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Le paradosse (volgarizzamento anonimo)/Paradosso V

Marco Tullio Cicerone - Le paradosse (47 a.C.)
Traduzione dal latino di Anonimo (XIV secolo)
Paradosso V
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PARADOSSO V.


Che tutti i savi sieno liberi e gli stolti servi.


Ma sarà approvato costui imperatore, o vero ancora chiamato? o stimato degno di questo nome? Come adunque o a che[1] libero uomo finalmente comanderà costui, il quale non può comandare alle sue cupidigie? Raffreni prima le libidini, spregi le voluttà, l'ira rattenga, constringa l'avarizia, e da sè scacci tutte l'altre brutture dell'animo suo; et allora cominci agli altri comandare, quando esso arà[2] restato servire al disonore et alla bruttezza, signori tristissimi. Ma mentre che esso ubbidirà a costoro, non che imperatore, ma in nessuno modo libero sarà chiamato. Imperocché eccellentemente è stato usato da' dottissimi (de' quali io non userei l’autorità, se io parlassi appresso d'uomini rusticani: ma conciò sia cosa che il parlare mio sia con uomini prudentissimi, a' quali queste cose non sono inaudite, perchè fingerò io avere perduto, se alcuna opera io ho posta in questi studii?): detto è stato adunque dagli uomini dottissimi che nessuno è libero, se esso non è savio. Imperocché che cosa è libertà? essa è possa di vivere come vuoi[3]. Chi adunque vive come vuole, se non chi seguita le cose rette, chi si rallegra di fare il debito suo, da chi è proveduta e considerata la via del vivere? Chi ubbidisce alle leggi e non per paura, ma quelle segue et onora, e quello che massimamente è giudicato salutifero; chi niente fa, e niente dice, e niente finalmente pensa se non volen[p. 17 modifica]tieri e liberamente: del quale i consigli e le faccende, le quali e' fa, da se medesimo procedono et a se medesimo sono importati[4]: e nessuna cosa è che appresso a lui più possa che la volontà d'esso et il giudicio, et al quale ancora la fortuna, che ha forza grandissima, cede, come dice il savio poeta = Ciascuno usa i suoi costumi =. Solo adunque al savio questo adiviene, che niente esso faccia non volontario, niente dolentesi, niente costretto: la qual cosa che così sia con più parole è da disputarne. Nientedimeno quello brievemente noi confesseremo, che nessuno fe libero, se non chi così è fatto. Adunque servi sono tutti i tristi. E questo non tanto in fatto, quanto in detto è mirabile et inopinato. Imperocché e' dicono, che noi non siamo servi come gli schiavi, i quali sono fatti de' signori loro per nesso o alcuna ragione civile: ma se la servitù è come l'obbedienza dell'animo rotto e vile e mancante dell'arbitrio suo, chi negherà che tutti gli uomini leggieri, tutti i cupidi, tutti i tristi non sìeno servi?

Or parm' colui libero, al quale comanda la donna, al quale colei gli pone le leggi, gliel dà[5], gli comanda e vieta quello che le pare, il quale niente può negare a colei comandante, e niente ricusare ardisce? Ella domanda? dare si gli debbe. Ella chiama? andare si conviene? Ella scaccia? partire si bisogna. Ella minaccia? da essere temuta è. Io stimo che costui non solamente debba essere chiamato servo, ma vilissimo servo, benché d'amplissima famiglia nato e' sia. E come in una grande famiglia degli stolti alcuni, come a loro pare, sono più laudabili servi, ma nientedimeno [p. 18 modifica]sono servi della legge[6], così nella stoltizia loro sono coloro, i quali troppo si dilettano di figure rilevate, o di pitture, o d'arienti scolpiti, o di vasi da Corinto, o di magnifici edificii. Costoro dicono: Noi siamo de' sommi principi nelle citta. Ma voi non siete principi nemmeno de' servi vostri[7]. Ma come nella famiglia coloro i quali trassinano[8] queste cose, i quali nettano, i quali ungono, i quali spazzano, i quali spargono, non tengono luogo onestissimo della servitù; così nella citta coloro i quali sé hanno dato alle cupidigie di queste cose, tengono luogo quasi infimo d'essa città[9]. Tu di: Io ho fatto grandi battaglie: io ho rotto grandi reami e provincie. Adunque abbia l'animo degno di lode. La pittura di Echione[10] te fa stupire, o qualche rilevo[11] di Policleto. Quando io veggo te riguardante, maraviglianteti, inalzante le grida, al tutto io giudico te essere servo di cose inette. Or non sono queste cose da farne festa? Così sono: imperocché noi ancora abbiamo gli occhi eruditi. Ma ascolta: queste cose sono belle così che esse non sieno legami degli uomini, ma dilettamenti di fanciulli. Che credi tu che avesse fatto Lucio Memmio[12], se esso avesse veduto che alcuno di coloro avesse desiderosissimamente riverito Macellione da Corinto[13]; conciò sia cosa che esso già tutto Corinto sprezzò. Or credi tu che egli stimasse colui eccellente cittadino, o più tosto servo da logge? Risusciti Marco Curio, o alcuno di coloro, nella villa o casa de' quali nessuno ornamento fu, o nessuno altro splendore, eccetto alla virtù di loro; e vegga come alcuno di costoro, il quale ha avuto i sommi onori di questo popolo con grande affezione ragguarda nella pe[p. 19 modifica]scheria i vecchi e barbati pesci, e quegli volentieri trassina, e gloriasi per l'abondanzia delle murene. Or non giudicherà esso[14] quel tale uomo essere servo in tal modo, che nemmeno nella famiglia esso non lo stimerà degno di alcun' altra maggiore faccenda?[15]. Or è dubbiosa quella servitù di coloro, i quali per cupidità della roba non schifano alcuna condizione della durissima servitù? e chi spera eredita, che d'ingiustizia non riceve esso nel servire? Or che cenno d'un ricco vecchio e senza erede non osserva esso? E' parla a piacere: e' fa ciò che gli è comandato: e lo seguita: e' siede con lui: e' lo ragguarda[16]. Quali di queste cose s'appartengono all'uomo libero? quale finalmente a un sollecito servo?

Che dirò io? quella cupidità degli onori, de' reami, delle Provincie, la quale pare che sia molto liberale, quanto è essa crudele et imperiosa e potente madonna! Quella cupidità costrinse che a Cetego, uomo non buono, servissino coloro, i quali a loro medesimi pareva essere amplissimi; e costrinsegli ch'essi colui presentassino di notte, venissino a casa sua, e presentassinlo, e pregassinlo e supplicassinlo. Che è servitù, se questa può essere riputata libertà? Che? quando la signoria della cupidità s'è partita, un altro signore tosto è nato, e questo è il timore, dalla conscienza de' peccati; quanta miseria è questa? quanta crudele servitù? E' si conviene servire a' giovani un poco loquaci: e tutti coloro, che pare che sappino qualche cosa, sono da essere temuti come signori. Ma il giudice, che gran signoria ha, con che paura tiene esso i nocenti? Or non h servitù questa paura?[17] Che vale adunque l'orazione dello eloquen[p. 20 modifica]tissimo uomo? L'orazione di Lucio Crasso più tosto copiosa che savia, disse: Catone, levateci dalla servitù. Che servitù è questa, o Crasso, a tanto glorioso uomo e nobile? Ogni debolezza d'animo e timidità umile e rotta è servitù. Non vogliate, o Catone, concedere che noi siamo servi d'alcuno. Questo Crasso vuole essere fatto libero, ma non per certo. Imperocché dice egli poi: Non concediate che sia mutato signore se non universalmente a tutti voi, a' quali noi possiamo e dobbiamo servire. Costui non vuole essere libero. Ma noi siamo ornati di quelle cose, le quali sono fatte con animo alto e grande e colle virtù, e non possiamo e non dobbiamo essere servi. Ma tu di di te che tu possa, perché tu puoi: non[18] dirai che tu debba: imperocché alcuno non debba rendere se non quello che è brutto a non rendere[19]. Ma queste cose basti avere detto insino a ora. Or colui vegga come e' può essere imperadore, quando la venia e la ragione convince che esso ancora non sia libero.

Note

  1. ↑ [p. 41 modifica]A che, cioè a cui, a quale.
  2. ↑ [p. 41 modifica]Arà restato, così leggesi nel codice vaticano.
  3. ↑ [p. 41 modifica]Il Codice vaticano reca posta per possa: ma è un manifesto errore del copista. Possa, o possanza, o potestà, è il potestas di Cicerone. Quid est enim libertas? Potestas vivendi, ut velis.
  4. ↑ [p. 41 modifica]Il latino: ab ipso proficiscuntur, eodemque feruntur.
  5. ↑ [p. 41 modifica]Gliel dà, praescribit.
  6. ↑ [p. 41 modifica]Questo luogo di Cicerone o fu malamente letto dall'antico volgarizzatore, o diversamente scritto negli antichi libri in penna; perocché ora noi l'abbiamo in tale modo: = Atque ut in magna familia sunt alii lautiores (ut sibi videntur) servi, sed tamen servi, atrienses oc topiarii; pari stultitia sunt, quos signa, quos tabulae, quos caelatum argetuum, quos corinthia opera, quos aedificia magnifica nimio opere delectant. = E i servi atrienses sono quasi i nostri portinai; [p. 42 modifica]ed i servi topiarii coloro che in questo, ovvero in quel luogo servivano; che facevano lavorìi di frondi o rami d'alberi, o di erbe intessute. Onde il pensiero di Cicerone si è questo. E come in una grande famiglia sono servi di piii maniere, ma nientedimeno servi...
  7. ↑ [p. 42 modifica]Il latino: Vos vero ne conservorum quidem vestrorum prineipes estis. Il volgarizzatore: Ma voi non tiate prencipi de' servi vostri.
  8. ↑ [p. 42 modifica]Il latino: qui tractant ista.
  9. ↑ [p. 42 modifica]Il traduttore lesse qui: iptius civitatii loeum poene infimum obtinent. Ma le più corrette edizioni moderne di Cicerone porgono la lezione: ipsius servitutis locum poene infimum ohtinent.
  10. ↑ [p. 42 modifica]Il latino: Echionis tabula. Il volgarizzatore lesse qui altrimenti, perchè voltò: la pittura d'actori. Di Echione dipintore parla Cicerone anche nel Bruto.
  11. ↑ [p. 42 modifica]Rilevo per rilievo. Qui dopo le parole di Policleto, il latino reca: Mitto, unde sustuleris, et quomodo habeas. Il qual pensiero non fu tradotto in volgare.
  12. ↑ [p. 42 modifica]Il latino: L. Mummius.
  13. ↑ [p. 42 modifica]Il latino: matellionem corinthum cupidissime tractantem, dove la parola matellio signiflca una sorta di vaso, o grande tazza, da tenere acqua.
  14. ↑ [p. 42 modifica]Esso, cioè Marco Curio.
  15. ↑ [p. 42 modifica]Ut ne in familia quidem dignum maiore aliquo negotio putet? Il volgarizzatore malamente tradusse: che in alcuna altra faccenda eiso non lo stimerà degno di maggiore infamia.
  16. ↑ [p. 42 modifica]E' siede con lui; e' lo ragguarda. Il volgarizzatore debbe aver letto assidet, miratur: pensiero assai più bello e naturale dell'altro, che ora si legge nelle moderne edizioni di Cicerone: assidet, muneratur.
  17. ↑ [p. 42 modifica]Il latino: An non est omnis metus, servitus?
  18. ↑ [p. 42 modifica]Il latino: debere ne dixeris. Il volgarizzatore: dirai che tu debba.
  19. ↑ [p. 42 modifica]Il latino: nisi quod est turpe non reddere. Il volgarizzatore: se non quello che è brutto.