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Le notti romane/Parte seconda/Proemio

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Parte seconda - Proemio

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Parte seconda Parte seconda - Notte quarta
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PROEMIO


Ornai dopo le varie notti successivamente vegliate ne’ tenebrosi penetrali della terra e in mezzo di quelle or mirabili, or grate, or tremende apparizioni, ascoltando l’antica maestosa favella, le alte contese e gli autorevoli ragionamenti, io sentiva quasi piegar la mente mia sotto l’ingombro di affannosi pensieri. Imperocché avrei pur voluto narrare altrui cosí maraviglioso caso, ma il timore di non apparire o credulo o mendace mi sforzava al silenzio. Quindi mi perturbava il violento desiderio di ragionare con quelle ombre, le quali finora pareano non curanti di me, e qualunque volta io fui vicino a prorompere in alcuna discreta inchiesta, mi frenò la voce nelle fauci la riverenza e lo stupore. E se pur vincendo il ribrezzo io principiai con qualche parola, Tullio subitamente con autorevole modo, stendendo la mano, m’imponeva silenzio, ed io sommessamente lo ubbidiva. Alla fine deliberai, se riapparissero quegli spettri, di mostrarmi loro non piú timido mortale, ma audace e degno veramente di alti colloqui co’ magnanimi Quiriti. Per la qual cosa alla consueta ora amica delle larve io pervenni alle tombe, e in quelli oscuri sentieri porgendo innanzi le mani, con dubbiosi passi m’inoltrai. Poiché giunsi nell’interno, e toccando gli avelli riconobbi il luogo, stetti appoggiando il fianco ad una tomba, attento e desideroso di nuove maraviglie. Rimasi cosí io non so quale spazio di tempo, che a me sembrò di molte e lente ore forse misurate dall’inquieta mia ansietá. Quindi ornai disperava rivedere quelle apparizioni, congetturando che fossero quelle anime giá ingolfate nel pelago eterno. [p. 142 modifica]Quand’ecco improvviso lampo fece visibili que’ penetrali; ma furono gli occhi miei nuovamente ricoperti dal velo tenebroso, onde rimasi in aspettazione d’incogniti portenti. Apparivano poi surgere dagli avelli lentamente e con maraviglioso affanno le ombre, come quando fra noi concorrono le genti in luogo dove sia accaduta qualche sciagura: e però io non intendeva questa loro nuova commozione. Vidi che giá mi stava accanto il benevolo Tullio, al quale dissi: — Che temono? — Ed egli rispose: — Sembra loro contaminato il luogo dallo spettro parricida, e paventano abbattersi in lui. —

Ma nondimeno si andavano adunando nelle consuete vie, e poiché le vidi raccolte in turba, animosamente inoltrandomi, con loro mi confusi. Esse però, quantunque incorporee, pareano evitare il mio contatto, e sgombravano la via ovunque mi inoltrai, guardandomi ciascuna con vari atti di maraviglia. Mi sembrava trascorrere in mattutina nebbia, perocché quasi vapore non faceano ostacolo quelle apparenze a’ passi miei. Intanto io tacito volgea intorno le pupille, non saziandomi rimirare le varie sembianze di donne, di fanciulli, di togati, di guerrieri, di uomini popolari, ciascune in vesti e modi convenevoli agli ordini loro. E poiché alquanto soddisfeci i primi impulsi della curiositá, fatto animoso dalla consuetudine di conversare con quelle ombre, dissi ad alta voce:

— O maravigliosi Quiriti, come mai sendo pur voi cosí magnanimi a chiunque implorò la vostra clemenza, or non la mostrate verso me, il quale ancora involto in membra caduche, qui venni, e rimango ammiratore de’ vostri colloqui, disceso nelle tombe vostre con voi anzi morte? Io da che nelle storie conobbi la grandezza delle vostre opere, fui sempre mosso da un tormentoso e vano desiderio d’esser vivuto con voi, e con voi di vivere rinati a nuova vita. Le quali due brame al certo solo da voi medesimi possono a me condonarsi; ma presso i viventi sarebbero cosí biasimate, che loro continuamente le nascondo. Or ecco né l’una né l’altra mi concede il destino, perocché entrambe impossibili; ma ben concede che qui, dove giacciono gran parte delle membra vostre valorose consunte da inesorabil morte, e vive la fama per [p. 143 modifica]petua delle vostre imprese, ritorni la piú nobile sostanza di voi. Ed io quantunque intelletto impuro in questa inferma carne, in breve da sciogliersi, ed impedito ad ascendere alle celesti sottilitá dal peso della materia, pure per lo magnanimo desiderio mio, per gli eccelsi pensieri che qui mi traggono, per l’ardimento negato a’ mortali che qui a voi mi spinge, io vi prego mostrarvi, quali foste, benigni e liberali. —

Stavano ascoltando gli spettri con degna attenzione, e di mano in mano che il mio ragionamento continuò, pareano far piú lieto l’aspetto ed inchinevole alle mie richieste. E poiché tacqui, uno di loro incominciò: — Ben meriti, o prode uomo, che ciascuno di noi non ti perturbi, ma al contrario ti sia grato per cosí maravigliosa brama quale nutrí digiuna lungamente in petto, ed ora siccome vedi soddisfatta. Imperocché vivi pure illeso, e Ubero, e ragioni con noi Quiriti, e ci vedi pronti a trattenerci con te quanto concede la severa legge di questo regno di morte. Ma sendo noi ora la prima volta congregati per felice concorso non mai per l’addietro conceduto, siamo, ben lo devi credere, solleciti piú d’ogni altra cosa, di conversare fra noi. Imperocché ciascuno qui ritrova, dopo lungo esilio ne’ tenebrosi deserti, o il genitore, o la consorte, o il figliuolo, o il fratello, o il congiunto, o l’amico, e tutti, ciò che ogni altro titolo sopravanza, il cittadino. — Mentre egli cosí benignamente ragionava, le concorrenti larve mi guardavano come navigatore giunto da spiagge remote, ed una di loro di grave aspetto mi interrogò: — Or quassú che avvenne? — E insieme accennava con la destra, sollevando l’indice, la terra superiore. Ed io risposi: — Innumerevoli e strani volgimenti di fortuna che non posso descrivere convenevolmente col ministerio di rozza eloquenza. — A tali parole si guardavano quelle ombre, come agitate da inesplicabile ansietá di novelle, e molte concorrendo mi chiedevano: — Rimane ancora pietra di nostra cittá? N’è spenta, o vive la memoria? Galleggia sul diluvio de’ secoli alcuna insegna di lei? —

Ed io risposi: — Vive Roma immortale, onorata, splendida per altro modo, con altri ordini, ma ancor meritevole di vostra ammirazione. — Non cosí furono commossi i Greci adunati ne’ [p. 144 modifica]giuochi Istmici all’annunzio che Quinto Flaminio consolo, essendo eglino giá in podestá del Popolo Romano per bellica fortuna, li dichiarava liberi, della qual gioia rimangono nelle storie maravigliosi effetti, come quelle larve si agitarono a questa grata novella. Conciosiaché con varie grida di festa subitanea empierono quegli spechi, e poi scambievolmente guardandosi taceano come dubbiose di non credibile messaggio. Molte di nuovo m’interrogavano, dipoi: e quantunque io dessi loro la medesima novella, pur come non mai sperata voleano da me sentirla ripetere. Invocarono anche sommessi la mia fede, perché con grata menzogna io non turbassi il placido regno di morte. Per la qual cosa io percosso nell’animo da cosí spiacevoli dubitazioni, dissi a Tullio che mi stava accanto: — Or tu che fai della tua eloquenza, se non persuadi questi ancor tuoi Romani ad uscire all’aperto, e vedere s’io qui venni mendace o narro sincere novelle? — Divenne lieto a queste parole M. Tullio, né piú in lui appariva squallore di morte, ma fatto immagine viva, mi guardò cosí vicino che quasi io sentiva l’alito delle sue parole, e disse: — Ho deliberato di rivedere, poiché lo concede il destino, i mirabili effetti del tempo sterminatore. Ma ohimè! Forse tu mi guidi a nuova angoscia? Se Roma è ancora illustre, siccome narri, trista è la sentenza per cui ne siamo divelti. S’ella è guasta dal tempo e schernita dalla fortuna, perché mi conduci a piangere sulla patria inconsideratamente? — Ed io risposi: — Spero che non rivedrai con tant’angoscia qual temi, benché mista di ruine e in altro aspetto cangiata, la romulea cittá. — M’interrogò allora: — Forse le rimane il nome? — Risposi: — Il nome non solo, ma gran parte dell’antico splendore, e tutta la fama sua. —

— Seguitemi! — gridò Tullio a’ suoi Romani; ed a me disse: — Precedi. —