Le piacevoli notti/Prefazione2

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Prefazione

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Lettera 2
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PREFAZIONE





Grazie alla singolare e illuminata liberalità della Biblioteca di Stato e di Corte di Monaco di Baviera, ho potuto esemplare il testo del secondo libro delle Piacevoli Notti su la prima edizione del 1553, Venezia, Comin da Trino. E perciò così questo come il libro primo del novelliere escono ora in luce dietro la scorta delle loro due rarissime edizioni principi.

Non l’ho tuttavia seguita così ciecamente, da non tener conto delle varianti offerte dalle altre edizioni antiche del libro secondo: fra le quali ho ritenuto opportuno fermarmi a quelle del 1554, ’56, ’58, non senza consultare le edizioni del 1562, ’63, ’69.

Di queste varianti parecchie ho accolte nel testo: di molte altre ho dato notizia in [p. IV modifica]apposita Appendice, sia per amor di esattezza, sia per offrire materia non inutile al glottologo che volesse prendere in esame la lingua di questo scrittore del Cinquecento, che, nato in Lombardia e vissuto più anni in Venezia, derivò promiscuamente nelle sue pagine vocaboli e modi dalla lingua di Roma antica, e di Dante del Petrarca e del Boccaccio, e del popolo fra cui viveva.

Non mi sono attenuto nella grafia a criteri rigidamente costanti. Come appare manifesto dalle prime edizioni delle Piacevoli Notti, lo Straparola si condusse in questa materia con una grande libertà, che ho stimato conveniente di rispettare e mantenere. Pertanto si troverà scritto vettovaria e vettovaglia, sopragionse e [p. V modifica]opragiunse, precio e prezio, sepultura e sepoltura, pazienza e pazienzia, luoco e loco e luogo, dopò e dopo e doppo, vertù e virtù, ecc. ecc.

Per dare più ampia e più chiara notizia bibliografica delle prime edizioni delle Piacevoli Notti, da me usate, e inoltre per rendere più agevole non tanto agl’italiani, quanto agli stranieri studiosi del folchlore, il testo del novelliere e segnatamente le favole che lo Straparola si compiacque di dettare nei dialetti di Bergamo e di Padova, mi parve necessario aggiungere alcune Appendici, senza veruna pretesa di fare opera che si accostasse alla perfezione.

Gius. Rua