Le notti degli emigrati a Londra/La Polonia e la Russia/V

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La Polonia e la Russia - V

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La Polonia non solo non si rassegna alla sua sorte, ma la si compiace di renderla intollerabile. Essa aspira al conquisto di quell’autonomia nazionale di cui godè per secoli e che le fu rapita, per astuzia e per forza, dalla diplomazia e dalla guerra. Questa ristaurazione non può realizzarsi che per due mezzi: o col concorso dello straniero, o per uno sforzo d’iniziativa interna.

Da chi può venire, dallo straniero, l’affrancamento della Polonia?

Noi l’abbiamo detto: lo spirito di Europa si è modificato. Napoleone I ha spossate le ultime molle della politica di ambizione.

L’Inghilterra ha fatto prevalere i principî della sua politica di economia sociale; il self-government, il self-reliant.

Napoleone III, aveva, senza accorgersene, rotta la tempera del carattere dei francesi, i quali, vedendo nello chauvinisme militare il Pantagruel della libertà, si rassegnavano ad occuparsi dei loro propri affari e rinunziavano alle avventure dei conquistatori. Lo scacco del Messico, aveva, grazie a Dio, rudemente profittato.

L’ultima guerra ha provato la decadenza dello spirito militare della Francia. Ora, si tenta rifocillarlo. Ma, quando che sia che la Francia faccia la guerra, essa la farà per sè, non per andare a risuscitare popoli lontani, da cui non può sperare un sussidio immediato nell’impresa terribile e rischiosa del ricupero delle sue provincie perdute.

La Polonia non potria dunque sperare un aiuto della Francia che, tutto al più, nel caso di una conflagrazione generale di Europa. Ora, questa catastrofe diviene di più in più problematica, a misura che gli Stati si equilibrano, e che si sopprimono i germi di guerra - germi alimentati un dì dalla dominazione austriaca su i popoli che l’odiavano, dallo sminuzzolamento illogico dell’Alemagna, dall’avidità nello spartimento della Turchia. La Francia non può quindi nulla per la Polonia, quando pur lo volesse e l’occasione se ne offrisse.

La Polonia, in oltre, non è sulla frontiera francese, come l’Italia. Una guerra marittima sarebbe senza effetto, quando anche la fosse possibile. D’altronde, la guerra inutile di Crimea basterebbe per scoraggiare la Francia da queste intraprese.

L’Inghilterra non si occupa più della politica continentale. - Essa non incoraggia più le rivoluzioni, come al tempo di Canning e di Palmerston; non sostenta le reazioni, come al tempo di Pitt. La si rassegna ai fatti compiuti, anche quando la danneggiano, come nell’affare dello Schleswig. Un’agressione sul suo Impero delle Indie potrebbe forse obbligarla a rompere con la Russia. Ma anche in questo caso, cui essa prevede, a cui si prepara, l’Inghilterra localizzerebbe la guerra in Asia, ove i suoi mezzi di resistenza sono più efficaci, meno costosi, più sicuri e più numerosi. Tutto al più, l’Inghilterra somministrerebbe del danaro alla Polonia per provocare una rivoluzione come diversione.

L’Austria non s’impegnerà giammai in una guerra per la ricostruzione della Polonia. Essa ha troppo a perdere - essa che fu e che, fino ad un certo punto, è ancora la violazione flagrante delle nazionalità; essa il cui impero numera ventidue milioni di slavi; essa che al primo dì dell’esistenza nazionale polacca avrebbe a vedersi estirpar la Gallizia. In caso di guerra tra la Russia e l’Austria, questa potrà fomentare l’insurrezione polacca, ma i soccorsi che le darebbe sariano troppo esili per contarli come elementi di successo. Ed ancora, e’ non bisogna perder di vista che i governi sono tutti naturalmente conservatori e che, anche spinti alla disperazione, essi non si legano alla rivoluzione che per moderarla da prima, profittarne e tradirla in ultimo.

La Polonia può dessa sperare la sua liberazione dalla Germania, anche nel caso di un conflitto rinnovellato tra la Germania e la Francia, in cui la Russia stesse a lato di quest’ultima? E’ sarebbe forse nell’interesse della Germania di trovare una nazione libera, indipendente, guerriera, interposta tra lei e la Russia, la cui vicinanza è un incubo doloroso. Ma l’Alemagna costituita nella sua unità, soddisfatta nelle sue aspirazioni, rassicurata nei suoi interessi, sicura nell’avvenire, non è una nazione da incoraggiare o da alimentare avventure. Minacciata d’altronde all’occidente dalla Francia, il cui rancore è inestinguibile, l’Alemagna eviterà tutte le occasioni di spiacere alla Russia, che le ha resi di così grandi servigi nell’ultima guerra, ne coltiverà l’alleanza preziosa, ne paventerà il contraccolpo fulminante. Imperciocchè egli è mestieri non obbliarlo, che la Pomerania è slava, la Posnania è Polonia, la Boemia è appostata ai suoi fianchi come una fortezza.

La Polonia non può quindi aspettare soccorso da alcuna delle potenze occidentali.

L’Europa non avrebbe che due mezzi per metter sosta alle invasioni della Russia, e perciò all’inghiottimento della Polonia: quello di una coalizione, direi quasi, una crociata, per riedificare la Polonia, una Svezia, una Turchia istoriche; quello di combattere piedi a piedi, con la diplomazia, l’influenza russa dovunque la tenti stabilirsi, dovunque la crei una forza, dovunque la prepari un pericolo. Napoleone I, Napoleone III e l’Inghilterra riuniti, hanno sperimentato l’inutilità, l’impotenza, i danni delle alleanze e della guerra. L’azione dei gabinetti europei non è riescita nell’opera di contenere la Russia nel circolo che il congresso di Vienna e quello di Parigi le avevano tracciato.

Si limita lo sviluppo degli Stati, quando questo sviluppo è fittizio come quello dell’Austria; non si può, tutto al più, che rallentarlo, quando questo sviluppo è naturale, come quello della Russia, della Germania, della Italia - ancora incomplete. La coalizione per la guerra dunque e l’assicurazione mutua degli Stati per la diplomazia non raffreneranno il progresso della Russia, e non verranno per conseguenza in aiuto della ricostruzione della Polonia.

L’unica probabilità di autonomia per questa nazione sarebbe una confederazione provocata dalla Russia essa stessa, sotto la sua supremazia. Ma anche in questa eventualità insperata la Russia non affrancherebbe la Polonia; perocchè rompere i ceppi della Polonia e’ sarebbe mettere in piedi una rivale.

La Polonia pretende alla egemonia sulla razza slava, per i medesimi titoli storici che la pretende la Russia - titoli consacrati dalle sventure, dalla persistenza, dalla gloria, dal valore - specie di consacrazione meno effettiva che il successo ma che non è meno abbarbagliante. Se per distaccare l’Ungheria e la Boemia dall’Austria e la Posnania dalla Germania, se per attaccarsi la Grecia ed i Principati Danubiani, una confederazione di popoli slavi fosse necessaria, la Russia non vi vorrebbe entrare che tirandosi dietro la Polonia, ma una Polonia assimilata, come dessa si assimilò la Finlandia, come la Polonia si aveva assimilata la Lituania.

La Polonia non deve dunque contare che su di se stessa, su i suoi propri e soli sforzi.

I Polacchi lo hanno compreso, del resto, e la Russia nol sa che troppo - pruova i dispacci alteri e schernevoli di Gortschakof nel 1863 e 1864. La Polonia ha saggiato tutti i mezzi che erano alla sua portata. Essa ha provato la guerra, alligandosi allo straniero, sotto Napoleone I. Essa ha provato la guerra con le sue proprie forze, sotto Kosciusko. Essa ha provata l’insurrezione, nel 1830 e nel 1863. Essa ha provato la ricostruzione nazionale sotto la protezione russa, consacrata dal congresso di Vienna, al tempo di Alessandro I. Essa ha provato lo statuto amministrativo di Nicola I. Essa ha provato la forza. Essa ha provato la resistenza passiva e l’attestazione del dritto. Essa ha provato di svegliare le simpatie dell’Europa e di provocare la protesta dei governi e la pressione diplomatica. Essa ha provato l’opposizione morale.... Tutto ciò che un nobile popolo, un gran popolo, un popolo coraggioso, convinto, deciso, poteva fare, la Polonia l’ha praticato. Essa ha soccombuto. Tutto le è venuto manco. Le circostanze, Dio, gli uomini, la politica, la religione, si son messe nella partita per ischiacciarla. Ed essa è stata sopraffatta, rotta, annientata. Che le rimane a fare adesso? L’ultima prova - quella della disperazione, quella che il marchese di Wielopolski le ha consigliata, quella che la logica della situazione impone: associarsi alle viste ed all’impulsione della sua rivale, lavorare per lei a fine di lavorare nel medesimo tempo per sè stessa.