Le piacevoli notti/Notte VI/Favola IV

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Favola IV

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FAVOLA IIII.


TRA TRE venerande suori d’uno monasterio nacque differenza qual di loro dovesse essere badessa; e dal vicario del vescovo vien determinato quella dover esser, che fara più degna prova.


Quantunque, graziose donne, la modestia sia laudevole appresso a tutti, niente di meno molto più laudevole la giudico, quando ella si trova in un uomo che conosca se stesso. E però con sopportazione di queste mie madonne, racconterò una favola non men arguta che bella; la quale, ancor che alquanto ridicolosa sia e disonesta, sarà però da me narrata con quelle convenevoli ed oneste parole che si richieggono. E se per aventura in parte alcuna il mio ragionare offendesse le caste orecchie vostre, chieggole perdono, pregandole che ad altro tempo contra me riserbino il castigo.

Trovasi nella nobile città di Firenze uno monastero assai famoso di santità e di religione, il cui titolo ora con silenzio trappasso per non guastare con sì fatta macchia il suo glorioso nome. Avenne che la badessa di quel luogo s’infermò; e giunta al termine della vita sua, rese il spirito al suo creatore. Morta adunque e solennemente sepolta la badessa, le suore feceno sonare a capitolo; e tutte quelle che avevano voce, si raunorono in quello. Il vicario di monsignor lo vescovo, che era uomo prudente e savio e che desiderava la elezzione della nuova badessa giuridicamente prociedere, fece motto alle suore che sedessero; [p. 30 modifica]dopo in tal modo le disse: Donne venerande, voi chiaramente sapete che ad altro fine non siete qua raunate, se non per far elezzione di una, che sia capo vostro. Se così è, voi per conscienza vostra eleggerete quella, che vi parrà migliore. E così di fare tutte le donne risposero. Avenne che nel monasterio trovavansi tre donne, tra’ quai nacque grandissima differenza, qual di loro dovesse esser badessa; perciò che ciascaduna di loro era molto favoreggiata dalle suore, e riputavasi per assai rispetti alle altre superiore; e però ciascaduna di loro desiderava esser badessa. Mentre che le monache si preparavano di far la elezzione della nuova badessa, si levò in piedi una delle tre donne, suor Veneranda chiamata; e voltatasi alle suore, così disse: Sorelle e figliuole da me amate molto, voi chiaramente potete comprendere con quanta amorevolezza io sempre abbia a cotesto monastero servito, che già ne sono venuta vecchia, anzi decrepita. Onde per la lunga servitù mia e per l’età, mi parrebbe convenevole che io fosse per vostro capo eletta. E se non vi muoveno ad eleggermi le fatiche sostenute e le vigilie fatte nella gioventù mia, muovevi almeno la vecchiezza, la quale dee esser sopra ogni cosa sommamente onorata. Voi vedete che poco mi resta a fornire il tempo di mia vita; considerate che tosto darò luogo ad un’altra. E però, figliuole mie, mi darete questa breve allegrezza, riducendovi a memoria e buoni consigli che sempre vi ho dati. E dette queste parole, lagrimando tacque. Finito che ebbe suor Veneranda di parlare, levossi in piedi suor Modestia, di età seconda; e in tal maniera disse: Madri e sorelle mie, voi avete apertamente udita e chiaramente intesa la proposta di suor Veneranda; la quale avenga che sia la più attempata di alcuna di noi altre, non però [p. 31 modifica]per mio giudicio la dovete eleggere in vostra badessa, perciò che ella è oggimai di tal età, che più della scempia che della savia tiene, e più tosto dovrebbe esser retta d’altrui, che essa noi altre reggere. Ma se voi con maturo giudizio considerarete la grandezza e la dependenzia mia, e di che legnaggio nata sia, certamente per debito di conscienzia alcun’altra che me non farete badessa. Il monasterio, sì come ciascaduna di voi può sapere, è molto vesato da liti ed ha bisogno di favori. Ma qual favor maggiore potrebbe il monasterio nelle sue occorrenzie avere, che quello di parenti miei? I quali, essendo io capo vostro, porrebbono la vita non che la robba per quello. Appena non era suor Modestia al suo luogo assisa, che suor Pacifica si levò in piedi; ed in tal guisa riverentemente parlò: Mi persuado, venerabili sorelle, anzi certissima mi tengo, che voi, come donne prudenti e savie, prenderete ammirazione non picciola, che io, pur l’altr’ieri venuta ad abitare questo luogo, mi voglia agguagliare, anzi preporre a queste due nostre onorande sorelle, le quali e di età e di prosapia mi sono superiori. Ma se con gli occhi dell’intelletto saggiamente considerarete, quante e qual siano le condizioni mie, senza dubbio voi farete stima maggiore della gioventù mia, che della loro vecchiezza e parentado. Io, sì come è cosa a voi tutte manifesta, portai meco amplissima dote, colla quale il vostro monasterio, che già era per antiquità tutto distrutto, è ora dalle fondamenta sino al tetto rinovato. Taccio le case ed e poderi co’ denari della mia dote comperati, di quai ogni anno ne cavate grandissime rendite. Per queste adunque ed altre condizioni mie, e per ricompensamento di tanto beneficio, quanto ricevuto avete, me in vostra badessa eleggerete; perciò che il viver e il [p. 32 modifica]vestir vostro dalla mia dote e non altronde dipende. E così detto, se n’andò a sedere. Compiuti che ebber le tre suore i loro sermoni, il vicario di messer lo vescovo fece tutte le donne ad una ad una venir alla presenza sua e scrisse il nome di colei che ciascaduna di loro voleva per sua conscienza fosse abadessa. Compiuto il dar di voti, tutta tre rimasero negli voti uguali, nè tra loro era differenza alcuna. Onde tra tutte le monache nacque grandissimo contrasto, e chi l’una e chi l’altra e chi la terza per suo capo voleva, nè per maniera alcuna acchetar si potevano. Il vicario, vedendo la lor dura ostinazione, e considerando che ciascaduna delle tre suore per le sue buone condizioni tal dignità meritava, pensò di trovar via e modo che una di quelle tre, senza dar materia di turbamento alle altre, rimanesse badessa. E chiamate le tre donne alla presenza sua, disse: Madre mie dilette, io a bastanza intesi le virtù e condizioni vostre, e ciascaduna di voi per le degne opere sue meritarebbe esser abadessa. Ma tra queste venerande suore è grandissimo contrasto nella elezzione, e i voti egualmente prociedono. Però, acciò che in amore e in tranquilla pace vi conserviate, io vi proporrò nello eleggere la badessa un modo, il quale, come io spero sarà di si fatta maniera, che al fine tutte rimarrete contente. Il modo adunque è questo. Ciascaduna di queste tre mie madri che desiderano aspirare all’onorato grado, s’ingegnerà tra tre giorni di far nella presenza nostra alcuna cosa che sia laudevole e degna di memoria; e qual di lor tre dimostrerà opera di maggior gloria e virtù, quella fia da tutte le suore concordevolmente eletta, prestandole la riverenza e l’onore che se le conviene. Piacque assai alle donne la determinazione di messer lo vicario; e così tutte ad una voce promisero di osservare. [p. 33 modifica]Venuto il determinato giorno, e raunate tutte le suore nel capitolo, messer lo vicario fece a sè venire le tre suore, che alla bazial dignità salire volevano, e interrogolle se pensato avevano a’ casi suoi, facendo alcuna gloriosa dimostrazione. Esse unitamente risposero di sì. Postesi tutte a sedere, suor Veneranda, che era più attempata delle altre, si mise in mezzo del capitolo, e trasse fuori un ago damaschino, che era fitto nella nera cocolla; e levatisi e panni dinanzi, in presenza del vicario e delle suore sì minutamente orinò per lo forame de l’ago, che pur una giocciola non si vide a terra cadere, se prima non era per lo forame passata. Questo vedendo messer lo vicario e le donne, tutte pensarono costei dover essere la badessa, nè poter farsi cosa che di quella fosse migliore. Indi levossi suor Modestia, che era la seconda di età; e messasi in mezzo del capitolo, prese un dado con cui si giuoca, e poselo sopra un scanno; dopo prese cinque granella di minuto miglio, e posele sopra i cinque punti del dado, assignando a ciascun punto il grano suo; poscia alziossi e panni di dietro, ed accostatasi con le parti posteriori al scanno sopra il quale giaceva il dado, mandò fuori del forame una rocchetta sì grande e sì terribile, che fece il vicario e le donne quasi tutte spaurire. E quella rocchetta, ancor che uscisse fuori del forame con grandissimo soffiamento, fu nondimeno tratta con tanta virtù ed arte, che ’l granello di mezzo fermo al suo luogo rimase, e gli altri quattro disparvero, che non furon più veduti. Questa pruova non parve al vicario e alle donne minore della prima; ma stettero chete ad aspettare la prodezza di suor Pacifica. La quale, appresentatasi nel mezzo del capitolo, fece una prova non da vecchia, ma da donna virile. Imperciò che ella trasse [p. 34 modifica]fuori di seno un duro osso di peschio, e gettollo in alto; e subito alzossi e panni, e quello prese con le natiche, e sì fattamente lo strinse, che lo ruppe, e fecelo venire non altrimenti che minuta polve. Il vicario, che era prudente e savio, cominciò con le donne maturatamente considerare le prodezze di tutta tre le donne; e vedendo che non se ni poteva aggiungere, tolse tempo a pronunciare la diffinitiva sentenzia. E perchè negli suoi libri egli non seppe mai trovare la decisione di questo caso, il lasciò irresolubile, e sino a questo giorno ancora la lite pende. Voi adunque, sapientissime donne, darete la sentenzia, la quale per la grandezza della cosa io non ardisco proferire.

La favola dal Bembo raccontata diede più a gli uomini che alle donne materia di ridere, perciò che elle per vergogna ponevano il capo in grembo, nè ardivano sollevarlo. Ma gli uomini ora una cosa ora un’altra sopra la raccontata favola dicevano, e piacere non picciolo ne prendevano. La Signora, veggendo gli uomini sconciamente ridere e le donne come statue di marmo rimanere, comandò che ogni uno tacesse, nè più si ridesse; e che il Bembo coll’enimma l’ordine seguisse. Ed egli, che aveva detto abbastanza, voltossi alla vaga Lauretta, e disse: Il tocca ora a voi, signora Lauretta, raccontare l’enimma. Se noi vi abbiamo contentata in una cosa, non vogliamo contentarvi nell’altra. Ed ella, che non volse far altra resistenza, perchè il debito no ’l portava, allegramente così disse.

Una ve ne dirò di molta stima,
     Quantunque paia più sozza, ch’oscura.
Il mio compagno resta, io ascendo in cima:
     Ed una cosa molto soda e dura

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Nelle man prendo, onde la bagno prima,
     Poi l’appresento a mezzo la fessura.
E tanto in su e in giù la meno, ch’io
     Perfettamente faccio il fatto mio.

Tutti affermarono non esser stato men bello l’enimma da Lauretta raccontato, che la favola dal Bembo recitata. E perchè pochi l’intesero, la Signora le comandò che l’interpretasse. La quale, senza interporre indugio alcuno, disse: Erano duo che volevano segare un grossissimo trave. Uno prese in mano la sciega, che è molto dura, e se ne andò in alto; l’altro, essendo al basso, la unse coll’oglio, indi la pose nella fessura della trave; e l’uno e l’altro compagno tanto su e giù la mena, che l’opra si compisse. Piacque a tutti la sottil interpretazione del bel enimma; e poscia che furon acchetati, ordinò la Signora ad Eritrea che la sua favola raccontasse: ed ella prestamente così disse.