Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giulio Romano

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Giulio Romano

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Antonio da San Gallo Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Sebastian Viniziano frate del Piombo IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Antonio da San Gallo Sebastian Viniziano frate del Piombo
Giulio Romano

VITA DI GIULIO ROMANO PITTORE

Fra i molti, anzi infiniti, discepoli di Raffaello da Urbino, dei quali la maggior parte riuscirono valenti, niuno ve n’ebbe che più lo immitasse nella maniera, invenzione, disegno e colorito di Giulio Romano, né chi fra loro fusse di lui più fondato, fiero, sicuro, capriccioso, vano, abondante et universale; per non dire al presente, che egli fu dolcissimo nella conversazione, ioviale, affabile, grazioso e tutto pieno d’ottimi costumi. Le quali parti furono cagione che egli fu di maniera amato da Raffaello, che se gli fusse stato figliuolo, non più l’arebbe potuto amare. Onde avvenne che si servì sempre di lui nell’opere di maggiore importanza, e particolarmente nel lavorare le logge papali per Leone Decimo. Per che, avendo esso Raffaello fatto i disegni dell’architettura, degl’ornamenti e delle storie, fece condurre a Giulio molte di quelle pitture; e fra l’altre la creazione di Adamo et Eva, quella degl’animali, il fabricare dell’Arca di Noè, il sacrifizio, e molte altre opere che si conoscono alla maniera, come è quella dove la figliuola di Faraone, con le sue donne, trova Moisè nella cassetta gettato nel fiume dagl’Ebrei; la quale opera è maravigliosa per un paese molto ben condotto. Aiutò anco a Raffaello colorire molte cose nella camera di torre Borgia dove è l’incendio di Borgo, e particolarmente l’imbasamento fatto di colore di bronzo, la contessa Matilda, il re Pipino, Carlo Magno, Gottifredi Buglioni re di Ierusalem con altri benefattori della chiesa, che sono tutte bonissime figure. Parte della quale storia uscì fuori in istampa non è molto, tolta da un disegno di mano di esso Giulio; il quale lavorò anco la maggior parte delle storie che sono in fresco nella loggia di Agostin Chigi, et a olio lavorò sopra un bellissimo quadro d’una Santa Lisabetta, che fu fatto da Raffaello, e mandato al re Francesco di Francia insieme con un altro quadro d’una Santa Margherita, fatto quasi interamente da Giulio col disegno di Raffaello, il quale mandò al medesimo re il ritratto della vicereina di Napoli, il quale non fece Raffaello altro che il ritratto della testa di naturale, et il rimanente finì Giulio. Le quali opere, che a quel re furono gratissime, sono ancora in Francia a Fontanableò, nella cappella del re. Adoperandosi dunque in questa maniera Giulio in servigio di Raffaello suo maestro, et imparando le più difficili cose dell’arte, che da esso Raffaello gl’erano con incredibile amorevolezza insegnate, non andò molto che seppe benissimo tirare in prospettiva, misurare gl’edifizii e lavorar piante. E disegnando alcuna volta Raffaello, e schizzando a modo suo l’invenzioni, le faceva poi tirar misurate e grandi a Giulio, per servirsene nelle cose d’architettura. Della quale cominciando a dilettarsi Giulio, vi attese di maniera, che poi esercitandola venne eccellentissimo maestro. Morto Raffaello e rimasi eredi di lui Giulio e Giovanfrancesco detto il Fattore, con carico di finire l’opere da esso Raffaello incominciate, condussero onoratamente la maggior parte a perfezzione. Dopo avendo Giulio cardinale de’ Medici, il qual fu poi Clemente Settimo, preso un sito in Roma sotto Monte Mario, dove oltre una bella veduta, erano acque vive, alcune boscaglie in ispiaggia et un bel piano che, andando lungo il Tevere per fino a ponte Molle, aveva da una banda e dall’altra una largura di prati che si estendeva quasi fino alla porta di San Piero, disegnò nella sommità della spiaggia, sopra un piano che vi era, fare un palazzo con tutti gl’agi e commodi di stanze, logge, giardini, fontane, boschi et altri, che si possono più belli e migliori desiderare, e diede di tutto il carico a Giulio, il quale, presolo volentieri e messovi mano, condusse quel palagio, che allora si chiamò la vigna de’ Medici et oggi di Madama, a quella perfezzione che di sotto si dirà. Accommodandosi dunque alla qualità del sito et alla voglia del cardinale, fece la facciata dinanzi di quello in forma di mezzo circolo a uso di teatro con uno spartimento di nicchie e finestre d’opera ionica, tanto lodato che molti credono che ne facesse Raffaello il primo schizzo, e poi fusse l’opera seguitata e condotta a perfezzione da Giulio. Il quale vi fece molte pitture nelle camere et altrove, e particolarmente, passato il primo ricetto dell’entrata, in una loggia bellissima, ornata di nicchie grandi e piccole intorno, nelle quali è gran quantità di statue antiche: e fra l’altre vi era un Giove, cosa rara, che fu poi dai Farnesi mandato al re Francesco di Francia, con molte altre statue bellissime. Oltre alle quali nicchie ha la detta loggia lavorata di stucchi e di tutte dipinte le parieti e le volte con molte grottesche di mano di Giovanni da Udine. In testa di questa loggia fece Giulio in fresco un Polifemo grandissimo con infinito numero di fanciulli e satirini che gli giuocano intorno. Di che riportò Giulio molta lode, sì come fece ancora di tutte l’opere e disegni che [fece] per quel luogo, il quale adornò di peschiere, pavimenti, fontane rustiche, boschi et altre cose simili, tutte bellissime e fatte con bell’ordine e giudizio. Ben è vero che sopravenendo la morte di Leone, non fu per allora altrimenti seguitata quest’opera; perché creato nuovo pontefice Adriano, e tornatosene il cardinal de’ Medici a Fiorenza, restarono indietro, insieme con questa, tutte l’opere publiche cominciate dal suo antecessore. Giulio, intanto, e Giovanfrancesco diedero fine a molte cose di Raffaello ch’erano rimaste imperfette, e s’apparecchiavano a mettere in opera parte de’ cartoni, che egli avea fatto per le pitture della sala grande del palazzo, nella quale aveva Raffaello cominciato a dipignere quattro storie de’ fatti di Gostantino imperatore, et aveva, quando morì, coperta una facciata di mistura per lavorarvi sopra a olio, quando s’avvidero Adriano, come quello che né di pitture o sculture, né d’altra cosa buona si dilettava, non si curare ch’ella si finisse altrimenti. Disperati adunque Giulio e Giovanfrancesco, et insieme con esso loro Perino del Vaga, Giovanni da Udine, Bastiano Viniziano e gli altri artefici eccellenti, furono poco meno (vivente Adriano) che per morirsi di fame. Ma come volle Dio, mentre che la corte avezza nelle grandezze di Leone era tutta sbigottita, e che tutti i migliori artefici andavano pensando dove ricoverarsi, vedendo niuna virtù essere più in pregio, morì Adriano e fu creato sommo pontefice Giulio cardinale de’ Medici, che fu chiamato Clemente Settimo: col quale risuscitarono in un giorno, insieme con l’altre virtù, tutte l’arti del disegno. E Giulio e Giovanfrancesco si misero subito d’ordine del Papa a finire tutti lieti la detta sala di Gostantino, e gettarono per terra tutta la facciata coperta di mistura per dovere essere lavorata a olio; lasciando però nel suo essere due figure, ch’eglino avevano prima dipinte a olio, che sono per ornamento intorno a certi papi: e ciò furono una Iustizia et un’altra figura simile. Era il partimento di questa sala, perché era bassa, stato con molto giudizio disegnato da Raffaello, il quale aveva messo ne’ canti di quella, sopra tutte le porte, alcune nicchie grandi, con ornamento di certi putti che tenevano diverse imprese di Leone, gigli, diamanti, penne et altre imprese di casa Medici. E dentro alle nicchie sedevano alcuni papi in pontificale con un’ombra per ciascuno dentro alla nicchia. Et intorno ai detti papi erano alcuni putti a uso d’Angioletti, che tenevano libri et altre cose a proposito in mano. E ciascun papa aveva dalle bande due virtù, che lo mettevano in mezzo, secondo che più aveva meritato; e come Pietro apostolo aveva da un lato la Religione, dall’altro la Carità o vero Pietà, così tutti gli altri avevano altre simili virtù, et i detti papi erano Damaso Primo, Alessandro Primo, Leon Terzo, Gregorio, Salvestro et alcuni altri: i quali tutti furono tanto bene accommodati e condotti da Giulio, il quale in quest’opera a fresco fece i migliori che si conosce, che vi durò fatica e pose diligenza, come si può vedere in una carta d’un San Salvestro, che fu da lui proprio molto ben disegnata, et ha forse molto più grazia che non ha la pittura di quello; benché si può affermare che Giulio esprimesse sempre meglio i suoi concetti ne’ disegni, che nell’operare o nelle pitture, vedendosi in quelli più vivacità, fierezza et affetto. E ciò potette forse avvenire perché un disegno lo faceva in un’ora, tutto fiero et acceso nell’opera, dove nelle pitture consumava i mesi e gl’anni; onde, venendogli a fastidio, e mancando quel vivo et ardente amore che si ha quando si comincia alcuna cosa, non è maraviglia se non dava loro quell’intera perfezzione che si vede ne’ suo’ disegni. Ma tornando alle storie, dipinse Giulio in una delle faccie un parlamento che Gostantino fa a’ soldati, dove in aria appare il segno della croce in uno splendore con certi putti e lettere che dicono: "In hoc signo vinces". Et un nano che a’ piedi di Gostantino si mette una celata in capo è fatto con molta arte. Nella maggior facciata poi, è una battaglia di cavalli, fatta vicino a ponte Molle, dove Gostantino mise in rotta Massenzio. La quale opera, per i feriti e morti che vi si veggiono, e per le diverse e strane attitudini de’ pedoni e cavalieri che combattono aggruppati, fatti fieramente, è lodatissima, senzaché vi sono molti ritratti di naturale. E se questa storia non fusse troppo tinta e cacciata di neri, di che Giulio si dilettò sempre ne’ suoi coloriti, sarebbe del tutto perfetta; ma questo le toglie molta grazia e bellezza. Nella medesima fece tutto il paese di Monte Mario, e nel fiume del Tevere Massenzio, che sopra un cavallo, tutto terribile e fiero, aniega. Insomma si portò di maniera Giulio in quest’opera, che per così fatta sorte di battaglia, ell’è stata gran lume a chi ha fatto cose simili doppo lui, il quale imparò tanto dalle colonne antiche di Traiano e d’Antonino che sono in Roma, che se ne valse molto ne gl’abiti de’ soldati, nell’armadure, insegne, bastioni, steccati, arieti et in tutte l’altre cose da guerra, che sono dipinte per tutta quella sala. E sotto queste storie dipinse di color di bronzo intorno intorno molte cose, che tutte son belle e lodevoli. Nell’altra facciata fece San Salvestro papa che battezza Gostantino, figurando il proprio bagno che è oggi San Giovanni Laterano, fatto da esso Gostantino, e vi ritrasse papa Clemente di naturale nel San Salvestro che battezza, con alcuni asistenti parati e molti popoli. E fra molti familiari del Papa, che vi ritrasse similmente di naturale, vi ritrasse il Cavalierino, che allora governava Sua Santità, Messer Niccolò Vespucci cavaliere di Rodi; e sotto questa nel basamento fece, in figure finte di bronzo, Gostantino che fa murare la chiesa di San Piero in Roma, alludendo a papa Clemente, et in queste ritrasse Bramante architetto e Giulian Lemi col disegno in mano della pianta di detta chiesa, che è molto bella storia. Nella quarta faccia, sopra il camino di detta sala, figurò in prospettiva la chiesa di S. Piero di Roma, con la residenza del Papa in quella maniera che sta quando il papa canta la messa pontificale, con l’ordine de’ cardinali et altri prelati di tutta la corte, e la capella de’ cantori e musici, et il papa a sedere, figurato per San Salvestro che ha Gostantino a’ piedi ginocchioni, il quale gli presenta una Roma d’oro fatta come quelle che sono nelle medaglie antiche: volendo per ciò dimostrare la dote che esso Gostantino diede alla chiesa romana. Fece Giulio in questa storia molte femine che ginocchioni stanno a vedere cotale cerimonia, le quali sono bellissime, et un povero che chiede la limosina, un putto sopra un cane che scherza, et i lanzi della guardia del papa che fanno far largo e star indietro il popolo, come si costuma. E fra i molti ritratti che in questa opera sono, vi si vede di naturale esso Giulio pittore et il conte Baldassarre Castiglioni formator del Cortigiano e suo amicissimo, il Pontano, il Marullo e molti altri letterati e cortigiani. Intorno e fra le finestre dipinse Giulio molte imprese e poesie che furono vaghe e capricciose, onde piacque molto ogni cosa al Papa, il quale lo premiò di cotale fatiche largamente. Mentre che questa sala si dipigneva, non potendo essi sodisfar anco in parte agl’amici, fecero Giulio e Giovanfrancesco in una tavola una assunzione di Nostra Donna che fu bellissima, la quale fu mandata a Perugia e posta nel monasterio delle monache di Montelucci. E dopo Giulio ritiratosi da sé solo, fece in un quadro una Nostra Donna con una gatta dentrovi, tanto naturale che pareva vivissima: onde fu quel quadro chiamato il quadro della gatta. In un altro quadro grande fece un Cristo battuto alla colonna, che fu posto sopra l’altare della chiesa di Santa Prasedia in Roma. Né molto dopo Messer Giovanmatteo Giberti, che fu poi vescovo di Verona, che allora era datario di papa Clemente, fece far a Giulio, che era molto suo dimestico amico, il disegno d’alcune stanze che si murarono di mattoni vicino alla porta del palazzo del papa, le quali rispondono sopra la piazza di San Piero, dove stanno a sonare i trombetti quando i cardinali vanno a Concistoro, con una salita di commodissime scale che si possono salire a cavallo et a piedi. Al medesimo Messer Giovan Matteo fece in una tavola una lapidazione di Santo Stefano, la quale mandò a un suo benefizio in Genova, intitolato S. Stefano; nella qual tavola, che è per invenzione, grazia e componimento bellissima, si vede, mentre i Giudei lapidano S. Stefano, il giovane Saulo sedere sopra i panni di quello. Insomma non fece mai Giulio la più bell’opera di questa, per le fiere attitudini de’ lapidatori e per la bene espressa pacienza di Stefano; il quale pare che veramente veggia sedere Gesù Cristo alla destra del Padre in un cielo dipinto divinamente. La quale opera insieme col benefizio diede Messer Giovan Matteo a’ monaci di Monte Oliveto, che n’hanno fatto un monasterio. Fece il medesimo Giulio a Iacopo Fuccheri tedesco, per una cappella che è in Santa Maria de Anima in Roma, una bellissima tavola a olio, nella quale è la Nostra Donna, S. Anna, S. Giuseppo, San Iacopo, San Giovanni putto e ginocchioni e San Marco Evangelista che ha un leone a’ piedi, il quale standosi a giacere con un libro, ha i peli che vanno girando secondo ch’egli è posto. Il che fu difficile e bella considerazione, senza che il medesimo leone ha corte ale sopra le spalle con le penne così piumose e morbide, che non pare quasi da credere che la mano d’un artefice possa cotanto imitare la natura. Vi fece oltre ciò un casamento che gira a uso di teatro in tondo, con alcune statue così belle e bene accommodate, che non si può veder meglio. E fra l’altre, vi è una femina che filando guarda una sua chioccia et alcuni pulcini, che non può esser cosa più naturale. E sopra la Nostra Donna sono alcuni putti che sostengono un padiglione molto ben fatti e graziosi. E se anco questa tavola non fusse stata tanto tinta di nero, onde è diventata scurissima, certo sarebbe stata molto migliore. Ma questo nero fa perdere o smarrire la maggior parte delle fatiche che vi sono dentro; conciò sia che il nero, ancora che sia vernicato, fa perdere il buono, avendo in sé sempre dell’alido, o sia carbone o avorio abruciato o nero di fumo o carta arsa. Fra molti discepoli ch’ebbe Giulio mentre lavorò queste cose, i quali furono Bartolomeo da Castiglioni, Tommaso Paperello cortonese, Benedetto Pagni da Pescia, quegli di cui più familiarmente si serviva fu Giovanni da Lione e Raffaello dal Colle del Borgo San Sepolcro, l’uno e l’altro de’ quali nella sala di Gostantino e nell’altre opere, delle quali si è ragionato, avevano molte cose aiutato a lavorare. Onde non mi par da tacere che, essendo essi molto destri nel dipignere e molto osservando la maniera di Giulio nel mettere in opera le cose che disegnava loro, eglino colorirono col disegno di lui, vicino alla Zecca vecchia in Banchi, un’arme di papa Clemente Settimo; cioè la metà ciascuno di loro, con due figure a uso di termini, che mettono la detta arme in mezzo. Et il detto Raffaello, non molto doppo, col disegno d’un cartone di Giulio dipinse a fresco dentro la porta del palazzo del cardinale della Valle, in un mezzo tondo, una Nostra Donna che con un panno cuopre un fanciullo che dorme, e da una banda sono S. Andrea apostolo e dall’altra S. Niccolò: che fu tenuta, con verità, pittura eccellente. Giulio in tanto, essendo molto dimestico di Messer Baldassarri Turrini da Pescia, fatto il disegno e modello, gli condusse sopra il monte Ianicolo, dove sono alcune vigne che hanno bellissima veduta, un palazzo con tanta grazia e tanto commodo, per tutti quegl’agi che si possono in un sì fatto luogo disiderare, che più non si può dire. Et oltre ciò furono le stanze non solo adornate di stucchi, ma di pittura ancora, avendovi egli stesso dipinto alcune storie di Numa Pompilio che ebbe in quel luogo il suo sepolcro. Nella stufa di questo palazzo dipinse Giulio alcune storie di Venere e d’Amore, e d’Apollo e di Iacinto con l’aiuto de’ suoi giovani, che tutti sono in istampa. Et essendosi del tutto diviso da Giovanfrancesco, fece in Roma diverse opere d’architettura, come fu il disegno della casa degli Alberini in Banchi, se bene alcuni credono che quell’ordine venisse da Raffaello; e così un palazzo, che oggi si vede sopra la piazza della Dogana di Roma, che è stato per essere di bello ordine posto in istampa. E per sé fece sopra un canto del Macello de’ Corbi, dove era la sua casa nella quale egli nacque, un bel principio di finestre, il quale, per poca cosa che sia, è molto grazioso. Per le quali sue ottime qualità, essendo Giulio dopo la morte di Raffaello per lo migliore artefice d’Italia celebrato, il conte Baldassarre Castiglioni, che allora era in Roma ambasciadore di Federigo Gonzaga, marchese di Mantova et amicissimo come s’è detto di Giulio, essendogli dal marchese suo signore comandato che procacciasse di mandargli un architettore per servirsene ne’ bisogni del suo palagio e della città, e particolarmente che arebbe avuto carissimo Giulio, tanto adoperò il conte con prieghi e con promesse, che Giulio disse che andrebbe ogni volta, pur che ciò fusse con licenza di papa Clemente. La quale licenza ottenuta, nell’andare il conte a Mantova, per quindi poi andare, mandato dal Papa, all’imperadore, menò Giulio seco, et arrivato, lo presentò al marchese che, dopo molte carezze, gli fece dar una casa fornita orrevolmente e gl’ordinò provisione, et il piatto per lui, per Benedetto Pagni suo creato e per un altro giovane che lo serviva; e, che è più, gli mandò il marchese parecchie canne di veluto e raso, altri drappi e panni per vestirsi; e dopo, intendendo che non aveva cavalcatura, fattosi venire un suo favorito cavallo chiamato Luggeri, glielo donò; e montato che Giulio vi fu sopra, se n’andarono fuor della porta di S. Bastiano, lontano un tiro di balestra, dove sua eccellenza aveva un luogo e certe stalle chiamato il T., in mezzo a una prateria, dove teneva la razza de’ suoi cavalli e cavalle. E quivi arrivati, disse il marchese che arebbe voluto, senza guastare la muraglia vecchia, accomodare un poco di luogo da potervi andare e ridurvisi tal volta a desinare, o a cena per ispasso. Giulio, udita la volontà del marchese, veduto il tutto, e levata la pianta di quel sito, mise mano all’opera; e servendosi delle mura vecchie fece in una parte maggiore la prima sala, che si vede oggi all’entrare, col seguito delle camere che la mettono in mezzo. E perché il luogo non ha pietre vive, né commodi di cave da potere far conci e pietre intagliate, come si usa nelle muraglie da chi può farlo, si servì di mattoni e pietre cotte, lavorandole poi di stucco. E di questa materia fece colonne, base, capitegli, cornici, porte, finestre et altri lavori, con bellissime proporzioni: e con nuova e stravagante maniera gl’ornamenti delle volte, con spartimenti dentro bellissimi e con ricetti riccamente ornati. Il che fu cagione che, da un basso principio, si risolvesse il marchese di far poi tutto quello edifizio a guisa d’un gran palazzo, perché Giulio fatto un bellissimo modello, tutto fuori e dentro nel cortile d’opera rustica, piacque tanto a quel signore che, ordinata buona provisione di danari e da Giulio condotti molti maestri, fu condotta l’opera con brevità al suo fine. La forma del quale palazzo è così fatta: è questo edifizio quadro et ha nel mezzo un cortile scoperto a uso di prato, o vero piazza, nella quale sboccano in croce quattro entrate. La prima delle quali in prima vista trafora, o vero passa, in una grandissima loggia che sbocca per un’altra nel giardino, e due altre vanno a diversi appartamenti, e queste sono ornate di stucchi e di pitture. E nella sala, alla quale dà entrata la prima, è dipinta in fresco la volta fatta in varii spartimenti, e nelle facciate sono ritratti di naturale tutti i cavalli più belli e più favoriti della razza del marchese, et insieme con essi i cani di quello stesso mantello, o macchie, che sono i cavalli, co’ nomi loro; che tutti furono disegnati da Giulio e coloriti sopra la calcina a fresco da Benedetto Pagni e da Rinaldo Mantovano, pittori e suoi creati, e nel vero così bene che paiono vivi. Da questa si cammina in una stanza, che è in sul canto del palazzo, la quale ha la volta fatta con spartimento bellissimo di stucchi e con variate cornici, in alcuni luoghi tocche d’oro. E queste fanno un partimento con quattro ottangoli, che levano nel più alto della volta con quadro, nel quale è Cupido, che nel cospetto di Giove (che è abbagliato nel più alto da una luce celeste), sposa alla presenza di tutti gli dèi Psiche. Della quale storia non è possibile veder casa fatta con più grazia e disegno; avendo Giulio fatto scortare quelle figure con la veduta al disotto in su tanto bene, et alcune di quelle non sono affatica lunghe un braccio, e si mostrano nella vista da terra di tre braccia nell’altezza. E nel vero sono fatte con mirabili arte et ingegno, avendo Giulio saputo far sì che, oltre al parer vive (così hanno rilievo), ingannano con piacevole veduta l’occhio umano. Sono poi negl’ottangoli tutte l’altre prime storie di Psiche, dell’avversità che le avvennero per lo sdegno di Venere, condotte con la medesima bellezza e perfezzione. Et in altri angoli sono molti amori, come ancora nelle finestre, che secondo gli spazii fanno varii effetti: e questa volta è tutta colorita a olio di mano di Benedetto e Rinaldo sopra detti. Il restante, adunque, delle storie di Psiche sono nelle facce da basso, che sono le maggiori, cioè in una a fresco quando Psiche è nel bagno e gl’amori la lavano, et appresso con bellissimi gesti la rasciugano; in un’altra parte s’appresta il convito da Mercurio, mentre ella si lava, con le Baccanti che suonano, dove sono le Grazie che con bellissima maniera fioriscono la tavola; e Sileno, sostenuto da’ satiri col suo asino sopra una capra a sedere, ha due putti che gli suggono le poppe, mentre si sta in compagnia di bacco che ha a’ piedi due tigri e sta con un braccio appoggiato alla credenza: dall’uno de’ lati della quale è un camello e dall’altro un liofante; la qual credenza, che è a mezzo tondo in botte, è ricoperta di festoni di verzure e fiori e tutta piena di viti cariche di grappoli d’uve e di pampani, sotto i quali sono tre ordini di vazi bizzarri, bacini, boccali, tazze, coppe et altri così fatti, con diverse forme e modi fantastichi e tanto lustranti, che paiono di vero argento e d’oro, essendo contrafatti con un semplice colore di giallo e d’altro così bene, che mostrano l’ingegno, la virtù e l’arte di Giulio, il quale in questa parte mostrò esser vario, ricco e copioso d’invenzione e d’artifizio. Poco lontano si vede Psiche che, mentre ha intorno molte femine che la servono e la presentano, vede nel lontano fra i poggi spuntar Febo col suo carro solare, guidato da quattro cavalli, mentre sopra certe nuvole si sta Zefiro tutto nudo a giacere, che soffia, per un corno che ha in bocca, suavissime aure che fanno gioconda e placida l’aria che è d’intorno a Psiche. Le quali storie furono, non sono molti anni, stampate col disegno di Batista Franco viniziano, che le ritrasse in quel modo appunto che elle furono dipinte, con i cartoni grandi di Giulio da Benedetto da Pescia e da Rinaldo Mantovano, i quali misero in opera tutte queste storie, eccetto che il Bacco, il Sileno et i due putti che poppano la capra. Ben è vero che l’opera fu poi quasi tutta ritocca da Giulio, onde è come fusse tutta stata fatta da lui. Il qual modo, che egli imparò da Raffaello suo precettore, è molto utile per i giovani che in esso si esercitano, perché riescono per lo più eccellenti maestri. E se bene alcuni si persuadono essere da più di chi gli fa operare, conoscono questi cotali, mancata la guida loro prima che siano al fine, o mancando loro il disegno e l’ordine d’operare, che per aver perduta anzi tempo o lasciata la guida, si trovano come ciechi in un mare d’infiniti errori. Ma tornando alle stanze del T., si passa da questa camera di Psiche in un’altra stanza tutta piena di fregi doppi di figure di basso rilievo, lavorate di stucco, col disegno di Giulio, da Francesco Primaticcio bolognese, allora giovane, e da Giovambatista Mantovano. Ne’ quali fregi è tutto l’ordine de’ soldati che sono a Roma nella colonna Traiana, lavorati con bella maniera. Et in un palco, o vero soffittato d’una anticamera, è dipinto a olio quando Icaro, ammaestrato dal padre Dedalo, per volere troppo alzarsi volando, veduto il segno del cancro, il carro del sole tirato da quattro cavalli in iscorto vicino al segno del leone, rimane senz’ali, essendo dal calore del sole distrutta la cera; et appresso il medesimo precipitando si vede in aria quasi cascare addosso a chi lo mira, tutto tinto nel volto di color di morte. La quale invenzione fu tanto bene considerata et immaginata da Giulio, ch’ella par proprio vera: perciò che vi si vede il calore del sole, friggendo, abruciar l’ali del misero giovane, il fuoco acceso far fumo, e quasi si sente lo scoppiare delle penne che abruciano, mentre si vede scolpita la morte nel volto d’Icaro et in Dedalo la passione et il dolore vivissimo. E nel nostro libro de’ disegni di diversi pittori è il proprio disegno di questa bellissima storia di mano di esso Giulio; il quale fece nel medesimo luogo le storie de’ dodici mesi dell’anno e quello che in ciascuno d’essi fanno l’arti più dagl’uomini esercitate; la quale pittura non è meno capricciosa e di bella invenzione e dilettevole, che fatta con giudizio e diligenza. Passata questa loggia grande lavorata di stucchi e con molte armi et altri varii ornamenti bizzarri, s’arriva in certe stanze piene di tante varie fantasie che vi s’abaglia l’intelletto; perché Giulio, che era capricciosissimo et ingegnoso, per mostrare quanto valeva, in un canto del palazzo che faceva una cantonata simile alla sopra detta stanza di Psiche, disegnò di fare una stanza la cui muraglia avesse corrispondenza con la pittura, per ingannare quanto più potesse gl’uomini che dovevano vederla. Fatto dunque fondare quel cantone, che era in luogo paduloso, con fondamenti alti e doppi, fece tirare sopra la cantonata una gran stanza tonda e di grossissime mura, acciò che i quattro cantoni di quella muraglia dalla banda di fuori venissero più gagliardi e potessino regger una volta doppia e tonda a uso di forno. E ciò fatto, avendo quella camera cantoni, vi fece per lo girare di quella a’ suoi luoghi murare le porte, le finestre et il camino di pietre rustiche a caso scantonate e quasi in modo scommesse e torte, che parea proprio pendessero in sur un lato e rovinassero veramente. E murata questa stanza così stranamente, si mise a dipignere in quella la più capricciosa invenzione che si potesse trovare, cioè Giove che fulmina i giganti; e così figurato il cielo, nel più alto della volta vi fece il trono di Giove, facendono in iscorto al disotto in su et in faccia e dentro a un tempio tondo sopra le colonne trasforato di componimento ionico e con l’ombrella nel mezzo sopra il seggio, con l’aquila sua, e tutto posto sopra le nuvole; e più a basso fece Giove irato che fulmina i superbi giganti, e più a basso è Giunone che gli aiuta, et intorno i venti che con certi visi strani soffiano verso la terra, mentre la dea Opis si volge con i suoi leoni al terribile rumor de’ fulmini, sì come ancor fanno gl’altri dei e dee e massimamente Venere, che è a canto a Marte e Momo, che con le braccia aperte pare che dubiti che non rovini il cielo, e non di meno sta immobile. Similmente le Grazie si stanno tutte piene di timore, e l’Ore appresso quelle nella medesima maniera. Et insomma ciascuna deità si mette con i suoi carri in fuga; la luna con Saturno et Iano vanno verso il più chiaro de’ nuvoli per allontanarsi da quell’orribile spavento e furore, et il medesimo fa Nettunno, perciò che con i suoi delfini pare che cerchi fermarsi sopra il tridente. E Pallade con le nove Muse sta guardando che cosa orribile sia quella. E Pan, abbracciata una ninfa che trema di paura, pare voglia scamparla da quello incendio e lampi de’ fulmini di che è pieno il cielo. Apollo si sta sopra il carro solare, et alcune dell’Ore pare che voglino ritenere il corso de’ cavalli. Bacco e Sileno con satiri e ninfe mostrano aver grandissima paura. E Vulcano col ponderoso martello sopra una spalla guarda verso Ercole, che parla di quel caso con Mercurio, il quale si sta allato a Pomona tutta paurosa, come sta anche Vertunno con tutti gl’altri dèi sparsi per quel cielo dove sono tanto bene sparsi tutti gl’effetti della paura, così in coloro che stanno, come in quelli che fuggono, che non è possibile, non che vedere, imaginarsi più bella fantasia di questa in pittura. Nelle parti da basso, cioè nelle facciate che stanno per ritto, sotto il resto del girare della volta, sono i giganti, alcuni de’ quali, sotto Giove, hanno sopra di loro monti et addosso grandissimi sassi, i quali reggono con le forti spalle per fare altezza e salita al cielo, quando s’apparecchia la rovina loro, perché Giove fulminando, e tutto il cielo adirato contra di loro, pare che non solo spaventi il temerario ardire de’ giganti, rovinando loro i monti addosso, ma che sia tutto il mondo sotto sopra e quasi al suo ultimo fine. Et in questa parte fece Giulio Briareo in una caverna oscura quasi ricoperto da pezzi altissimi di monti, e gli altri giganti tutti infranti et alcuni morti sotto le rovine delle montagne. Oltre ciò si vede per un straforo nello scuro d’una grotta, che mostra un lontano fatto con bel giudizio, molti giganti fuggire tutti percossi da’ fulmini di Giove e quasi per dovere allora essere oppressi dalle rovine de’ monti come gl’altri. In un’altra parte figurò Giulio altri giganti, a’ quali rovinano sopra tempii, colonne et altri pezzi di muraglie, facendo di quei superbi grandissima strage e mortalità. Et in questo luogo è posto, fra queste muraglie che rovinano, il camino della stanza, il quale mostra, quando vi si fa fuoco, che i giganti ardono, per esservi dipinto Plutone che con il suo carro tirato da cavagli secchi et accompagnato dalle furie infernali si fugge nel centro. E così non si partendo Giulio, con questa invenzione del fuoco, dal proposito della storia, fa ornamento bellissimo al camino. Fece oltre ciò Giulio in quest’opera, per farla più spaventevole e terribile, che i giganti grandi e di strana statura (essendo in diversi modi dai lampi e da’ fulgori percossi) rovinato a terra: e quale inanzi e quale a dietro si stanno, chi morto, chi ferito e chi da monti e rovine di edifizii ricoperto. Onde non si pensi alcuno vedere mai opera di pennello più orribile e spaventosa, né più naturale di questa. E chi entra in quella stanza, vedendo le finestre, le porte et altre così fatte cose torcersi e quasi per rovinare, et i monti e gl’edifizii cadere, non può non temere che ogni cosa non gli rovini addosso, vedendo massimamente in quel cielo tutti gli dii andare chi qua e chi là fuggendo. E quello che è in questa opera maraviglioso, è il veder tutta quella pittura non avere principio né fine, et attaccata tutta e tanto bene continuata insieme senza termine o tramezzo di ornamento, che le cose, che sono appresso de’ casamenti, paiono grandissime, e quelle che allontanano, dove sono paesi, vanno perdendo in infinito. Onde quella stanza, che non è lunga più di quindici braccia, pare una campagna di paese; senzaché, essendo il pavimento di sassi tondi, piccioli, murati per coltello, et il cominciare delle mura che vanno per diritto dipinte de’ medesimi sassi, non vi appare canto vivo e viene a parere quel piano grandissima cosa. Il che fu fatto con molto giudizio e bell’arte da Giulio, al quale per così fatte invenzioni deveno molto gl’artefici nostri. Diventò in quest’opera perfetto coloritore il sopra detto Rinaldo Mantovano, perché lavorando con i cartoni di Giulio, condusse tutta quest’opera a perfezzione et insieme l’altre stanze. E se costui non fusse stato tolto al mondo così giovane, come fece onore a Giulio mentre visse, così arebbe fatto dopo morte. Oltre a questo palazzo, nel quale fece Giulio molte cose degne di essere lodate, le quali si tacciono sì per fuggire la troppa lunghezza, rifece di muraglia molte stanze del castello dove in Mantova abita il duca, e due scale a lumaca grandissime, con apartamenti ricchissimi et ornati di stucco per tutto. Et in una sala fece dipignere tutta la storia e guerra troiana, e similmente in una anticamera dodici storie a olio, sotte le teste de’ dodici imperadori state prima dipinte da Tiziano Vecellio che sono tenute rare. Parimente a Marmiruolo, luogo lontano da Mantova cinque miglia, fu fatta con ordine e disegno di Giulio una commodissima fabbrica e grandi pitture, non men belle che quelle del castello e del palazzo del T. Fece il medesimo, in Santo Andrea di Mantova, alla cappella della signora Isabella Buschetta, in una tavola a olio, una Nostra Donna in atto di adorare il puttino Gesù che giace in terra, e Giuseppo e l’asino et il bue vicini a un presepio, e da una banda San Giovanni Evangelista, e dall’altra San Longino, figure grandi quanto il naturale. Nelle facciate poi di detta cappella, fece colorire a Rinaldo, con suoi disegni, due storie bellissime: cioè in una la Crocifissione di Gesù Cristo con i ladroni et alcuni Angeli in aria, e da basso i crocifissori con le Marie e molti cavalli, de’ quali si dilettò sempre e gli fece bellissimi a maraviglia, e molti soldati in varie attitudini; nell’altra fece quando al tempo della contessa Matilda si trovò il sangue di Cristo, che fu opera bellissima. E doppo fece Giulio al duca Federigo in un quadro di sua propria mano la Nostra Donna che lava Gesù Cristo fanciulletto, che sta in piedi dentro a un bacino, mentre San Giovannino getta l’acqua fuor d’un vaso, le quali amendue figure, che sono grandi quanto il naturale, sono bellissime; e dal mezzo in su nel lontano sono di figure piccole alcune gentildonne che vanno a visitarla. Il qual quadro fu poi donato dal duca alla signora Isabella Buschetta. Della quale signora fece poi Giulio il ritratto, e bellissimo, in un quadretto piccolo d’una Natività di Cristo, alto un braccio, che è oggi appresso al signor Vespasiano Gonzaga con un altro quadro donatogli dal duca Federigo, pur di mano di Giulio, nel quale è un giovane et una giovane abbracciati insieme sopra un letto, in atto di farsi carezze, mentre una vecchia dietro a un uscio nascosamente gli guarda. Le quali figure sono poco meno che il naturale e molto graziose. Et in casa il medesimo è in un altro quadro molto eccellente un San Ieronimo bellissimo di mano pur di Giulio. Et appresso del conte Nicola Maffei è un quadro d’uno Alessandro Magno, con una vettoria in mano, grande quanto il naturale, ritratto da una medaglia antica, che è cosa molto bella. Dopo queste opere dipinse Giulio a fresco, per Messer Girolamo organista del Duomo di Mantova suo amicissimo, sopra un camino, a fresco un Vulcano che mena con una mano i mantici e con l’altra, che ha un paio di molle, tiene il ferro d’una freccia che fabrica, mentre Venere ne tempera in un vaso alcune già fatte e le mette nel turcasso di Cupido. E questa è una delle belle opere che mai facesse Giulio, e poco altro in fresco si vede di sua mano. In San Domenico fece per Messer Lodovico da Fermo in una tavola un Cristo morto, il quale s’apparecchiano Giuseppo e Nicodemo di porlo nel sepolcro, et appresso la madre e l’altre Marie e S. Giovanni Evangelista. Et un quadretto, nel quale fece similmente un Cristo morto, è in Vinezia in casa Tommaso da Empoli fiorentino. In quel medesimo tempo che egli queste et altre pitture lavorava, avenne che il signor Giovanni de’ Medici, essendo ferito da un moschetto, fu portato a Mantova dove egli si morì, per che Messer Pietro Aretino, affezzionatissimo servitore di quel signore et amicissimo di Giulio, volle che così morto esso Giulio lo formasse di sua mano. Onde egli fattone un cavo in sul morto, ne fece un ritratto che stette poi molti anni appresso il detto Aretino. Nella venuta di Carlo Quinto imperatore a Mantova, per ordine del Duca fé Giulio molti bellissimi apparati d’archi, prospettive per comedie e molte altre cose, nelle quali invenzioni non aveva Giulio pari. E non fu mai il più capriccioso nelle mascherate e nel fare stravaganti abiti per giostre, feste e torneamenti come allora si vide, con stupore e maraviglia di Carlo imperadore e di quanti v’intervennero. Diede oltre ciò per tutta quella città di Mantova in diversi tempi tanti disegni di cappelle, case, giardini e facciate, e talmente si dilettò d’abellirla et ornarla che la ridusse in modo che dove era prima sottoposta al fango e piena d’acqua brutta a certi tempi e quasi inabitabile, ell’è oggi, per industria di lui, asciutta, sana e tutta vaga e piacevole. Mentre Giulio serviva quel Duca, rompendo un anno il Po gl’argini suoi, allagò in modo Mantova, che in certi luoghi bassi della città s’alzò l’acqua presso a quattro braccia, onde per molto tempo vi stavano quasi tutto l’anno le rannochie, per che pensando Giulio in che modo si potesse a ciò rimediare, adoperò di maniera che ella ritornò per allora nel suo primo essere. Et acciò altra volta non avenisse il medesimo, fece che le strade, per comandamento del Duca, si alzarono tanto da quella banda, che superata l’altezza dell’acque, i casamenti rimasero al disopra. E perché da quella parte erano casucce piccole e deboli, e di non molta importanza, diede ordine che si riducessero a migliore termine rovinando quelle per alzare le strade e riedificandone sopra delle maggiori e più belle per utile e commodo della città. Alla qual cosa opponendosi molti con dire al Duca che Giulio faceva troppo gran danno, egli non volle udire alcuno; anzi facendo allora Giulio maestro delle strade, ordinò che non potesse niuno in quella città murare senza ordine di Giulio. Per la qual cosa molti dolendosi et alcuni minacciando Giulio, venne ciò all’orecchie del Duca, il qual usò parole sì fatte in favore di Giulio, che fé conoscere che quanto si facesse in disfavore o danno di quello, lo reputarebbe fatto a se stesso e ne farebbe dimostrazione. Amò quel duca di maniera la virtù di Giulio, che non sapea vivere senza lui; et all’incontro Giulio ebbe a quel signore tanta reverenza, che più non è possibile imaginarsi. Onde non dimandò mai per sé o per altri grazia che non l’ottenesse, e si trovava, quando morì, per le cose avute da quel duca, avere d’entrata più di mille ducati. Fabbricò Giulio per sé una casa in Mantova dirimpetto a San Barnaba, alla quale fece di fuori una facciata fantastica tutta lavorata di stucchi coloriti, e dentro la fece tutta dipignere e lavorare similmente di stucchi, accomodandovi molte anticaglie condotte da Roma et avute dal Duca, al quale ne diede molte delle sue. Disegnava tanto Giulio, e per fuori e per Mantova, che è cosa da non credere, perché, come si è detto, non si poteva edificare, massimamente nella città, palagi o altre cose d’importanza, se non con disegni di lui. Rifece sopra le mura vecchie la chiesa di San Benedetto di Mantova, vicino al Po, luogo grandissimo e ricco de’ monaci neri: e con suoi disegni fu abbellita tutta la chiesa di pitture e tavole bellissime. E perché erano in sommo pregio in Lombardia le cose sue, volle Gian Matteo Giberti, vescovo di quella città, che la tribuna del Duomo di Verona, come s’è detto altrove, fusse tutta dipinta dal Moro Veronese con i disegni di Giulio. Il quale fece al Duca di Ferrara molti disegni per panni d’arazzo, che furono poi condotti di seta e d’oro da maestro Niccolò e Giovan Batista Rosso fiaminghi, che ne sono fuori disegni in istampa, stati intagliati da Giovan Batista Mantovano, il quale intagliò infinite cose disegnate da Giulio e particolarmente, oltre a tre carte di battaglie intagliate da altri, un medico ch’apicca le coppette sopra le spalle a una femina, una Nostra Donna che va in Egitto, e Giuseppo ha a mano l’asino per la cavezza, et alcuni Angeli fanno piegare un dattero perché Cristo ne colga de’ frutti. Intagliò similmente il medesimo col disegno di Giulio una lupa in sul Tevere che allatta Remo e Romulo, e quattro storie di Plutone, Giove e Nettunno che si dividono per sorte il cielo, la terra et il mare. Similmente la capra Alfea che, tenuta da Melissa, nutrisce Giove. Et in una carta grande molti uomini in una prigione, con varii ornamenti, cruciati. Fu anche stampato, con invenzione di Giulio, il parlamento che fecero alle rive del fiume con l’esercito Scipione et Annibale; la natività di San Giovanni Batista intagliata da Sebastiano da Reggio, e molte altre state intagliate e stampate in Italia. In Fiandra parimente et in Francia sono state stampate infinite carte con i disegni di Giulio, delle quali, come che bellissimi sieno, non accade far memoria; come neanche di tutti i suoi disegni, avendone egli fatto, per modo di dire, le some. E basti che gli fu tanto facile ogni cosa dell’arte, e particolarmente il disegnare, che non ci è memoria di chi abbia fatto più di lui. Seppe ragionare Giulio, il quale fu molto universale, d’ogni cosa, ma sopra tutto delle medaglie, nelle quali spese assai danari e molto tempo per averne cognizione. E se bene fu adoperato quasi sempre in cose grandi, non è però che egli non mettesse anco talor mano a cose menomissime per servigio del suo signore e degl’amici, né aveva sì tosto uno aperto la bocca per aprirgli un suo concetto, che l’aveva inteso e disegnato. Fra le molte cose rare che aveva in casa sua, vi era in una tela di rensa sottile il ritratto naturale d’Alberto Duro di mano di esso Alberto, che lo mandò come altrove si è detto, a donare a Raffaello da Urbino. Il qual ritratto era cosa rara perché, essendo colorito a guazzo con molta diligenza e fatto d’acquarelli, l’aveva finito Alberto senza adoperare biacca, et in quel cambio si era servito del bianco della tela, delle fila della quale, sottilissime, aveva tanto ben fatti i peli della barba, che era cosa da non potersi imaginare, non che fare, et al lume traspareva da ogni lato. Il quale ritratto, che a Giulio era carissimo, mi mostrò egli stesso per miracolo quando, vivendo lui, andai per mie bisogne a Mantova. Morto il duca Federigo, dal quale più che non si può credere era stato amato Giulio, se ne travagliò di maniera, che si sarebbe partito di Mantova, se il cardinale fratello del Duca, a cui era rimaso il governo dello stato per essere i figliuoli di Federigo piccolissimi, non l’avesse ritenuto in quella città dove aveva moglie, figliuoli, case, villaggi e tutti altri commodi che ad agiato gentiluomo sono richiesti. E ciò fece il cardinale, oltre alle dette cagioni, per servirsi del consiglio et aiuto di Giulio in rinovare e quasi far di nuovo tutto il Duomo di quella città: a che messo mano, Giulio lo condusse assai inanzi con bellissima forma. In questo tempo Giorgio Vasari, che era amicissimo di Giulio, se bene non si conoscevano se non per fama e per lettere, nell’andare a Vinezia, fece la via per Mantova per vedere Giulio e l’opere sue. E così arrivato in quella città, andando per trovar l’amico senza essersi mai veduti, scontrandosi l’un l’altro si conobbono non altrimenti che se mille volte fussero stati insieme presenzialmente. Di che ebbe Giulio tanto contento et allegrezza, che per quattro giorni non lo staccò mai, mostrandogli tutte l’opere sue e particolarmente tutte le piante degli edifizii antichi di Roma, di Napoli, di Pozzuolo, di Campagna e di tutte l’altre migliori antichità di che si ha memoria, disegnate parte da lui e parte da altri. Di poi, aperto un grandissimo armario, gli mostrò le piante di tutti gl’edifizii che erano stati fatti con suoi disegni et ordine, non solo in Mantova et in Roma, ma per tutta la Lombardia, e tanto belli, che io per me non credo che si possano vedere né le più nuove, né le più belle fantasie di fabbriche, né meglio accommodate. Dimandando poi il cardinale a Giorgio quello che gli paresse dell’opere di Giulio, gli rispose (esso Giulio presente) che elle erano tali, che ad ogni canto di quella città meritava che fusse posta la statua di lui e che, per averla egli rinovata, la metà di quello stato non sarebbe stata bastante a rimunerar le fatiche e virtù di Giulio. A che rispose il cardinale Giulio essere più padrone di quello stato che non era egli. E perché era Giulio amorevolissimo e specialmente degli amici, non è alcuno segno d’amore e di carezze che Giorgio non ricevesse da lui. Il qual Vasari partito di Mantova et andato a Vinezia e di là tornato a Roma, in quel tempo a punto che Michelagnolo aveva scoperto nella cappella il suo Giudizio mandò a Giulio, per Messer Nino Nini da Cortona, segretario del detto cardinale di Mantova, tre carte de’ sette peccati mortali ritratti dal detto Giudizio di Michelagnolo, che a Giulio furono oltre modo carissimi, sì per essere quello ch’egli erano, e sì perché, avendo allora a fare al cardinale una cappella in palazzo, ciò fu un destargli l’animo a maggior cose che quelle non erano che aveva in pensiero. Mettendo dunque ogni estrema diligenza in fare un cartone bellissimo, vi fece dentro con bel capriccio quando Pietro et Andrea chiamati da Cristo lasciano le reti per seguitarlo, e di pescatori di pesci divenire pescatori d’uomini. Il quale cartone, che riuscì il più bello che mai avesse fatto Giulio, fu poi messo in opera da Fermo Guisoni, pittore e creato di Giulio, oggi eccellente maestro. Essendo non molto dopo i soprastanti della fabbrica di San Petronio di Bologna desiderosi di dar principio alla facciata dinanzi di quella chiesa, con grandissima fatica vi condussono Giulio in compagnia d’uno architetto milanese, chiamato Tofano Lombardino, uomo allora molto stimato in Lombardia per molte fabbriche che si vedevano di sua mano. Costoro dunque avendo fatti più disegni, et essendosi quegli di Baldassarre Peruzzi sanese perduti, fu sì bello e bene ordinato uno che fra gli altri ne fece Giulio, che meritò riceverne da quel popolo lode grandissima e con liberalissimi doni esser riconosciuto nel suo ritornarsene a Mantova. Intanto, essendo di que’ giorni morto Antonio Sangallo in Roma, e rimasi perciò in non piccolo travaglio i deputati della fabbrica di San Piero, non sapendo essi a cui voltarsi per dargli carico di dovere con l’ordine cominciato condurre sì gran fabbrica a fine, pensarono niuno potere esser più atto a ciò che Giulio Romano, del quale sapevano tutti quanta l’eccellenza fusse et il valore; e così avisando che dovesse tal carico accettare più che volentieri per rimpatriarsi onoratamente e con grossa provisione, lo feciono tentare per mezzo d’alcuni amici suoi, ma invano, però che, se bene di bonissima voglia sarebbe andato, due cose lo ritennero: il cardinale che per niun modo volle che si partissi, e la moglie con gl’amici e parenti, che per tutte le vie lo sconfortarono. Ma non avrebbe per avventura potuto in lui niuna di queste due cose, se non si fusse in quel tempo trovato non molto ben sano, per che, considerando egli di quanto onore et utile sarebbe potuto essere a sé et a’ suoi figliuoli accettar sì onorato partito, era del tutto volto, quando cominciò a ire peggiorando del male, a voler fare ogni sforzo che il ciò fare non gli fusse dal cardinale impedito. Ma perché era di sopra stabilito che non andasse più a Roma e che quello fusse l’ultimo termine della sua vita, fra il dispiacere et il male si morì in pochi giorni in Mantova, la quale poteva pur concedergli che, come aveva abbellita lei, così ornasse et onorasse la sua patria Roma. Morì Giulio d’anni cinquantaquattro, lasciando un solo figliuol maschio, al quale, per la memoria che teneva del suo maestro, aveva posto nome Raffaello. Il qual giovinetto, avendo affatica appreso i primi principii dell’arte con speranza di dovere riuscir valent’uomo, si morì anch’egli, non dopo molti anni, insieme con sua madre, moglie di Giulio. Onde non rimase di lui altri che una figliuola chiamata Virginia, che ancor vive in Mantova, maritata a Ercole Malatesta. A Giulio, il quale infinitamente dolse a chiunque lo conobbe, fu dato sepoltura in San Barnaba con proposito di fargli qualche onorata memoria. Ma i figliuoli e la moglie, mandando la cosa d’oggi in domani, sono anch’eglino per lo più mancati senza farne altro. E pure è stato un peccato che di quell’uomo, che tanto onorò quella città, non è stato chi n’abbi tenuto conto nessuno, salvo coloro che se ne servivano, i quali se ne sono spesso ricordati ne’ bisogni loro. Ma la propria virtù sua, che tanto l’onorò in vita, gli ha fatto mediante l’opere sue eterna sepoltura doppo la morte, che né il tempo, né gl’anni consumeranno. Fu Giulio di statura né grande né piccolo, più presto compresso che leggeri di carne, di pel nero, di bella faccia, con occhio nero et allegro, amorevolissimo, costumato in tutte le sue azzioni, parco nel mangiare e vago di vestire e vivere onoratamente. Ebbe discepoli assai, ma i migliori furono Gian dal Lione, Raffaello da Colle Borghese, Benedetto Pagni da Pescia, Figurino da Faenza, Rinaldo e Giovanbatista Mantovani, e Fermo Guisoni, che si sta in Mantova e gli fa onore, essendo pittore eccellente, sì come ha fatto ancora Benedetto, il quale ha molte cose lavorato in Pescia sua patria, e del Duomo di Pisa una tavola che è nell’Opera, e parimente un quadro di Nostra Donna con bella e gentile poesia, avendo in quello fatta una Fiorenza che le presenta le dignità di casa Medici. Il qual quadro è oggi appresso il signor Mondragone spagnuolo, favoritissimo dell’illustrissimo signor principe di Fiorenza. Morì Giulio l’anno 1546, il giorno di tutti i Santi. E sopra la sua sepoltura fu posto questo epitaffio:

Romanus moriens secum tres Iulius arteis abstulit (haud mirum) quatuor unus erat.