Le notti degli emigrati a Londra/Il conte Giovanni Lowanowicz/V

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Il conte Giovanni Lowanowicz - V

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Il conte Giovanni Lowanowicz - IV Il conte Giovanni Lowanowicz - VI


Ciò che mi aveva maggiormente afflitto nella mia sentenza era la degradazione dalla nobiltà. Io sono poco democratico. Non disprezzo il popolo, ma amo meglio innalzarlo fino a me coll’istruzione e col lavoro che discendere fino a lui, abdicando una parte di me stesso. Pure, siccome l’applicazione della pena non principiava che dal giorno del mio arrivo a destinazione, così io godeva ancora de’ due privilegi della nobiltà russa: l’esenzione dai castighi corporali, e il non esser condotto in Siberia per convoglio.

Il convoglio è una carovana di cento a duecento cinquanta condannati di ogni specie, riuniti sotto la sorveglianza dei soldati e di qualche Cosacco. Fanno il viaggio a piedi, incatenati a due a due, colle mani o col piede, ad una catena comune a tutti. Essi camminano due giorni, si fermano il terzo in capannoni costrutti espressamente lungo la via, da Kiew fino a Nertscinsk, sotto la dipendenza assoluta dell’ufficiale che li conduce, durante un tragitto che dura un anno fino a Tobolsk, e due se la destinazione è alle terribili mine di Nertscinsk.

Quando io ebbi udita la mia sentenza e l’ebbi sottoscritta, mi denudarono fino alla cintola, e si presero i miei connotati. Poi fui vestito del cappotto grigio a maniche corte, da viaggio, e mi furono levate le manette, che m’avevano chiuso i polsi durante un mese.

Non mi ricordo di aver mai avuto in mia vita una soddisfazione più inebbriante.

Mentre si procedeva a questa operazione, l’ispettore della prigione mi lasciò scivolare furtivamente qualche cosa nella mano. Erano due borse contenenti mille rubli oro, che mio fratello mi faceva tenere. Credetti venissero da mia madre. In Russia, come dovunque più o meno, i funzionarii sono venali. L’ispettore mi rimetteva quel denaro di nascosto, a fine di sottrarmi alla rapacità degli agenti russi, per le cui mani io doveva passare. Nascosi le borse nei rovesci dei miei stivali. Era quella un’arma di salvezza. L’indomani, a cinque ore, mi trovai installato, fra due gendarmi, in una kibitka.

Varcando la porta della cittadella, io volsi il capo per dare un tacito addio a tante anime desolate che gemevano là dentro. Mio fratello, ritto dietro un casotto da sentinella, silenzioso e pallido, era venuto per vedermi partire e per dare di nascosto duecento rubli ai due gendarmi, che dovevano accompagnarmi fino ad Omsk. Cavò il suo kepì, senza avvicinarsi. Sentii sdilinquirmi nel cuore. Stesi le braccia verso di lui: la kibitka partì come una freccia. E mia madre? Pensai che la nobile donna si fosse offesa del mio rifiuto di suicidarmi e mi tenesse il broncio. M’ingannavo. Rannicchiata dietro l’angolo di una casa, mi vide passare, e svenne.

La mia lotta cogli uomini era finita, io andava a principiare una lotta col destino.

Dico il destino, poichè per gli uomini, dai miei gendarmi fino al governatore generale della Siberia, io non era più un individuo, ora, ma un oggetto pericoloso. Essi erano la forza, io non era più una volontà; io doveva dunque subire, come un corpo inerte, le leggi di gravitazione di tutto il sistema dello czarismo.

Viaggiavamo colla rapidità di 14 chilometri all’ora, che aumentò, anzi che diminuire, fino a Nertscinsk.

La mattina era splendida e calda; tutto sorrideva e cantava. La tensione straordinaria delle mie facoltà, da un mese in qua, si rallentò tutto in una volta, ora che la mia sorte era fissata. Mi accasciai per istanchezza, come un pallone che si sgonfia. Poco disposto naturalmente a conversare, non trovando nulla d’affabile nei miei gendarmi, la cui fisionomia stupida mi urtava; vinto che non si rassegna e che perciò si raccoglie in sè stesso, chiusi gli occhi, e mi addormentai, tessendo nel mio spirito tutto un piano di resistenza legale e di rivolta, se l’occasione mi avesse favorito. La natura esterna, in questi primi giorni di vita interna o di abbattimento, non ebbe alcuna presa su me. Che io vegliassi o dormissi, io era assente. Non principiai ad aver coscienza di me stesso se non quando, dopo aver traversato Minsk, Smolensk, Mosca, i tre cavalli della kibitka si lanciarono in contrade, ove io non aveva ancora viaggiato, e che perdevano, di tappa in tappa, la fisionomia europea. Le strade erano detestabili, perchè la via ferrata le faceva negligere. Vladimir, che traversammo in mezzo alla nebbia dell’alba, mi parve desolata. Nijni-Novogorod aveva l’aspetto di una decorazione d’opera. Sospesa quasi a picco sul Volga, essa si aggruppa sopra un’altura ove alcuni precipizii, uniti da ponti, limitano i quartieri della città. La città nuova è sulla riva diritta di questo fiume, che mette in comunicazione il Baltico col Caspio, l’aorta della Russia, ove la sua vita commerciale palpita più vivamente. Battelli a vapore, bastimenti a vela, barche d’ogni sorta s’incrociavano, venendo dal nord o dall’est, o recandovisi. Questa città acquista uno strano aspetto, dicono, al tempo della fiera, poichè vi si vedono allora tutti i campioni delle razze e semi-razze dell’Europa e dell’Asia, dal Parigino fino ai Kirghisi, ai Persiani, ai Turchi, agli Armeni, ai Georgiani, ai Calmucchi, agli Indù, ai Turcomani, ai Russi, ai Cosacchi, ai Tartari... Vi ci fermammo il tempo di cangiare i cavalli, prendere un pasto e fare alcune provvisioni, poichè i miei gendarmi avevano veduto che io non mi adattava gran fatto al pan saraceno ed alla zuppa di cavoli condita con olio rancido, soli alimenti che potevano offrirmi nelle tappe successive.

Avremmo potuto prender qui il battello a vapore sul Volga e sulla Kama, che ci avrebbe condotto diritti a Perm. Ma tale conforto non è accordato ai viaggiatori della mia categoria. Continuammo dunque per la via ordinaria.

Costeggiammo quasi sempre le rive del Volga. Il fiume dà una certa animazione ed una fisionomia a queste contrade, singolari d’altronde pel tipo, i costumi e le abitudini de’ suoi abitanti. Tutte le varietà del tipo tartaro vi sono rappresentate, ed oltre i Tartari, vi si scorgono i resti di quelle orde venute dall’Asia, la cui origine è nella razza mongola, colle numerose ramificazioni che sbucciano da quella grande linea.

Da quest’Asia pittoresca, che si traversa, si casca in una città assolutamente europea, Kazan, ove c’è museo, università, ginnasio, osservatorio, vescovato, teatro, officine, scuole primarie, e tutto ciò che una città incivilita può offrire di confortable, di fastoso, di aggradevole. Avrei potuto simulare una grande stanchezza, una malattia anzi, senza troppe smorfie, poichè io era molto pallido ed avevo l’aspetto d’un tisico senza speranza. Ma non avevo ancora imparato che nella disgrazia occorre esser nobile, ma non fiero. Facevo le mie prime prove. Ond’è che rispondevo a monosillabi, ovvero restavo silenzioso verso i curiosi e le curiose, molto convenienti e pieni di compassione del resto, che ronzavano a me d’intorno, sia che io restassi nella kibitka, o che cercassi ravvivare un po’ le gambe indolenzite negli uffizii delle tappe. I gendarmi m’informarono allora che mio fratello aveva dato loro 200 rubli, onde procurarmi per via tutti gli alleviamenti che potessero, senza compromettersi. E se qualche ufficiale delle stazioni si stupiva della loro premura nel servirmi, essi mormoravano: "Suo fratello è l’aiutante favorito del Granduca Costantino; chi sa dunque?" Non occorreva di più.

Il paesaggio era monotono: steppe e foreste. E poi, lo confesso, io non intendo bene in tutta la creazione, che una sola bellezza, quella della donna! Gli splendori della natura, i prodigi dell’arte, faceano poco effetto su me. Noi abbiamo tutti delle corde che vibrano e delle corde rotte, in quanto alle armonie esteriori. Traversai Viatka di notte. Dormivo nella kibitka come nel mio letto. Le notti erano fredde. Eravamo in settembre, vale a dire al principio del verno per contrade che non conoscono stagioni intermedie. La vallata della Kama non acquista una bellezza affascinante che all’alba ed al tramonto, quando i bianchi vapori espirati della notte si dissipano, prendendo forme fantastiche vivamente ondulate, o quando la caligine della sera avviluppa di un velo misterioso i campanili delle chiese greche e i minareti dei villaggi, le foreste che si sottraggono allo sguardo, e le distanze che scompaiono come per rientrare nelle sacre funzioni della natura. Nulla di carezzevole in tutto ciò che ci circondava; ma non pochi profili giganteschi e boschi immensi ci sorprendevano. Ed eccoci a Perm, ai piedi della catena degli Urali, la porta di quella cittadella da titani che noi ci accingevamo a scalare.

Dietro a noi, la valle della Volga e della Kama, il mondo reale; dinanzi a noi, i picchi coperti di nevi, le roccie scarne, le foreste secolari, i valloni profondi, le vette vergini, i precipizii irti, i torrenti sonori e... la Siberia: l’indefinito e l’infinito.

Una bella giovinetta venne ad offrirmi delle ciambelle: era il giorno della festa di sua madre. Il direttore della posta mi offerse il thè: il samowar bolliva sul suo tavolo. Accettai. Poi, siccome occorreva rattoppare non so che di rotto nella kibitka, così mi stesi sur un banco, e mi addormentai.

Perm è una triste e sordida cittaduzza commerciante. Per contrario, la strada, che taglia traversalmente la catena degli Urali, fino ad Ekaterinenburg, è magnifica. Queste montagne sono popolatissime di borghi, o piuttosto stabilimenti, come li chiamano, proprietà in parte della Corona, in parte dei signori padroni delle mine. Tutti sono minatori in queste castella, persino le donne ed i fanciulli. Si estrae il ferro, il rame, anche l’oro, il platino, l’argento, e marmi preziosi, e pietre fine. Il paese è ricco; le case e gli abitatori che incontriamo in questi valichi e gole grandiose, han l’aria prospera e felice. La strada penetra nelle selve, taglia le rocce, si slancia sulle correnti, che scorrono verso il mar Glaciale ed il Caspio, costeggia gli abissi vertiginosi, lambe le vallate che, durante la state, debbono essere deliziose; si precipita a perpendicolo nelle frane, sotto i rami dei pini selvaggi e degli abeti, che già si sprizzolano di brina, mentre le cime dei monti si mantellano di nuova neve. Noi calpestammo la neve della notte. La montagna non ha ancora voci, ma essa ha già dei sospiri, e, nella notte, dei gemiti; le rocce infocate nella state si fendono di un tratto, il vecchio albero scoppia, e dà il suo alito estremo! I camini di qualche opifizio fumano. Le macchine idrauliche strepitano. I torrenti mugghiano. Noi voliamo attraverso tutto ciò, senza prender fiato, senza allentare il galoppo; ci arrampichiamo sui vertici come aquile, sprofondiamo negli abissi come valanghe, così sicuri come se percorressimo i viali di un parco. Il postiglione, i cavalli il veicolo, hanno un’anima sola - un’anima che sfida l’audacia stessa. Ah, se io fossi poeta, che inno! Ah, se io fossi trovator di armonie, che fanfara!

Gli Urali son valicati: siamo a Khaterinenburg, ai piedi del versante opposto, il versante orientale: siamo in Asia, siamo in Siberia! La città ha qualche bell’edifizio: la zecca, lo stabilimento della direzione delle mine, l’arsenale ove si fondono cannoni e fabbricano armi, la dogana... Vi è grande movimento industriale e commerciale: forni, opificii, officine di pietre preziose, lavatoj d’oro e di platino... che mi importa tutto ciò? Io non sono più un’anima.

I lineamenti del Siberiano sono regolari, ma pallidi. Non si resta chiusi impunemente per otto mesi dell’anno in camera riscaldatissime, poco o punto aereate.

Poi di nuovo la pianura. Passiamo l’Isset, poi la Tura, sulla quale si stende Tiumen. Mi disponevo a discendere dalla kibitka per pranzare, mentre si cambiavano i cavalli, quando scôrsi alla porta dell’albergo della posta parecchi uffiziali russi. Mi riassisi. Essi osservavano1 i miei movimenti, e chiesero ai gendarmi chi mi fossi.

- Uno sventurato, risposero i gendarmi, un Polacco condannato politico.

Quegli uffiziali appartenevano ad un reggimento, che era stato parecchi anni di guarnigione in Polonia. Lo avevano balzato in Siberia per punirlo, non volendolo sterminare. Il capitano si avvicinò, e mi pregò, coi modi più dilicati e squisiti, di andare a pranzo con loro. Mi sentii commosso: l’invito era così imprevisto, inatteso, contrario al corso delle mie idee.... Accettai. Dieci mani si stesero per aiutarmi a discendere. S’intuonò l’aria di Dombrowski: No, la Polonia non perirà!

Io non so se il pranzo fu buono, o cattivo. Credetti cullarmi in un sogno. Era io a tavola con uffiziali russi, o in un club di repubblicani? Un motto sopra tutto mi colpì: questo motto è tutto un programma, forse il programma dell’avvenire.

- Non è contro la Russia che i Polacchi debbono insorgere, ma contro lo Czarismo, disse il capitano. Allora, invece di esser nemici, noi saremo fratelli d’arme. Prima di essere Russo o Polacco, gli è mestieri esser uomo.

Lo Champagne scorse a fiotti. La Russia è il paese ove si consuma più di questo vino, autentico o apocrifo che sia.

Il destino definitivo dei deportati è fissato dalla Commissione che siede a Tobolsk, quando i condannati vi arrivano per convoglio. Io arrivava in kibitka. Gli era dunque il governatore generale della Siberia occidentale, residente a Omsk, che doveva statuire sul mio stabilimento. Partimmo dunque diritto per questa capitale.

A Novozaimsk, dopo Yalontorowsk, entrammo nelle steppe, cui percorremmo per parecchi giorni, molto al di là di Tomsk. Le strade sono cattive, il cielo grigio e basso; il silenzio sarebbe assoluto, se i campanelli dei cavalli non lo interrompessero. Passiamo l’Ichim presso Abatskaia, e cominciamo a trovare dei blokhaus di terra e di legno, di distanza in distanza sulla strada, ma abbandonati, dappoichè le tribù dei Kalmuki e dei Khirghisi si sono sottomesse definitivamente.

La Siberia pesava già sopra di me: la tristezza mi opprimeva. Nelle vicinanze di Omsk, un barcone ci prese a bordo per farci traversare il Yenisei, uno dei più larghi fiumi della Siberia. Le acque fangose si frangevano con impeto contro la barca. Ed eccoci a Omsk.

La kibitka si fermò innanzi la fortezza per dare avviso del mio arrivo al comandante, ed i gendarmi mi depositarono nel corpo di guardia, vicino al palazzo del governatore, il generale Duhamel. Un’ora non era scorsa, che avevo già ricevuto la visita del comandante della fortezza e del commissario di polizia, e ch’ero chiamato alla presenza del governatore.

La sala d’aspetto, ove mi fermai, era riccamente mobiliata e zeppa di funzionari e sollecitatori. Mi guardavano tutti con attenzione, qualcuno con tenerezza. Io mi assisi in un angolo, e presi a contemplare i ferri dei miei piedi.

La signora Duhamel era polacca; il generale suo marito si chiudeva quindi in un riserbo austero, quando trattavasi di condannati politici polacchi. E’ lasciava fare al Consiglio, e non ne alterava giammai le risoluzioni.

Uno dei consiglieri uscì dal gabinetto del generale per vedermi. La fisionomia, l’età, la costituzione, le maniere del condannato hanno un peso considerevole sulla decisione del Consiglio, la quale può essere un decreto di morte a breve scadenza. Mi alzai. Il consigliere mi squadrò dal capo ai piedi, con quell’aria scrutatrice degli scozzoni, che esaminano un cavallo che voglion comprare. Questo esame durò parecchi minuti. Io abbassai gli occhi, reprimendomi. Infine e’ dimandò:

- Tu sei dunque malato?

Senza essere orgoglioso, io aveva sempre avuto dei modi così circospetti, una gravità sì vera ed assoluta, che mio fratello stesso, dall’età di quindici anni, non mi aveva più dato del tu. Quel tu, scoccato come uno schiaffo da uno sconosciuto, da un uomo che non era nè della mia casa nè de’ miei amici, mi parve un vivo oltraggio. Alzai dunque la testa con arroganza, fissai sul consigliere uno sguardo vivo, e gli dissi:

- Voi v’ingannate: io sto benissimo.

Un nugolo si stese sul volto del mio uomo: la sua fronte si corrugò. E’ non rispose. Volse le spalle, e si ritirò.

La mia risposta, il mio atteggiamento gittarono la costernazione fra i Polacchi che lavoravano nell’uffizio del generale. Essi sclamarono ad una voce: Disgraziato!

Scorse un’ora, un’ora di tortura.

Il consigliere riapparve.

- Signore, mi disse con aria troppo pulita, il Consiglio vi destina al lavoro della mine del verderame, a Nertscinsk.

Nertscinsk è la Caina di Dante, vale a dire la cerchia più spaventevole dell’inferno del forzato in Siberia.

La sentenza mi colpì al cuore, ma non abbassai lo sguardo. Il brivido non durò, del resto, che un istante; mi ricordai che quel sito era il più vicino alla frontiera cinese ed all’Oceano Pacifico - due porte della speranza. Uscii. Nel tempo stesso entrava Astatchef, il concessionario delle mine del Governo, ed io intravidi i funzionari polacchi serrarsi attorno a lui e favellargli con calore. Giù mi attendevano un’altra kibitka ed un’altra scorta, quella che doveva accompagnarmi fino al termine della mia deportazione.

Era il 17 settembre 1863. Avevo impiegato venti giorni per arrivare ad Omsk, viaggiando dì e notte - in media 14 chilometri l’ora.

Partimmo all’istante.

Traversai Omsk, ma non la vidi: io entrava nell’estasi del sogno della liberazione!

Il paese, per cui passiamo, ha l’aspetto selvaggio e monotono; ma è solamente un poco innanzi la stazione di Turumoff che s’entra nelle paludi della Baraba.

Il postiglione di questa stazione mi domandò se io avessi una maschera; imperciocchè, quantunque i primi buffi di vento dell’Oceano glaciale avessero cacciato via qualcuna delle specie delle zanzare, restavano ancora troppi di questi dipteri succhiatori per divorarmi vivo prima della fine della traversata. Comperai da lui una maschera di crini, e feci bene.

Queste paludi hanno 325 chilometri nella loro parte meno larga - una specie d’imbuto in fra gli altipiani più elevati dell’Obi e del Irtitsc. Le acque non hanno scolo, ed il sottosuolo argilloso, che le riceve, non le assorbe. Da ciò gli stagni ed i pantani fetidi e micidiali. Gli abitanti rarissimi di queste contrade desolate le fuggono. Non vi s’incontra che qualche pastore Ostiako, squallido, tremante di febbre, e trascinantesi dietro ad armenti pieni di vita, che pascolano un’erba fresca e succulenta.

Gli era infatti un mare d’erba, che ondulava sotto il vento, ed ove migliaia di uccelli acquatici svolazzavano. Impossibile di asciolvere a Bulatova. Io galleggiava in mezzo ad un nugolo di zanzare, di tafani, di moscherini, di maringuini, di tipole grosse come una testa di spillo, che mi trafiggevano attraverso la maschera ed attraverso il mio gabbano da forzato. I cavalli grondavano sangue d’ogni poro, pugnalati da tafani lunghi un pollice, armati di trombe e lancette formidabili.

A Kamsk, assiso vicino ad un gran fuoco, mi avventurai a prendere una zuppa di rape. Ma non appena servita, era immediatamente coperta da uno spesso strato di questi insetti, che vi si precipitarono alla stordita.

Kamsk è al centro della Baraba. Gli abitanti avevano tutti emigrato a Kolivan od a Omsk.

La strada che segue, fino a Karghinsk, è quasi sempre nell’acqua. Per indicarla, mettono dei tronchi di abeti per traverso, li ricoprono di argilla, specie di lastrico poco solido e poco durevole. Il terreno oscilla sotto le ruote del veicolo, l’acqua si agita, il vapore si sprigiona da quelle alte erbe verdeggianti che tremolano; i rami d’abete, denudati dell’intonaco argilloso, rassomigliano a tibie umane in un carnaio. Una caligine grigia limita il paesaggio, e si dondola lentamente prendendo forme fantastiche. Delle mappe di acqua giallastra dietro a mappe di acqua verdastra; delle praterie torbose coperte di erbe mostruose, alte sei piedi: giunchi, ginestre, piante paludacee a foggia di canne, fiori selvaggi molto splendidi, gigli, achillee, iridi, ledracocefale... un orrore splendido, che all’alba ed al tramonto vi riempie di ammirazione e di terrore misterioso! La natura vi celebra le sue nozze della creazione per mezzo della distruzione!

A qualche versta di là, un dramma orrendo si compiè sotto i miei occhi, vicino a Karghinsk. Una taranta ci seguiva, tirata da cinque cavalli, che i tafani avevano imbizzarriti fino alla pazzia, e cui il postiglione apostrofava col suo linguaggio più energico, pregando nel tempo stesso Dio e il diavolo di aiutarlo a contenerli. Ad un tratto, udiamo un grido formidabile di disperazione. Ci fermiamo a guardare: la taranta, il postiglione, i viaggiatori, trascinati dai cavalli, avevano abbandonato il sentiero e vagavano di fianco a traverso il palude. Vedemmo da prima un solco moventesi in mezzo all’erba, seguito da un nugolo nero d’insetti, poi le erbe cessarono di ondulare, gl’insetti piombarono sur un punto come un uragano sibilante, il movimento si estinse, il silenzio successe: taranta, cavalli, uomini erano stati assorbiti dallo stagno, ed i feroci dipteri spigolavano i rimasugli della strage.

A Sektinskaia, uscimmo dalla Baraba, che avevamo traversata per cinquanta ore. La contrada non divenne però più gaia. Noi volavamo sempre in mezzo a quella steppa immensa, ove eravamo entrati a Novozaimsk, non vedendo un’anima che desse indizio di vita fra quelle macchie nere, quelle brughiere e giunchi grigiastri. Arrivammo a Kolivan a mezza notte, e fino a Dombrovino, ove traversammo l’Obi sur una chiatta, la strada conteggiò gli stagni. Qualche figura dal tipo mongolico, qualche casolare popolato di Tartari apparvero qua e là: miseria, lordura, scoraggiamento, impotenza, rassegnazione... Ecco tutto ciò che esprimono quegli uomini, quelle donne, quei fanciulli, coperti di pelli di montoni, cui l’Europa si è abituata a considerare ed a temere con una specie di terrore misterioso.

La Russia è abilissima nel dar le traveggole.

Il paesaggio non cangia fino a Tomsk. Questa piccola città avrebbe una fisionomia affatto europea, se non fosse la collezione completa di tipi siberici, Bouriatti, Kalmuki, Khirghisi, che si incontrano nelle strade. Il quartiere tartaro, all’est, giace sul Tom, che taglia a mezzo la città.

Io finivo di prendere il mio pasto nella stazione e rimontavo nella kibitka, quando la strada fu invasa da una gaia partita di nozze, la quale entrava nella casa dirimpetto. Lo sposo era un Russo, appaltatore di lavatoj d’oro e di platino; la giovane sposa, una Polacca, figlia di un esule. Un curioso dimandò al gendarme chi io mi fossi. La Polacca udì la risposta. Ella si distaccò come un lampo dal braccio del marito, si slanciò su di me, e mi baciò. Poi strappò dal suo collo un piccolo cuore di oro, e me lo porse, dicendo:

- Vien di laggiù.... era di mia madre!

Il marito andò a cercare del pane e del sale, e me l’offerse sur un desco, soggiungendo:

- Dio vi consoli, fratello!

Le mie guance si bagnarono. Non potei rispondere una sola parola.

E la kibitka fendè lo spazio come uno sparviere. Il fiume Tchoula, ad Atchiusk, separa la Siberia orientale dall’occidentale. A Krasnoirk termina la steppa, che percorrevamo da sei giorni. Anche questa città ha un aspetto completamente europeo. Un bellissimo giardino, specchiandosi nell’Ienisei, presenta uno splendida panorama. Poi, carrozze, donne eleganti, ricche e pittoresche livree, musica militare, passeggio, caffè, sale da ballo: un insieme prospero. Non un giornale!! V’è alcuno qui che pensi esservi nel mondo una cosa, che si addimanda libertà, per la quale tanti popoli soffrono e tanti pensatori muoiono?

La strada, fino a Kansk, è magnifica. Noi scendiamo al galoppo la collina, ove accampa Krasnoravsk; valichiamo l’Ienisei, dalle correnti vertiginose, dalle onde chiare e sonore, largo come un lago; traversiamo Kansk, assisa sulla riviera; poi Niveondiusk, ove sono rilegati parecchi dei nostri compatriotti, e passando un fiume dopo l’altro, belle valli, casali piacevoli dai campanili di stagno e dalla croce dorata, un territorio boscoso, variato, con betulle, pini ed erbe verdeggianti, la catena degli Altai a destra e dei Soblonoi di fronte, arriviamo finalmente a Yrkutsk, la capitale della Siberia orientale, adagiata sul versante elevato dell’Angara - a un mese da Pekin.

In questa città, più chiese che case, case a mattoni e tugurii in legno; il movimento febbrile di una capitale che fa affari; macadam, marciapiedi in legno, piazze ombreggiate, gore di fango, insegne francesi, pianoforti a coda, poliziotti, viali sull’Angara, lampioni ad olio, milionari: non portinaj nè lacche di montone!

Il governatore è il generale Ionkowski, di cui stavo oramai per divenire umile suddito, o piuttosto misero oggetto. Il capo della polizia, Wokoulski, capitò. Egli esaminò le mie carte, ed ordinò ai gendarmi di continuare la strada. Non si curò nemmeno di dimandarmi se, avendo percorsi, di un sol fiato, 5000 chilometri, io avessi potuto aver bisogno di un po’ di riposo.

Una scena caratteristica venne a distrarmi ed a rattristarmi. Mentre io aspettava nel corpo di guardia che il capo della polizia avesse letto la mia filza (incartamento), due gendarmi, dall’uniforme azzurro e dall’elmo di rame, spinsero lì dentro un bipede legato ed incatenato come una bestia feroce. Egli è impossibile figurarsi alcun che di più orrido. Era un forzato, scappato dai cantieri di costruzione di Okotsk. Egli avea cancellato, mediante l’acido solforico, le lettere fatali vor, ladro, che il carnefice gli aveva impresse sulla fronte e sulle guance, e si era per tal guisa dato un aspetto mostruoso.

- Chi dunque ha perfezionata così la tua bellezza? gli domandò il custode del corpo di guardia.

- Caddi, essendo ubbriaco, in un focolaio ardente, rispose il galeotto.

- Povero uomo, sclamò l’altro. Ora, sai tu ciò che la bontà dello Czar ti riserba?

- Ebbene, che dunque? chiese il forzato.

- -Cinquanta colpi di knut, ed il resto, replicò l’aguzzino.

- Li subirò, disse il vor di un’aria rassegnata e maligna. Cosa è ciò? Ma non è dello knut che io mi lamento; gli è del mio onore che s’insulta, dicendo che io sono un vorcorretto.

- Sopporterà desso i cinquanta colpi di knout dimandai al mio gendarme.

- Prima del ventesimo, e’ sarà crepato. Pertanto quel mariuolo potria bene andare fino a venticinque, se il carnefice non serra troppo il dito mignolo.

- Ecco ciò che mi aspetta, pensai io, se me la scapolo malamente e se mi riprendono! Grazie allo Czar, tra quell’uomo e me non vi è più alcuna differenza: siamo entrambi forzati!

- Andiamo, gridò il mio postiglione; io sono pronto.

Un colpo di frusta, e Irkutsk restò alle nostre spalle. Saliamo sempre, contornando la splendida valle dell’Angara, il livello del lago Baikal essendo più alto di quello della pianura. L’Angara, più larga del Reno, scorre tra due sponde alte a mo’ di falaise, rimboscate di pini e di cedri. La corrente è forte; il colore dell’acqua è turchino. Il paese è coltivato, alla sinistra del fiume; a destra, sono gole profonde e nere e foreste di abeti. L’Angara, allo sboccare del lago, larga più di un miglio, si precipita fra due montagne a picco, allogate lì come i due pilastri della sua porta. Lo spettacolo fa impressione, sopratutto se il sole al tramonto lambe ed increspa questa massa immensa d’acqua limpida e mugghiante.

A Listvenitchnaia, piccolo porto sul lago, lasciamo la Kibitka, e montiamo sur un battello a vapore, che solca il lago per cinque mesi dell’anno; in ottobre comincia a gelare.

Questo lago è forse il più grande del mondo: 600 chilometri sur una larghezza variabile di 30 ad 80 chilometri. Gli è un cratere vulcanico spento, la cui profondità non ha potuto essere scandagliata. Le rocce abrupte, che l’inquadrano, hanno un’altezza, in qualche parte, di circa 1200 piedi, le une coperte di boschi, le altre nude, dall’aspetto fantastico e basaltico. L’acqua è dolce ed azzurra; l’ondata ha l’incesso ed i furori di quella del mare. La rena delle sponde è bianca. Qui, i fiotti si frangono contro picchi perpendicolari; là essi dormono, e si affusolano di foglie di piccole ninfacee, delle foglie lunghe e strette dei potomagetoni, delle punte dei miriafilli, e dei fiori rossi della poligonia delle paludi. I palmipedi di ogni specie vi fanno gazzarra e galloria. Delle caverne inesplorate, sui fianchi irti dei balzi del Chamerdoban, giammai senza neve. L’eco sempre sveglia. Si direbbe che il Baikal è un pozzo gigantesco, dai margini merlati.

Sbarcammo a Passolsk, sulla riva orientale. Uno dei gendarmi andò a cercare un telega per continuare il nostro viaggio. Avremmo potuto fare il giro del lago al sud per terribili ed impraticabili montagne, poichè la strada postale da Irkoutsk a Selenguinsk non era ancora terminata; ma si volle risparmiarmi questo sopraccarico di disagio. Il viaggio fu così abbreviato di parecchi giorni. Le contrade che percorremmo, avendo continuamente sotto gli occhi, a sinistra, le vette radianti dei monti Yablonoi, variano di tappa in tappa: ora sterili, ora ben coltivate, ora lande rossigne, ora praterie di un verde azzurrognolo.

Passammo la Selenza in chiatta, a Verineoudinsk, ove sembianti polacchi circondarono la mia slitta, mentre si cangiavano i cavalli. La riviera è larghissima. È dessa, certo, fra le riviere del mondo quella che ha il corso il più lungo; perocchè, sotto nomi diversi, le sue acque s’immettono nel mare Artico, dopo aver percorso una distanza di 1300 leghe e tagliati ventisei paralleli di latitudine.

Prima di giunger a Kiahkta, il nostro telega si ruppe. Continuammo la via a piedi fino a questa città. Alla mia destra, si stendeva la Mongolia, culla dei compagni di Tchinghiz-Khan; alla sinistra, le rive del Baikal. Poi, le tribù nomadi dei Buriati, cui i Russi si sforzano invano di fissare; ed a qualche centinaio di verste, la frontiera cinese. Silenzio e solitudine ovunque: l’inverno cominciava. L’aquila ed il nibbio, essi stessi, emigravano verso l’alto Gobi, abbandonando i deserti chiaro-azzurri del cielo, il deserto della terra non offrendo loro più prede. Il suolo non ha più vita...

Infine, eccoci a Nertscinsk.

Avevo percorsi ottomila chilometri di un solo fiato. Ero spossato. Avevo visto poco del mondo che fendevo a tiro di ala. Avevo vissuto di una vita interna: fino ad Omsk, del passato; a partir dall’annunzio della mia sentenza, dell’avvenire. Ora, eccomi solo, ma risoluto, in faccia al destino.


Note

  1. Nell’originale "osservano".