Le donne di casa Savoia/III. Berta

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II. Adelaide di Susa IV. Matilde

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III.

BERTA

moglie dell’Imperatore Arrigo IV

n. 1052 — m. 1088


                    Eri pur vaga, ed eri
Nella stagion ch’ai dolci sogni invita.



La vita di Berta, figlia di Oddone e di Adelaide, è una riprova, ahimè troppo verace, che la felicità bene spesso non accompagna la grandezza e la potenza.

Essa era una bambina che muoveva appena i primi passi senza sostegno, quando per le feste di Natale del 1055 furono celebrati i suoi sponsali col figlio del possente Imperatore Arrigo III, che aveva ricercata e bramata quell’alleanza; e fin d’allora fu creduta predestinata ad una vita fortunata e brillante.

Ma un anno appena dopo celebrata quella solenne promessa, Arrigo III morì, e suo figlio, Arrigo IV, affidato da esso al Pontefice per la sorveglianza, fu in breve sottratto, dai Grandi dell’Impero, all’influenza benefica della virtuosa Imperatrice Agnese sua madre, che aveva vegliato sulla di lui infanzia con [p. 14 modifica]affettuosa sollecitudine, ansiosi di ridurre in loro mano il comando e il giovane che doveva comandare. Essi riuscirono con inganno a strappare il figlio alla madre, e ad allontanare questa dal Regno; e alle suppliche di lei, chiedente invano giustizia, nulla rispondendo, la costrinsero a recarsi a Roma per chiedere l’appoggio del Pontefice tutore, e finì col ritirarsi in un convento, visto che neppure il Papa nulla otteneva da costoro. E alle ribellioni del giovane offrendo essi, a compenso di ciò che credeva aver perduto, d’iniziarlo ad una precoce ed eccessiva lascivia, riuscirono nel loro intento.

Ma come avviene di tutte le cose cattive, e compiute con cattive intenzioni, essi, ciò facendo, cooperarono al proprio futuro danno, giacchè il loro Imperatore, così coltivato, risultò un vizioso e un tiranno.

E mentre esso si abbandonava ad ogni eccesso, dimentico di tutti i suoi doveri, il fiorellino spuntato per lui, apriva i suoi petali delicati al sole della giovinezza, rammentando col suo olezzo, ai Grandi dell’Impero, l’impegno del loro signore.

Povera Berta! Quanto meglio sarebbe stato per te se essi l’avessero dimenticato! Ma forse speravano di porre, mercè tua un freno al dissoluto, e vollero mantenuto l’impegno. Povera Berta! Tu lasciasti la tranquilla dimora paterna, il tuo fiorito paese, le carezze della madre e dei fratelli, e muovesti a lui tutta speranza ed amore, tutta sorrisi e gentilezza, e non trovasti in cambio che freddezza e ripulsione! [p. 15 modifica]

Le nozze di Arrigo e di Berta furono celebrate, con somma magnificenza, nello splendido castello di Tibur in Germania; ma non erano ancor cessate le feste, che già Arrigo aveva preso in uggia la casta e soave giovinetta, a lui legata oramai con vincoli indissolubili.

Dopo questo preludio, è facile immaginare qual vita si schiudesse per la poverina, amante del marito anche dopo averlo riconosciuto indegno dell’amore ispiratole. Amare senza speranza, e soffrire in silenzio, fu il programma a cui essa sottopose, con precoce saviezza, il suo cuore; ma ciò non bastava all’iniquo, che oramai voleva ad ogni costo disfarsi di lei, e che per raggiungere lo scopo le tese un infame agguato. Istruì un suo cortigiano onde si fingesse seduttore di lei, e si dispose a sorprenderli. Allorchè il briccone s’introduceva al buio nelle stanze imperiali, Arrigo, che con altri signori destinati a testimoni voleva seguirlo, per l’impazienza lo precede; e Berta, che trapelata la trama stava sulle difese, lo fece accogliere dalle sue damigelle, come se fosse lui il seduttore, con una tale scarica di colpi, che gliene rimase il segno a lungo, insieme all’ira e al livore per il fallito tentativo.

Per un brutale sfogo, Arrigo fece morire il cortigiano, non colpevole d’altro che di troppa compiacenza; oppresse la moglie d’insolenze e di vituperi, inferocì contro il suo popolo, e chiese il divorzio al Papa, adducendo una ragione ingiuriosa e calunniosa, per l’Imperatrice. [p. 16 modifica]

Invano l’Imperatrice Agnese, dal suo ritiro, pianse ed implorò perchè egli non volesse disonorarsi con quell’atto; invano i cortigiani, allibiti per tanta audacia, lo consigliarono a desistere; invano la famiglia della sposa oltraggiata lo minacciò; egli pertinace insistè, e fece adunare un Concilio a Magonza per discutere la sua domanda.

Solo la povera Berta, impavida dinanzi all’atroce sventura, non strepitò, non mosse un lamento. Ferita in quanto ha di più caro una donna, si ritrasse piangendo nell’Abbazia reale di Lorscheim, e lì in preghiere attese il decidersi della sua sorte.

Il Papa, già irritato contro Arrigo per tanti eccessi, e per gli insulti che ripetutamente ne aveva ricevuto, si fece rappresentare al Concilio da San Pier Damiano, con ordini negativi. E questi, con la sua ispirata eloquenza, col semplice e commovente argomentare, convinse tutti in favore di Berta, ed Arrigo fu completamente schiacciato. Allora i Grandi stessi dell’Impero gli si fecero intorno, e lo supplicarono a desistere dalla pazza impresa. Egli, rabbioso e fremente, disse loro:

— Siete tutti voi che lo volete? È proprio questo il vostro consiglio? Ebbene sopporterò anche questo dolore; resisterò, mi farò violenza, e porterò, come mi sarà possibile, la croce di cui non mi è concesso liberarmi.

E con l’ira nel cuore, invitò la povera Berta a tornare a dividere seco lui gli onori del trono; e intanto, [p. 17 modifica] mentre essa si muoveva per raggiungerlo, egli fuggì a nascondersi in Sassonia. L'infelice tutto comprendendo, ma nulla, dando a conoscere di comprendere, si condusse pazientemente sulle sue traccie, finchè, impietositi i cortigiani della di lei penosa situazione, indussero, un poco colle buone, un poco colle brusche, l'inumano marito a por fine a quel giuoco crudele, e a muoverle incontro.

Dopo di che Arrigo, continuando nella sua vita d'infamie pubbliche e private, imperocchè, come scrisse il Muratori «era un principe nato solamente per rendere infelici i suoi sudditi», tanto fece che incorse nella scomunica. Nel lottare contro Papa Gregorio VII, Arrigo non era stato il più forte, e quella scomunica lanciata su di lui, la prima sopra un monarca in trono, ebbe per esso le più terribili conseguenze. A causa di quella, non solo i Magnati dell'Impero gli volsero superbi e sprezzanti le spalle, ma i popoli anch'essi insorsero contro il maledetto, e tutti lo sfuggivano per non contaminarsi al suo contatto. Infine, popoli e principi si unirono a Congresso in Tibur, e decretarono che se fra un anno ed un giorno egli non riusciva ad ottenere il perdono dal Papa, essi avrebbero eletto un altro Imperatore.

Fu allora ch'ei si decise a scendere in Italia, per incontrare Gregorio prima ch'ei si recasse alla Dieta d'Augusta, e adempiere così, a tempo debito, il volere dei suoi popoli.

Fin qui Berta non ci si è mostrata che come una [p. 18 modifica] donna infelicissima, e ludibrio di un marito spregevole. Da questo punto essa ci si delinea addirittura grande, sublime! Ora non è più la povera rassegnata al suo martirio, ma è la donna eroica che si sottopone volonterosa alle più dure prove, onde seguire, presso che sola, il marito nel disastroso viaggio; giacché egli, che potente l’ha ricoperta d’oltraggi, sventurato non ha onta di appoggiarsi a lei, e contare sull’influenza della di lei famiglia, ch’essa, non dubita, riuscirà ad impietosire.

L’inverno del 1077 fece un freddo rigidissimo, pure Gregorio si mosse dalla sua sede, e, scortato dalla famosa Contessa Matilde di Toscana, giunse fino a Vercelli. Qui seppe che Arrigo si trovava in Piemonte, e non sicuro del come a lui si presenterebbe, se con buone o cattive intenzioni, stimò prudente retrocedere e andare ad attenderlo, insieme alla Contessa, nella propria inespugnabile rocca di Canossa, sul Reggiano.

Quivi era un via vai di Vescovi e laici di Germania e d’altri paesi, che venivano ad implorare l’assoluzione della scomunica, e qui comparve anche Arrigo, in compagnia, come già sappiamo, della suocera e del cognato Amedeo II.

Ed anche Berta era là; essa non aveva voluto abbandonarlo in quel supremo momento! E in quei disastrosi tre giorni in cui scalzo, quasi nudo, sfinito, umiliato, egli stette intirizzito ad aspettare che il Pontefice volesse riceverlo, che cosa avrà sofferto la povera donna? [p. 19 modifica]

E quando nella Messa solenne del perdono, allorchè Gregorio divise l’ostia, e dopo averne inghiottita la metà, dichiarando di essere innocente dalle accuse mossegli, e chiedendo a Dio la morte immediata s’egli mentiva, essa vide il marito arrossire, e rifiutare la prova dell’altra metà?

E all’udire le risa sprezzanti e i motteggi con cui egli fu accolto, all’uscita, dai suoi?

Povera donna! Essa ritornò pochi giorni appresso col marito in Germania, ove altri dolori l’attendevano.

La condotta di Arrigo non aveva incontrato la soddisfazione dei suoi. Tutti esclamarono che egli si era coperto d’obbrobrio, troppo umiliandosi al Papa; che col suo vile contegno aveva compromesso la dignità della Chiesa e il prestigio dell’Impero, e che aveva per sempre disonorato il suo nome. Pur troppo il rimedio era stato peggiore del male!

Tutti coloro che fin lì l’avevano sostenuto, vista l’ultima infelice prova, gli volsero le spalle, e gli misero innanzi un rivale in Rodolfo di Svevia, che da lungo tempo gli contrastava la porpora imperiale, nominandolo Imperatore a sua volta. Arrigo era perduto senza speranza di scampo! Così la pensava la infelice sua sposa, ora madre, a breve intervallo, di due bambini, ed angustiata nel vedere che la sorgente maggiore dei suoi mali le veniva dal marito di quell’Adelaide, colla quale aveva diviso gli spassi della fanciullezza e le carezze dei genitori.

Intanto Arrigo lottava senza posa contro Rodolfo, [p. 20 modifica] ponendosi sotto i piedi i giuramenti fatti, e non indietreggiando neppure dal ricominciare la lotta contro il Papa!

E quando finalmente egli parve venire a migliori consigli, quando lavava la sua fronte dalle macchie di onta del passato, e in Italia si copriva d’alloro, non resistendo la cara e fragile creatura a tanti contrasti, a tante ansie, andò lentamente spegnendosi.

Berta morì, consunta dai dolori, nel 1088, e fu sepolta nella Cattedrale di Spira, nelle tombe dei principi della Casa di Franconia, E così alla meschina fu, dal pietoso Iddio, risparmiato il più acerbo dolore, così essa non vide i suoi figli diletti, Corrado ed Arrigo, giunti a maggiore età, marciare armati, l’un dopo l’altro, contro il proprio padre, caduto nuovamente in sventura!