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Le paradosse (volgarizzamento anonimo)/Paradosso IV

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Marco Tullio Cicerone - Le paradosse (47 a.C.)
Traduzione dal latino di Anonimo (XIV secolo)
Paradosso IV
Paradosso III Paradosso V
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PARADOSSO IV.


Che tutti gli stolti impazzino.


Io te chiamerò nelle cose necessarie non stolto, come spesso, non tristo come sempre, ma pazzo e matto. L'animo del savio, attorniato come da mura dalla grandezza del consiglio, dalla sofferenza delle cose umane, dal dispregio della fortuna e finalmente da tutte le virtù, or sarà egli vinto e per battaglia rimosso dello stato suo, il quale non può essere scacciato di citta? Imperocché quale è la citta? Or è essa ogni congregazione di ladri e crudeli et ogni moltitudine di fuggitivi e ladroni ragunati in un medesimo luogo? per certo tu lo negherai. Ora era quella citta, quando in quella niente valevano le leggi, quando i giudicii giacevano, quando egli era perito il costume della patria, quando scacciati i magistrati coll'arme, nella republica non era nome di Senato? Ma quello era un concorso di predoni, e tu essentene guida, nella corte era ragunata la moltitudine delatroni, e gli avanzi di Catilina si erano rivolti alla tua scelleratezza e al tuo furore. Adunque non era citta: e per questo io non fui scacciato della citta, perchè essa non era. Ma io sono stato richiamato nella citta, acciocché nella republica fusse il consolo, il quale prima non era; et acciocché e' fusse il senato, che era perito, et il consentimento del popolo fusse libero, et il ricordo della ragione et equità vi rifusse, che sono legami della città. Ma vedi come io abbia sprezzato le lancìe del latrocinio tuo. Io sem[p. 14 modifica]pre stimai che da te contro a me fusse gittata e mandata la scellerata ingiuria) ma io non mai stimai che a me essa aggiugnesse: se già per a caso quando tu disturbavi le mura della casa, o quando tu gittavi le scellerate faccelline ne' tetti[1], tu non pensavi che qualche cosa di mio ardesse o rovinasse. Ma nessuna cosa è mìa, né d'alcuno altro, la quale può essere furata, o tolta, o perduta. Ma se a me tu avessi tolto la divina constanzia dell'animo mio, le mie cure, le vegghie e' consigli, se la republica presente[2], e se tu m'avessi consumato la immortale memoria di questo eterno benificio, e molto più se tu m'avessi levata questa mente, donde sono venuti questi consigli, allora io confesserei avere ricevuto ingiuria. Ma se queste cose tu non hai fatto, e non l'hai potuto fare, la tua ingiurìa a me ha dato la tornata gloriosa e non il dannoso fine. Adunque io sempre ero cittadino ottimo, et allora spezialmente quando il senato raccomandava la salute mia come di cittadino ottimo alle nazioni strane. Or tu allora eri cittadino, se già e' non è un medesimo e cittadino e rubello. Or distingui tu il cittadino dal rubello per natura e luogo e non per gli animi e' fatti? Tu facesti occisione nella corte; tu tenesti i templi con gli armati latroni; le case private e sacre tu incendesti. Perchè se' tu chiamato ribello Spartaco, se tu se' cittadino?[3] Or puoi tu essere cittadino, pel quale già non fu la città? e chiami tu me nel nome tuo? quando tutti gli uomini stimano, che la republica fusse sbandita per la partita mia? Or non mai, o uomo stolto, te ragguarderai? Or non mai considerrai tu quello che tu faccia parli? Or non sai tu che l'esilio è la pena delle scel[p. 15 modifica]leratezze, e che quello mio fu viaggio alle cose eccellentissime fatte innanzi da me? Tutti gli scellerati e crudeli, de' quali tu confessi te guida, a' quali le leggi per pena danno l'esilio, sbanditi sono, benché non abbino mutato la propria terra. Or quando le leggi aranno comandato che tu sia isbandito, non sarai tu isbandito? Or non sarà stato inimico, chi colla lancia sarà stato? innanzi al senato il tuo coltello fu conosciuto. Non sarà egli chiamato sbandito, chi ha morto l'uomo? e tu molti n'hai occisi. E chi arà fatto lo incendio? e per le tue mani arse il tempio delle Ninfe. E chi avrà occupato i templi? e tu l'esercito allogasti nella corte. Ma perchè racconto io tutte le leggi, per le quali tu se' sbandito? Il tuo familiarissimo[4] per te fece il privilegio, che se tu entrassi nel tempio della Bona dea tu fussi rubello. Ma tu ti suoli gloriare che quello tu facesti. Come adunque sbandito per tante leggi non spaventi tu pel nome dello esilio? Tu di: Io sono in Roma: e per certo tu fosti nel tempio[5]. Or adunque dove ciascuno sarà, terra esso la ragione del luogo, se quivi non si converrà che esso sia suggetto alle leggi.

Note

  1. [p. 41 modifica]Il latino: aut quum tectis sceleratas faces inferebas.
  2. [p. 41 modifica]Il latino: quibus res publica te invitissimo stat: ma è forza credere che il traduttore antico abbia diversamente letto nel libro in penna di Cicerone, che potè avere nelle mani.
  3. [p. 41 modifica]Perchè se' tu chiamato ribello Spartaco, se tu se' cittadino? ed il latino: Cur hostis Spartacus si tu civis? Fu Spartaco un gladiatore famoso e trace di nazione, il quale in compagnia di Enomao e di Grisso mosse di Capua alla testa di settanta uomini, e raccolto una schiera di servi portò guerra a' Romani l'anno 679 di Roma; la quale guerra prese il nome di servile o Spartacia. Quindi avvenne che per antonomasia furono chiamati Spartachi i grandi nemici della patria; ed in questo nome appellò Gicerone Antonio.
  4. [p. 41 modifica]Il familiarissimo di Clodio fu M. Pupio Pisone.
  5. [p. 41 modifica]Il latino: Et quidem in aperto fuisti, ciò dice per ischerzo Cicerone; Tu di, io sono in Roma: e per certo tu fosti nel tempio della Bona dea; nel quale non si conveniva metter piede. Onde il latino in operto che si era un luogo chiuso (e poco sopra è tradotto per tempio), anche qui era da tradurre nel tempio, e non già nel porto, come si legge nel codice vaticano, donde è tratto questo antico volgarizzamento.