Le opere e i giorni/Prometeo e Pandora

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Esiodo - Le opere e i giorni (Antichità)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1929)
Prometeo e Pandora
Invocazione alle Muse Le età del mondo
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PROMETEO E PANDORA1



        Sappi che tengono i Numi nascosto ogni bene che valga
a sostentar la vita. Se no, col travaglio d’un giorno,
agevolmente un anno campare ozïando potresti:
45staccar presto il timone potresti, ed appenderlo al fumo,
dei buoi nulla varrebbe, dei muli ostinati il lavoro;
ma Giove i beni ascose, per l’ira concetta nel cuore
perché Promèteo, mente sottile, lo trasse in inganno.
Per questo egli tramò luttuosi cordogli ai mortali:
50nascose il fuoco; e il figlio sottil di Giapèto, di nuovo
a Giove lo rapì, per darlo ai mortali, celato
entro una ferula cava tenendolo a Giove che avventa
fulmini; e, irato, il Nume che i nuvoli aduna, gli disse:
«O di Giapèto figlio, maestro di tutte le astuzie,
55t’allegri tu, che il fuoco m’hai preso, m’hai tesa la frode;
ma gran cordoglio, per te, sarà fra le genti venture:
ch’io darò loro, in cambio del fuoco, un malanno che tutti
accoglieranno con gioia, gran festa facendo al malanno»2.
E, così detto, rise, degli uomini il padre e dei Numi;
60ed ordinò ch’Efèsto, l’artefice insigne, al piú presto,
terra mescesse con acqua, vigore ed umana favella

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poi v’infondesse, e forma di vergine amabile e bella,
pari alle Dive immortali le desse; ed Atena, maestra
d’ogni lavoro a lei fosse, di stare all’industre telaio;
65ed Afrodite, a lei sul capo infondesse la grazia,
la tormentosa brama, le languide pene d’amore;
e l’argicída Ermète, che l’anime guida, dispose
che in lei mente infondesse di cagna, e costumi di frode.
Disse; e ubbidirono tutti di Crono al possente figliuolo.
70Sùbito il Nume ambidestro famoso foggiò dalla terra,
come voleva il Croníde, la forma di vergine bella;
la cinse, l’adornò la Diva dagli occhi azzurrini;
le dive Grazie, e, Dea veneranda, Suada, monili
d’oro alle membra intorno le strinsero; l’Ore dai vaghi
75crini, le cinser la fronte coi fiori che dà Primavera;
Pàllade Atena tutti dispose in bell’ordine i doni;
e il Nume ch’Argo uccise, che l’anime guida, nel petto
menzogne e furbi detti le infuse e costumi di frode,
per volontà di Giove che tuona profondo; e facondia
80l’araldo dei Celesti le diede. E chiamò questa donna
Pandòra; perché quanti Celesti han soggiorno in Olimpo,
a lei diedero un dono che fosse cordoglio ai mortali.
     Compiuto or questo inganno sottil, senza scampo, il Croníde
mandò l’araldo pronto dei Numi, l’insigne Argicída,
85a Epimetèo, ché il dono gli offrisse; né quegli ricordo
ebbe che Prometèo predetto gli aveva che doni
non accettasse mai dal Sire d’Olimpo, ma invece
li respingesse: ché poi, non toccassero danni ai mortali:
l’accolse; e poi comprese che aveva accattato il malanno.
     90Ché pria vivean le stirpi degli uomini sopra la terra,
dai mali immuni, senza gravosi travagli, lontano
dai tormentosi morbi che gli uomini adducono a morte:
ché, tra i malanni, presto vecchiaia colpisce i mortali.
Ma quella femmina il grande coperchio del doglio dischiuse,

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95con luttuoso cuore, fra gli uomini, e i mali vi sparse.
Solo il Timor del futuro3 restò sotto l’orlo del doglio,
nell’infrangibile casa, né fuori volò dalla porta,
perché prima Pandora del vaso il coperchio rinchiuse,
come l’egíoco Giove, che i nuvoli aduna, le impose.
100Ma vanno gli altri mali fra gli uomini innumeri errando,
perché piena è la terra di triboli, il pelago è pieno.
E vagolano morbi di giorno sugli uomini, ed altri
giungon di notte, improvvisi, recando cordoglio ai mortali,
muti, ché ad essi tolse la voce l’accorto Croníde:
105sicché, modo non c’è di sfuggire ai voleri di Giove.


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Note

  1. [p. 277 modifica]Il mito di Prometeo, verso 44 sg. - Come si vede è il medesimo concetto biblico. L’uomo è costretto a guadagnare il pane col sudore della fronte perché ha gustato il pomo della scienza. Il fuoco di Prometeo corrisponde all’albero della scienza del bene e del male.
  2. [p. 277 modifica]Non pare improbabile che la mitica Pandora adombrasse una donna reale, bellissima e scaltrissima, che forse davvero, subornata dai nemici dei Giapètidi, mandò in rovina lo stolto Epimeteo, ad onta dei buoni consigli del fratello. Questa storia sarebbe, in sostanza, una pasquinata, alla quale offrivano spontanei i colori le satire contro le donne che sono certo antiche quanto il genere umano.
  3. [p. 277 modifica]Con la perifrasi «Timor del futuro», rendo il greco Ἐλπίς. Tradurre Speranza, non ha senso, perché la speranza non può [p. 278 modifica]essere annoverata fra i mali, e perché se fosse rimasta dentro il vaso, non sarebbe fra gli uomini, dei quali invece è la piú tenace compagna. D’altronde il significato fondamentale di Ἐλπίς è appunto — come del latino sperare — aspettazione, sia di un bene, sia d’un male. Un’eco di questa immagine d’Esiodo si trova ne Le Grazie di Teocrito, dove le Muse si seggono in fondo alla madia vuota, chinando giú tra le fredde ginocchia la testa.