Le donne di casa Savoia/XIX. Caterina di Spagna

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XIX. Caterina di Spagna

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XIX.

CATERINA DI SPAGNA

n. 1567 — m. 1597


....Il mio sol s’eclissa a noi
Per far veder dappoi
Ad altri il suo splendor.

Carlo Emanuele I


Quando Margherita di Valois morì, suo figlio non aveva compiti tredici anni, ma i buoni germi della educazione da lei impartitagli, fruttificarono sì, che a diciannove anni, quando Emanuele Filiberto pagò anch’egli il suo tributo alla natura, Carlo Emanuele dava già non dubbia prova di quel che sarebbe riuscito, e mostravasi degno discendente delle due nobili creature che lo avevano generato.

Giunto poi ai ventiquattro anni, e desideroso il suo popolo di vederlo ammogliato, diè una certa prova di quella sagacia che doveva sempre accompagnarlo in ogni suo atto avvenire, col fare una scelta che appagasse l’occhio, il cuore e la politica. Così egli ricercò ed ottenne l’infanta Caterina Michela, figlia di Filippo II Re di Spagna, e della sua terza moglie [p. 196 modifica]Elisabetta di Francia, figlia di Enrico II e sua cugina. Questo matrimonio, pubblicato a Chambéry ai 18 di agosto del 1584, incontrò il plauso universale, e da varie Corti furono spediti ambasciatori in Piemonte, onde rallegrarsene col Duca.

Altera più per la ricevuta educazione che per carattere, Caterina, bella, colta, affascinante, non fu punto insensibile alla scelta di Carlo Emanuele, che se non vantava un regno vasto e potente, era però stimato ed apprezzato assai per i suoi pregi e talenti. Perciò la giovine principessa, dal giorno della solenne promessa a quello degli sponsali, che non fu tanto prossimo, non ebbe altro pensiero ne altra cura, se non di prepararsi a ben comprendere e disimpegnare la sua nuova missione, ed a guadagnarsi l’affetto del suo Duca e del suo popolo.

Carlo Emanuele, ricercando quest’alleanza, si prometteva un forte appoggio per avvalorare i suoi diritti al Marchesato di Saluzzo; e Filippo II promise in più il Ducato di Milano al primo figlio che nascerebbe da quell’unione, ed alla figlia 500,000 scudi di dote, confermandole la riserva dei suoi diritti al trono di Spagna, perchè a Madrid, in mancanza di maschi, ereditavano anche allora le femmine, a preferenza dei rami laterali. Peccato però che tutto ciò non fosse che una promessa; e quel matrimonio, in sostanza, non recò a Carlo Emanuele nessun vantaggio, né di danaro ne di influenza. E peccato del pari che, essendo poi il primogenito di Caterina morto in Spagna a diciannove anni, [p. 197 modifica]non fosse mantenuta pel secondo la promessa dell’avo; ma ciò non essendo preveduto allora, non impedì davvero la gioia e le speranze risvegliate da quel parentado.

Verso la fine di gennaio del 1585, Carlo Emanuele, seguito da cento signori della sua Corte, s’imbarcò per la Spagna, recando ricchi donativi per la sposa e per la famiglia di lei, a fine di celebrare le nozze. Il Re venne in persona, con numeroso e brillante seguito, ad incontrarlo a Saragozza, e fece alla sinistra di lui la traversata della città per recarsi a palazzo.

In questa marcia pomposa, il cavallo del Duca si agitava con straordinaria impazienza.

— Che cos’ha il vostro ardente corsiero? — chiese il Re.

E il Duca, ricordandosi di essere in Spagna, e non smentendo la sua sagace accortezza, rispose:

— Sire, sente di non essere al suo posto.

Il matrimonio ebbe luogo l’undici di marzo, con grandiosa solennità, decorato da splendide feste, tornei ed altri sontuosi divertimenti; e Filippo II insignì, in questa occasione, il genero, del Toson d’Oro, e gli fé’ dono della spada che Francesco I dovè deporre a Pavia.

Indi, invitato dal suocero, e con sommo contento della novella sposa, cui troppo sarebbe costato un brusco distacco dal nido, il Duca di Savoia si trattenne ancora in Spagna, per visitarvi quanto vi era di notevole, poi i giovani coniugi s’indirizzarono a [p. 198 modifica]Barcellona, per ivi imbarcarsi alla volta del Piemonte, allorché Carlo Emanuele cadde ammalato. E la malattia fu lunga e pericolosa, tanto che in Piemonte si temette per lui, ed anzi vi corse fino la notizia della sua morte.

Quando poi la falsa voce fu smentita, e venne invece annunziato ufficialmente l’arrivo degli sposi, fu una gara fra tutte le città per cui dovevano passare, onde preparar loro festosa accoglienza. Lo sbarco ebbe luogo a Nizza il 19 giugno, e di lì, sulle galere del principe Doria, e gli sposi sulla capitana, giunsero a Savona, da dove, proseguendo poi il loro viaggio, entrarono il 6 luglio 1585 a Priero, nel Marchesato di Ceva, e il lunedì 8 in Mondovì, ivi accolti con vera magnificenza, con versi e iscrizioni latine a profusione, e allusioni e allegorie mitologiche a iosa. A Mondovì si trattennero una settimana, festeggiati ufficialmente e spontaneamente, e corrispondendo con grazia ed affetto a tanta devozione. Il 15 partirono per Cuneo, e quindi s’indirizzarono a Torino ove fecero il solenne ingresso il io agosto, anniversario della battaglia di S. Quintino.

Vogliono i mondovesi che a Mondovì avesse origine il primogenito dei giovani sposi, Filippo Emanuele, nato il 3 aprile 1586, e premorto a suo padre nel 1605. Ambizione questa come un’altra!

Caterina di Spagna, divenuta Duchessa di Savoia, non smentì in nulla i lieti presagi fatti su di lei, appena la si seppe scelta a compagna della sua vita da Carlo Emanuele. E mentre diè prova di tutte le virtù [p. 199 modifica]che contribuiscono a rendere cara ed amata una principessa, si meritò del pari un posto distinto fra le donne illustri dell’epoca, tanto per l’acutezza della mente quanto per l’elevatezza dell’anima, e per il dono felice di saper ben governare. La di lei saggezza di vedute, la sagacia negli affari più spinosi, la prontezza nelle determinazioni, nelle circostanze più urgenti, furono spesso di gran soccorso al Duca, che pure era anch’egli, da questo lato, un privilegiato dalla natura. Essa, lungi dal volere, come altre, fare di lui uno spagnuolo, si fece lei vera piemontese, e fu così fedele collaboratrice dello sposo nei negozi politici, che nel 1595, quando esso, commosso all’aspetto dei suoi domini desolati dalla guerra, dalle imposte, dalla carestia, voleva accordare ai popoli una tregua alle angosce morali e materiali, vide invece dileguarsi il suo sogno di appoggiarsi a Spagna, e già pendeva verso Francia, assumendo col suocero fisonomia diffidente, essa vi si associò, convinta che egli aveva ragione. Di rimando Carlo Emanuele era tenerissimo colla moglie, e, nelle lettere che le scriveva, la chiama spesso mia vita, signora della mia anima, ecc. E lui che aveva iniziato il parlare italiano a Corte, con essa sovente scriveva e parlava spagnuolo. Usava il tu per affezione con lei, e separati, anche dopo dieci o undici anni di matrimonio, erano mesti, si scrivevano amorosamente, e dicevano di non trovar pace nè sonno a dormir soli. Carlo Emanuele era il felice tipo del marito amante della propria moglie. [p. 200 modifica]Feconda di virtù non meno che di prole, dice il Muratori, amantissima dei figli, Caterina, in dodici anni di matrimonio ne aveva già dati nove al Duca, cinque maschi e quattro femmine, e stava per dare alla luce anche il decimo, che fu poi una bambina, Giovanna, morta dopo poche ore dalla nascita, quando circolò alla Corte una terribile notizia. Si diceva, niente meno, che il Duca, il quale guerreggiava allora contro la Francia, fosse morto alla testa dell’esercito; e questa voce, venuta all’orecchio di Caterina, le recò tal colpo, e sì improvviso, che si ammalò in modo prematuro. La Duchessa si estinse infatti colla neonata il 7 novembre 1597, e negli ultimi sospiri andava ripetendo «Il Duca mio signore è morto!»

Tale e tanto era l’affetto fra questi due coniugi, che Caterina, più che per le sue molte virtù, è specialmente rammentata pei versi affettuosi che ispirò al marito, il principe più colto e di più fino gusto letterario che vanti nel, passato la Casa Sabauda.

Quando Carlo Emanuele ebbe la notizia della di lei morte pietosa, fu scosso, colpito, e dal campo lontano ove si trovava, volò a Torino per rivederne almeno le sembianze.

Fu lieve conforto al suo profondo dolore l’occuparsi delle pompe funebri, che volle sontuose, e per le quali disegnò egli stesso gli apparati, con motti affettuosissimi e nodi d’amore. E pensando, in quei lugubri giorni che il tenere sempre su di sé l’immagine di lei sarebbe un sollievo al suo strazio, fece eseguire un gioiello per [p. 201 modifica]racchiudere il ritratto di colei che era morta d’affetto per lui, disegnando di sua mano un piccolo modello. Era una specie di medaglione chiuso, il quale aprendosi, da una parte lasciava vedere il ritratto della principessa con questo motto: Morte levar non la può, Amor la impresse: e dall’altro i due C intrecciati, incoronati dalla corona ducale, attorniati da S, e con sotto un nodo d’amore, ed il motto:

Altra tomba quaggiù non può avere
Caterina Real che il cor di Carlo.

Egli raccolse poi, con cura minuziosa, ogni piccolo oggetto a cui fosse legato un ricordo di lei, e tutto conservò gelosamente. Si era fatto come un museo di coserelle che gli rammentavano tanti felici momenti, e in questo vi figurava sino un foglietto di carta, su cui la Duchessa aveva posato la mano, e colla penna, forse la stessa con cui il Duca attendeva a scrivere, aveva per scherzo disegnato i loro ritratti. Chi sa quanti ricordi erano legati, per Carlo Emanuele, a quel pezzetto di carta! Egli vi scrisse sotto di suo pugno, in spagnuolo, la lingua più usata da lei: «Fatto di mano della mia signora».

Poi le corde del suo cuore, scosse dal dolore, vibrarono fortemente, e poetò, ed ecco qui un saggio dei suoi versi, fatti in quella occasione.

Albergo ove il mio ben stette e si piacque,
Com’or mi torna in voi il mio destino?
Il sol già si sparì nel bel mattino,
Tu cieco io senza luce
Restiamo allo sparir del lume amato
E così con ragione anco s’induce.

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Il mio dolor di star con te alloggiato
Perchè molto conviene
Che ricevano in lor qui tante pene,
Vedove mura in tetto tenebroso
Vedovo sconsolato e lacrimoso.

Ben m’accors’io nell’apparir le stelle,
Ahi, che il mio sole amato
Già s’era ascoso e quelle luci belle
Che il cor mi han trapassato
Non vidi già ver me liete venire
Come soleva e fece al mio partire,
Sicché sospeso e pieno di dolore
Dissi, forse il mio sol s’ecclissa a noi
Per far veder dappoi
Ad altri il suo splendore,
Ma seppi allor che stava ahimè languendo
Ed io per il suo mal restai morendo.

Caterina fu detta, fra il suo popolo, la buona ed arguta donna spagnuola, che a Torino aveva saputo e voluto, passando sopra talora ai legami di famiglia, essere anzitutto donna di cuore piemontese: ed aveva forse intravisto, si può aggiungere, nei sogni ambiziosi del suo amato sposo, l’ideale di riuscire donna italiana. Essa, come abbiamo più sopra accennato, lasciò vari figli, tutti in tenera età, ma di cui i maggiorini ben serbarono di lei cara e venerata memoria.

Tra le femmine vanno rammentate: POLONIA, monaca terziaria di S. Francesco, morta in concetto di santa, a Roma, e sepolta nella chiesa di S. Francesco d’Assisi. Isabella, moglie del Duca di Modena, Alfonso d’Este, donna di gran pietà, che ebbe dalla sorte un marito violentissimo, il quale, dopo averla veduta [p. 203 modifica]estinta a trentacinque anni, e venerata anch’essa qual santa, preso da rimorso si fece cappuccino. E finalmente la maggiore, MARGHERITA, che ebbe il nome dell’ava, e di cui anderemo ora narrando.

I figli maschi, lasciati da Caterina, furono: Filippo Emanuele, principe ereditario, morto a Madrid a diciannove anni; Vittorio Amedeo, che prese il di lui titolo e successe poi al padre; Tommaso, da cui ebbe origine il ramo di Savoia-Carignano, come noteremo a suo tempo; e il Cardinale Maurizio, dei quali tutti dovremo ancora parlare assai in questo libro.