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Le paradosse (volgarizzamento anonimo)/Paradosso I

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Marco Tullio Cicerone - Le paradosse (47 a.C.)
Traduzione dal latino di Anonimo (XIV secolo)
Paradosso I
Proemio Paradosso II
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PARADOSSO I.


Che quello che è onesto, quello sia il solo bene.


Io temo che ad alcuno di voi questo parlare non paia più tosto tratto dalle disputazioni degli Stoici che dal mio petto: nientedimeno io dirò il parere mio, e dirollo più brievemente che possa essere detta tanta cosa. Per Ercole io non mai stimai tra le cose buone e desiderabili le pecunie di costoro, né le case magnifiche, né l'abbondanze, né gl'imperii, né questi piaceri, da' quali costoro sono massimamente legati: e spezialmente quando io vedessi, che gli uomini soprabondanti di tali cose desiderassino assai quelle cose, delle quali appresso a loro ne fusse grande copia. Imperocché la sete della cupidigia non mai si riempie o sazia: e non solamente gli uomini sono tormentati dalla voglia grande dello accrescere quelle cose, che essi hanno, ma ancora dalla paura del perderle. Nella qual cosa io sempre cerco la prudenza degli antichi nostri uomini continentissimi; i quali questi membri[1] della pecunia debili e commutabili stimavano dovere essere chiamati beni solo a parole: conciò sia cosa che alla pruova et a' fatti molto altrimenti giudicassino[2]. Or può essere bene ad alcuno tristo? o vero può alcuno nell'abbondanzia de' beni essere altro che buono? Ma per certo noi veggiamo, che i tristi hanno ancora questi tali beni e che e' nuocono a' buoni: per la quale cosa benché me dileggi chi vuole, nientedimeno di più pregio sarà appresso a me la vera ragione che l’opinione del volgo. [p. 4 modifica]E non mai io dirò colui avere perduto i beni, il quale arà perduto la pecunia o masserizie. Spesse volte io loderò quello Biante, come io penso, il quale è nel numero de' sette savi; del quale conciò sia cosa che il nimico avesse presa la città piena di molte abbondanzie, e conciò sia cosa che tutti gli altri così si fuggissino, che molte delle loro abbondanzie se ne portavano[3], e benché esso fusse da alcuno ammonito, che esso come gli altri facesse, esso disse: Io lo fo, perché meco io porto tutte le cose mie. Colui non stimò essere sue queste cose, che sono giuochi della fortuna, le quali noi ancora chiamiamo beni. Domanderà adunque alcuno che sia bene? Se alcuna cosa è fatta rettamente e con onestà, et è con virtù, quella sola io stimo essere bene.

Ma queste cose possono parere senza esempli oscure: nientedimeno esse sono disputate leggiermente. Dalla vita e fatti di sommi uomini sono illuminate queste cose, le quali paiono a parole essere disputate più sottilemente che sia assai[4]. Imperocchè io addimando da voi, se vi pare che coloro, i quali a noi hanno lasciato questa republica sì egregiamente fondata, avessino quella opinione o dell'oro o dell'ariento ad avarizia, o de' piacevoli luoghi a diletto, o di masserizie a dilicatezze, o di vivande a piaceri. Ponetevi innanzi agli occhi ciascuno de' re[5]. Volete voi cominciare da Romulo? o volete, poiché la città fu libera, da coloro i quali la liberarono? Or con che gradi montò Romulo in cielo? Salse esso con questi, che costoro chiamano beni, o vero colle virtù et egregi fatti? Or che fece Numa Pompilio? Stimiamo noi che i suoi piattelli e' vasi di terra [p. 5 modifica]fussino men grati agl'Iddii immortali, che le ricche e dilicate tazze degli altri? Io lascio a dietro tutti gli altri: imperocché tutti sono equali a loro, eccetto Tarquinio superbo. E se alcuno domandasse Bruto[6], quello che e' fece nel liberare la patria, e quello che aspettassino gli altri consapevoli del medesimo consiglio, e quello che poi acquistarono, or sarebbe alcuno, il quale paresse avere avuto in proposito o voluttà, o ricchezze, o alcuna altra cosa oltra l'ufficio dell'uomo forta e magno? Che cosa costrinse Quinto Mutio alla morte di Porsenna sanza speranza di sua salute? Che forza tenne Orazio Coclite solo nel ponte contro a tutto l'eserdito de' nimici? Che forza dette e mise[7] il padre Decio et il figliuolo contro all'armate copie de' nimici? Che seguiva la continenzia di Gaio Fabrizio, o il povero vitto di Marco Curio? Che aspettavano i Gnei e Publii Scipioni, duo torre in battaglia: i quali non dubitarono co' propri corpi interchiudere la impetuosa venuta de' Cartaginesi? Che Affricano maggiore? che il minore? che Catone tra' tempi di cosporo? che altri innumerabili? Imperocché noi soprabondiamo degli esempli de' nostri. Pensiamo noi che coloro stimassino che in questa vita fusse desiderato altro da loro, se non quello che laudabile fusse e paresse egregio?

Vengano adunque coloro, che spregiano questo parlare e tale sentenzia, et essi giudichino se più tosto e' volessino essere simili o di costoro, i quali abbondano di case di marmo e d’avorio, e d'oro e di pitture e di sculture e di vasi d'oro e d'ariento; o di Gaio Fabrizio, il quale niente ebbe, niente volle avere di tali cose[8]. E queste cose le quali or qua or la sono tra[p. 6 modifica]portate, agevolmente sono ridotte che e' niegano essere tra le cose buone: ma nientedimeno quello strettamente tengono e difendonlo diligentemente, che la voluttà sia il sommo bene. La quale voce più tosto pare che sia di pecore che umana. Tu quando ovvero Iddio, ovvero acciocché così io dica, la natura madre di tutte le cose a te arà dato l'animo, del quale niente è più eccellente o divino, così te gitterai et abbatterà' ti, che niente tra te e la bestia essere tu stimi? Or è alcuno bene, il quale non faccia migliore colui, che lo possiede Imperocché come massimamente alcuno è partecipe del bene, così massimamente è laudabile: imperocché nessuno bene è, del quale colui che l'ha, non possa onestamente gloriarsi. Ma che è nella voluttà di costoro? Fa essa l'uomo migliore, o più laudabile? ovvero alcuno usando i piaceri innalzasi esso o gloriandosi o vantandosi? Ma se la voluttà, la quale coll'aiuto di moltissimi è difesa, non è da essere tenuta tra le cose buone; e quella quanto è maggiore, tanto più dalla sua sedia e stato l'animo rimuove; per certo niente altro è il bene vivere, se non vivere onesta e rettamente[9].

Note

  1. [p. 39 modifica]L'antico volgarizzatore lesse qui nel libro a penna latino = pecuniae membra, invece di = pecuniae munera, secondo che hanno le moderne e più corrette edizioni delle opere di Cicerone. Nondimeno i membri della pecunia, sono le parti della pecunia, e non contraffanno molto il concetto dell'autor latino.
  2. [p. 39 modifica]Molto altrimenti è il latino longe aliter: il che io qui noto per aver letto nel codice vaticano molli altrimenti; manifesto errore del copista.
  3. [p. 39 modifica]Qui, e poco avanti, la parola abbondanza significa dovizia, copia. Il latino: = ut multa de suis rebus secum asportarent. =
  4. [p. 39 modifica]Il latino: quae verbis subtilius, quam satis est, disputari videntur. =
  5. [p. 40 modifica]Il codice vaticano per negligenza del copiatore ha solo = Ponetevi innanzi agli occhi: ed il latino: Ponite ante oculos unumquemgue regum.
  6. [p. 40 modifica]Bruto; Lucio Giunio Bruto che fa primo console di Roma. Poco appresso leggesi nel Codice = Quinto Muzio, invece di Caio Muzio. =
  7. [p. 40 modifica]Il latino = Quae patrem Decium, quae filium devotavit, atque immisit in armatas hostium copias?
  8. [p. 40 modifica]Il latino: qui nihil eorum habuit, nihil habere voluit. Il trecentista lasciò di volgarizzare il nihil habere voluit; e lasciò indietro la più bella virtù di Fabrizio, riposta nella volontà sua più presto che nella fortuna.
  9. [p. 40 modifica]Il latino: qui nihil eorum habuit, nihil habere voluit. Il trecentista lasciò di volgarizzare il nihil habere voluit; e lasciò indietro la più bella virtù di Fabrizio, riposta nella volontà sua più presto che nella fortuna.