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Le paradosse (volgarizzamento anonimo)/Proemio

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Marco Tullio Cicerone - Le paradosse (47 a.C.)
Traduzione dal latino di Anonimo (XIV secolo)
Proemio
Dedica Paradosso I
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LIBRO DELLE PARADOSSE


DI MARCO TULLIO CICERONE




Spesse volte, o Bruto, io conobbi che quanto Catone, a te zio per madre, orava nel Senato, trattava luoghi gravi di filosofia, diversi dall'uso pubblico e della corte[1]: e nientedimeno dicendo e' conseguitava che quelle cose paressino al popolo ancora probabili. La quale cosa maggiore è a lui che a te o a me, perchè noi usiamo quella filosofia, la quale ha partorito la copia del dire, e nella quale si dicono quelle cose le quali non si differenziano dalla popolare opinione. Ma Catone, a mio parere stoico perfetto, tali sentenze ha, quali non sono approvate nel volgo; et è in quella elezione[2], la quale non segue alcuno fiore nel parlare, e non amplifica le ragioni, anzi con minute e piccole addimandite[3] e quasi punti dà in effetto quello che ha proposto. Ma niente è tanto incredibile, che dicendolo non si faccia probabile; niente è tanto aspro e rozzo, che pel parlare non risplenda e facciasi pu[p. 2 modifica]lito. La qual cosa conciò sia cosa che così io la stimassi, più arditamente l'ho fatta che colui, di chi io parlo. Imperocché Catone, come stoico, suole dire, aggiunti gli adornamenti della orazione, solamente della grandezza dell’animo, della continenza, della morte, d'ogni loda di virtù, degl'Iddii immortali e della carità della patria. Ma io giocante in comuni argomenti ho allocato a te quelle medesime cose[4], le quali con difficoltà gli stoici appruovano nelle iscuole e nel loro ozio. Le quali perché ammirabili e fuori della opinione degli uomini da quello ancora paradosse sono chiamate, io ho voluto tentare, s'elle potessino essere date a luce et essere dette in modo ch'elle fussino approvate, o vero che più tosto altro fusse il parlare erudito et altro il populare: e per questo io più volentieri questi luoghi ho scrìtto, perchè questi che si chiamano paradosse, a me paiono essere secondo Socrate e verissime assai. Ricevi adunque la brieve et in queste piccole notti vegghiata operetta. Imperocché quel dono delle grandi vegghie apparì nel nome tuo, e gusterai il modo delle mie esercitazioni; le quali usare io soglio: conciò sia cosa che io trasferisco a questo mio modo del dire oratorio quelle cose, le quali nelle scuole chiamano positive[5]. Ma da te io addimando che questa opera tu non publichi. Imperocché ella non è tale che quasi la Minerva di Fidia ella possa[6] essere allocata nel tempio: ma nientedimeno come se essa apparisse uscita della medesima bottega[7].

Note

  1. [p. 39 modifica]Il testo latino ha: = quum in senatu sententiam àieeret, locot graves ex philosophia tractare abhorrentes ab hoc usu forensi et publico. = Schutz.
  2. [p. 39 modifica]Il latino: = et in ea est haeresi. È ottimamente volta in italiano la greca parola haeresis per elezione.
  3. [p. 39 modifica]Addimandito e addimandita invece di addimanda o dimanda, fu pure usato da fra Giordano e dal volgarizzatore delle Declamazioni di Seneca. Il latino: minulis interrogatiunculis, quasi punctis, (o secondo le antiche edizioni et quasi punctis), quod proposuit efficit.
  4. [p. 39 modifica]Il latino: Ego vero illa ipso, quae vix in gymnasiis, et in otio Stoici probant, ludens conieci in communes locos. Il volgarizzamento porge qui: = ho allocato a te quelle medesime cose: dove quello a te è e messo contro al concetto latino.
  5. [p. 39 modifica]Positive, δετιxα.
  6. [p. 39 modifica]Il latino: = Non est enim ut in arce poni possit, quasi illa Minerva Phidiae. = Ed il volgarizzatore voltò: = Imperocché ella non è tale che quasi la Minerva di Fidia ella non possa essere allocata nel tempio. Sicché ho tolta via la seconda negativa non, che verrebbe a dire il contrario.
  7. [p. 39 modifica]Il latino = ex eadem officina exisse appareat.