio dire dal celebrato Conte Cristiani, Gran Cancellier di Milano, plenipotenziario in Italia dell’Imperatrice Regina, in cui l’inesorabil morte tolse a quell’Augusta Sovrana un illibato Ministro, al nostro secolo una mente sublime, ed a me un umanissimo Protettore5. Credo di aver fatto piacevol cosa all’E. V., segnando su questo foglio, ch’è a Voi diretto, il nome di un personaggio che Voi stimaste e da cui foste stimato, degno elogio sembrandomi d’ambidue poter dire che vi sapeste conoscere ed ammirare a vicenda.

Ma ritornando io ad annoverare quei tempi ne’ quali ho goduto delle grazie vostre, ricordami ora che occupando Voi il grado illustre di Provveditore estraordinario ai confini, fissata la vostra principal residenza in Verona, dove per avventura si recitarono le mie commedie, là pure vi degnaste proteggerle e cortesemente ascoltarle [p. 425 modifica]La vostra presenza, il concetto della vostra virtù e l’autorità dei vostri giudizi promossero il fortunato incontro delle opere mie in quel paese dove, più che in ogni altro, l’esito delle comiche rappresentazioni deve essere pericoloso. Queste colà si rappresentano per lo più nell’estate, di giorno, nell’aperta arena, e mancando l’aiuto dei lumi e le notturne decorazioni, e l’attenzione che inspirano i lochi chiusi e raccolti, manca assaissimo a pro dell’opere e degli attori, e manca molto altresì al diletto degli uditori medesimi.

M’andava io speranzando che, terminato l’E. V. felicemente l’impiego, tornando alla Patria, goder potessi più lungamente i dolci effetti della vostra protezione, ma il Principe Serenissimo, facendovi passare da un grado onorifico ad un altro cospicuo grado, vi ha destinato suo Ambasciatore alla Regia-Imperial Corte di Vienna. Colà faceste Voi spiccar maggiormente il vostro sapere, il zelo vostro e la vostra singolare magnificenza. Utile vi sapeste rendere alla Repubblica vostra, e grato ugualmente ai Monarchi e al Ministero della Germania, conoscendo assai bene che la prima massima del ministro è quella d’insinuarsi nell’animo di coloro, presso dei quali dee sostenere la Legazione. Per ottenere un sì importante vantaggio, util cosa hanno creduto i politici guadagnarsi l’affetto e l’estimazione del pubblico, e niuno più di Voi avrà saputo riuscirvi. La vostra generosità naturale di pochi stimoli ha d’uopo per risplendere nelle occasioni, e la esquisitezza del vostro buon gusto accresce il merito infinitamente alla ricchezza dei vostri magnifici trattamenti. Ma chi mai crederebbe che V. E., in mezzo alle indefesse attenzioni del suo ministero, in mezzo ai splendori di una Corte brillante e fra gli onori da tutti gli ordini riportati, avesse tempo di ricordarsi di me? Ah sì, voglio dirlo per gloria mia, e soffrano gli emoli e gl’invidiosi che in faccia al Mondo lo dica. Voi vi ricordaste di me, e giunta in Vienna la nuova del fortunato incontro della mia Sposa Persiana, v’invogliaste d’averla. Fui onorato di un tal comando dalla Nobilissima Dama l’Eccellentissima Signora {{Sc|Maria Querini Correr}}, degnissima Vostra Sposa, ed io nelle mani di sì gran Dama non ho tardato a depositarla. Accolsi per un favore singolarissimo della fortuna poter [p. 426 modifica]servire in circostanza sì lieve all’E. V. e alla Veneratissima vostra Compagna, ma Ella, non contenta di ciò, ha voluto liberalmente ricompensarmi con donativi da me certamente non meritati.

Quando noi desideriamo un bene, pare che coll’animo si vadan sollecitando le ore, e si vorrebbero poter levare gli ostacoli che lo trattiene. Tal io desiderava il ritorno dell’E. V. da Vienna, lunghi mi parevano i giorni di vostra dimora, e frenar non sapeva la mia interessata impazienza. Così è, Eccellenza, la mia impazienza era interessata. Sperava che, al ritorno vostro, di mio Protettore degnato vi foste di farvi mio Mecenate, e che accettando la dedica di una mia Commedia, mi voleste colmare di onore, di giubbilo e di sicuranza.

Ma ritornando Voi alla Patria, pieno di nuove glorie e di nuovi meriti, coll’aurea Stola Cavalleresca insignito, appena per pochi dì posaste il piede sul domestico suolo, foste immediatamente costretto di trasferirvi in Roma, Ambasciatore eletto dalla Repubblica Serenissima presso la Santità di Benedetto XIV, in allora regnante, ed ora di onorevole ricordanza. Ardir non ebbi, nei scarsi giorni della vostra dimora, di presentarmi all’E. V. in mezzo alla folla de’ pubblici e privati affari, circondato veggendovi dai congiunti, dagli amici, dai servidori che tutti a gara congratulavansi del Vostro ritorno e nel tempo medesimo felicitavano la Vostra partenza. Si aggiunse fra le innamerabili cure vostre il pensier massimo di procacciare una degna Sposa all’inclito Primogenito Vostro, e tale appunto la ritrovaste per antichità di natali, per nobiltà di lignaggio, e per antiche e per recenti onorificenze, quale al grado vostro e all’opulenza della vostra Casa si conveniva; ma non sì tosto vennesi a stabilire sugli occhi vostri il contratto, miraste appena la nobilissima Dama che doveva essere vostra Nuora, datone il fortunato annunzio al caro Figlio, alla virtuosa Consorte, ai nobili numerosi Congiunti, diceste addio a tutti, e colla Patria in cuore, preferiste il pubblico bene ad ogni vostra compiacenza privata6. Con giubbilo universale di questa Serenissima Dominante, seguirono nel [p. 427 modifica]settembre passato le sontuose Nozze7, e il dispiacer che provaste di essere in sì bella occasione dal sangue Vostro lontano, hanno procurato di alleggerirlo i chiari cigni del Tebro, cantando con varj soavissimi metri dei Pesari e dei Correri le glorie; giunsero alle rive dell’Adria le armoniose note delle loro cetre sonore; tentai far eco alle loro voci, ma il rauco suono della mia Musa potè sì poco alzarsi, che rimase tra i primi vortici dell’aria disperso.

Non ho perduta di vista la concepita speranza che le Opere mie disadorne possano un giorno andar pompose del Vostro nome. Credei potervi domandare un tal dono fin colà dove siete, mi lusingai di ottenerlo, e mi animava ad impennare la supplica; quando mancato di vita l’antecessore Pontefice, previdi l’E. V. in estraordinari maneggi più seriamente occupata. Successe poscia la gloriosissima assunzione al trono di Santa Chiesa del Regnante Pastore8, che di tanto giubbilo colmato ha il mondo Cristiano e questa Patria sua specialmente, contenta di aver prodotto un Figlio di tante virtù ripieno, e di vedere alle sue santissime mani affidata la navicella di Pietro. Il Beatissimo Padre Clemente XIII, degno vicario di Gesù Cristo per la sua santità, e degno Principe per la sua prudenza, rese giustizia in pubblico all’E. V. pe’ vostri meriti e per la vostra lodevol condotta. In fatti, e prima e dopo la sua elezione, avete Voi dato saggio di buon Cittadino e di vigilante Ministro, ne si poteva festeggiare con maggior pompa di quella che usata avete, l’innalzamento alla suprema dignità Pontificia di un vostro illustre Concittadino. In occasione di festa, ho ardito anch’io di presentarmi dinanzi a Voi, accompagnandovi con un mio ossequientissimo foglio alcune copie de’ versi sciolti ispiratimi dallo Spirito Santo9, sotto i di cui infallibili auspici ho intrapreso di manifestare in simile congiuntura la mia esultanza. L’aggradimento che mi ha [p. 428 modifica]benignamente dimostrato di ciò l’E. V., mi ha dato animo ad isperare di più, e mi ho veduto in grado di domandarvi la grazia da tanto tempo desiderata. Un’altra forte ragione mi ha stimolato a sollecitarmi un sì fatto onorifico fregio. Sono parecchi anni che codesta Metropoli soffre su i suoi Teatri le mie Commedie, ed in quest’anno mi viene offerto l’onore di ritrovarmi presente al pubblico compatimento di un popolo per me clemente, dandosi a me medesimo la direzione delle opere mie nel Teatro di Tordinona. Con estrema consolazione ho accolta la fortunata occasione di vedere Roma, sperando che quella bontà che fu accordata al mio nome, sarà concessa benignamente alla mia persona. Si accresce oltremodo il mio giubbilo per la speranza di baciare i Santissimi piedi di un tal Pontefice, della di cui Nobilissima Casa ho la fortuna di godere la protezione. Aggiungesi per colmo di mia felicità, la certezza di trovare in Roma in V. E. un mio benignissimo Protettore; ma perchè un sì gran dono possa da me pubblicamente ostentarsi, resta che il Vostro cuore magnanimo degnisi di aggradire l’offerta umilissima di questa comica mia fatica, e mi conceda l’onore di decorarla col vostro glorioso nome. Non si offenda la Vostra modestia ch’io dica il nome Vostro glorioso. Egli è tale, se riguardiamo i tempi passati in cui l’antichissimo Vostro Casato fu sempre decorato delle primarie dignità ecclesiastiche e secolari, tre Pontefici potendosi enumerare del Vostro sangue, Gregorio XII dello stipite Vostro, Eugenio IV e Paolo II, Vostri parimenti per cognazione; e nella Repubblica Serenissima sono innumerabili le memorie dei servigi prestati, delle cariche sostenute e delle porpore conseguite. Glorioso è piucchemai il Vostro nome, se riguardiamo Voi stesso in cui nulla manca per costituire il vero modello dell’Uomo Nobile, del buon Ministro, del Cavaliere cristiano. Eccomi dunque al punto di rendere le brame mie consolate, le opere della mia penna felici, ed il mio nome onorevolmente fregiato. Tanto confido che la grandezza del merito sdegnar non sappia le miserabili offerte dal rispetto e dalla sincerità dell’animo derivate, che arditamente questa Commedia all’E. V. presento, e della protezione Vostra fiduciariamente la copro. Ho scelto questa, fra l’altre mie, nel|benignamente dimostrato di ciò l’E. V., mi ha dato animo ad isperare di più, e mi ho veduto in grado di domandarvi la grazia da tanto tempo desiderata. Un’altra forte ragione mi ha stimolato a sollecitarmi un sì fatto onorifico fregio. Sono parecchi anni che codesta Metropoli soffre su i suoi Teatri le mie Commedie, ed in quest’anno mi viene offerto l’onore di ritrovarmi presente al pubblico compatimento di un popolo per me clemente, dandosi a me medesimo la direzione delle opere mie nel Teatro di Tordinona. Con estrema consolazione ho accolta la fortunata occasione di vedere Roma, sperando che quella bontà che fu accordata al mio nome, sarà concessa benignamente alla mia persona. Si accresce oltremodo il mio giubbilo per la speranza di baciare i Santissimi piedi di un tal Pontefice, della di cui Nobilissima Casa ho la fortuna di godere la protezione. Aggiungesi per colmo di mia felicità, la certezza di trovare in Roma in V. E. un mio benignissimo Protettore; ma perchè un sì gran dono possa da me pubblicamente ostentarsi, resta che il Vostro cuore magnanimo degnisi di aggradire l’offerta umilissima di questa comica mia fatica, e mi conceda l’onore di decorarla col vostro glorioso nome. Non si offenda la Vostra modestia ch’io dica il nome Vostro glorioso. Egli è tale, se riguardiamo i tempi passati in cui l’antichissimo Vostro Casato fu sempre decorato delle primarie dignità ecclesiastiche e secolari, tre Pontefici potendosi enumerare del Vostro sangue, Gregorio XII dello stipite Vostro, Eugenio IV e Paolo II, Vostri parimenti per cognazione; e nella Repubblica Serenissima sono innumerabili le memorie dei servigi prestati, delle cariche sostenute e delle porpore conseguite. Glorioso è piucchemai il Vostro nome, se riguardiamo Voi stesso in cui nulla manca per costituire il vero modello dell’Uomo Nobile, del buon Ministro, del Cavaliere cristiano. Eccomi dunque al punto di rendere le brame mie consolate, le opere della mia penna felici, ed il mio nome onorevolmente fregiato. Tanto confido che la grandezza del merito sdegnar non sappia le miserabili offerte dal rispetto e dalla sincerità dell’animo derivate, che arditamente questa Commedia all’E. V. presento, e della protezione Vostra fiduciariamente la copro. Ho scelto questa, fra l’altre mie, nel [p. 429 modifica]vernacolo Veneziano scritta, sperando che l'E. V. non sgradirà lontano dalle nostre Lagune sentir alcuna di quelle frasi popolaresche che anche in noi stessi muovono talvolta piacevolmente le risa, e per dir vero ella è una di quelle che mi sono riuscite più fortunate in Venezia non solo, ma in altre parti dell’Italia eziandio. Ma stanca oramai l’E. V. di questa mia lunga Lettera, sarà prevenuta con noja della lettura della Commedia, ed io troppo tardi mi accorgo di avere ecceduto. Ecco un nuovo motivo di domandarvi umilmente perdono, sperando che tuttavia vi degnerete beneficarmi, accordandomi il sommo onore di potermi ossequiosamente manifestare

Di V. E.

Umiliss. Ossequiosiss. Obbligatiss. Servidore
CARLO GOLDONI.

  1. La presente lettera di dedica fu stampata in testa alle Donne de casa soa l'anno 1758 (novembre), nel t. V del Nuovo Teatro Comico dell’Avv. C. G., edito da F. Pitteri, Venezia.
  2. Vedasi vol. I della presente edizione, pag. 135.
  3. Vol. 1, p. 145 e sgg.
  4. Allude al suo ritorno da Pisa, nel 1748.
  5. Il Gran Cancelliere Beltrame Cristiani era morto ai 3 luglio 1758, in età d’anni 56
  6. S. E. Correr partì da Venezia ai 29 sett, del 1737 e arrivò a Roma ai 22 ottobre (v. Notatorj inediti del Gradenigo, presso il Museo Civico di Venezia). Succedette all’ambasciatore Pier Andrea Cappello (v. vol. VII della presente ed., p. 422, n. I).
  7. Le nozze di Gio. Francesco Correr e Andriana Pesaro si celebrarono nella chiesa della Salute ai 25 settembre ’58 (v. Notatorj del Gradenigo). In questa occasione stampò il Goldoni un sonetto in foglio volante (v. Bibliogr. gold., di A. G. Spinelli, Milano, 1884, p. 238).
  8. Carlo Rezzonico (Clemente XIII), di nobilissima famiglia veneziana, fu assunto al soglio pontificio ai 6 luglio 1758. A Venezia arrivò l’annuncio il giorno 8, per lettere dell’ambasciatore Correr (v. Notatorj Gradenigo).
  9. Alludesi al poemetto intitolato Lo Spirito Santo «nella gloriosissima assunzione al Pontificato di SS. N. S. Clemente XIII. Versi sciolti del dott. C. G. ecc.» Venezia, Pitteri, 1758: ristampato nel t. II dei Componimenti diversi, Ven., Pasquali, 1764.