Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Filippo Brunelleschi

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Filippo Brunelleschi

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Masaccio da San Giovanni di Valdarno Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Donato IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Masaccio da San Giovanni di Valdarno Donato
Filippo Brunelleschi

VITA DI FILIPPO BRUNELLESCHI SCULTORE ET ARCHITETTO

Molti sono creati dalla natura piccoli di persona e di fattezze, che hanno l’animo pieno di tanta grandezza et il cuore di sì smisurata terribilità, che se non cominciano cose difficili e quasi impossibili, e quelle non rendono finite con maraviglia di chi le vede, mai non dànno requie alla vita loro. E tante cose, quante l’occasione mette nelle mani di questi, per vili e basse che elle si siano, le fanno essi divenire in pregio et altezza. Laonde mai non si doverebbe torcere il muso, quando s’incontra in persone che in aspetto non hanno quella prima grazia o venustà, che dovrebbe dare la natura nel venire al mondo a chi opera in qualche virtù, perché non è dubbio che sotto le zolle della terra si ascondono le vene dell’oro. E molte volte nasce in questi che sono di sparutissime forme, tanta generosità d’animo e tanta sincerità di cuore che, sendo mescolata la nobiltà con esse, non può sperarsi da loro se non grandissime maraviglie; perciò che e’ si sforzano di abbellire la bruttezza del corpo con la virtù dell’ingegno, come apertamente si vide in Filippo di Ser Brunellesco, sparuto de la persona non meno che Messer Forese da Rabatta e Giotto; ma di ingegno tanto elevato che ben si può dire che e’ ci fu donato dal cielo per dar nuova forma alla architettura, già per centinaia d’anni smarrita; nella quale gl’uomini di quel tempo in mala parte molti tesori avevano spesi, facendo fabriche senza ordine, con mal modo, con tristo disegno, con stranissime invenzioni, con disgraziatissima grazia e con peggior ornamento. E volle il cielo, essendo stata la terra tanti anni senza uno animo egregio et uno spirito divino, che Filippo lasciassi al mondo di sé la maggiore, la più alta fabrica e la più bella di tutte l’altre fatte nel tempo de’ moderni et ancora in quello degli antichi, mostrando che il valore negli artefici toscani, ancora che perduto fusse, non perciò era morto. Adornollo altresì di ottime virtù, fra le quali ebbe quella dell’amicizia, sì che non fu mai alcuno più benigno né più amorevole di lui. Nel giudicio era netto di passione; e dove e’ vedeva il valore degli altrui meriti, deponeva l’util suo e l’interesso degli amici. Conobbe se stesso, et il grado della sua virtù comunicò a molti, et il prossimo nelle necessità sempre sovvenne; dichiarossi nimico capitale de’ vizii et amatore di coloro che si essercitavono nelle virtù. Non spese mai il tempo invano, che o per sé o per l’opere d’altri, nelle altrui necessità non s’affaticasse e caminando gli amici visitasse e sempre sovvenisse. Dicesi che in Fiorenza fu uno uomo di bonissima fama e di molti lodevoli costumi e fattivo nelle faccende sue, il cui nome era Ser Brunelesco di Lippo Lapi, il quale aveva auto l’avolo suo chiamato Cambio, che fu litterata persona, e il quale nacque di un fisico in que’ tempi molto famoso, nominato Maestro Ventura Bacherini. Togliendo dunque Ser Brunelesco per donna una giovane costumatissima, della nobil famiglia degli Spini, per parte della dote ebbe in pagamento una casa, dove egli e i suoi figliuoli abitarono fin alla morte, la quale è posta dirimpetto a San Michele Berteldi, per fianco, in un biscanto passato la piazza degli Agli. Ora, mentre che egli si esercitava così e vivevasi lietamente, gli nacque l’anno 1377 un figliuolo al quale pose nome Filippo, per il padre suo già morto, della quale nascita fece quella allegrezza che maggior poteva. Laonde con ogni accuratezza gl’insegnò nella sua puerizia i primi principii delle lettere, nelle quali si mostrava tanto ingegnoso e di spirito elevato, che teneva spesso sospeso il cervello, quasi che in quelle non curasse venir molto perfetto. Anzi pareva che egli andasse col pensiero a cose di maggior utilità, per il che ser Brunelesco, che desiderava che egli facesse il mestier suo del notario o quel del tritavolo, ne prese dispiacere grandissimo. Pure, veggendolo continuamente esser dietro a cose ingegnose d’arte e di mano, gli fece imparare l’abbaco e scrivere; e dipoi lo pose all’arte dell’orefice, acciò imparasse a disegnare con uno amico suo. E fu questo con molta satisfazione di Filippo, il quale, cominciato a imparare e mettere in opera le cose di quella arte, non passò molti anni che egli legava le pietre fini meglio che artefice vecchio di quel mestiero. Esercitò il niello et il lavorare grosserie, come alcune figure d’argento che son dua mezzi profeti posti nella testa dell’altare di S. Iacopo di Pistoia tenute bellissime, fatte da lui all’Opera di quella città; et opere di bassi rilievi, dove mostrò intendersi tanto di quel mestiero, che era forza che ’l suo ingegno passasse i termini di quella arte. Laonde, avendo preso pratica con certe persone studiose, cominciò a entrar colla fantasia nelle cose de’ tempi e de’ moti, de’ pesi e delle ruote, come si posson far girare e da che si muovono; e così lavorò di sua mano alcuni oriuoli bonissimi e bellissimi. Non contento a questo, nell’animo se li destò una voglia della scultura grandissima; e tutto venne poi che, essendo Donatello giovane tenuto valente in quella, et in espettazione grande, cominciò Filippo a praticare seco del continuo et insieme per le virtù l’un dell’altro si posono tanto amore, che l’uno non pareva che sapesse vivere senza l’altro. Laonde Filippo, che era capacissimo di più cose, dava opera a molte professioni, né molto si esercitò in quelle che egli fu tenuto fra le persone intendenti bonissimo architetto, come mostrò in molte cose che servirono per acconcimi di case; come al canto de’ Ciai verso Mercato Vecchio, la casa di Apollonio Lapi suo parente che in quella (mentre egli la faceva murare) si adoprò grandamente. E il simile fece fuor di Fiorenza nella torre e nella casa della Petraia a Castello. Nel palazzo dove abitava la Signoria ordinò e spartì dove era l’ufizio delli ufiziali di monte, tutte quelle stanze e vi fece e porte e finestre, nella maniera cavata da lo antico, allora non usatasi molto per essere l’architettura rozzissima in Toscana. Avendosi poi in Fiorenza a fare per i frati di S. Spirito una statua di S. Maria Madalena in penitenzia di legname di tiglio per portar in una cappella, Filippo, che aveva fatto molte cosette piccole di scoltura, desideroso mostrare che ancora nelle cose grandi era per riuscire, prese a far detta figura; la qual finita e messa in opera fu tenuta cosa molto bella; ma nell’incendio poi di quel tempio, l’anno 1471, abruciò insieme con molte altre cose notabili. Attese molto alla prospettiva, allora molto in male uso per molte falsità che vi si facevano; nella quale perse molto tempo, perfino che egli trovò da sé un modo che ella potesse venir giusta e perfetta, che fu il levarla con la pianta e proffilo e per via della intersegazione, cosa veramente ingegnosissima et utile all’arte del disegno. Di questa prese tanta vaghezza, che di sua mano ritrasse la piazza di S. Giovanni, con tutti quegli spartimenti della incrostatura murati di marmi neri e bianchi, che diminuivano con una grazia singulare, e similmente fece la casa della Misericordia, con le botteghe de’ cialdonai e la volta de’ Pecori e dall’altra banda la colonna di S. Zanobi. La qual opera essendoli lodata dalli artefici e da chi aveva giudizio in quell’arte, gli diede tanto animo che non sté molto che egli mise mano a una altra; e ritrasse il palazzo, la piazza e la loggia de’ Signori, insieme col tetto de’ Pisani e tutto quel che intorno si vede murato. Le quali opere furon cagione di destare l’animo agli altri artefici, che vi atteseno dipoi con grande studio. Egli particularmente la insegnò a Masaccio, pittore allor giovane, molto suo amico, il quale gli fece onore in quello che gli mostrò, come appare negli edifizii dell’opere sue; né restò ancora di mostrare a quelli che lavoravono le tarsie - che è un’arte di commettere legni di colori - e tanto gli stimolò, ch’e’ fu cagione di buono uso e [di] molte cose utili che si fece di quel magisterio et allora e poi [di] molte cose eccellenti che hanno recato e fama et utile a Fiorenza per molti anni. Tornando poi da studio Messer Paulo dal Pozzo Toscanelli et una sera trovandosi in uno orto a cena con certi suoi amici, invitò Filippo; il quale, uditolo ragionare de l’arti matematiche, prese tal familiarità con seco, che egli imparò la geometria da lui. E se bene Filippo non aveva lettere, gli rendeva sì ragione di tutte le cose, con il naturale della pratica e sperienza, che molte volte lo confondeva. E così seguitando, dava opera alle cose della Scrittura cristiana, non restando di intervenire alle dispute et alle prediche delle persone dotte, delle quali faceva tanto capitale per la mirabil memoria sua, che Messer Paulo predetto, celebrandolo usava dire che nel sentir arguir Filippo gli pareva un nuovo Santo Paulo. Diede ancora molta opera in questo tempo alle cose di Dante, le quali furon da lui bene intese circa i siti e le misure, e spesso, nelle comparazioni allegandolo, se ne serviva ne’ suo’ ragionamenti. Né mai col pensiero faceva altro che machinare et immaginarsi cose ingegnose e difficili. Né poté trovar mai ingegno che più lo satisfacesse, che Donato, con il quale domesticamente confabulando, pigliavano piacere l’uno dell’altro, e le difficultà del mestiero conferivano insieme. Ora, avendo Donato in que’ giorni finito un Crucifisso di legno, il quale fu posto in S. Croce di Fiorenza sotto la storia del fanciullo che risuscitò S. Francesco dipinto da Taddeo Gaddi, volle Donato pigliarne parere con Filippo; ma se ne pentì perché Filippo gli rispose ch’egli aveva messo un contadino in croce, onde ne nacque il detto di: "Togli del legno, e fanne uno tu" come largamente si ragiona nella vita di Donato. Per il che Filippo, il quale, ancor che fusse provocato a ira, mai si adirava per cosa che li fusse detta, stette cheto molti mesi, tanto che condusse di legno un Crocifisso della medesima grandezza, di tal bontà e sì con arte, disegno e diligenza lavorato, che nel mandar Donato a casa inanzi a lui, quasi ad inganno (perché non sapeva che Filippo avesse fatto tale opera), un grembiule che egli aveva pieno di uova e di cose per desinar insieme, gli cascò mentre lo guardava uscito di sé per la maraviglia e per l’ingegnosa et artifiziosa maniera che aveva usato Filippo nelle gambe, nel torso e nelle braccia di detta figura, disposta et unita talmente insieme, che Donato, oltra il chiamarsi vinto, lo predicava per miracolo. La qual opera è oggi posta in Santa Maria Novella, fra la cappella degli Strozzi e de’ Bardi da Vernia, lodata ancora dai moderni infinitamente. Laonde, vistosi la virtù di questi maestri veramente eccellenti, fu lor fatto allogazione dall’Arte de’ Beccai e dall’Arte de’ Linaiuoli, di due figure di marmo, da farsi nelle loro nicchie che sono intorno a Or San Michele, le quali Filippo lasciò fare a Donato da solo, avendo preso altre cure, e Donato le condusse a perfezzione. Dopo queste cose, l’anno 1401 fu deliberato, vedendo la scultura essere salita in tanta altezza, di rifare le due porte di bronzo del tempio e batistero di S. Giovanni: perché da la morte d’Andrea Pisano in poi, non avevono avuti maestri che l’avessino sapute condurre. Onde fatto intendere a quelli scultori che erano allora in Toscana l’animo loro, fu mandato per essi e dato loro provisione et un anno di tempo a fare una storia per ciascuno; fra i quali furono richiesti Filippo e Donato, di dovere ciascuno di essi da per sé fare una storia, a concorrenza di Lorenzo Ghiberti, Iacopo della Fonte, Simone da Colle, Francesco di Valdambrina e Niccolò d’Arezzo. Le quali storie finite l’anno medesimo e venute a mostra in paragone, furon tutte bellissime et intra sé differenti; chi era ben disegnata e mal lavorata, come quella di Donato, e chi aveva bonissimo disegno e lavorata diligentemente, ma non spartito bene la storia col diminuire le figure, come aveva fatto Iacopo della Quercia; e chi fatto invenzione povera e figure, nel modo che aveva la sua condotto Francesco di Valdambrina; e le peggio di tutte erano quelle di Niccolò d’Arezzo e di Simone da Colle, e la migliore quella di Lorenzo di Cione Ghiberti. La quale aveva in sé disegno, diligenza, invenzione, arte e le figure molto ben lavorate; né gli era però molto inferiore la storia di Filippo, nella quale aveva figurato un Abraam che sacrifica Isaac; et in quella un servo, che mentre aspetta Abraam, e che l’asino pasce, si cava una spina di un piede, che merita lode assai. Venute dunque le storie a mostra, non si satisfacendo Filippo e Donato se non di quella di Lorenzo, lo giudicarono più al proposito di quell’opera che non erano essi e gl’altri che avevano fatto le altre storie. E così a’ Consoli con buone ragioni persuasero che a Lorenzo l’opera allogassero, mostrando che il publico et il privato ne sarebbe servito meglio; e fu veramente questo una bontà vera d’amici et una virtù senza invidia, et uno giudizio sano nel conoscere se stessi, onde più lode meritorono, che se l’opera avessino condotta a perfezzione: felici spiriti che mentre giovavano l’uno all’altro, godevano nel lodare le fatiche altrui; quanto infelici sono ora i nostri, che mentre ch’e’ nuocono, non sfogati, crepano d’invidia nel mordere altrui. Fu da’ Consoli pregato Filippo che dovesse fare l’opera insieme con Lorenzo, ma egli non volle, avendo animo di volere essere più tosto primo in una sola arte, che pari o secondo in quell’opera. Per il che la storia, che aveva lavorata di bronzo, donò a Cosimo de’ Medici; la qual egli col tempo fece mettere in sagrestia vecchia di San Lorenzo, nel dossal dell’altare, e quivi si truova al presente, e quella di Donato fu messa nell’Arte del Cambio. Fatta l’allogazione a Lorenzo Ghiberti, furono insieme Filippo e Donato, e risolverono insieme partirsi di Fiorenza et a Roma star qualche anno, per attender Filippo all’architettura e Donato alla scultura. Il che fece Filippo, per voler esser superiore et a Lorenzo et a Donato, tanto quanto fanno l’architettura più necessaria all’utilità degl’uomini, che la scultura e la pittura. E venduto un poderetto che egli aveva a Settignano, di Fiorenza partiti, a Roma si condussero: nella quale, vedendo la grandezza degli edifizii e la perfezzione de’ corpi de’ tempii, stava astratto che pareva fuori di sé. E così dato ordine a misurare le cornici e levar le piante di quegli edifizii, egli e Donato continuamente seguitando, non perdonarono né a tempo né a spesa, Né lasciarono luogo che eglino et in Roma e fuori in campagna, non vedessino e non misurassino tutto quello che potevano avere che fusse buono. E perché era Filippo sciolto da le cure familiari, datosi in preda agli studii, non si curava di suo mangiare o dormire, solo l’intento suo era l’architettura, che già era spenta, dico gli ordini antichi buoni, e non la todesca e barbara, la quale molto si usava nel suo tempo. Et aveva in sé duoi concetti grandissimi: l’uno era il tornare a luce la buona architettura, credendo egli ritrovandola, non lasciare manco memoria di sé, che fatto si aveva Cimabue e Giotto; l’altro di trovar modo, se e’ si potesse, a voltare la cupola di Santa Maria del Fiore di Fiorenza: le difficoltà della quale avevano fatto sì che, dopo la morte di Arnolfo Lapi, non ci era stato mai nessuno a cui fusse bastato l’animo, senza grandissima spesa d’armadure di legname, poterla volgere. Non conferì però mai questa sua invenzione a Donato, né ad anima viva; né restò che in Roma tutte le difficultà che sono nella Ritonda egli non considerasse, sì come si poteva voltare. Tutte le volte nell’antico aveva notato e disegnato, e sopra ciò del continuo studiava. E se per avventura eglino avessino trovato sotterrati pezzi di capitelli, colonne, cornici e basamenti di edifizii, eglino mettevano opere e gli facevano cavare, per toccare il fondo. Per il che si era sparsa una voce per Roma, quando eglino passavano per le strade, che andavano vestiti a caso, gli chiamavano quelli del tesoro, credendo i popoli ch’e’ fussino persone che attendessino alla geomanzia per ritrovare tesori; e di ciò fu cagione l’avere eglino trovato un giorno una brocca antica di terra, piena di medaglie. Vennero manco a Filippo i denari, e si andava riparando con il legare gioie a orefici suoi amici che erano di prezzo; e così si rimase solo in Roma, perché Donato a Fiorenza se ne tornò, et egli con maggiore studio e fatica che prima, dietro alle rovine di quelle fabriche di continuo si esercitava. Né restò che non fusse disegnata da lui ogni sorte di fabbrica, tempii tondi e quadri, a otto facce, basiliche, aquidotti, bagni, archi, colisei, anfiteatri et ogni tempio di mattoni, da’ quali cavò le cignature et incatenature, e così il girarli nelle volte; tolse tutte le collegazioni e di pietre e di impernature e di morse; et investigando a tutte le pietre grosse una buca nel mezzo per ciascuna in sotto squadra, trovò esser quel ferro, che è da noi chiamato la ulivella, con che si tira su le pietre; et egli lo rinovò e messelo in uso di poi. Fu adunque da lui messo da parte, ordine per ordine, dorico, ionico e corinzio: e fu tale questo studio, che rimase il suo ingegno capacissimo di potere veder nella immaginazione Roma come ella stava quando non era rovinata. Fece l’aria di quella città un poco di novità l’anno 1407 a Filippo; onde egli, consigliato da’ suoi amici a mutar aria, se ne tornò a Fiorenza. Nella quale, per l’assenza sua, si era patito in molte muraglie, per le quali diede egli a la sua venuta molti disegni e molti consigli. Fu fatto il medesimo anno una ragunata d’architettori e d’ingegneri del paese, sopra il modo del voltar la cupola, dagli Operai di Santa Maria del Fiore e da’ Consoli dell’Arte della Lana, intra’ quali intervenne Filippo, e dette consiglio che era necessario cavare l’edifizio fuori del tetto e non fare secondo il disegno d’Arnolfo, ma fare un fregio di braccia XV d’altezza et in mezzo a ogni faccia fare un occhio grande, perché oltra che leverebbe il peso fuor delle spalle delle tribune, verrebbe la cupola a voltarsi più facilmente. E così se ne fece modelli e si messe in esecuzione. Filippo, dopo alquanti mesi riavuto, essendo una mattina in su la piazza di S. Maria del Fiore con Donato et altri artefici, si ragionava delle antichità delle cose della scultura, e raccontando Donato che quando e’ tornava da Roma aveva fatto la strada da Orvieto per veder quella facciata del Duomo di marmo, tanto celebrata, lavorata di mano di diversi maestri, tenuta cosa notabile in que’ tempi; e che nel passar poi da Cortona entrò in Pieve, e vide un pilo antico bellissimo dove era una storia di marmo, cosa allora rara non essendosi disotterrata quella abbondanza che si è fatta ne’ tempi nostri, e così seguendo Donato il modo che aveva usato quel maestro a condurre quell’opera, e la fine che vi era dentro, insieme con la perfezzione e bontà del magisterio, accese sì Filippo di una ardente volontà di vederlo, che così come egli era, in mantello, in cappuccio et in zoccoli, senza dir dove andasse, si partì da loro a piedi e si lasciò portare a Cortona dalla volontà et amore ch’e’ portava all’arte. E veduto e piaciutogli il pilo, lo ritrasse con la penna in disegno; e con quello tornò a Fiorenza, senza che Donato o altra persona si accorgesse che fusse partito, pensando che e’ dovesse disegnare o fantasticare qualcosa. Così tornato in Fiorenza li mostrò il disegno del pilo, da lui con pazienza ritratto; per il che Donato si maravigliò assai, vedendo quanto amore Filippo portava all’arte. Stette poi molti mesi in Fiorenza, dove egli faceva segretamente modelli et ingegni, tutti per l’opera della cupola, stando tuttavia con gli artefici in su le baie; ché allora fece egli quella burla del Grasso e di Matteo, et andando bene spesso per suo diporto ad aiutare a Lorenzo Ghiberti a rinettar qualcosa in su le porte. Ma toccoli una mattina la fantasia, sentendo che si ragionava del far provisione di ingegneri che voltassino la cupola, si ritornò a Roma, pensando con più riputazione avere a esser ricerco di fuora che non arebbe fatto stando in Fiorenza. Laonde, trovandosi in Roma e venuto in considerazione l’opera e l’ingegno suo acutissimo, per aver mostro ne’ ragionamenti suoi quella sicurtà e quello animo che non avevasi trovato negli altri maestri, i quali stavono smarriti insieme con i muratori, perdute le forze, e non pensando poter mai trovar modo da voltarla, né legni da fare una travata che fusse sì forte che regesse l’armadura et il peso di sì grande edifizio, deliberati vederne il fine, scrissono a Filippo a Roma, con pregarlo che venisse a Fiorenza. Et egli, che non aveva altra voglia, molto cortesemente tornò. E ragunatosi a sua venuta l’ufizio delli Operai di S. Maria del Fiore et i Consoli dell’Arte della Lana, dissono a Filippo tutte le difficultà, da la maggiore a la minore, che facevano i maestri, i quali erano in sua presenza nella udienza insieme con loro, per il che Filippo disse queste parole: "Signori Operai, e’ non è dubbio che le cose grandi hanno sempre nel condursi difficultà, e se niuna n’ebbe mai, questa vostra l’ha maggiore che voi per avventura non avisate. Perciò che io non so che neanco gl’antichi voltassero mai una volta sì terribile come sarà questa, et io, che ho molte volte pensato all’armadure di dentro e di fuori, e come si sia, per potervi lavorare sicuramente, non mi sono mai saputo risolvere; mi sbigottisce non meno la larghezza, che l’altezza dell’edifizio; perciò che se ella si potesse girar tonda, si potrebbe tenere il modo che tennero i Romani nel voltare il Panteon di Roma, cioè la Ritonda, ma qui bisogna seguitare l’otto facce et entrare in catene et in morse di pietre, che sarà molto difficile. Ma ricordandomi che questo è tempio sacrato a Dio et alla Vergine, mi confido che, faccendosi in memoria sua, non mancherà di infondere il sapere dove non sia et agiugnere le forze e la sapienza e l’ingegno, a chi sarà autore di tal cosa. Ma che posso io in questo caso giovarvi, non essendo mia l’opera? Bene vi dico che se ella toccasse a me, risolutissimamente mi basterebbe l’animo di trovare il modo che ella si volterebbe, senza tante difficultà. Ma io non ci ho pensato su ancor niente, e volte che io vi dica il modo? Ma quando pure le Signorie Vostre delibereranno che ella si volti, sarete forzati non solo a fare esperimento di me che non penso bastare a consigliare sì gran cosa, ma a spendere et ordinare che fra uno anno di tempo, a un dì determinato, venghino in Fiorenza architettori, non solo toscani et italiani, ma todeschi e franzesi e d’ogni nazione, e proporre loro questo lavoro, acciò che disputato e risoluto fra tanti maestri, si cominci e si dia a colui che più dirittamente darà nel segno, o averà miglior modo e giudizio per fare tale opera. Né vi saperei dare io altro consiglio, né migliore ordine di questo". Piacque ai Consoli et agli Operai l’ordine et il consiglio di Filippo, ma arebbono voluto che in questo mentre egli avesse fatto un modello, e che ci avesse pensato su. Ma egli mostrava di non curarsene, anzi, preso licenzia da loro, disse esser sollecitato con lettere a tornare a Roma. Avvedutosi dunque i Consoli che i prieghi loro e degli Operai non erano bastanti a fermarlo, lo feciono pregare da molti amici suoi, e non si piegando, una mattina che fu a dì 26 di maggio 1417, gli fecero gli Operai uno stanziamento di una mancia di danari, i quali si truovano a uscita a Filippo ne’ libri dell’Opera, e tutto era per agevolarlo. Ma egli, saldo nel suo proposito, partitosi pure di Fiorenza, se ne tornò a Roma, dove sopra tal lavoro di continuo studiò, ordinando e preparandosi per il fine di tale opera, pensando, come era certamente, che altro che egli non potesse condurre tale opera. Et il consiglio dato, del condurre nuovi architettori, non l’aveva Filippo messo inanzi per altro, se non perché eglino fussino testimoni del grandissimo ingegno suo; più che perché e’ pensasse che eglino avessino ad aver ordine di voltar quella tribuna e di pigliare tal carico che era troppo difficile. E così si consumò molto tempo, inanzi che fussino venuti quegli architetti de’ lor paesi, che eglino avevano di lontano fatti chiamare, con ordine dato a’ mercanti fiorentini che dimoravano in Francia, nella Magna, in Inghilterra et in Ispagna; i quali avevano commissione di spendere ogni somma di danari, per mandare ed ottenere da que’ principi, i più esperimentati e valenti ingegni che fussero in quelle regioni. Venuto l’anno 1420, furono finalmente ragunati in Fiorenza tutti questi maestri oltramontani, e così quelli della Toscana e tutti gli ingegnosi artefici di disegno fiorentini, e così Filippo tornò da Roma. Ragunaronsi dunque tutti nella Opera di Santa Maria del Fiore, presenti i Consoli e gli Operai, insieme con una scelta di cittadini i più ingegnosi, acciò che, udito sopra questo caso l’animo di ciascuno, si risolvesse il modo di voltare questa tribuna; chiamati dunque nella udienza, udirono a uno a uno l’animo di tutti, e l’ordine che ciascuno architetto sopra di ciò aveva pensato. E fu cosa bella il sentir le strane e diverse openioni in tale materia; perciò che chi diceva di far pilastri murati da ’l piano della terra, per volgervi su gli archi, e tenere le travate per reggere il peso; altri che egli era bene voltarla di spugne, acciò fusse più leggieri il peso: e molti si accordavano a fare un pilastro in mezzo, e condurla a padiglione, come quella di S. Giovanni di Fiorenza. E non mancò chi dicesse che sarebbe stato bene empierla di terra e mescolare quattrini fra essa, acciò che volta, dessino licenzia che chi voleva di quel terreno potessi andare per esso; e così in un subito il popolo lo portasse via senza spesa. Solo Filippo disse che si poteva voltarla senza tanti legni e senza pilastri o terra, con assai minore spesa di tanti archi e facilissimamente senza armadura. Parve a’ Consoli, che stavano ad aspettare quel bel modo, et agli Operai et a tutti que’ cittadini, che Filippo avesse detto una cosa da sciocchi, e se ne feciono beffe ridendosi di lui; e si volsono, e li dissono ch’e’ ragionasse d’altro che quello era un modo da pazzi, come era egli. Perché, parendo a Filippo di essere offeso, disse: "Signori, considerate che non è possibile volgerla in altra maniera che in questa; e ancora che voi vi ridiate di me, conoscerete (se non volete esser ostinati) non doversi né potersi far in altro modo. Et è necessario, volendola condurre nel modo ch’io ho pensato, che ella si giri col sesto di quarto acuto, e facciasi doppia, l’una volta di dentro e l’altra di fuori, in modo che fra l’una e l’altra si cammini. Et in su le cantonate degli angoli delle otto facce con le morse di pietra, s’incateni la fabbrica per la grossezza similmente, con catene di legnami di quercia si giri per le facce di quella. Et è necessario pensare a’ lumi, alle scale et ai condotti, dove l’acque nel piovere possino uscire. E nessuno di voi ha pensato che bisogna avvertire che si possa fare i ponti di dentro per fare i musaici et una infinità di cose difficili, ma io, che la veggo volta, conosco che non ci è altro modo né altra via da potere volgerla che questa ch’io ragiono". E riscaldato nel dire, quanto e’ cercava facilitare il concetto suo, acciò che eglino lo intendessino e credessino, tanto veniva proponendo più dubbii che gli faceva meno credere e tenerlo una bestia et una cicala. Laonde, licenziatolo parecchie volte, et alla fine non volendo partire, fu portato di peso dai donzelli loro fuori dell’udienza, tenendolo del tutto pazzo. Il quale scorno fu cagione che Filippo ebbe a dire poi che non ardiva passare per luogo alcuno della città, temendo non fusse detto: "Vedi colà quel pazzo". Restati i Consoli nell’udienza confusi, e dai modi de’ primi maestri, difficili, e da l’ultimo di Filippo, a loro sciocco, parendo loro come e’ confondesse quell’opera con due cose: l’una era il farla doppia, che sarebbe stato pur grandissimo e sconcio peso; l’altra il farla senza armadura. Da l’altra parte Filippo, che tanti anni aveva speso nelli studii per avere questa opera, non sapeva che si fare e fu tentato partirsi di Fiorenza più volte. Pure volendo vincere gli bisognava armarsi di pazienza, avendo egli tanto di vedere, che conosceva i cervelli di quella città non stare molto fermi in un proposito. Averebbe potuto mostrare Filippo un modello piccolo che aveva fatto; ma non volle mostrarlo, avendo conosciuto la poca intelligenza de’ Consoli, l’invidia degli artefici e la poca stabilità de’ cittadini che favorivano chi l’uno e chi l’altro, secondo che più piaceva a ciascuno; et io non me ne maraviglio, facendo in quella città professione ognuno di sapere in questo quanto i maestri esercitati fanno, come che pochi siano quelli che veramente intendono: e ciò sia detto con pace di coloro che sanno. Quello, dunque, che Filippo non aveva potuto fare nel magistrato, cominciò a trattar in disparte, favellando or’ a questo Consolo ora a quello Operaio, e similmente a molti cittadini, mostrando parte del suo disegno, gli ridusse che si deliberarono a fare allogazione di questa opera o a lui o a uno di que’ forestieri. Per la qual cosa, inanimiti i Consoli e gli Operai e que’ cittadini, si ragunarono tutti insieme, e gli architetti disputarono di questa materia; ma furon, con ragioni assai, tutti abbattuti e vinti da Filippo; dove si dice che nacque la disputa dell’uovo in questa forma: eglino arebbono voluto che Filippo avesse detto l’animo suo minutamente e mostro il suo modello, come avevano mostro essi il loro; il che non volle fare, ma propose questo a’ maestri e forestieri e terrazzani, che chi fermasse in sur un marmo piano un uovo ritto, quello facesse la cupola, che quivi si vedrebbe l’ingegno loro. Tolto dunque un uovo, tutti qu’ maestri si provarono per farlo star ritto, ma nessuno trovò il modo. Onde, essendo detto a Filippo ch’e’ lo fermasse, egli con grazia lo prese e datoli un colpo del culo in sul piano del marmo, lo fece star ritto. Rumoreggiando gl’artefici che similmente arebbono saputo fare essi, rispose loro Filippo ridendo che gli arebbono ancora saputo voltare la cupola, vedendo il modello o il disegno. E così fu risoluto ch’egli avesse carico di condurre questa opera, e dettoli che ne informasse meglio i Consoli e gli Operai. Andatosene dunque a casa, in sur un foglio scrisse l’animo suo più apertamente che poteva per darlo al magistrato in questa forma: "Considerato le difficultà di questa fabbrica, magnifici Signori Operai, trovo che non si può per nessun modo volgerla tonda perfetta, atteso che sarebbe tanto grande il piano di sopra, dove va la lanterna, che mettendovi peso rovinerebbe presto. Però mi pare che quegli architetti che non hanno l’occhio all’eternità della fabrica, non abbino amore alle memorie, né sappiano per quel che elle si fanno. E però mi risolvo girar di dentro questa volta a spicchi come stanno le facce e darle la misura et il sesto del quarto acuto: perciò che questo è un sesto che girato sempre pigne allo in su, e caricatolo con la lanterna, l’uno con l’altro la farà durabile. E vuole esser grossa, nella mossa da piè braccia tre e tre quarti, et andare piramidalmente strignendosi di fuora per fino dove ella si serra e dove ha a essere la lanterna. E la volta vuole essere congiunta alla grossezza di braccia uno et un quarto; poi farassi dal lato di fuora un’altra volta, che da piè sia grossa braccia due e mezzo, per conservare quella di dentro da l’acqua. La quale anco piramidalmente diminuisca a proporzione, in modo che si congiunga al principio della lanterna, come l’altra, tanto che sia in cima la sua grossezza duoi terzi. Sia per ogni angolo uno sprone, che saranno otto in tutto; et in ogni faccia due, cioè nel mezzo di quella, che vengono a essere sedici; e dalla parte di dentro e di fuori nel mezzo di detti angoli, in ciascheduna faccia, siano due sproni, ciascuno grosso da piè braccia quattro. E lunghe vadino insieme le dette due volte, piramidalmente murate, insino alla sommità dell’occhio chiuso dalla lanterna, per eguale proporzione. Facciansi poi ventiquattro sproni con le dette volte murati intorno, e sei archi di macigni forti e lunghi, bene sprangati di ferri, i quali sieno stagnati, e sopra detti macigni, catene di ferro, che cinghino la detta volta con loro sproni. Hassi a murare di sodo, senza vano, nel principio l’altezza di braccia cinque et un quarto, e di poi seguitar gli sproni, e si dividino le volte. Il primo e secondo cerchio da piè, sia rinforzato per tutto, con macigni lunghi per il traverso, sì che l’una volta e l’altra della cupola si posi in sui detti macigni. E nella altezza d’ogni braccia IX delle dette volte, siano volticciuole tra l’uno sprone e l’altro con catene di legno di quercia grosse, che leghino i detti sproni che reggono la volta di dentro: e siano coperte poi dette catene di quercia, con piastre di ferro per l’amor delle salite. Gli sproni murati tutti di macigni e di pietra forte, e similmente le facce della cupola tutte di pietra forte, legate con gli sproni fino all’altezza di braccia ventiquattro, e da indi in su si muri di mattoni, o vero di spugna, secondo che si delibererà per chi l’averà a fare, più leggieri che egli potrà. Facciasi di fuori un andito sopra gl’occhi, che sia di sotto ballatoio, con parapetti straforati d’altezza di braccia due, all’avenante di quelli delle tribunette di sotto; o veramente due anditi l’un sopra l’altro in sur una cornice bene ornata, e l’andito di sopra sia scoperto. L’acque della cupola terminino in su una ratta di marmo larga un terzo, e getti l’acqua dove di pietra forte sarà murato sotto la ratta; facciansi otto coste di marmo agli angoli nella superficie della cupola di fuori, grossi come si richiede et alti un braccio sopra la cupola, scorniciato a tetto, largo braccia due che vi sia del colmo e della gronda da ogni parte; muovansi piramidali dalla mossa loro, per infino alla fine. Murinsi le cupole nel modo di sopra, senza armadure, per fino a braccia trenta, e da indi in su in quel modo che sarà consigliato, per que’ maestri che l’averano a murare; perché la pratica insegna quel che si ha a seguire". Finito che ebbe Filippo di scrivere quanto di sopra, andò la mattina al magistrato, e dato loro questo foglio, fu considerato da loro il tutto; et ancora che eglino non ne fussino capaci, vedendo la prontezza dell’animo di Filippo e che nessuno degli altri architetti non andava con miglior gambe, per mostrare egli una sicurtà manifesta nel suo dire col replicare sempre il medesimo in sì fatto modo, che pareva certamente che egli ne avessi volte dieci, tiratisi da parte i Consoli, consultorono di dargliene; ma che arebbono voluto vedere un poco di sperienza, come si poteva volger questa volta senza armadura, perché tutte l’altre cose approvavono. Al quale disiderio fu favorevole la fortuna, perché avendo già voluto Bartolomeo Barbadori far fare una cappella in S. Filicita e parlatone con Filippo, egli v’aveva messo mano e fatto voltar senza armadura quella capella ch’è nello entrare in chiesa a man ritta, dove è la pila dell’acqua santa, pur di sua mano; e similmente in que’ dì ne fece voltare un’altra in S. Iacopo sopr’Arno per Stiatta Ridolfi, allato alla cappella dell’altar maggiore. Le quali furon cagione che gli fu dato più credito che alle parole. E così, assicurati i Consoli e gli Operai per lo scritto e per l’opera che avevano veduta, gli allogorono la cupola, facendolo capo maestro principale per partito di fave. Ma non gliene obligarono se non braccia dodici d’altezza, dicendoli che volevano vedere come riusciva l’opera; e che riuscendo come egli diceva loro, non mancherebbono fargli allogagione del resto. Parve cosa strana a Filippo il vedere tanta durezza e diffidenza ne’ Consoli et Operai; e se non fusse stato che sapeva che egli era solo per condurla, non ci arebbe messo mano; pur, come disideroso di conseguire quella gloria, la prese e di condurla a fine perfettamente si obligò. Fu fatto copiare il suo foglio in su un libro dove il proveditore teneva i debitori et i creditori de’ legnami e de’ marmi, con l’obligo su detto; facendoli la provisione medesima per partito di quelle paghe che avevano fino allora date agli altri capi maestri. Saputasi la allogazione fatta a Filippo per gli artefici e per i cittadini, a chi pareva bene et a chi male, come sempre fu il parere del popolo e degli spensierati e degli invidiosi. Mentre che si faceva le provisioni per cominciare a murare, si destò su una setta fra artigiani e cittadini, e fatto testa a’ Consoli et agl’Operai, dissono che si era corsa la cosa e che un lavoro simile a questo non doveva esser fatto per consiglio di un solo, e che se eglino fussin privi d’uomini eccellenti, come eglino ne avevono abbondanza, saria da perdonare loro; ma che non passava con onore della città, perché venendo qualche disgrazia, come nelle fabriche suole alcuna volta avvenire, potevano essere biasimati, come persone che troppo gran carico avessino dato a un solo, senza considerare il danno e la vergogna che al publico ne potrebbe risultare: e che però, per affrenare il furore di Filippo era bene aggiugnergli un compagno. Era Lorenzo Ghiberti venuto in molto credito, per aver già fatto esperienza del suo ingegno nelle porte di Santo Giovanni, e che e’ fusse amato da certi che molto potevano nel governo, si dimostrò assai chiaramente perché, nel vedere tanto crescere la gloria di Filippo, sotto spezie di amore e di affezione verso quella fabbrica, operarono di maniera appresso de’ Consoli e degli Operai che fu unito compagno di Filippo in questa opera. In quanta disperazione et amaritudine si trovassi Filippo, sentendo quel che avevano fatto gli Operai, si conosce da questo, che fu per fuggirsi da Fiorenza; e se non fussi stato Donato e Luca della Robbia che lo confortavano, era per uscire fuor di sé. Veramente empia e crudel rabbia è quella di coloro che, accecati dall’invidia, pongono a pericolo gli onori e le belle opere, per la gara della ambizione. Da loro certo non restò che Filippo non ispezzasse i modelli, abruciasse i disegni et in men di mezza ora precipitasse tutta quella fatica che aveva condotta in tanti anni. Gl’Operai, scusatisi prima con Filippo, lo confortarono a andare inanzi, che lo inventore et autore di tal fabrica era egli, e non altri; ma tuttavolta fecero a Lorenzo il medesimo salario che a Filippo. Fu seguitato l’opera con poca voglia di lui, conoscendo avere a durare le fatiche che ci faceva, e poi avere a dividere l’onore e la fama a mezzo con Lorenzo. Pure messosi in animo che troverrebbe modo che non durerebbe troppo in questa opera, andava seguitando insieme con Lorenzo nel medesimo modo che stava lo scritto dato agli operai. Destossi in questo mentre nello animo di Filippo un pensiero di volere fare un modello, che ancora non se ne era fatto nessuno; e così messo mano, lo fece lavorare a un Bartolomeo legnaiuolo, che stava dallo Studio. Et in quello, come il proprio, misurato appunto in quella grandezza, fece tutte le cose difficili, come scale alluminate e scure e tutte le sorti de’ lumi, porte e catene e speroni; e vi fece un pezzo d’ordine del ballatoio. Il che avendo inteso, Lorenzo cercò di vederlo, ma perché Filippo gliene negò, venutone in collora, diede ordine di fare un modello egli ancora, accio che e’ paresse che il salario che tirava non fusse vano e che ci fusse per qual cosa. De’ quali modelli, quel di Filippo fu pagato lire cinquanta e soldi quindici; come si trova in uno stanziamento al libro di Migliore di Tommaso a dì tre d’ottobre nel 1419; et a uscita di Lorenzo Ghiberti lire trecento, per fatica e spesa fatta nel suo modello: causato ciò dalla amicizia e favore che egli aveva, più che da utilità o bisogno che ne avesse la fabbrica. Durò questo tormento in su gli occhi di Filippo per fino al 1426, chiamando coloro Lorenzo parimente che Filippo, inventori; lo qual disturbo era tanto potente nello animo di Filippo, che egli viveva con grandissima passione. Fatto adunque varie e nuove immaginazioni, deliberò al tutto de levarselo da torno, conoscendo quanto e’ valesse poco in quell’opera. Aveva Filippo fatto voltare già intorno la cupola fra l’una volta e l’altra dodici braccia e quivi avevano a mettersi su le catene di pietra e di legno: il che per essere cosa difficile, ne volle parlare con Lorenzo per tentare se egli avesse considerato questa difficultà. E trovollo tanto digiuno circa lo avere pensato a tal cosa, che e’ rispose che la rimetteva in lui come inventore. Piacque a Filippo la risposta di Lorenzo, parendoli che questa fusse la via di farlo allontanare dall’opera e da scoprire che non era di quella intelligenza che lo tenevano gli amici suoi et il favore che lo aveva messo in quel luogo. Dopo, essendo già fermi tutti i muratori dell’opera, aspettavano di dovere cominciare sopra le dodici braccia e far le volte et incatenarle essendosi cominciato a stringere la cupola da sommo, per lo che fare erano forzati fare i ponti, acciò che i manovali e’ muratori potessino lavorare senza pericolo, atteso che l’altezza era tale che solamente guardando allo ingiù faceva paura e sbigotimento a ogni sicuro animo. Stavasi dunque dai muratori e dagli altri maestri ad aspettare il modo della catena e de’ ponti: né resolvendosi niente per Lorenzo né per Filippo, nacque una mormorazione fra i muratori e gli altri maestri, non vedendo sollecitare come prima; e perché essi, che povere persone erano, vivevano sopra le lor braccia, e dubitavano che né all’uno né all’altro bastasse l’animo di andare più su con quella opera, il meglio che sapevano e potevano, andavano trattenendosi per la fabrica, ristoppando e ripulendo tutto quel che era murato fino allora. Una mattina infra le altre, Filippo non capitò al lavoro, e fasciatosi il capo entrò nel letto, e continuamente gridando si fece scaldare taglieri e panni con una sollecitudine grande, fingendo avere mal di fianco. Inteso questo, i maestri che stavano aspettando l’ordine di quel che avevano a lavorare dimandarono Lorenzo quel che avevano a seguire: rispose che l’ordine era di Filippo e che bisognava aspettare lui. Fu chi gli disse: "Oh non sai tu l’animo suo?" "Sì", disse Lorenzo "ma non farei niente senza esso." E questo lo disse in escusazion sua, che non avendo visto il modello di Filippo e non gli avendo mai dimandato che ordine e’ volesse tenere, per non parer ignorante, stava sopra di sé nel parlare di questa cosa e rispondeva tutte parole dubbie, massimamente sapendo essere in questa opera contra la voluntà di Filippo. Al quale durato già più di dua giorni il male, et andato a vederlo il proveditore dell’Opera et assai capomaestri muratori, di continuo li domandavano che dicesse quello che avevono a fare. Et egli: "Voi avete Lorenzo, faccia un poco egli". Né altro si poteva cavare. Laonde, sentendosi questo, nacque parlamenti e giudizi di biasimo grandi sopra questa opera: chi diceva che Filippo si era messo nel letto per il dolore che non gli bastava l’animo di voltarla; e ch’e’ si pentiva d’essere entrato in ballo. Et i suoi amici lo difendevano, dicendo esser, se pure era il dispiacere, la villania dell’avergli dato Lorenzo per compagno; ma che il suo era mal di fianco, causato dal molto faticarsi per l’opera. Così dunque rumoreggiandosi, era fermo il lavoro, e quasi tutte le opere de’ muratori e scarpellini si stavano; e mormorando contro a Lorenzo dicevano: "Basta ch’e’ gli è buono a tirare il salario, ma a dare ordine ch’e’ si lavori, no. O se Filippo non ci fusse, o se egli avessi mal lungo, come farebbe egli? Che colpa è la sua, se egli sta male?". Gli Operai vistosi in vergogna per questa pratica, deliberorono d’andare a trovar Filippo; et arrivati, confortatolo prima del male, gli dicono in quanto disordine si trovava la fabbrica et in quanto travaglio gli avesse messo il mal suo. Per il che Filippo con parole appassionate, e dalla finzione del male, e dell’amore dell’opera: "O non ci è egli" disse, "Lorenzo? Che non fa egli? Io mi maraviglio pur di voi". Allora gli risposono gli Operai: "E’ non vuol far niente senza di te". Rispose loro Filippo: "Lo farei ben io senza lui". La qual risposta argutissima e doppia bastò loro; e partiti, conobbono che egli aveva male di voler far solo. Mandarono dunque amici suoi a cavarlo del letto, con intenzione di levar Lorenzo dell’opera; e così venuto Filippo in su la fabbrica, vedendo lo sforzo del favore in Lorenzo, e che egli arebbe il salario senza far fatica alcuna, pensò a un altro modo per scornarlo e per publicarlo interamente per poco intendente in quel mestiero; e fece questo ragionamento agli Operai, presente Lorenzo: "Signori Operai, il tempo che ci è prestato di vivere, se egli stesse a posta nostra come il poter morire, non è dubbio alcuno che molte cose che si cominciano, resterebbono finite, dove elleno rimangono imperfette; il mio accidente, del male che ho passato, poteva tormi la vita e fermare questa opera; però, acciò che se mai più io ammalassi o Lorenzo, che Dio ne lo guardi, possa l’uno o l’altro seguitare la sua parte, ho pensato che così come le Signorie Vostre ci hanno diviso il salario, ci dividino ancora l’opera, acciò che spronati dal mostrare ognuno quel che sa, possa sicuramente acquistar onore et utile appresso a questa republica. Sono adunque due cose le difficili, che al presente si hanno a mettere in opera: l’una è i ponti, perché i muratori possino murare, che hanno a servire dentro e di fuori della fabrica, dove è necessario tener su uomini, pietre e calcina, e che vi si possa tener su la burbera da tirar pesi, e simili altri strumenti; e l’altra è la catena, che si ha a mettere sopra le dodici braccia, che venga legando le otto facce della cupola et incatenando la fabrica, che tutto il peso che di sopra si pone, stringa e serri, di maniera che non sforzi o allarghi il peso, anzi egualmente tutto lo edifizio resti sopra di sé. Pigli Lorenzo, adunque, una di queste parte, quale egli più facilmente creda esequire, che io l’altra senza dificultà mi proverò di condurre, acciò non si perda più tempo". Ciò udito fu forzato Lorenzo non ricusare per l’onore suo uno di questi lavori, et ancora che mal volentieri lo facesse, si risolvé a pigliar la catena, come cosa più facile, fidandosi ne’ consigli de’ muratori et in ricordarsi che nella volta di S. Giovanni di Fiorenza era una catena di pietra, dalla quale poteva trarre parte, se non tutto l’ordine. E così l’uno messo mano a’ ponti, l’altro alla catena, l’uno e l’altro finì. Erano i ponti di Filippo fatti con tanto ingegno et industria, che fu tenuto veramente in questo il contrario di quello che per lo adietro molti si erano immaginati, perché così sicuramente vi lavoravano i maestri e tiravono pesi e vi stavano sicuri, come se nella piana terra fussino; e ne rimase i modelli di detti ponti nell’opera. Fece Lorenzo, in una dell’otto facce, la catena con grandissima difficultà; e finita fu dagli Operai fatta vedere a Filippo, il quale non disse loro niente, ma con certi amici suoi ne ragionò, dicendo che bisognava altra legatura che quella, e metterla per altro verso che non avevano fatto, e che al peso che vi andava sopra non era sufficiente, perché non stringeva tanto che fusse a bastanza, e che la provisione che si dava a Lorenzo era, insieme con la catena che egli aveva fatta murare, gittata via. Fu inteso l’umore di Filippo e li fu commesso che e’ mostrassi come si arebbe a fare che tal catena adoperasse. Onde, avendo egli già fatto disegni e modelli, subito gli mostrò, e veduti dagli Operai e dagli altri maestri, fu conosciuto in che errore erano cascati per favorire Lorenzo; e volendo mortificare questo errore, e mostrare che conoscevano il buono, feciono Filippo governatore e capo a vita di tutta la fabbrica, e che non si facesse di cosa alcuna in quella opera se non il voler suo; e per mostrare di riconoscerlo li donorono cento fiorini, stanziati per i Consoli et Operai sotto dì 13 d’agosto 1423 per mano di Lorenzo Pauli notaio dell’Opera, a uscita di Gherardo di Messer Filippo Corsini, e li feciono provisione per partito, di fiorini cento l’anno per sua provisione a vita. Così, dato ordine a far camminare la fabbrica, la seguitava con tanta obedienza e con tanta accuratezza, che non si sarebbe murata una pietra che non l’avesse voluta vedere. Dall’altra parte Lorenzo, trovandosi vinto e quasi svergognato, fu da’ suoi amici favorito et aiutato talmente che tirò il salario, mostrando che non poteva essere casso, per infino a tre anni di poi. Faceva Filippo di continovo, per ogni minima cosa, disegni e modelli di castelli da murare, et edifizii da tirar pesi. Ma non per questo restavano alcune persone malotiche, amici di Lorenzo, di farlo disperare, con tutto il dì farli modelli contro, per concorrenza; intanto che ne fece uno maestro Antonio da Verzelli et altri maestri favoriti e messi inanzi ora da questo cittadino et ora da quell’altro, mostrando la volubilità loro, il poco sapere et il manco intendere, avendo in man le cose perfette e mettendo inanzi l’imperfette e disutili. Erano già le catene finite intorno intorno all’otto facce, et i muratori inanimiti lavoravano gagliardamente; ma sollecitati da Filippo più che ’l solito, per alcuni rabbuffi avuti nel murare, e per le cose che accadevano giornalmente, se lo erono recato a noia. Onde, mossi da questo e da invidia, si strinseno insieme i capi faccendo setta, e dissono che era faticoso lavoro e di pericolo, e che non volevon volgerla senza gran pagamento (ancora che più del solito loro fusse stato cresciuto) pensano per cotal via di vendicarsi con Filippo e fare a sé utile. Dispiacque agli Operai questa cosa, et a Filippo similmente: e pensatovi su, prese partito un sabato sera di licenziarli tutti. Coloro, vistosi licenziare, e non sapendo che fine avesse ad avere questa cosa, stavano di mala voglia, quando il lunedì seguente, messe in opera Filippo dieci lombardi, e con lo star quivi presente, dicendo: "Fa qui così e fa qua", gli istruì in un giorno tanto, che ci lavorarono molte settimane. Dall’altra parte i muratori, veggendosi licenziati e tolto il lavoro e fattoli quello scorno, non avendo lavori tanto utili quanto quello, messono mezzani a Filippo, che ritornarebbono volentieri, raccomandandosi quanto e’ potevano. Così li tenne molti dì in su la corda del non gli voler pigliare, poi gli rimesse con minor salario, che eglino non avevono in prima; e così, dove pensarono avanzare, persono, e con il vendicarsi contro a Filippo, feciono danno e villania a se stessi. Erano già fermi i romori e venuto tuttavia considerando, nel veder volger tanto agevolmente quella fabbrica, l’ingegno di Filippo, e si teneva già, per quelli che non avevano passione, lui aver mostrato quell’animo che forse nessuno architetto antico o moderno nell’opere loro aveva mostro; e questo nacque perché egli cavò fuori il suo modello; nel quale furono vedute per ognuno le grandissime considerazioni che egli aveva imaginatosi, nelle scale, nei lumi dentro e fuori, che non si potesse percuotere nei bui per le paure e quanti diversi appoggiatoi di ferri, che per salire dove era la ertezza erano posti, con considerazione ordinati, oltra che egli aveva perfin pensato ai ferri, per fare i ponti di dentro, se mai si avesse a lavorarvi o musaico o pitture; e similmente per aver messo ne’ luoghi men pericolosi le distinzioni degli smaltitoi dell’acque, dove elleno andavano coperte e dove scoperte, e, seguitando con ordine, buche e diversi apertoi, acciò che i venti si rompessino, et i vapori, insieme con i tremuoti, non potessino far nocumento, mostrò quanto lo studio nel suo stare a Roma tanti anni gli avesse giovato. Appresso, considerando quello che egli aveva fatto nelle augnature, incastrature e commettiture e legazioni di pietre, faceva tremare e temere a pensare che un solo ingegno fusse capace di tanto, quanto era diventato quel di Filippo. Il quale di continovo crebbe talmente, che nessuna cosa fu, quantunque difficile et aspra, la quale egli non rendesse facile e piana; e lo mostrò nel tirare i pesi, per via di contrapesi e ruote che un sol bue tirava quanto arebbono appena tirato sei paia. Era già cresciuta la fabbrica tanto alto, che era uno sconcio grandissimo, salito che uno vi era, inanzi si venisse in terra; e molto tempo perdevano i maestri nello andare a desinare e bere, e gran disagio per il caldo del giorno pativano. Fu adunque trovato da Filippo ordine che si aprissero osterie nella cupola con le cucine, e vi si vendesse il vino, e così nessuno si partiva del lavoro se non la sera. Il che fu a loro commodità, et all’opera utilità grandissima. Era sì cresciuto l’animo a Filippo, vedendo l’opera camminar forte, e riuscire con felicità, che di continuo si affaticava; et egli stesso andava alle fornaci dove si spianavano i mattoni, e voleva vedere la terra, et impastarla, e cotti che erano, gli voleva scerre di sua mano con somma diligenza. E nelle pietre a gli scarpellini guardava se vi era peli dentro, se eran dure, e dava loro i modelli delle ugnature e commettiture di legname e di cera, così fatti di rape; e similmente faceva de’ ferramenti ai fabbri. E trovò il modo de’ gangheri col capo e degli arpioni, e facilitò molto l’architettura, la quale certamente per lui si ridusse a quella perfezzione che forse ella non fu mai appresso i Toscani. Era l’anno 1423 Firenze in quella felicità et allegrezza che poteva essere, quando Filippo fu tratto per il quartiere di San Giovanni, per maggio e giugno, de’ Signori, essendo tratto per il quartiere di Santa Croce gonfaloniere di giustizia Lapo Niccolini. E se si truova registrato nel priorista Filippo di Ser Brunellesco Lippi, niuno se ne dee maravigliare, perché fu così chiamato da Lippo suo avolo, e non de’ Lapi come si doveva, la qual cosa si vede nel detto priorista che fu usata in infiniti altri, come ben sa chi l’ha veduto o sa l’uso di que’ tempi. Esercitò Filippo quell’uffizio e così altri magistrati ch’ebbe nella nostra città, ne’ quali con un giudizio gravissimo sempre si governò. Restava a Filippo, vedendo già cominciare a chiudere le due volte verso l’occhio dove aveva a cominciare la lanterna (se bene egli aveva fatto a Roma et in Fiorenza più modelli di terra e di legno, dell’uno e dell’altro, che non s’erono veduti) a risolversi finalmente quale e’ volesse mettere in opera. Per il che, deliberatosi a terminare il ballatoio, ne fece diversi disegni, che nell’opera rimasono dopo la morte sua; i quali dalla trascuratagine di que’ ministri sono oggi smarriti. Et a’ tempi nostri, perché si finisse, si fece un pezzo dell’una dell’otto facce: ma perché disuniva da quell’ordine, per consiglio di Michelagnolo Bonarroti, fu dismesso e non seguitato. Fece anco di sua mano Filippo un modello della lanterna, a otto facce, misurato alla proporzione della cupola, che nel vero, per invenzione e varietà et ornato, riuscì molto bello; vi fece la scala da salire alla palla, che era cosa divina, ma perché aveva turato Filippo, con un poco di legno commesso, di sotto dove s’entra, nessuno, se non egli, sapeva la salita. Et ancora che e’ fusse lodato et avesse già abbattuto l’invidia e l’arroganza di molti, non poté però tenere, nella veduta di questo modello, che tutti i maestri che erano in Fiorenza non si mettessero a farne in diversi modi; e fino a una donna di casa Gaddi ardì concorrere in giudizio con quello che aveva fatto Filippo. Egli nientedimeno tuttavia si rideva della altrui prosunzione, e fugli detto da molti amici suoi che e’ non dovesse mostrare il modello suo a nessuno artefice, acciò che eglino da quello non imparassero. Et esso rispondeva loro che non era se non un solo il vero modello, e gli altri erano vani. Alcuni altri maestri avevano nel loro modello posto delle parti di quel di Filippo, ai quali, nel vederlo, Filippo diceva: "Questo altro modello che costui farà, sarà il mio proprio". Era da tutti infinitamente lodato, ma solo non ci vedendo la salita per ire alla palla, apponevano che fusse difettoso. Conclusero nondimeno gl’Operai di fargli allogazione di detta opera con patto però che mostrasse loro la salita; per il che Filippo, levato nel modello quel poco di legno che era da basso, mostrò in un pilastro la salita che al presente si vede in forma di una cerbotana vota; e da una banda un canale con staffe di bronzo, dove l’un piede e poi l’altro ponendo, s’ascende in alto. E perché non ebbe tempo di vita, per la vecchiezza, di potere tal lanterna veder finita, lasciò per testamento che tal come stava il modello murata fusse, e come aveva posto in iscritto; altrimenti protestava che la fabbrica ruinerebbe essendo volta in quarto acuto, che aveva bisogno che il peso la caricasse, per farla più forte. Il quale edifizio non poté egli innanzi la morte sua vedere finito, ma sì bene tiratone su parecchie braccia. Fece bene lavorare e condurre quasi tutti i marmi che vi andavano, de’ quali, nel vederli condotti, i popoli stupivano che fusse possibile che egli volesse che tanto peso andasse sopra quella volta. Et era opinione di molti ingegnosi che ella non fusse per reggere, e pareva loro una gran ventura che egli l’avesse condotta in sin quivi, e che egli era un tentare Dio a caricarla sì forte. Filippo sempre se ne rise, e preparate tutte le machine e tutti gli ordigni che avevano a servire a murarla, non perse mai tempo con la mente, di antivedere, preparare e provedere a tutte le minuterie, in fino che non si scantonassino i marmi lavorati nel tirarli su; tanto che e’ si murarono tutti gli archi de’ tabernacoli co’ castelli di legname, e del resto, come si disse, v’erano scritture e modelli. La quale opera quanto sia bella, ella medesima ne fa fede, per essere d’altezza dal piano di terra a quello della lanterna, braccia 154, e tutto il tempio della lanterna braccia 36, la palla di rame braccia 4, la croce braccia otto, in tutto braccia 202. E si può dir certo che gli antichi non andorono mai tanto alto con le lor fabbriche, né si messono a un risico tanto grande che eglino volessino combattere col cielo; come par veramente che ella combatta: veggendosi ella estollere in tant’altezza, che i monti intorno a Fiorenza paiono simili a lei. E, nel vero, pare che il cielo ne abbia invidia, poi che di continuo le saette tutto il giorno la percuotono. Fece Filippo, mentre che questa opera si lavorava, molte altre fabbriche le quali per ordine qui disotto narreremo. Fece di sua mano il modello del capitolo in Santa Croce di Fiorenza, per la famiglia de’ Pazzi, cosa varia e molto bella; e ’l modello della casa de’ Busini per abitazione di due famiglie; e similmente il modello della casa e della loggia degli’Innocenti, la volta della quale senza armadura fu condotta: modo che ancora oggi si osserva per ognuno. Dicesi che Filippo fu condotto a Milano per fare al duca Filippo Maria il modello d’una fortezza, e che a Francesco della Luna, amicissimo suo, lasciò la cura di questa fabbrica degli Innocenti. Il quale Francesco fece il ricignimento d’uno architrave che corre a basso, di sopra, il quale secondo l’architettura è falso: onde tornato Filippo e sgridatolo, perché tal cosa avesse fatto, rispose averlo cavato dal tempio di San Giovanni che è antico. Disse Filippo: "Un error solo è in quello edifizio, e tu l’hai messo in opera". Stette il modello di questo edifizio, di mano di Filippo, molti anni nell’Arte di Por Santa Maria, tenutone molto conto per un restante della fabbrica che si aveva a finire: oggi è smarritosi. Fece il modello della Badia de’ canonici Regolari di Fiesole, a Cosimo de’ Medici, la quale è molto ornata architettura, commoda et allegra et insomma veramente magnifica. La chiesa, le cui volte sono a botte, è sfogata, e la sagrestia ha i suoi commodi, sì come ha tutto il resto del monasterio. E quello che importa è da considerare che dovendo egli nella scesa di quel monte mettere quello edifizio in piano, si servì con molto giudizio del basso, facendovi cantine, lavatoi, forni, stalle, cucine, stanze per legne et altre tante commodità che non è possibile veder meglio; e così mise in piano la pianta dell’edifizio. Onde potette a un pari fare poi le logge, il reffettorio, l’infermeria, il noviziato, il dormentorio, la libreria e l’altre stanze principali d’un monasterio. Il che tutto fece a sue spese il Magnifico Cosimo de’ Medici, sì per la pietà che sempre in tutte le cose ebbe verso la religione cristiana, e sì per l’affezzione che portava a don Timoteo da Verona, eccellentissimo predicator di quell’ordine, la cui conversazione per meglio poter godere, fece anco molte stanze per sé proprio in quel monasterio, e vi abitava a suo commodo. Spese Cosimo in questo edifizio, come si vede in una inscrizzione, centomila scudi. Disegnò similmente il modello della fortezza di Vico Pisano: et a Pisa disegnò la cittadella vecchia. E per lui fu fortificato il ponte a mare, et egli similmente diede il disegno alla cittadella nuova del chiudere il ponte con le due torri. Fece similmente il modello della fortezza del porto di Pesero. E ritornato a Milano, disegnò molte cose per il Duca e per il Duomo di detta città a’ maestri di quello. Era in questo tempo principiata la chiesa di S. Lorenzo di Fiorenza per ordine de’ popolani, i quali avevano il priore fatto capo maestro di quella fabbrica, persona che faceva professione d’intendersi e si andava dilettando dell’architettura per passatempo. E già avevano cominciata la fabbrica di pilastri di mattoni, quando Giovanni di Bicci de’ Medici, il quale aveva promesso a’ popolani et al priore di far fare a sue spese la sagrestia et una cappella, diede desinare una mattina a Filippo, e doppo molti ragionamenti, li dimandò del principio di S. Lorenzo e quel che gli pareva. Fu costretto Filippo da’ prieghi di Giovanni a dire il parer suo; e per dirli il vero lo biasimò in molte cose, come ordinato da persona che aveva forse più lettere che sperienza di fabbriche di quella sorte. Laonde Giovanni dimandò a Filippo se si poteva far cosa migliore, e di più bellezza; a cui Filippo disse: "Senza dubbio, e mi maraviglio di voi, che essendo capo non diate bando a parecchi migliaia di scudi, e facciate un corpo di chiesa con le parti convenienti et al luogo et a tanti nobili sepoltuarii, che vedendovi cominciare, seguiteranno le lor cappelle, con tutto quel che potranno; e massimamente che altro ricordo di noi non resta, salvo le muraglie che rendono testimonio di chi n’è stato autore, centinaia e migliaia d’anni". Inanimito Giovanni dalle parole di Filippo, deliberò fare la sagrestia e la cappella maggiore, insieme con tutto il corpo della chiesa, se bene non volsono concorrere altri che sette casati, appunto perché gli altri non avevano il modo. E furono questi: Rondinelli, Ginori, dalla Stufa, Neroni, Ciai, Marignolli, Martelli e Marco di Luca; e queste cappelle si avevono a fare nella croce. La sagrestia fu la prima cosa a tirarsi inanzi e la chiesa poi di mano in mano. E per la lunghezza della chiesa, si venne a concedere poi di mano in mano le altre cappelle a’ cittadini pur popolani. Non fu finita di coprire la sagrestia, che Giovanni de’ Medici passò a l’altra vita, e rimase Cosimo suo figliuolo. Il quale avendo maggior animo che il padre, dilettandosi delle memorie, fece seguitar questa la quale fu la prima cosa che egli facesse murare, e gli recò tanta delettazione, che egli, da quivi inanzi, sempre fino alla morte fece murare. Sollecitava Cosimo questa opera con più caldezza, e mentre si imbastiva una cosa, faceva finire l’altra. Et avendo preso per ispasso questa opera, ci stava quasi del continuo. E causò la sua sollecitudine, che Filippo fornì la sagrestia, e Donato fece gli stucchi, e così a quelle porticciuole l’ornamento di pietra e le porte di bronzo. E fece far la sepoltura di Giovanni suo padre, sotto una gran tavola di marmo retta da quattro balaustri in mezzo della sagrestia, dove si parano i preti: e per quelli di casa sua nel medesimo luogo fece separata la sepoltura delle femmine da quella de’ maschi. Et in una delle due stanzette, che mettono in mezzo l’altare della detta sagrestia, fece in un canto un pozzo et il luogo per un lavamani. Et insomma in questa fabbrica si vede ogni cosa fatta con molto giudizio. Avevano Giovanni e quegli altri ordinato fare il coro nel mezzo, sotto la tribuna: Cosimo lo rimutò col voler di Filippo, che fece tanto maggiore la cappella grande, che prima era ordinata una nicchia più piccola, che e’ vi si potette fare il coro come sta al presente; e finita, rimase a fare la tribuna del mezzo, et il resto della chiesa. La qual tribuna et il resto non si voltò se non doppo la morte di Filippo. Questa chiesa è di lunghezza braccia 144 e vi si veggono molti errori, ma fra gl’altri quello delle colonne messe nel piano, senza mettervi sotto un dado, che fusse tanto alto quanto era il piano delle base de’ pilastri posati in su le scale; cosa, che al vedere il pilastro più corto che la colonna, fa parere zoppa tutta quell’opera. E di tutto furono cagione i consigli di chi rimase doppo lui, che avevono invidia al suo nome, e che in vita gli avevano fatto i modelli contro, de’ quali nientedimeno erano stati, con sonetti fatti da Filippo, svergognati; e doppo la morte, con questo se ne vendicorono non solo in questa opera, ma in tutte quelle che rimasono da lavorarsi per loro. Lasciò il modello, e parte della calonaca de’ preti di esso San Lorenzo finita, nella quale fece il chiostro lungo braccia 144. Mentre che questa fabbrica si lavorava, Cosimo de’ Medici voleva far fare il suo palazzo, e così ne disse l’animo suo a Filippo; che posto ogni altra cura da canto, gli fece un bellissimo e gran modello per detto palazzo, il quale situar voleva dirimpetto a S. Lorenzo su la piazza intorno intorno isolato. Dove l’artificio di Filippo s’era talmente operato, che, parendo a Cosimo troppo suntuosa e gran fabbrica, più per fuggire l’invidia che la spesa, lasciò di metterla in opera. E mentre che il modello lavorava, soleva dire Filippo che ringraziava la sorte di tale occasione, avendo a fare una casa, di che aveva avuto desiderio molti anni, et essersi abbattuto a uno che la voleva e poteva fare. Ma intendendo poi la resoluzione di Cosimo, che non voleva tal cosa mettere in opera, con isdegno in mille pezzi ruppe il disegno. Ma bene si pentì Cosimo di non avere seguito il disegno di Filippo, poi che egli ebbe fatto quell’altro; il qual Cosimo soleva dire che non aveva mai favellato ad uomo di maggior intelligenza et animo di Filippo. Fece ancora il modello del bizzarrissimo tempio degl’Angeli per la nobile famiglia degli Scolari; il quale rimase imperfetto e nella maniera che oggi si vede, per avere i Fiorentini spesi i danari, che per ciò erano in sul Monte, in alcuni bisogni della città, o come alcuni dicono, nella guerra che già ebbero co’ Lucchesi. Nel quale spesero ancora i danari che similmente erano stati lasciati per far la Sapienza, da Niccolò da Uzzano, come in altro luogo si è a lungo raccontato. E nel vero, se questo tempio degli Angeli si finiva secondo il modello del Brunellesco, egli era delle più rare cose d’Italia: perciò che quello che se ne vede non si può lodar a bastanza. Le carte della pianta e del finimento del quale tempio a otto facce, di mano di Filippo, è nel nostro libro, con altri disegni del medesimo. Ordinò anco Filippo a Messer Luca Pitti fuor della porta a San Niccolò di Fiorenza in un luogo detto Ruciano, un ricco e magnifico palazzo; ma non già a gran pezza simile a quello che per lo medesimo cominciò in Firenze e condusse al secondo finestrato, con tanta grandezza e magnificenza, che d’opera toscana non si è anco veduto il più raro né il più magnifico. Sono le porte di questo doppie, la luce braccia sedici, e la larghezza otto; le prime e le seconde finestre simili in tutto alle porte medesime. Le volte sono doppie, e tutto l’edifizio in tanto artifizioso che non si può imaginar né più bella né più magnifica architettura. Fu esecutore di questo palazzo Luca Fancelli architetto fiorentino, che fece per Filippo molte fabbriche, e per Leon Battista Alberti la cappella maggiore della Nunziata di Firenze, a Lodovico Gonzaga; il quale lo condusse a Mantova, dove egli vi fece assai opere, e quivi tolse donna e vi visse e morì, lasciando agli eredi che ancora dal suo nome si chiamano i Luchi. Questo palazzo comperò, non sono molti anni, l’illustrissima signora Leonora di Tolledo, duchessa di Fiorenza, per consiglio dell’illustrissimo signor duca Cosimo, suo consorte. E vi si allargò tanto intorno, che vi ha fatto un giardino grandissimo, parte in piano e parte in monte e parte in costa; e l’ha ripieno con bellissimo ordine di tutte le sorti arbori domestici e salvatichi, e fattovi amenissimi boschetti d’infinite sorti verzure che verdeggiano d’ogni tempo, per tacere l’acque, le fonti, i condotti, i vivai, le frasconaie e le spalliere, et altre infinite cose veramente da magnanimo principe; le quali tacerò, perché non è possibile che chi non le vede le possa immaginar mai di quella grandezza e bellezza che sono. E di vero al duca Cosimo non poteva venire alle mani alcuna cosa più degna della potenza e grandezza dell’animo suo di questo palazzo; il quale pare che veramente fusse edificato da Messer Luca Pitti per sua eccellenza illustrissima col disegno del Brunellesco. Lo lasciò Messer Luca imperfetto per i travagli che egli ebbe per conto dello stato; e gli eredi, perché non avevano modo a finirlo, acciò non andasse in rovina, furono contenti di compiacerne la signora duchessa; la quale, mentre visse, vi andò sempre spendendo, ma non però in modo che potesse sperare di così tosto finirlo. Ben è vero che se ella viveva, era d’animo, secondo che già intesi, di spendervi in uno anno solo quarantamila ducati per vederlo, se non finito, a bonissimo termine. E perché il modello di Filippo non si è trovato, n’ha fatto fare sua eccellenza un altro a Bartolomeo Ammannati, scultore et architetto eccellente, e secondo quello si va lavorando; e già è fatto una gran parte del cortile d’opera rustica, simile al difuori. E nel vero, chi considera la grandezza di quest’opera, stupisce come potesse capire nell’ingegno di Filippo così grande edifizio magnifico veramente, non solo nella facciata di fuori, ma ancora nello spartimento di tutte le stanze. Lascio stare la veduta ch’è bellissima, et il quasi teatro, che fanno l’amenissime colline che sono intorno al palazzo verso le mura: perché, com’ho detto, sarebbe troppo lungo voler dirne a pieno; né potrebbe mai niuno che nol vedesse imaginarsi quanto sia, a qualsivoglia altro regio edifizio, superiore. Dicesi ancora che gl’ingegni del Paradiso di S. Filice in piazza, nella detta città, furono trovati da Filippo, per fare la rappresentazione o vero festa della Nunziata, in quel modo che anticamente a Firenze in quel luogo si costumava di fare. La qual cosa invero era maravigliosa, e dimostrava l’ingegno e l’industria di chi ne fu inventore: perciò che si vedeva in alto un cielo pieno di figure vive moversi, et una infinità di lumi, quasi in un baleno scoprirsi e ricoprirsi. Ma non voglio che mi paia fatica raccontare come gl’ingegni di quella machina stavano per a punto: atteso che ogni cosa è andata male e sono gl’uomini spenti che ne sapevano ragionare per esperienza: senza speranza che s’abbiano a rifare, abitando oggi quel luogo non più monaci di Camaldoli, come facevano, ma le monache di S. Pier martire; e massimamente ancora essendo stato guasto quello del Carmine, perché tirava giù i cavagli che reggono il tetto. Aveva dunque Filippo per questo effetto, fra due legni di que’ che reggevano il tetto della chiesa, accomodata una mezza palla tonda a uso di scodella vota, o vero di bacino da barbiere, rimboccata all’ingiù; la quale mezza palla era di tavole sottili e leggeri, confitte a una stella di ferro che girava il sesto di detta mezza palla, e strignevano verso il centro, che era bilicato in mezzo, dove era un grande anello di ferro intorno al quale girava la stella de’ ferri che reggevano la mezza palla di tavole. E tutta questa machina era retta da un legno d’abeto gagliardo e bene armato di ferri, il quale era a traverso ai cavalli del tetto. Et in questo legno era confitto l’anello, che teneva sospesa e bilicata la mezza palla, la quale da terra pareva veramente un cielo. E perché alla aveva da piè nell’orlo di dentro certe base di legno, tanto grandi e non più che uno vi poteva tenere i piedi, et all’altezza d’un braccio, pur di dentro, un altro ferro, si metteva in su ciascuna delle dette basi un fanciullo di circa dodici anni e col ferro alto un braccio e mezzo si cigneva in guisa che non arebbe potuto, quando anco avesse voluto, cascare. Questi putti, che in tutto erano dodici, essendo accomodati come si è detto, sopra le base e vestiti da Angeli con ali dorate e capegli di mattasse d’oro, si pigliavano, quando era tempo, per mano l’un l’altro; e dimenando le braccia, pareva che ballassino, e massimamente girando sempre e movendosi la mezza palla dentro la quale, sopra il capo degl’Angioli, erano tre giri o ver ghirlande di lumi accomodati con certe piccole lucernine, che non potevano versare; i quali lumi da terra parevano stelle: e le mensole, essendo coperte di bambagia, parevano nuvole. Del sopra detto anello usciva un ferro grossissimo, il quale aveva a canto un altro anello, dove stava apiccato un canapetto sottile che, come si dirà, veniva in terra. E perché il detto ferro grosso aveva otto rami che giravano in arco quanto bastava a riempire il vano della mezza palla vota e il fine di ciascun ramo un piano grande quanto un tagliere; posava sopra ogni piano un putto di nove anni in circa, ben legato con un ferro saldato nelle altezza del ramo, ma però in modo lento, che poteva voltarsi per ogni verso. Questi otto angioli retti del detto ferro mediante un arganetto che si allentava a poco a poco, calavano dal vano della mezza palla fino sotto al piano de’ legni piani che reggono il tetto, otto braccia, di maniera che erano essi veduti e non toglievano la veduta degl’angioli, ch’erano intorno al didentro della mezza palla. Dentro a questo mazzo degl’otto Angeli (che così era propriamente chiamato) era una mandorla di rame, vota dentro, nella quale erano in molti buchi certe lucernine messe in sur un ferro a guisa di cannoni, le quali, quando una molla che si abbassava era tocca, tutte si nascondevano nel voto della mandorla di rame; e come non si aggravava la detta molla, tutti i lumi, per alcuni buchi di quella, si vedevano accesi. Questa mandorla, la quale era apiccata a quel canapetto, come il mazzo era arivato al luogo suo, allentato il picciol canapo da un altro arganetto, si moveva pian piano e veniva sul palco dove si recitava la festa, sopra il qual palco, dove la mandorla aveva da posarsi a punto, era un luogo alto a uso di residenza, con quattro gradi; nel mezzo del quale era una buca, dove il ferro apuntato di quella mandorla veniva a diritto. Et essendo sotto la detta residenza un uomo, arivata la mandorla al luogo suo, metteva in quella, senza esser veduto, una chiavarda, et ella restava in piedi e ferma. Dentro la mandorla era, a uso d’angelo, un giovinetto di quindici anni in circa cinto nel mezzo da un ferro e nella mandorla da piè chiavardato in modo che non poteva cascare, e perché potesse ingenochiarsi, era il detto ferro di tre pezzi, onde ingenochiandosi entrava l’un nell’altro agevolmente. E così quando era il mazzo venuto giù e la mandorla postata in sulla residenza, chi metteva la chiavarda alla mandorla schiavava anco il ferro che reggeva l’angelo, onde egli uscito caminava per lo palco e giunto dove era la Vergine la salutava et annunziava. Poi tornato nella mandorla e raccesi i lumi che al suo uscirne s’erano spenti, era di nuovo chiavardato il ferro che lo reggeva, da colui che sotto non era veduto; e poi allentato quello che la teneva, ell’era ritirata su, mentre cantando gl’angeli del mazzo e quelli del cielo che giravano, facevano che quello pareva propriamente un paradiso e massimamente, che oltre al detto coro d’angeli et al mazzo, era a canto al guscio della palla un Dio Padre circondato d’angeli simili a quelli detti di sopra e con ferri accomodati. Di maniera che il cielo, il mazzo, il Dio Padre, la mandorla con infiniti lumi e dolcissime musiche rappresentavano il Paradiso veramente. A che si aggiugneva, che per potere quel cielo aprire e serrare, aveva fatto fare Filippo due gran porte, di braccia cinque l’una per ogni verso, le quali per piano avevano in certi canali curri di ferro, o vero di rame, et i canali erano unti talmente, che quando si tirava con un arganetto un sottile canapo che era da ogni banda, s’apriva o riserrava, secondo che altri voleva, ristrignendosi le due parti delle porte insieme, o allargandosi per piano mediante i canali. E queste così fatte porte facevano duoi effetti: l’uno, che quando erano tirate per esser gravi facevano rumore a guisa di tuono; l’altro, perché servivano, stando chiuse, come palco per aconciare gl’Angeli et accomodar l’altre cose che dentro facevano di bisogno. Questi dunque così fatti ingegni e molti altri, furono trovati da Filippo; se bene alcuni altri affermano che egli erano stati trovati molto prima. Comunche sia, è stato ben ragionarne, poiché in tutto se n’è dismesso l’uso. Ma tornando a esso Filippo, era talmente cresciuta la fama et il nome suo, che di lontano era mandato per lui da chi aveva bisogno di far fabriche per avere disegni e modelli di mano di tanto uomo; e si adoperavano perciò amicizie e mezzi grandissimi. Onde infra gl’altri disiderando il Marchese di Mantoa d’averlo, ne scrisse alla Signoria di Firenze con grande instanza, e così da quella gli fu mandato là, dove diede disegni di fare argini in sul Po l’anno 1445; et alcune altre cose, secondo la volontà di quel Principe, che lo accarezzò infinitamente, usando dire che Fiorenza era tanto degna d’avere Filippo per suo cittadino, quanto egli d’aver sì nobile e bella città per patria. Similmente in Pisa il conte Francesco Sforza e Niccolò da Pisa, restando vinti da lui in certe fortificazioni, in sua presenza lo comendarono, dicendo che se ogni stato avesse un uomo simile a Filippo, che si potrebbe tener sicuro senza arme. In Fiorenza diede similmente Filippo il disegno della casa di Barbadori, allato alla torre de’ Rossi in borgo S. Iacopo, che non fu messa in opera; e così anco fece il disegno della casa de’ Giuntini in sulla piazza d’Ogni Santi, sopra Arno. Dopo, disegnando i capitani di Parte Guelfa di Firenze di fare uno edifizio et in quello una sala et una udienza per quello magistrato, ne diedero cura a Francesco della Luna, il quale, cominciato l’opera, l’aveva già alzata da terra dieci braccia e fattovi molti errori, quando ne fu dato cura a Filippo, il quale ridusse il detto palazzo a quella forma e magnificenza che si vede. Nel che fare ebbe a competere con il detto Francesco che era da molti favorito sì come sempre fece mentre che visse, or con questo, et or [con] quello, che facendogli guerra lo travagliarono sempre, e bene spesso cercavano di farsi onore con i disegni di lui. Il quale infine si ridusse a non mostrare alcuna cosa et a non fidarsi di nessuno. La sala di questo palazzo oggi non serve più ai detti capitani di Parte perché avendo il diluvio dell’anno 1557 fatto gran danno alle scritture del Monte, il signor duca Cosimo, per maggior sicurezza delle dette scritture che sono di grandissima importanza, ha ridotta quella et il magistrato insieme, nella detta sala. E acciò che la scala vecchia di questo palazzo serva al detto magistrato de’ capitani, il quale separatosi dalla detta sala, che serve al Monte, si è in un’altra parte di quel palazzo ritirato, fu fatta da Giorgio Vasari, di commessione di sua eccellenza, la commodissima scala che oggi va in su la detta sala del Monte. Si è fatto similmente, col disegno del medesimo, un palco a quadri, e fattolo posare, secondo l’ordine di Filippo, sopra alcuni pilastri acanalati di macigno. Era una quaresima, in S. Spirito di Fiorenza, stato predicato da maestro Francesco Zoppo, allora molto grato a quel popolo e raccomandato molto il convento, lo studio de’ giovani e particularmente la chiesa arsa in que’ dì; onde i capi di quel quartiere, Lorenzo Ridolfi, Bartolomeo Corbinelli, Neri di Gino Capponi e Goro di Stagio Dati et altri infiniti cittadini ottennero da la Signoria di ordinar che si rifacesse la chiesa di S. Spirito, e ne feciono provveditore Stoldo Frescobaldi. Il quale per lo interesso che egli aveva nella chiesa vecchia, ché la capella e l’altare maggiore era di casa loro, vi durò grandissima fatica. Anzi da principio, inanzi che si fussino riscossi i danari, secondo che erano tassati i sepultuarii e chi ci aveva cappelle, egli di suo spese molte migliaia di scudi, de’ quali fu rimborsato. Fatto dunque consiglio sopra di ciò, fu mandato per Filippo, il quale facesse un modello con tutte quelle utili et onorevoli parti che si potesse e convenissero a un tempio cristiano; laonde egli si sforzò che la pianta di quello edifizio si rivoltasse capo piedi, perché desiderava sommamente che la piazza arrivasse lungo Arno, acciò che tutti quelli che di Genova e de la Riviera, e di Lunigiana, del Pisano e del Luchese passassero di quivi, vedessino la magnificenza di quella fabbrica; ma perché certi, per non rovinare le case loro, non vollono, il disiderio di Filippo non ebbe effetto. Egli dunque fece il modello della chiesa et insieme quello dell’abitazione de’ frati in quel modo che sta oggi. La lunghezza della chiesa fu braccia 161 e la larghezza braccia 54, e tanto ben ordinata, che non si può fare opera, per ordine di colonne e per altri ornamenti, né più ricca, né più vaga, né più ariosa di quella. E nel vero, se non fusse stato dalla maladizione di coloro, che sempre per parere d’intendere più che gl’altri, guastano i principii belli delle cose, sarebbe questo oggi il più perfetto tempio di cristianità, così come per quanto egli è, è il più vago e meglio spartito di qualunque altro, se bene non è secondo il modello stato seguito; come si vede in certi principii di fuori che non hanno seguitato l’ordine del didentro, come pare che il modello volesse che le porte et il ricignimento delle finestre facesse. Sonvi alcuni errori, che gli tacerò, attribuiti a lui, i quali si crede che egli se l’avesse seguitato di fabbricare non gli arebbe comportati, poiché ogni sua cosa con tanto giudizio, discrezione, ingegno et arte aveva ridotta a perfezzione. Questa opera lo rendé medesimamente per uno ingegno veramente divino. Fu Filippo facetissimo nel suo ragionamento e molto arguto nelle risposte, come fu quando egli volle mordere Lorenzo Ghiberti, che aveva còmpero un podere a Monte Morello, chiamato Lepriano, nel quale spendeva due volte più che non ne cavava entrata, che venutoli a fastidio lo vendé. Domandato Filippo qual fusse la miglior cosa che facesse Lorenzo, pensando forse per la nimicizia che egli dovesse tassarlo, rispose: "Vendere Lepriano". Finalmente divenuto già molto vecchio, cioè di anni 69, l’anno 1446, addì 16 d’aprile, se n’andò a miglior vita, dopo essersi affaticato molto in far quelle opere che gli fecero meritare in terra nome onorato e conseguire in cielo luogo di quiete. Dolse infinitamente alla patria sua, che lo conobbe e lo stimò molto più morto, che non fece vivo; e fu sepellito con onoratissime esequie et onore in S. Maria del Fiore, ancora che la sepoltura sua fusse in S. Marco, sotto il pergamo verso la porta, dove è un’arme con due foglie di fico e certe onde verdi in campo d’oro per essere discesi i suoi del Ferarese, cioè da Ficaruolo, castello in sul Po, come dimostrano le foglie che denotano il luogo, e l’onde che significano il fiume. Piansero costui infiniti suoi amici artefici, e massimamente i più poveri, quali di continuo beneficò. Così dunque cristianamente vivendo, lasciò al mondo odore della bontà sua e delle egregie sue virtù. Parmi che se gli possa attribuire che dagli antichi Greci e da’ Romani in qua, non sia stato il più raro né il più eccellente di lui; e tanto più merita lode, quanto ne’ tempi suoi era la maniera todesca in venerazione per tutta Italia, e dagli artefici vecchi esercitata, come in infiniti edifici si vede. Egli ritrovò le cornici antiche, e l’ordine toscano, corinzio, dorico et ionico alle primiere forme restituì. Ebbe un discepolo dal Borgo a Buggiano, detto il Buggiano, il quale fece l’acquaio della sagrestia di S. Reparata con certi fanciulli che gettano acqua, e fece di marmo la testa del suo maestro ritratta di naturale, che fu posta dopo la sua morte in S. Maria del Fiore alla porta a man destra, entrando in chiesa; dove ancora è il sottoscritto epitaffio, messovi dal publico per onorarlo dopo la morte, così come egli vivo aveva onorato la patria sua.

D.S. Quantum Philippus, architectus arte daedalea valuerit, cum huius celeberrimi templi mira testudo, tum plures aliae divino ingenio ab eo adinventae machinae documento esse possunt. Quapropter ob eximias sui animi dotes singularesque virtutes eius B. M. corpus. XV. Calendas Maias anno MCCCCXLVI, hac humo supposita grata patria sepeliri iussit.

Altri nientedimanco per onorarlo ancora maggiormente, gli hanno aggiunto questi altri due:

Philippo Brunellesco antiquae architecturae instauratori. S. P. Q. F. civi suo benemerenti.

Giovan Battista Strozzi fece quest’altro:

Tal sopra sasso, sasso di giro in giro eternamente io strussi: che così passo passo alto girando al ciel mi ricondussi.

Furono ancora suoi discepoli Domenico dal Lago di Lugano, Geremia da Cremona, che lavorò di bronzo benissimo, insieme con uno Schiavone, che fece assai cose in Vinezia; Simone, che doppo aver fatto in Or San Michele per l’Arte degli Speziali quella Madonna, morì a Vicovaro, facendo un gran lavoro al Conte di Tagliacozzo; Antonio e Niccolò fiorentini, che feciono in Ferrara, di metallo, un cavallo di bronzo per il duca Borso, l’anno 1461; et altri molti, de’ quali troppo lungo sarebbe fare particolar menzione. Fu Filippo male avventurato in alcune cose, perché, oltre che ebbe sempre con chi combattere, alcune delle sue fabbriche non ebbono al tempo suo, e non hanno poi avuto il loro fine. E fra l’altre fu gran danno che i monaci degl’Angeli non potessero, come si è detto, finire quel tempio cominciato da lui, poiché dopo avere eglino speso in quello che si vede più di tremila scudi, avuti parte dall’Arte de’ Mercatanti e parte dal Monte in sul quale erano i danari, fu dissipato il capitale, e la fabrica rimase e si sta imperfetta. Laonde, come si disse nella vita di Niccolò da Uzzano, chi per cotal via disidera lasciare di ciò memorie, faccia da sé mentre che vive, e non si fidi di nessuno. E quello che si dice di questo, si potrebbe dire di molti altri edifizii ordinati da Filippo Brunelleschi.

FINE DELLA VITA DI FILIPPO BRUNELLESCHI