Le donne di casa Savoia/XVI. Filiberta di Savoia

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XVI. Filiberta di Savoia

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XVI.

FILIBERTA DI SAVOIA

Moglie di Giuliano dei Medici

n. 1497 — m. 1524


Dio si leggiadramente ornar ti volle,
Perchè ogni donna molle
E facile a piegar nelli vizi empi,
Potesse aver da te lucidi esempi.



Sull’orizzonte di Casa Savoia, Filiberta Duchessa di Soragna fu una luminosa meteora; una soave apparizione fra le tristizie del mondo; un fiore splendido e fragrante del giardino italico, e breve come quella dei fiori ebbe la vita.

Sorella di Luisa d’Angoulême, e del Duca Filiberto II già rammentati, nasceva Filiberta da Filippo Conte di Bressa detto il Senza Terra, e dalla sua seconda moglie Claudia di Brosse, madre pur anche di Carlo III che successe a Filiberto. Suo padre era già inoltrato negli anni quando la generò, ed essa nacque poco dopo la di lui morte avvenuta il 7 novembre 1497.

L’infanzia e l’adolescenza di Filiberta trascorsero squallide e tristi, ritirata essa insieme alla vedova [p. 160 modifica]madre nel castello di Billia in Michaille. La Duchessa Claudia, una santa donna, che nei sedici anni della sua vedovanza tenne sempre seco la celebre reliquia del santo Sudario, e tutta occupata di pratiche pie, non era davvero la compagna più adattata per la vispa e intelligente bambina, poi vivace e pensosa giovinetta, che nel carattere molto ritraeva dell’irrequietezza e dell’ardire del padre. Però quella vita così ritirata e severa, ed i materni religiosi insegnamenti, valsero, in uno a quei germi, a formarne il carattere semplice ed integro che la distinse e i cui tratti principali furono una sincerità candidissima, ed una intensa ed universale benevolenza, congiunte ad un ingegno che ognora più maturavasi e ad una fantasia vivacissima, temprata dal giudizio il più severo.

Quando la madre morì, il 13 ottobre 1513, la fanciulla si sentì come perduta nel mondo, e benché nel fior degli anni pure sovente pensò qual tremendo mistero di dolore è la vita, tutta sentendosi invadere da un’arcana tristezza. E questo sentimento, proprio specialmente dei predestinati a vita breve, tornò più volte, ad intervalli, ad affacciarsele al pensiero, e quasi sempre omai nei momenti più lieti della sua esistenza. Fino da allora però, la giovine principessa trovava conforto nella fede seriamente inculcatale, e alzava la mente alle idee del bello e del buono divino, componendosi tutto intorno un mondo assai migliore di quello che esso non sia, in grazia di quella preponderanza che la sua virtù prender sapeva sui triboli umani. [p. 161 modifica]Le ci volle però qualche tempo, dopo quella dolorosa separazione, perchè ella potesse rasserenarsi e tornare a sorridere, ma riuscitavi infine, essa divenne la gioia e la consolazione del fratello Carlo III, che poche ragioni di letizia ebbe nella sua vita. Se non che, vagheggiata, amata e desiderata, ella presto comprese da certi discorsi, da certe domande, da certe reticenze, che quella missione tanto cara al suo cuore non l’avrebbe esercitata a lungo.

Invero la casa paterna è, per le fanciulle tutte, come un luogo di passaggio, di cui però si rammemora per tutta la vita la dolcezza e l’incanto, e le principesse, in particolare, sono più sollecitamente delle altre tolte al caro nido. La giovinetta Filiberta ebbe però il vantaggio di non essere maritata precipitosamente, e di aver tempo di predisporsi al nuovo stato, giacché dalle prime trattative avvenute nello stesso anno 1513, il matrimonio fu concluso e celebrato nel 1515.

Il promesso sposo era Giuliano dei Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e di Clarice Orsini, nomi ben noti nella storia di Firenze; e Filiberta non solo maritandosi non lasciava l’Italia, ma andava a risiedere nel centro di essa, là dove l’arte e la natura spiegavano le maggiori attrattive per un animo temprato alle delicatezze del bello, come quello di lei. Giuliano aveva animo mite, buono e leale, cui le ingiustizie, talora commesse dalla sua famiglia, afflissero e amareggiarono, e colla soave fidanzata formava una coppia perfetta per [p. 162 modifica]virtù ed ideali, onde tutto contribuiva a far credere che quella unione sarebbe stata per la fanciulla felicissima.

Manipolizzatore di tale matrimonio fu il fratello di Giuliano, a cui questi come un padre obbediva. Il cardinale Giovanni dei Medici, secondogenito, dei maschi del Magnifico era stato mente aperta e vivace fin da ragazzetto, nutrito di buoni studi da Angiolo Poliziano e Bernardo Michelozzi, i più illustri fra i maestri a lui dati dal padre. Fatto cardinale a tredici anni da Innocenzo VIII, non andò per allora a stabilirsi a Roma, e intanto appena fatto adulto ebbe gran parte negli avvenimenti politici dell’epoca, ed anche tentò ripetutamente di rimettere la sua famiglia al governo della Repubblica fiorentina, perduto dopo la morte del padre. A Roma, dove poi molto soggiornò, era caro a tutti quanti lo circondavano e lo avvicinavano, pel suo fare amabile, per la versatilità del suo ingegno, la valentia in letteratura e il gusto per le belle arti. Staccatosi un momento dalla politica, allorché gli avvenimenti presero una piega contraria alle sue vedute, viaggiò molto per l’Italia, poi andò all’estero e vi si indugiò, e colto finalmente il destro era riuscito, sul finire del 1512, a riporre alla testa del governo della città natale il minor fratello Giuliano.

Morto in quel frattempo il Papa Giulio II, Giovanni andò a Roma per il Conclave, d’onde uscì Papa, col nome di Leone X, l’11 marzo 1513, a trentasette anni, per opera specialmente dei Cardinali più giovani. [p. 163 modifica]che provavano per esso viva simpatia. Questo Medici crebbe rapidamente in reputazione, e si sollevò, con le sue opere e le sue magnificenze, a tanta altezza, che fu celebrato per il più illustre dei Pontefici, legando il suo nome al secolo che lo vide sulla cattedra di S. Pietro.

Leone X guardandosi intorno, allorché fu pervenuto alla tiara, posò lo sguardo, fra le varie principesse europee in età da marito, sulla giovine Filiberta di Savoia, e la desiderò per cognata, essendo essa di una Casa così antica e stimata, e sorella, benché di altra madre e più giovine di ventuno anni, della genitrice di Francesco d'Angoulême erede del trono di Francia, nel quale sperava e desiderava un alleato. Mentre trattavasi il matrimonio, il Papa chiamò a Roma Giuliano, lo fece cittadino romano e lo creò Duca di Sora o Soragna. Stabilite poi nel 1514 le nozze, Leone lo arricchì ancora di più ; e il futuro nipote, divenuto ai primi del 1515 Francesco 1, gli conferì il Ducato di Nemours, di cui però ebbe soltanto il titolo ; e nello stesso anno fu fatto capitano generale della Chiesa, a poco più di trentasei anni.

Filiberta non ebbe dote, tanto grande essendo la distanza tra la famiglia dei Medici, in origine grandi mercanti fiorentini, che la desiderava, e la Casa sovrana di Savoia. Carlo III suo fratello però le concesse la signoria di Fossano e il marchesato di Gex ; e la dote gliela costituì il Pontefice.

Le nozze si celebrarono in febbraio 1515, e si festeggiarono solennemente a Torino dove gli sposi si [p. 164 modifica]trattennero circa un mese, eppoi a Firenze con la splendidezza e la vivacità tutte proprie delle feste sotto il bel cielo fiorentino : ma quelle che ordinò a Roma Leone X, per ricevere l'ambita cognata, furono oltre ogni dire sontuose. Scrisse il Bembo, allora segretario del Pontefice, che vi si spesero ben 150.000 ducati d'oro, somma enorme se si considera che le doti cui allora si davano alle principesse reali di Francia, non arrivavano mai a 50,000 ducati ; e fu il primo saggio che diè Leone X per la magnificenza ed il fasto. Ma egli era felice di quel matrimonio, ed orgoglioso di quella principessa, bella, colta e spiritosa, entrata nella sua famiglia, la quale allora allora aveva brillato a Firenze, la città intellettuale per eccellenza, e avrebbe dato per onorarla qualunque tesoro.

A Roma Filiberta non smentì quell'orgoglio pontificio, e fu regina in mezzo ad una corte di uomini sommi, quali Machiavelli, Michelangiolo, Raffaello, il Castiglione, il Bibbiena ; ebbe omaggi e die incoraggiamenti ed aiuti senza fine, e per lei l'Ariosto dettò la più splendida delle sue canzoni, di cui dò qui le due più belle strofe :

"Dio sì leggiadramente ornar ti volle
Perchè ogni donna molle
E facile a piegar nelli vizi empi,
Potesse aver da te lucidi esempi,
Che fra regal delizie in verde etade,
A questo d'ogni mal secolo infetto
Giunta esser può d'un nodo saldo e stretto,
Con somma castità somma beltade. „

[p. 165 modifica]e quindi soggiunge:

"Da corone, da monti, e scettri e seggi,
Per stretta affinità luce non hai
Da sperar che li rai
Del chiaro sol di tua virtù pareggi.
Sol perchè non vaneggi
Dietro al desir, che come serpe annoda,
Ti guadagni la loda
Che il padre e gli avi e i tuoi maggiori invitti
Si guadagnar coU'arme ai gran conflitti. „

Tra i grandi però, in quella corte, vi erano anche molte nullità e molti parassiti ; fra l'oro molta scoria, e la principessa di Savoia non si lasciò abbagliare da un falso luccichio. Vivace ed intraprendente, spoglia d'ogni sentimento d'invidia e di ogni senso di paura, essa apertamente sprezzava la superbia dei patrizi e la leggerezza di certi sacerdoti, non ristandosi dal dimostrare quanto, in quell'ambiente, la sorprendeva e soprattutto quanto essa disapprovava, essa che aveva per principio dover l'uomo riporre la vera grandezza nella vera bontà.

E poiché ella vedeva la sua fede cristiana, compromessa e vilipesa da taluni che avevano l'obbligo di farla invece sempre più pregiare, è fama che se ne lamentasse col cognato Pontefice, e riuscisse, così almeno narra il Gorelli, a trarlo a parlare in incognito con Martino Lutero, allora in un convento di agostiniani di Roma, prima che avesse dichiarato lo scisma al quale Leone X rispose scomunicandolo. Alcune delle idee [p. 166 modifica]dello studioso e intransigente frate, allora apparentemente sempre buon cattolico, avevano incontrato l'approvazione della Duchessa di Soragna, e per questo aveva desiderato di farne partecipe il suo grande parente, sperando di operare così il bene dell'umanità. Ma essa giudicava col suo buon cuore e la sua fede ingenua, troppo ingenua, e se il Papa la compiacque, ed è vero che l'abboccamento avesse luogo, esso non ebbe altro resultato che d'inacerbire scambievolmente quegli animi.

Del resto Filiberta non stette a lungo nel mare magnum romano, perchè la vacillante salute del marito, gracile di complessione, e di animo tanto delicato cui affliggevano e nuocevano tanto i contrasti, i dissidi e le ingiustizie a cui si vedeva in mezzo, le precluse ben presto quella vita di azione. Giuliano, non permettendogli la sua fibra di stare in campo, lasciò il comando delle truppe al nipote Lorenzo e tornò, con la gentile compagna, che ne divideva il desiderio, a Firenze, d'onde salì poi al convento dei monaci di Badia alle falde di Fiesole, forse per chiedere un refrigerio ai suoi mali alle vivificanti aure fiesolane. Invece, ad onta delle affettuose cure della moglie, ad onta di farmachi e di medici, egli ivi si spense a trentasette anni, dopo uno solo di matrimonio, il 17 marzo 1516, quando appunto Leone X sperava e vagheggiava per lui un dominio sovrano.

La giovine vedova, annichilita da tanta sventura, che spezzava sul fiorire anche la vita di lei, senza un [p. 167 modifica]figlio, senza più un affetto intimo e caro in Italia, non rimase quivi a lungo. Il cuore di lei assetato di tenerezza cercò intorno a se un altro cuore che potesse corrisponderle, e si sentì attratta verso la Francia ove viveva sua sorella Luisa. Manifestato a questa, ed al celebre figlio di lei Francesco I, il modesto desiderio della derelitta, fu incoraggiata ad appagarlo, ed in Francia fu ricevuta con grandi onori, e le si diè fino il privilegio, a seconda dei costumi dell'epoca, di liberare condannati tranne il caso di lesa maestà. Dal fratello allora ebbe Malevol ed altri feudi.

Ma quello che essa desiderava, pace cioè ed affetto, non poteva offrirle la Francia immischiata in tante guerre e in tante avventure, né la sorella, animo così differente dal suo, e così dedita ai maneggi politici. Filiberta, che ricca, bella e potente, avrebbe potuto ancora brillare nel mondo, e trovare attrattive alla vita, in quell'ambiente si sentiva invece come spostata. Sentiva che se ella avesse avuto un vero potere, tutto lo avrebbe speso in vantaggio dell'umanità, come unita al suo dolce compagno aveva appena potuto incominciare ; e questo comprendeva ora esserle impossibile.

Perciò abbattuta e delusa, poco sentendosi attratta alle cose terrene, e non approvando tutte le azioni del Re francese, che sì male usava verso il fratel suo Carlo III Duca di Savoia, essa tornò in Italia, tutta dedicandosi a sollevare i poveri e gli infelici.

Presenziò nondimeno nel 1520 il matrimonio del fratello Carlo III con Beatrice di Portogallo, e fu [p. 168 modifica]madrina del loro primo figlio. Stabilitasi poi a Vivien nel Bugei condusse da allora vita ritiratissima, tutta dedita alla carità e alla preghiera, e a ventisette' anni si spense, in voce di santa pei molti da lei soccorsi e beneficati, il 4 ottobre 1524, e fu sotterrata a Chambéry, tornando così nei luoghi vagheggiati nella sua infanzia.