Le lettere di Aldo Moro dalla prigionia alla storia/Il fatto

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Il fatto

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Agnese Moro Michele Di Sivo - Dalla prigionia alla storia: le lettere di Aldo Moro come fonte

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da Rete degli Archivi per non dimenticare



Erano da poco passate le nove del 16 marzo 1978 quando, in via Mario Fani, nel quartiere romano di Monte Mario, un commando delle Brigate Rosse bloccò l’auto sulla quale viaggiavano il presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, e due militari addetti alla sua tutela, e un’altra auto con a bordo tre agenti della Polizia, anch’essi preposti alla protezione del parlamentare. In meno di due minuti furono esplosi oltre novanta colpi di armi automatiche. Più di quaranta andarono a segno, uccidendo i cinque uomini della scorta: Raffele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Aldo Moro fu trascinato fuori della propria auto e caricato su un’altra vettura. I brigatisti riuscirono a dileguarsi nel traffico. Alle 10.15, telefonate ad organi di stampa di Roma, Milano, Torino e Genova rivendicarono: «Questa mattina abbiamo rapito il presidente della Democrazia cristiana ed eliminato la sua scorta, le “teste di cuoio” di Cossiga» (l’allora ministro dell’Interno).

La strage e il sequestro furono compiuti emblematicamente nel giorno in cui il Parlamento era chiamato a dibattere e votare la fiducia a un governo di solidarietà nazionale appoggiato, per la prima volta dal 1947, dal Partito comunista italiano; per la costituzione di quel governo il presidente della Dc si era fortemente impegnato. Nel loro Comunicato n. 2 le Br sottolinearono che, così facendo, il Pci e i sindacati “collaborazionisti” assumevano «il compito di funzionare da apparato poliziesco antioperaio, da delatori, da spie del regime. La cattura di Aldo Moro, al quale tutto lo schieramento borghese riconosce il maggior merito del raggiungimento di questo obiettivo, non ha fatto altro che mettere in macroscopica evidenza questa realtà...». Il corso del sequestro fu scandito dalla diffusione di comunicati delle Br talora accompagnati da drammatiche lettere e appelli del presidente della Dc, talaltra dalla richiesta delle Br di scarcerare “militanti detenuti” quale prezzo della liberazione del sequestrato, talaltra ancora dalla commissione di altri omicidi, come quelli degli appartenenti al Corpo degli agenti di custodia Francesco Di Cataldo e Lorenzo Cutugno.

Con il Comunicato n. 9 le Br, dopo aver “registrato” «il chiaro rifiuto della Dc, del governo e dei complici che lo sostengono» allo «scambio di prigionieri politici», annunciarono: «Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato».

Alle 14 del 9 maggio, a 55 giorni dal sequestro, il corpo di Aldo Moro venne fatto rinvenire all’interno di una Renault 4 rossa, in via Michelangelo Caetani, una strada a breve distanza dalle sedi della Dc e del Pci. Sulla strage, il sequestro e l’omicidio si aprirono più processi. Al loro esito vennero individuati e condannati esponenti delle Br che, in vario modo, avevano partecipato alla organizzazione e al compimento dei gravissimi delitti. Di tali delitti si occuparono a lungo anche le Commissioni parlamentari di inchiesta per approfondire ogni tipo di condotta o di situazione tenuta o verificatasi con riferimento alla terribile vicenda. [p. 24 modifica]