Le paradosse (volgarizzamento anonimo)/Dedica
| Questo testo è completo, ma ancora da rileggere. |
| Proemio | ► |
al chiarissimo signor cavaliere e professore
SALVATORE BETTI
GIUSEPPE SPEZI
Grandemente sono maravigliato, gentilissimo cavaliere, che di quest'aurea traduzione antica delle quistioni paradosse di Marco Tullio Cicerone si desse a luce un solo e brieve saggio in Roma nel 1821, pubblicato nel volume quarto dell'Effemeridi letterarie; e che dopo si lungo tempo non abbia ninno presa fatica di metterla per intero a stampa. E quanti nuovi libri, quanti novelli testi di lingua non vedemmo noi da molti anni in qua rimossi dalla polvere delle biblioteche e tutta tutta inondare la nostra Italia? Nondimeno per utilità e sapienza della materia, per autorità del nome e per fama dell'antico autor latino, quale altro moderno libro, quale opera del trecento sarebbe di pregio passata innanzi a questa? Piuttosto io dubito, e terrà voi un medesimo dubitare, che il nostro secolo tanto preso e legato da' desideri della mondana felicita, non farà lieto viso ad un libro, il quale perchè mette in cielo con grandissime lodi la severa e quasi ignuda filosofia degli antichi stoici, antepone a' materiali guadagni e piaceri le virtù dell'animo, ed ogni sorta ricchezze e diletti della vita sprezza e gittasi dopo le spalle. Onde mi va per la mente che la più parte de' moderni uomini dopo di avere letto una o due carte dì questo sapientissimo libro, non ripeta ciò che nelle Nubi di Aristofane dice quello ingiusto Parlare: «Anticaglie, Dipolie, e di Cecidio ripiene e di cicale, sono tali viete ricordanze vostre» (verso 980). Ma opporremo noi contro a questa sentenza la risposta magnifica e veramente sublime del Parlare giusto, che leggiamo quivi in Aristofane, cioè: «Ma queste vecchie dottrine allevarono i vincitori di Maratona» (verso 981-982). Adunque diremo ancora noi meritamente? che sé le sentense di Cicerone rendono a' moderni odore di anticaglie, e sono tanto fuori delle loro opinioni, elle partorirono i grandi e maravigliosi fatti dell'antica storia di Roma. Per la qual cosa in tanta e sì comune corruzione di dottrine e di costami non sarà opera inutile di avere novamente proposto a leggere, e traportato in volgare italiano nel miglior tempo della lingua nostra, un'opera di Marco Tullio, pari a tutte le altre sue, cioè piena di virtù e di eloquenza e di filosofia. Imperocché o il nostro secolo arrossirà di parere e di essere così diverso dalla beata sapienza e virtù degli antichi; o se dileggerà i loro ammaestramenti, lo sgrideremo noi forte, e gli diremo sempre coll'ateniese Aristofane, che simili vecchie, dottrine allevarono i vincitori di Maratona; e con Cicerone, che di più pregio è appresso a noi la vera ragione che l'opinione del volgo. Né resteremo di rammentargli le cagioni, per le quali salirono a somma gloria gli uomini dell'anitica età greca, romana ed italiana; s'egli è vero che i costumi de' popoli sono dalle loro dottrine generati.
Io dunque con tale intendimento piglio a divulgare, onorandissimo professore, questa intera traduzione delle Paradosse di Tullio, la quale si mostra di fuori colle belle e correttissime stampe del generoso nostro e non mai bastevolmente lodato signor principe don Baldassarre Boncompagni: e mi è venuto desiderio d'intitolarla a voi, che nelle opere della vita e dello intelletto addimostrate tanto amore, tanta volontà e imitazione dell'antica e quasi smarrita eloquenza e filosofia. E l'ho tratta dal Codice Vaticano-Urbinate 1142, donde già tolsi e feci di pubblico diritto il volgarizzamento inedito della Consolazione di Lucio Anneo Seneca ad Elvia ed a Marcia. Del quale codice, della età sua e del suo pregio non è mestieri che io torni qui a ricordare; perchè n'ebbi allora con sufficenza ragionato. Dirò dunque solo, e stimo di potere con ragione affermare che il presente libretto, tanto picciolo di volume quanto di sapienza e filosofia grandissimo, vuol essere volentieri accolto almeno da' pochi studìoai e sinceri amatori del bello scrivere e del magnanimo pensare. Imperocchè dalla verità e dalla scienza morale qui la pura e grandiosa favella non si scompagna. E di qua nasce il vero pregio del nuovo testo di lingua, che tornerà, lo spero, ad ornamento maggiore della italica scienza e letteratura. L'ho altresì fornito di alquante notizie storiche e letterarie, le quali o dichiarano meglio l'argomento dell'opera, o la lezione del manoscritto vaticano: dove per molto cercare non mi è occorso mai di leggere niuna ricordanza dell'autore di tale volgarizzamento. Ma si appresserà molto al vero colui, che ad un toscano rattribuìsca; e forse lo avrà pel medesimo autore, ch'ebbe gli Ufficii e la Vecchiezza di Cicerone renduti nel linguaggio nostro volgare.
Al quale egregio traduttore avranno i posteri con noi eterno e sincerissimo obbligo di affettuosa gratitudine per averci anche in italiana veste serbato e tramandato l'antica sapienza. E pregheremo il cielo a volere nel mondo mantenere almeno col nome l'amore (chè la imitazione si è fuggita da noi) di così fatte opere letterarie: acciocché duri tra gli uomini la memoria e il desiderio di quel che potè l'antica filosofia, quando colla gentile e più efficace orazione visse congiunta. Di che tutti i libri di Cicerone fanno grandissima testimonianza. La quale sapienza del generoso pensare e dello scrivere con dignità e con grazia fu virtù propria degli antichi Greci: passò da questi a’Romani; e delle vittoriose loro armi e conquiste si fu la più degna e più durevole corona. Dopo la barbarie ed il sonno di molti secoli si destò novamente e dimorò in Italia; e bastò sino alla intera età che i moderni storici appellano dei Comuni. Da indi in poi furono e lettere ed arti più studiose e dotte ricercatrici dell'antico vero e dell'antico bello, che non vogliose imitatrici loro nelle opere della mano e dell'ingegno. Il perchè sino a tutto il secolo di Dante e del Macchiavelli vediamo in Italia quasi universali i vestigi di quella greca e romana filosofia, la quale dalla ingenua e casta forma del dire non si diparti. Più rade appaiono tali benedette orme sul terminare del secolo di Leone decimo: e in quello che seguitò, le troviamo solo ne' libri del Galilei, del Redi, del Magalotti, degli accademici del Cimento e nelle stupende opere del Bartoli, del Pallavicino e di altri pochi. Mancarono in tutto nella età di Giambattista Vico: il quale, per ciò che si appartiene al più conveniente abito del dire e dello scrivere italiano, fu aiutatore grandissimo e quasi padre del separaménto delle lettere dalle scienze. Dalla cui peste pochissimi allora si guardarono in Italia, e ne uscì maravigliosamente netto Gaspare Gozzi. Ma nel secolo in che viviamo e scriviamo, quanti sono coloro che vanno dietro ai felici passi di quello antico valore italo greco, il quale con legami fortissimi stringeva eloquenza e filosofia? E da sperare oggi questo felice congiungimento, che fece si lieta di ottimi e gloriosi studj la Grecia e l'Italia, quando noi cupidamente voltiamo gli occhi e i desideri agli usi che ci vengono di la da' monti e dal mare, e quindi moviamo a prendere e condurci in casa le nuove leggi di apparare lettere e scienze? Altri dice che ora abbiamo da' nostri piè e da' colli nostri sciolto e gittato via le antiche catene di una straniera e civile servitù. Io dirò: quando nelle opere degli studj e dello ingegno scoteremo e gitteremo lungi da noi le forestiere catene? Ma palesando tali pensieri sopra gli antichi e presenti tempi delle lettere, fo sembiante di avere dimenticato che parlo con voi, dottissimo cavaliere e professore; il qual potete di essi con altra facondia, con altra autorità di giudice ragionare. Onde prendo consiglio di tacermi: e di questa traduzione delle Paradosse di Tullio udrò volentieri il sapientissimo vostro parere.
Scriveva in Roma a' 14 di giugno del 1867.
- Testi in cui è citato il testo Le nebule
- Testi in cui è citato Aristofane
- Testi in cui è citato Baldassarre Boncompagni
- Testi in cui è citato Lucio Anneo Seneca
- Testi in cui è citato il testo Degli uffici (volgarizzamento anonimo)
- Testi in cui è citato Dante Alighieri
- Testi in cui è citato Niccolò Machiavelli
- Testi in cui è citato Papa Leone X
- Testi in cui è citato Galileo Galilei
- Testi in cui è citato Francesco Redi
- Testi in cui è citato Lorenzo Magalotti
- Testi in cui è citato Daniello Bartoli
- Testi in cui è citato Ferrante Pallavicino
- Testi in cui è citato Giambattista Vico
- Testi in cui è citato Gasparo Gozzi
- Testi SAL 75%