Le paradosse (volgarizzamento anonimo)/Paradosso II
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PARADOSSO II.
Che in chi è la virtù, a lui niente manchi al buono e beato vivere.
Io non mai imputai Marco Regulo essere in calamita, o infelice, o misero. Imperocché la grandezza del suo animo dalle pene non era cruciata[1], non ancora la sua fede, non la gravita, non la costanza, non alcuna sua virtù, non finalmente esso animo; il quale era armato dall'aiuto di tante virtù et intorniato da tanta compagnia. Allora quando il corpo suo era preso, non poteva essere preso l'animo. Ma noi vedemmo Gaio Mario, il quale a me pareva nelle prosperità uno fortunatissimo di tutti gli altri uomini e nelle avversità uno degli uomini sommi: della qual cosa niente può essere più beato agli uomini mortali. Tu non sai, o stolto, tu non sai quante forze abbia la virtù: tu solamente usurpi della virtù il nome; ma quello che essa possa, tu noi sai. Nessuno può essere che non sia beato, il quale da se medesimo è tutto atto, et in se solo ogni cosa pone: ma a chi ogni speranza, o ragione, o pensiero pende dalla fortuna, a costui niente può essere di certo, niente che manifesto egli abbia dovergli durare uno dì. Questo uomo, se tu lo truovi, tu ispa venterai con tali minacce o di morte o di esilio. Ma quello che a me accaderà in tanto ingrata citta, adiverra a me non ricusantelo, non che ripugnante. Imperocché perchè mi sono io affaticato, o che ho io fatto, o vero in che hanno vegghiato le cure e' pensieri miei, se niente tale io ho partorito, e niente ho conseguitato, che in quello stato io fussi, che la tenerità della fortuna me non abbattesse, nè la ingiuria de' nimici? Minacci tu a me la morte, acciocchè da tutti gli uomini al tutto io mi parta, o minaccimi l'esilio, acciocchè io fugga i tristi? La morte dà terrore a coloro, de' quali tutte le cose insieme colla vita si spengono; e non a coloro, la loda de' quali non può perire: ma l'esilio e a coloro[2], a' quali quasi è diterminato uno luogo, e non a chi stima tutto il mondo essere una sola città. Te aggravano le miserie e noie, che stimi te fiorire et essere beato: le tue libidini te tormentano: tu e dì e notte se' craciato, al quale non basta quello che hai, e temi che quello medesimo non sia da dovere essere di lungo tempo: te stimolano le conscienzie[3] de' malificii tuoi; e la paura delle leggi e giudicii te spaventa: dove tu ragguardi, quivi a te occorrono, come furie, le ingiurie tue, le quali te vivere non lasciano[4]. Per la qual cosa come al tristo e stolto e pigro non può bene essere, così il buono e forte savio misero essere non può: e di chi la virtà et i costumi non sono da essere lodati, di costui medesimo non è da essere lodata la vita; e quella vita non è da essere fuggita, la quale è da essere lodata. Ma allora sarebbe da essere fuggita, se essa fusse miserabile. Per la qual cosa quello che è laudabile, quello medesimo debba parere e beato e florido[5] e da essere desiderato.
Note
- ↑ [p. 40 modifica]Il latino: = a Poenis, cioè da' Cartaginesi, poenus, i; ovvero punicus: ma il trecentista derivò da poena, ae, la parola a poenis.
- ↑ [p. 40 modifica]Il latino: exsilium autem (terribile est) illis, quibus...
- ↑ [p. 40 modifica]Il latino: te conscientiae stimulant maleficiorum tuorum.
- ↑ [p. 40 modifica]Il latino: quocumque adspexisti, ut furiae, sic tuae tibi occurrunt iniuriae, quae te respirare non sinunt. Considera, lettore, con quanta forza e proprietà è stato volto in italiano tutto questo passo.
- ↑ [p. 40 modifica]Il latino: et florens.