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Le paradosse (volgarizzamento anonimo)/Paradosso VI

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Marco Tullio Cicerone - Le paradosse (47 a.C.)
Traduzione dal latino di Anonimo (XIV secolo)
Paradosso VI
Paradosso V
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PARADOSSO VI.


Che solo il savio sia ricco.


Che tanta superba ostentazione è questa in ricordare tanta tua pecunia? Or se' tu solo ricco?[1] Or che dirai tu, se tu non se' ricco? Che dirai se io ti mostro, che tu se' povero? Imperocché chi intendiamo noi che sia ricco? o vero in chi pognamo noi questo nome di ricco? Io penso che si ponga in chi ha tanta possessione, che esso sia facilmente contento alla libertà del vivere[2]; il quale niente cerchi, niente più appetisca. E' bisogna che l'animo tuo e non il parlare del volgo, né le possessioni tue giudichino te ricco, e che l'animo stimi che niente gli manchi e niente più curi. S'egli è sazio di pecunia e contento, io concedo che sia ricco. Ma se per desiderio di pecunia tu stimi nessuno guadagno essere brutto, conciò sia cosa che a tale ordine in che tu se', nessuno guadagno è onesto, se ogni di tu fraudi, inganni, adomandi, pattuisci, togli, rubi; se tu spogli i collegati, imboli il comune; se tu aspetti i testamenti degli amici, et ancora sotto altrui nome te poni; or paiono a te questi segni di ricco o più tosto di povero? L'animo dell'uomo non suole essere chiamato ricco per l'arca, con tutto ch'ella sia piena. Mentreché io vedrò te vano, mai non ti stimerò ricco. Gli uomini misurano il modo delle ricchezze di quanto a ciascuno sia assai. Egli ha una figliuola? costui ha bisogno di pecunia[3]. Et ancora, come si dice, se a lui sono cinquanta figliuole, come [p. 22 modifica]furono a Danao, tante dote cercano grandi pecunie. Quanto ciascuno ha di bisogno, a quello si accomoda la misura delle ricchezze, come innanzi dicemmo. Se[4] adunque egli non ha più figliuole, ma innumerabili cupidigie, in quanto brieve tempo potrebbono queste cose consumare grandissime ricchezze? Or quando chiamerò io costui ricco, quando esso medesimo conosce se essere bisognoso? Molti da te hanno udito, quando tu dicevi, che nessuno è ricco, se co' frutti suoi e*non può nutrire l'esercito romano. E per certo il popolo romano con tante rendite di già lungo tempo malagevolmente lo può nutricare. Adunque in questo proposito tu non sarai mai ricco, se prima per le tue possessioni tu non se' tanto rifatto, che con quello tu possa reggere sei legioni e grandi aiuti di fanti a pie’ e cavalieri. Già adunque tu confessi, che tu non se' ricco, al quale manca tanto che tu non riempia quello che tu disideri. Adunque tu non mai oscuramente hai portato questa tua povertà, o vero più tosto bisogno e mendicità.

Imperocché come noi intendiamo che coloro hanno di bisogno del guadagnato, i quali con onesta cercano la roba, cioè in fare mercatanzie, in dare opere, in pigliare cose publiche: così chi vede in casa tua parte degli accusati, moltitudine di giudici congregati, uomini nocenti et uomini pieni dì pecunia, condannati e placanti la corruzione del giudicio, te essentene guida: chi vede i tuoi patti del premio mescolati nelle difensioni: chi vede i patti delle pecunie nelle congregazioni degli adimandanti il consolato; chi vede la concessione de' liberti al riportarne e rubare le provincie: chi vede gli scacciamenti de' vicini e rubamenti ne’ poderi: chi vede le com[p. 23 modifica]pagnie con servi, con liberi e con clienti: chi vede le possessioni vote, le rubellagioni de' ricchi, le case dei servi, chi si ricorda di quella mietitura del tempo di Silla: chi vede i testamenti suggetti, i tolti uomini; chi vede finalmente tutte le cose essere in vendita, cioè il soldare, i decreti, la sentenzia sua, quella di altri, la corte, la voce, la casa, il silenzio: or chi non stimerà che costui confessi avere bisogno del guadagnato? E chi ha bisogno del guadagnato, come potrà da alcuno essere chiamato ricco? Imperocché il frutto delle ricchezze è nella copia; e la copia è dimostrata dalla sazietà et abbondanzia delle cose; la quale perchè tu non mai l'acquisterai, non mai sarai ricco. Ma perchè tu vilipendi la mia pecunia e meritamente, imperocché ella è mezzana quanto alla opinione del volgo, et alla tua essa è niente, et al parere mio è temperata, di me io tacerò, e parlerò di te[5]. Se la roba è da essere stimata e giudicata da noi, or che stimiamo noi più o la pecunia di Pirro, la quale egli dava a Fabrizio, o la continenzia di Fabrizio, che rifiutava quella? Or che stimiamo noi più o Toro de' Sanniti, o la risposta di Curio? o la eredita di Lucio Paolo? o la liberalità d'Affricano, il quale concedette la sua parte di quella eredità a Quinto Massimo suo fratello? Per certo queste sommità[6] di quelle virtù più tosto sono da essere stimate di più pregio che le sommità della pecunia. Chi adunque, se colui è da essere tenuto ricchissimo, il quale abbia moltissima pecunia, dubita che nella virtù non sieno le ricchezze? Imperocché nessuna possessione, nessuna forza d'oro o d'ariento è da essere apprezzata più che la virtù. [p. 24 modifica]

O iddii immortali, non intendono gli uomini quanto gran rendita sia la masserizia! Imperocché io vengo a' grandi spenditori, io lascio questo guadagnatore. Colui ha di rendita delle sue possessioni secento sesterzi, et io delle mie n'ho cento. Colui ha i tetti dorati in villa e gli spazii di marmo[7]: egli ha le figure di rilevo e dipinte e masserizie e veste d'infinita concupiscenzia. Quella spesa non solamente è secondo il frutto piccola, ma ancora secondo l'usura. Della mia povera rendita, trattene le spese, ancora v'abonderà qualche cosa di cupidigia[8]. Or adunque chi è ricco, o colui al quale manca, o chi avanza? o colui il quale abbisogna, o chi abbonda[9]? colui al quale la sua possessione quanto più è grande, tanto più cerca a mantenersi, o chi si sostiene colle sue forze? Ma perchè parlo io di me, il quale pel vizio de' costumi e tempi alquanto forse ancora sono rivolto nello errore di questo secolo? Marco Manilio, acciocché sempre io non dica de' Curii e de' Luscinii, a tempo de padri nostri fu povero uomo. Imperocché egli ebbe una piccola casa nelle Carine et uno podere ne' Sabini[10]. Or siam noi adunque più ricchi di lui che possediamo più cose? E Dio volesse che noi fussimo: ma la misura delle ricchezze è diterminata non alla stima dello avere, ma nel vitto e nelle cose necessarie. Le ricchezze grandissime sono e certissime il non essere cupido di pecunia, non comperare per avere a spendere, ma essere contento delle cose sue. Imperocché se quelli callidi stimatori delie loro cose fanno di grande stima i prati e certe piazze et aie, perchè a tali possessioni non può essere nociuto, or di quanto pregio è da essere riputata la [p. 25 modifica]virtù, la quale non può essere tolta, nè rubata, e non si perde o per rompimento di navi, o per incendio, e non si muta né per perturbazioni di tempeste o di tempi? della quale chi sono pieni, coloro ricchi sono. Imperocché essi soli posseggono le cose fruttuose e sempiterne; e soli costoro sono contenti delle cose loro, la qual cosa è propria delle ricchezze. Costoro assai riputano quello che essi hanno: niente appetiscono; di nessuna cosa hanno bisogno, niente conoscono a loro mancare, niente cercano. Ma gl'insaziabili et avari, perchè essi hanno le possessioni incerte e sottoposte alla fortuna, e sempre più disiderano, e non è stato trovato ancora alcuno di loro, al quale sia assai quello che esso ha; non solamente non copiosi e ricchi sono da essere stimati, ma ancora poveri e mendichi.


FINE.

Note

  1. [p. 42 modifica]Il testo latino: solusne tu dives? pro dii immortales! ego ne me audivisse aliquid, et didicisse non gaudeam?
  2. [p. 42 modifica]Il latino: ut ad liberaliter vivendum facile contentus sit.
  3. [p. 42 modifica]Il latino: Filiam quis habet? pecunia est opus: duas? maiore: plures? maiore etiam.
  4. [p. 42 modifica]Il latino: Qui igitur non filias plures, sed innumerabiles cupiditates habet, quae brevi tempore maximas copias exhaurire possint, hunc quo modo ego appellabo divitem, eum ipse etiam egere se sentiat? Il volgarizzatore antico: che adunque egli ha più figliuole, ma [p. 43 modifica]innumerabili cupidigie, in quanto brieve tempo potrebbono queste cose consumare grandissime ricchezze? Or quando chiamerò io costui ricco, quando esso medesimo cognosce se esso è bisognoso.
  5. [p. 43 modifica]Il testo latino delle moderne edizioni reca qui: de re loquar: ma il trecentista si avvenne ad un'antico manoscritto, che porgeva: de te loquar. Nondimeno la lezione moderna de re loquar debbe mettersi avanti all'antica: imperocché qui si parla di roba.
  6. [p. 43 modifica]Il latino: Haec profecto, quae sunt summarum virtutum, pluris aestimanda sunt, quam illa, quae sunt pecuniae. Onde il buon trecentista debbe avere qui letto summitatum, o summitates virtutum.
  7. [p. 43 modifica]Gli spazii di marmo, sono il sola marmorea, cioè il luogo che è di mezzo tra l'una e l'altra parete della camera, ovvero il pavimento.
  8. [p. 43 modifica]Il latino: ex meo tenui vectigali, detractis sumtibus cupiditatis, aliquid etiam redundabit.
  9. [p. 43 modifica]Il codice vaticano quando reca la lezione di questo verbo abbondare con una sola b, quando con due.
  10. [p. 43 modifica]Il latino: habuit enim aediculas in Carinis et fundum in Labicano. Labicano prese il nome da Labico, vecchio paesello vicino al Tusculo.