Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giuliano Bugiardini

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Giuliano Bugiardini

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Baccio Bandinelli Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Cristofano Gherardi detto Doceno IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Baccio Bandinelli Cristofano Gherardi detto Doceno

VITA DI GIULIANO BUGIARDINI PITTORE FIORENTINO

Erano innanzi all’assedio di Fiorenza in sì gran numero multiplicati gl’uomini, che i borghi lunghissimi che erano fuori di ciascuna porta, insieme con le chiese, munisteri e spedali, erano quasi un’altra città abitata da molte orrevoli persone, e da buoni artefici di tutte le sorti, come che per lo più fussero meno agiati che quelli della città e là si stessero con manco spese di gabelle e d’altro. In uno di questi sobborghi adunque fuori della porta a Faenza nacque Giuliano Bugiardini, e sì come avevano fatto i suoi passati, vi abitò all’anno 1529, che tutti furono rovinati. Ma innanzi, essendo giovinetto, il principio de’ suoi studii fu nel giardino de’ Medici in sulla piazza di San Marco, nel quale seguitando d’imparare l’arte sotto Bertoldo scultore, prese amicizia e tanta stretta familiarità con Michelagnolo Buonarroti, che poi fu sempre da lui molto amato. Il che fece Michelagnolo non tanto perché vedesse in Giuliano una profonda maniera di disegnare, quanto una grandissima diligenza et amore che portava all’arte. Era in Giuliano oltre ciò una certa bontà naturale et un certo semplice modo di vivere senza malignità o invidia che infinitamente piaceva al Buonarroto, né alcun notabile difetto fu in costui se non che troppo amava l’opere che egli stesso faceva. E se bene in questo peccano comunemente tutti gl’uomini, egli nel vero passava il segno, o la molta fatica e diligenza che metteva in lavorarle o altra qual si fusse di ciò la cagione, onde Michelagnolo usava di chiamarlo beato, poi che pareva si contentasse di quello che sapeva, e se stesso infelice, che mai di niuna sua opera pienamente si sodisfaceva. Dopo che ebbe un pezzo atteso al disegno Giuliano nel detto giardino, stette pur insieme col Buonarruoti e col Granacci, con Domenico Grillandai quando faceva la cappella di Santa Maria Novella. Dopo, cresciuto e fatto assai ragionevole maestro, si ridusse a lavorare in compagnia di Mariotto Albertinelli in Gualfonda, nel qual luogo finì una tavola che oggi è all’entrata della porta di Santa Maria Maggiore di Firenze, dentro la quale è un Santo Alberto frate carmelitano, che ha sotto i piedi il diavolo in forma di donna, che fu opera molto lodata. Solevasi in Firenze avanti l’assedio del 1530, nel sepellire i morti che erano nobili e di parentado, portare innanzi al cataletto, appiccati intorno a una tavola la quale portava in capo un facchino, una filza di drapelloni, i quali poi rimanevano alla chiesa per memoria del defunto e della famiglia. Quando dunque morì Cosimo Rucellai il vecchio, Bernardo e Palla suoi figliuoli pensarono per far cosa nuova di non far drapelloni, ma in quel cambio una bandiera quadra di quattro braccia larga e cinque alta, con alcuni drapelloni ai piedi con l’arme de’ Rucellai. Dando essi addunque a fare quest’opera a Giuliano, egli fece nel corpo di detta bandiera quattro figuroni grandi, molto ben fatti, cioè San Cosimo e Damiano e San Piero e San Paulo, le quali furono pitture veramente bellissime e fatte con più diligenza che mai fusse stata fatta altra opera in drappo. Queste et altre opere di Giuliano avendo veduto Mariotto Albertinelli e conosciuto quanto fusse diligente in osservare i disegni che se gli mettevano innanzi, senza uscirne un pelo, in que’ giorni che si dispose abbandonare l’arte, gli lasciò a finire una tavola che già fra’ Bartolomeo di S. Marco suo compagno et amico avea lasciata solamente disegnata et aombrata con l’acquerello in sul gesso della tavola, sì come era di suo costume. Giuliano addunque messovi mano, con estrema diligenza e fatica condusse quest’opera, la quale fu allora posta nella chiesa di San Gallo fuor della porta, la quale chiesa e convento fu poi rovinato per l’assedio, e la tavola portata dentro e posta nello spedal de’ preti in via di San Gallo; di lì poi nel convento di San Marco et ultimamente in San Iacopo tra’ Fossi al canto agl’Alberti, dove al presente è collocata all’altare maggiore. In questa tavola è Cristo morto, la Madalena che gl’abbraccia i piedi e San Giovanni Evangelista che gli tiene la testa e lo sostiene sopra un ginocchio; èvvi similmente San Piero che piagne e San Paulo che aprendo le braccia contempla il suo signore morto. E per vero dire, condusse Giuliano questa tavola con tanto amore e con tanta avvertenza e giudizio, che come ne fu allora, così ne sarà sempre et a ragione sommamente lodato. E dopo questa finì a Cristofano Rinieri il rapimento di Dina in un quadro, stato lasciato similmente imperfetto dal detto fra’ Bartolomeo, al quale quadro ne fece un altro simile che fu mandato in Francia. Non molto dopo, essendo tirato a Bologna da certi amici suoi, fece alcuni ritratti di naturale et in San Francesco dentro al coro nuovo in una capella una tavola a olio, dentrovi la Nostra Donna e due Santi, che fu allora tenuta in Bologna, per non esservi molti maestri, buona e lodevole opera. E dopo, tornato a Fiorenza, fece per non so chi cinque quadri della vita di Nostra Donna, i quali sono oggi in casa di maestro Andrea Pasquali medico di sua eccellenza et uomo singolarissimo. Avendogli dato Messer Palla Rucellai a fare una tavola, che dovea porsi al suo altare in Santa Maria Novella, Giuliano incominciò a farvi entro il martirio di Santa Caterina vergine, ma è gran cosa, la tenne dodici anni fra mano, né mai la condusse in detto tempo a fine, per non avere invenzione, né sapere come farsi le tante varie cose che in quel martirio intervenivono; e se bene andava ghiribizzando sempre come potevono stare quelle ruote e come doveva fare la saetta et incendio che le abbruciò, tuttavia mutando quello che un giorno aveva fatto l’altro, in tanto tempo non le diede mai fine. Ben è vero che in quel mentre fece molte cose, e fra l’altre a Messer Francesco Guicciardini che allora, essendo tornato da Bologna, si stava in villa a Montici scrivendo la sua storia, il ritratto di lui, che somigliò assai ragionevolmente e piacque molto. Similmente ritrasse la signora Angela de’ Rossi, sorella del conte di San Secondo, per lo signor Alessandro Vitelli suo marito, che allora era alla guardia di Firenze. E per Messer Ottaviano de’ Medici, ricavandolo da uno di fra’ Bastiano del Piombo, ritrasse in un quadro grande et in due figure intere papa Clemente a sedere e fra’ Niccolò della Magna in piede. In un altro quadro ritrasse similmente papa Clemente a sedere et innanzi a lui inginocchioni Bartolomeo Valori che gli parla, con fatica e pazienza incredibile. Avendo poi segretamente il detto Messer Ottaviano pregato Giuliano che gli ritraesse Michelagnolo Buonarroti, egli messovi mano, poi che ebbe tenuto due ore fermo Michelagnolo, che si pigliava piacere de’ ragionamenti di colui, gli disse Giuliano: "Michelagnolo, se volete vedervi state su, che già ho fermo l’aria del viso". Michelagnolo, rizzatosi e veduto il ritratto, disse ridendo a Giuliano: "Che diavolo avete voi fatto! Voi mi avete dipinto con uno degl’occhi in una tempia, avertitevi un poco". Ciò udito poi che fu alquanto stato sopra di sé Giuliano et ebbe molte volte guardato il ritratto et il vivo, rispose sul saldo: "A me non pare, ma ponetevi a sedere et io vedrò un poco meglio dal vivo s’egli è così". Il Buonarruoto, che conosceva onde veniva il difetto et il poco giudizio del Bugiardino, si rimisse subito a sedere ghignando, e Giuliano riguardò molte volte ora Michelagnolo et ora il quadro, e poi levato finalmente in piede, disse: "A me pare che la cosa stia sì come io l’ho disegnata e che il vivo mi mostri così". "Questo è dunque" soggiunse il Buonarruoto "difetto di natura: seguitate e non perdonate al pennello, né all’arte." E così finito questo quadro, Giuliano lo diede a esso Messer Ottaviano, insieme col ritratto di papa Clemente di mano di fra’ Bastiano, sì come volle il Buonarruoto che l’aveva fatto venire da Roma. Fece poi Giuliano per Innocenzio cardinal Cibo un ritratto del quadro nel quale già aveva Raffaello da Urbino ritratto papa Leone, Giulio cardinal de’ Medici et il cardinale de’ Rossi. Ma in cambio del detto cardinale de’ Rossi fece la testa di esso cardinale Cibo, nella quale si portò molto bene e condusse il quadro tutto con molta fatica e diligenza. Ritrasse similmente allora Cencio Guasconi, giovane in quel tempo bellissimo. E dopo fece all’Olmo a Castello un tabernacolo a fresco, alla villa di Baccio Pedoni, che non ebbe molto disegno, ma fu ben lavorato con estrema diligenza. Intanto, sollecitandolo Palla Rucellai a finire la sua tavola, della quale si è di sopra ragionato, si risolvé a menare un giorno Michelagnolo a vederla, e così condottolo dove egli l’aveva, poi che gli ebbe raccontato con quanta fatica avea fatto il lampo che venendo dal cielo spezza le ruote et uccide coloro che le girano, et un sole che uscendo d’una nuvola libera Santa Caterina dalla morte, pregò liberamente Michelagnolo, il quale non poteva tenere le risa udendo le sciagure del povero Bugiardino, che volesse dirgli come farebbe otto o dieci figure principali dinanzi a questa tavola, di soldati che stessino in fila a uso di guardia et in atto di fuggire, cascati, feriti e morti, perciò che non sapeva egli come fargli scortare in modo che tutti potessero capire in sì stretto luogo, nella maniera che si era imaginato, per fila. Il Buonarruoti addunque, per compiacergli, avendo compassione a quel povero uomo, accostatosi con un carbone alla tavola contornò de’ primi segni, schizzati solamente, una fila di figure ignude maravigliose, le quali in diversi gesti scortando, variamente cascavano chi in dietro e chi innanzi, con alcuni morti e feriti fatti con quel giudizio et eccellenza che fu propria di Michelagnolo. E ciò fatto si partì ringraziato da Giuliano, il quale non molto dopo menò il Tribolo suo amicissimo a vedere quello che il Buonarruoto aveva fatto, raccontandogli il tutto. E perché come si è detto aveva fatto il Buonarruoto le sue figure solamente contornate, non poteva il Bugiardino metterle in opera, per non vi essere né ombre, né altro; quando si risolvé il Tribolo ad aiutarlo, per che, fatti alcuni modelli in bozze di terra, i quali condusse eccellentemente, dando loro quella fierezza e maniera che aveva dato Michelagnolo al disegno, con la gradina - che è un ferro intaccato - le gradinò acciò fussero crudette et avessino più forza, e così fatte le diede a Giuliano. Ma perché quella maniera non piaceva alla pulitezza e fantasia del Bugiardino, partito che fu il Tribolo, egli con un pennello, intignendolo di mano in mano nell’acqua, le lisciò tanto che, levatone via le gradine, le pulì tutte, di maniera che, dove i lumi avevano a servire per ritratto e fare l’ombre più crude, si venne a levare via quel buono che faceva l’opera perfetta. Il che avendo poi inteso il Tribolo dallo stesso Giuliano, si rise della dapoca semplicità di quell’uomo, il quale finalmente diede finita l’opera in modo che non si conosce che Michelagnolo la guardasse mai. In ultimo Giuliano, essendo vecchio e povero e facendo pochissimi lavori, si messe a una strana et incredibile fatica per fare una Pietà in un tabernacolo che aveva a ire in Ispagna, di figure non molto grandi, e la condusse con tanta diligenza, che pare cosa strana a vedere che un vecchio di quell’età avesse tanta pazienza in fare una sì fatta opera, per l’amore che all’arte portava. Ne’ portelli del detto tabernacolo, per mostrare le tenebre che furono nella morte del Salvatore, fece una Notte in campo nero ritratta da quella che è nella sagrestia di San Lorenzo, di mano di Michelagnolo. Ma perché non ha quella statua altro segno che un barbagianni, Giuliano, scherzando intorno alla sua pittura della Notte con l’invenzione de’ suoi concetti, vi fece un frugnuolo da uccellare a tordi la notte, con la lanterna, un pentolino di quei che si portano la notte con una candela o moccolo, con altre cose simili e che hanno che fare con le tenebre e col buio, come dire berrettini, cuffie, guanciali e pipistregli. Onde il Buonarruoto quando vide quest’opera ebbe a smascellare delle risa, considerando con che strani capricci aveva il Bugiardino arricchita la sua Notte. Finalmente essendo sempre stato Giuliano un uomo così fatto, d’età d’anni settantacinque si morì e fu seppellito nella chiesa di San Marco di Firenze l’anno 1556. Raccondando una volta Giuliano al Bronzino d’avere veduta una bellissima donna, poi che l’ebbe infinitamente lodata, disse il Bronzino: "Conoscetela voi?". "Non", rispose "ma è bellissima; fate conto ch’ella sia una pittura di mia mano, e basta."

IL FINE DELLA VITA DI GIULIANO BUGIARDINI, PITTORE