Lettera a M.r Guill... su la sua incompetenza a giudicare i poeti italiani

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Ugo Foscolo

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LETTERA


A MONSIEUR GUILL...


SU LA SUA INCOMPETENZA


A GIUDICARE


I POETI ITALIANI1


Falsus honor juvat —
Quem? . . .
Hor.


Signore.

Gli articoli sottoscritti da lei nel giornale italiano sono dotati di tanta acutezza, di tanto brio, di tanta opportunità d’erudizione e dignità [p. 38 modifica]di censura, ch’io, non conoscendo i libri da lei criticati, la tenni per l’ingegno più elegante fra quanti mai scesero d’oltremonte riformatori delle nostre gazzette. Solo mi dava a pensare l’osservazione di Lorenzo Sterne: a frenchman, whatever be his talents, has no sort of prudery in schewing them: onde io temeva ch’ella per impazienza di sfoggiare l’ingegno e la dottrina che l’adornano sentenziando gli scrittori italiani, non aspettasse il tempo necessario ad apprendere la loro lingua. Temeva: ma ohime! lessi l’articolo sui Sepolcri, e il dubbio, pur troppo, s’è convertito in certezza. Vero è che il cav. Bettinelli scrisse: L’autore de’ Sepolcri ha troppo ingegno per me; e quindi ho dovuto leggerlo e rileggerlo con applicazione, perch’ei si leva a un’alta sfera di grandi pensieri e di frasi tutte sue. Vincenzo Monti, passato per Mantova, me li rilesse; entusiasta ne’ più bei passi, e profondo scrutatore di tante bellezze, assentiva alle mie osservazioni sull’oscurità. Non è dunque lieve sforzo d’ingegno se d’una poesia difficile anche a tali maestri ella abbia indovinato alcuni passi: ma indovinare per giudicare? — Però l’amor [p. 39 modifica]delle lettere mi conforta a mandarle il suo articolo con alcune postille, ond’ella s’accorga d’aver censurato, ma non inteso il poema, e si persuada quindi allo studio della nostra lingua. E allora — allora ch’ella per alcuni anni avrà coltivati i nostri poeti — oh come la critica d’un tanto Aristarco guiderà al vero ed al bello gl’ingegni cari alle Muse!





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sul

CARME DEI SEPOLCRI

Articolo estratto dal giornale italiano N.º 173
22 Giugno 1807.




Cominceremo dal rallegrarci col sig. Foscolo, per non aver egli imitato Socrate, e Diogene nella loro indifferenza, e nel loro disprezzo per le sepolture. Ei non pensa col primo, che sia eguale d’esser gettato al letamaio, o rispettosamente deposto nella tomba; e molto men col secondo, che sia gradevole l’esser divorato dai cani, dagli avoltoi, o l’essere decomposto dal sole, e dalla pioggia. Si vede che il nostro poeta è realmente persuaso che il sonno della morte

“è men duro
     «All’ombra de’ cipressi, e dentro l’urne
     «Confortate di pianto”

Ei vorrebbe ancora che dopo la di lui morte, si mettesse sulla sua tomba2 un sasso che [p. 41 modifica]distingua le sue» dalle infinite

«Ossa che in terra, e in mar semina morte.»

Non credendo esser3 come l’uomo indegno d’esser compianto dopo la sua vita, e di cui dice:

«Sol chi non lascia eredità d’affetti
«Poca gioia ha dell’urna;»

Ei non vuol abbandonare «la sua polve

«Alle ortiche di deserta gleba
«Ove nè donna innamorata preghi,
« Nè passeggier solingo oda il sospiro
« Che dal tumulo a noi manda natura. »

Esprimendo sopra un soggetto così lugubre qualche pensiero, che ha di comune con Hervey4, egli desidererebbe che i cimiteri non fossero rilegati fuor dei guardi pietosi; e si duole [p. 42 modifica]di quella nuova legge che li getta fuori dalle città, ed alla quale rimprovera di contendere il nome ai morti. Il poeta è ingiusto, perocchè è permesso di porre inscrizioni, ed epitaffi sui sepolcri; ma è peraltro rispettabile cotesta ingiustizia, poichè essa proviene dal vivo dolore ch’ei prova, perchè il luogo, ove riposano le ceneri di Parini, non è distinto da alcun segno onorifico di simil genere. Da ciò prendendo occasione di trasformare in satira il suo5 canto elegiaco, si mette a riprendere con acrimonia i compatriotti di Parini, che non curarono i preziosi avanzi di quel poeta i di cui canti

«Il lombardo pungean Sardanapalo
«Cui solo è dolce il muggito de’ buoi
«Che dagli antri Abduani e dal Ticino
«Lo fan d’ozi beato e di vivande»
     . . . . . . . . . .
«... a lui (Parini) non ombra pose
«Tra le sue mura la città, lasciva

[p. 43 modifica]

«D’evirati cantori allettatrice,
«Non pietra, non parola; e forse l’ossa
«Col mozzo capo gl’insanguina il ladro
«Che lasciò sul patibolo i delitti».

Oltre all’esser ciò sommamente duro, e amaro6 non è nemmeno esatto. Noi non crediamo esservi in Lombardia un Sardanapalo. Che se alcuno meritasse tal nome per esser beato d’ozi e di vivande, vi sarebbero dei Sardanapali in tutte le parti della terra7, a Zante non meno che a Milano. Da qualche anno in qua non è da rimproverarsi a questa città il torto d’essere d’evirati cantori allattatrice8. L’immagine poi della testa insanguinata di un ladro giustiziato, è troppo stentata, troppo ispida, e di gusto troppo cattivo, per poter scusarla col quidlibet audendi d’Orazio9. [p. 44 modifica]Essa ripugna, principalmente in un poema, che non deve respirar altro che una dolce, religiosa e consolante malinconia10. Non c’è alcuno fra i poeti, che hanno parlato di sepolcri, che abbia usato un’immagine sì disgustosa. La loro sensibilità era sempre accompagnata dalla sana e verace filosofia. In quei cimiteri ove senza distinzione son riuniti gli avanzi dell’umanità, Virgilio non vedeva nulla di più contrastante che i nemici che la morte aveva riconciliati:

Hic, motus animorum, atque haec certamina tanta
Pulveris exigui jactu compressa quiescit11.

Ed è su tal soggetto che Hervey esclamava:

. [p. 45 modifica]«Perchè non vedesi regnar tra i viventi quella unione, quella pace, che regnano nella società de’ morti?12».

Orazio senza dare uno sguardo penoso ai vizi di coloro ch’erano vissuti, e le ceneri dei quali trovavansi necessariamente confuse con quelle degli uomini dabbene, contentavasi di dire:

Mixta senum ac juvenum densantur funera. Questa sì, è vera filosofia, e forse anche vera sensibilità13; l’affettazione d’una selvaggia misantropia, è ben lontana dall’una, e dall’altra. L’autore la spinge fino a chiamar gli uomini Umane belve14, al tempo istesso ch’ei parla [p. 46 modifica]delle più incontestabili prove di sensibilità, ch’essi abbiano mai date nel costruire sepolcri,

«Dal dì che nozze e tribunali ed are
«Dier alle umane belve esser pietose
«Di sè stesse e d’altrui, toglieano i vivi
«All’etere maligno cd alle fere
«1 miserandi avanzi che natura
«Con veci eterne a sensi altri destina».

Dopo questi collerici ghiribizzi15 contro la specie umana, il nostro poeta espone benissimo i vantaggi, che recarono i sepolcri ai viventi, e i religiosi ed utili atti dei quali furono l’occasione o l’oggetto.

«A egregie cose il forte animo accendono
«L’urne de’forti..... e bella
«E santa fanno al peregrin la terra
«Che le ricetta».

Ed eccolo in quella chiesa fiorentina ove [p. 47 modifica]sono i mausolei di N. Machiavelli, di Michel-Angelo, di Galileo, ec. E l’urna d’Alfieri riceve i suoi più teneri, e rispettosi omaggi. Quindi ad un tratto ritrocede fino ai sepolcri degli ateniesi nel campo di Maratona, ove aggiungendo le proprie finzioni alle favolose tradizioni che ci lasciò Pausania su questo Ceramico, ei vi ode non solo i nitriti dei cavalli, ma ancora delle Parche il Canto. Questa è forse la prima volta che si sono intese cantar le Parche16 Ritrocedendo sempre rapidamente, ei s’inoltra nei tempi favolosi della Grecia. Egli è alla tomba d’Achille e di Patroclo; quindi passa a quella d’Aiace al promontorio Retéo, poi nella [p. 48 modifica]Troade al sepolcro d’ilo, antico Dardanide17. Young, Hervey, Gray, non fecer tanti viaggi18; essi si contentarono di meditar sui sepolcri, ch’essi medesimi ed i loro compatriotti avean sotto gli occhi; e disser cose più commoventi, e molto più consolanti, perocchè tutti i loro canti sono rallegrati della speranza della futura risurrezione della quale il sig. F. non dice cosa alcuna. Finalmente dopo aver parlato della morte d’Elettra, e delle funebri predizioni di Cassandra, ei si ferma alla tomba dei Greci che son periti innanzi a Troia, e prende piacere a vedervi Omero19 che [p. 49 modifica]

     «Placando quelle afflitte alme col canto,
     «I Prenci Argivi eternerà per quante
     «Abbraccia terre il gran padre Oceàno.»

E termina così;

     «E tu onore di pianti, Ettore, avrai
     «Ove fia santo e lacrimato il sangue
     «Per la patria versalo, e finchè il Sole
     «Risplenderà su le sciagure umane».

Sembraci che sia questo un fine ben brusco in un’opera di sentimento. Si direbbe che un simil soggetto avesse troppo stancata la lira del poeta, per poter avanzar di più20. L’andamento del suo poema era già diventato penoso quando la sensibilità non animava più la sua musa; e dessa aveva già cessato di spargere le sue bellezze nei di lui versi, allorchè egli dai sepolcri presenti si era trasportato a quelli dei tempi eroici della Grecia. Questa transizione l’ha condotto a dei dettagli d’erudizione; ora l’erudizione inaridisce il sentimento; e quindi ne viene che questa seconda parte della sua elegia, che ha una certa disparità colla prima, interessa molto meno la nostra anima, e convien molto meno a quella [p. 50 modifica]dolce voluttà ch’essa trova ad intenerirsi sulle ceneri dei nostri simili.

Alcuni severi censori hanno accusato l’autore d’aver fatto entrare nella composizion dei suoi versi quella sorte d’asprezza che regna nella maggior parte de’ suoi sentimenti, e dei suoi pensieri. Certo che coi distinti talenti onde egli è ampiamente fornito, avrebbe potuto render più dolce la sua versificazione; ma egli, senza fallo, ha creduto che il suo stile poetico aver dovesse una fisonomia analoga ai suoi pensieri. Sembra che abbia temuto di esprimerli troppo mollemente, adoperando un linguaggio più grato agli orecchi delicati. Ma finalmente ogni scrittore d’un certo merito, ha uno stile suo proprio, come ogni uomo degno di tal nome ha il suo carattere particolare; e siccome egli è sol proprio dei vili il non avere un carattere deciso, così è proprio soltanto degli spiriti mediocri il non usar che il linguaggio del volgo.

Guill...


Ella vede dalle mie note quanto ha sbagliato su’ passi da lei citati, molto più dunque su la tessitura la quale dipende dalle transizioni. E le transizioni sono ardue sempre a chi scrive, e sovente a chi legge; specialmente in una [p. 51 modifica]poesia lirica, e d’un autore che, non so se per virtù o per vizio, transvolat in medio posita, ed afferrando le idee cardinali, lascia a’ lettori la compiacenza e la noia di desumere le intermedie. Ma chi traintende le parole che hanno significato certo in sè stesse, come mai potrà cogliere le transizioni formale da tenuissime modificazioni di lingua e da particelle che acquistano senso e vita diversa secondo gli accidenti, il tempo, il luogo in cui son collocate? Nè ella dannerebbe la disparità di colorito nel poema, s’ella potesse discernere le mezze tinte che guidano riposatamente da un principio affettuoso ad una fine veemente. Però l’estratto ch’ella ne fa non è, nè poteva essere esatto. Piacciale dunque di leggerlo com’io lo darò, acciocch’ella possa conoscere, se non altro, lo scheletro d’un componimento reputalo non indegno delle sue censure.

L’estratto mostrerà come questo componimento, spogliato che sia delle immagini dello stile e degli affetti, rimanga senza un’unica idea nuova. Ma il numero delle idee è determinato; la loro combinazione è infinita: e chi meglio combina meglio scrive. Ricchissima sorgente di combinazioni era a’ poeti greci e latini l’applicazione delle storie e delle favole alla [p. 52 modifica]morale. Chi non sa che gli uomini egregi sono malignati in vita e celebrati dopo la morte? Ma Orazio applicò a questa sentenza le tradizioni di Romolo, di Bacco, de’ Tindaridi, e d’Ercole:

Romulus et Liber pater, et cum Castore Pollux
Post ingentia facta Deorum in templa recepti.
Dum terras hominumque colunt genus, aspera bella
Componunt, agros assignant, oppida condunt,
Ploravere suis non respondere favorem
Speratum meritis. Diram qui contudit hydram
Notaque fatali portenta labore subegit
Comperit invidiam supremo fine domari.
Urit enim fulgore suo qui praegravat artes
Infra se positas; extinctus amabitur idem.

L’autore de’ Sepolcri volendo consolare con la stessa sentenza non l’ambizione d’un principe poco amato, ma la virtù mal rimeritata, dovea procacciarsi immagini meno magnifiche, e più passionate; onde si valse della tradizione delle armi d’Achille, le quali, carpite alla virtù d’Aiace dalla fraude d’Ulisse furono per un naufragio portate dal mare sul tumulo dell’eroe che le meritava:

E se il piloto ti dirizzò l’antenna
Oltre l’isole Egée, d’antichi fatti
Certo udisti suonar dell’Ellesponto
I liti, e la marea mugghiar portando
Alle prode Retée l’armi d’Achille

[p. 53 modifica]

Sovra l’ossa d’Aiace. A’ generosi
Giusta di glorie dispensiera è Morte.
Nè senno astuto, nè favor di regi
All’Itaco le spoglie ardue serbava,
Chè alla poppa raminga le ritolse
L’onda incitata dagli inferni Dei.

Così la fantasia del lettore corre a secoli dimenticati; si compiace dell’entusiasmo poetico che trae il mare e l’inferno alla vendetta dell’ingiustizia; e vede la verità che non parla ma opera. E perchè il sentimento com’ella dice non s’inaridisse, l’autore non doveva scansare i dettagli d’erudizione, bensì usarne meglio; non seppe: e però prega i censori d’insegnargli non ch’ei deve far meglio — e’ lo sa — ma se si possa, e come.

Eccole l’estratto.

I monumenti inutili a’ morti giovano a’vivi perchè destano affetti virtuosi lasciati in eredità dalle persone dabbene: solo i malvagi, che si sentono immeritevoli di memoria, non la curano; a torto dunque la legge accomuna le sepolture de’ tristi e dei buoni, degl’illustri e degli infami.

Istituzione delle sepolture nata col patto sociale. Religione per gli estinti derivata dalle virtù domestiche. Mausolei eretti dall’amor [p. 54 modifica]della patria agli eroi. Morbi e superstizioni de’ sepolcri promiscui nelle chiese cattoliche. Usi funebri de’ popoli celebri. Inutilità de’ momunenti alle nazioni corrotte e vili.

Le reliquie degli eroi destano a nobili imprese, e nobilitano le città che le raccolgono: esortazioni agl’italiani di venerare i sepolcri de’ loro illustri concittadini; que’ monumenti ispireranno l’emulazione agli studi e l’amor della patria, come le tombe di Maratona nutriano ne’ Greci l’abborrimento a’ Barbari.

Anche i luoghi ov’erano le tombe de grandi, sebbene non vi rimanga vestigio, in fiammano la mente de’ generosi. Quantunque gli uomini d egregia virtù sieno perseguitati vivendo, e il tempo distrugga i lor monumenti, la memoria delle virtù e de’ monumenti vive immortale negli scrittori, e si rianima negl’ingegni che coltivano le muse. Testimonio il sepolcro d’Ilo, scoperto dopo tante età da’ viaggiatori che l’amor delle lettere trasse a peregrinar alla Troade; sepolcro privilegiato dai fati perchè protesse il corpo d’Elettra da cui nacquero i Dardanidi autori dell’origine di Roma, e della prosapia de’ Cesari signori del mondo. L’autore chiude con un episodio sopra questo sepolcro: [p. 55 modifica]

Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
Cenere d’Ilo; ivi l’Iliache donne
Sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
Da’ lor mariti l’imminente fato;
Ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
Le fea parlar di Troia il dì mortale,
Venne; e all’ombre cantò carme amoroso,
E guidava i nepoti, e l’amoroso
Apprendeva lamento a’giovinetti;
E dicea sospirando: Oh se mai d’Argo,
Ove al Tidide e di Laérte figlio
Pascerete i cavalli, a voi permetta
Ritorno il ciclo, invan la patria vostra
Cercherete! Le mura opra di Febo
Sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
In queste tombe; chè de’ Numi è dono
Servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi, che le nuore
Piantan di Priamo, e crescerete, ahi! presto
Di vedovili lacrime innaffiati,
Proteggete i miei padri: e chi la scure
Asterrà pio dalle devote frondi
Men si dorrà di consanguinei lutti
E santamente toccherà l’altare:
Proteggete i miei padri. Un dì vedrete
Mendico un cieco errar sotto le vostre

[p. 56 modifica]

Antichissime ombre, e brancolando
Penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
E interrogarle. Gemeranno gli antri
Secreti; e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volle e due risorto
Splendidamente su le mute vie
Per far più bello l’ultimo trofeo
Ai fatali Pelidi. Il sacro vate,
Placando quelle afflitte alme col canto,
1tprenci Argivi eternerà per quante
Abbraccia terre il gran padre Oceano.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai
Ove fia santo e lacrimato il sangue
Per la patria versato, e finche il Sole
Risplcnderà su le sciagure umane.

Recito intero quest’ultimo squarcio dannato da lei come arido di sentimento perchè a me anzi pare, non che il soggetto abbia stancata la lira del poeta, ma ch’egli abbia sin da principio temperate le forze per valersene pienamente in questo luogo. Per persuaderci delle sue sentenze su la santità e la gloria de’ sepolcri, ei ci presenta un monumento che superò l’ingiurie di tanti secoli. Le troiane che pregano scapigliate sul mausoleo de’ primi principi d’Ilio, onde allontanare dalla lor patria e da loro congiunti le imminenti calamità — la vergine Cassandra [p. 57 modifica]che guida i nipoti giovanetti a piangere su le ceneri de’ loro antenati — che li consola dell’esilio e della povertà decretata da’ fati, profetando che la gloria de’ Dardanidi risplenderà sempre in quelle tombe — la preghiera alle palme e a’ cipressi piantati su quel sepolcro dalle nuore di Priamo, e cresciuti per le lagrime di tante vedove — la benedizione a chi non troncherà quelle piante sotto l’ombra delle quali Omero cieco e mendico andrà un giorno vagando per penetrar negli avelli ed interrogare gli spettri de’ Re Troiani su la caduta d’ilio onde celebrar le vittorie de’ suoi concittadini — gli spettri che con pietoso furore si dolgono che la lor patria sia due volte risorta dalle prime rovine per far più splendida la vendetta de Greci, e la gloria della schiatta di Peleo alla quale era riserbato l’ultimo eccidio di Troia — Omero che mentre tramanda i fasti de vincitori, placa pietosamente col suo canto anche l’ombre infelici de’ vinti — tanti personaggi, tante passioni, tanti atteggiamenti e tutti raccolti intorno a un solo sepolcro sembrano a lei senz’anima e senza invenzione? E la fine, la fine sopra tutto sente di languore? Questo squarcio è un vaticinio di una principessa di sangue troiano, sorella d’Ettore, e sciagurata per le sventure [p. 58 modifica]che prevedeva. Non può dissimulare la gloria de’ distruttori della sua famiglia, ma ella cerca alcuna consolazione vaticinando per l’infelice valore d’Ettore una gloria più modesta e più santa; non d’un principe conquistatore, ma d’un guerriero caduto difendendo la patria. Nelle ultime parole di Cassandra:

                    E finchè il Sole
Risplenderà su le sciagure umane

l’autore s’è studiato di raccorre tutti i sentimenti d’una vergine profetessa che si rassegna alla fatale ed inevitabile infelicità de mortali, che la compiange negli altri perchè sente tutto il dolore della sua propria, e che prevedendola perpetua su la terra la assegna per termine alla fama del più nobile e del men fortunato di tutti gli eroi. Ove l’autore avesse mirato al patetico avrebbe amplificati questi affetti; mirava invece al sublime, e li ha concentrati21: e credendo a Longino non tentò più melodia ne’ suoi versi22. Se non che forse ei non ha conseguito se non se la severità e l’oscurità, compagne talor del sublime. [p. 59 modifica]

Che se fra peccati di questo carme gl’italiani non trovano nè aridità di sentimento, nè stanchezza di fantasia, cosa s’ha egli a pensare di lei? o ch’ella ha inteso senza sentire — o che ha censurato senza intendere. Non le appongo la prima colpa, perch’ella non ha dato ancor prove di fibra cornea: bensì la tengo per convinto di studio immaturo della nostra lingua: e a lei non resta che il merito di una nobile confessione, di cui nè Plutarco nè Dionisio Longino arrossirono, il primo nel paralello di Demostene e di Cicerone non s’attenta a paragonare la loro eloquenza; l’altro nel Trattato del sublime23 si reputa incompetente a tanto giudizio; eleggendo quei due magnanimi, sebben versatissimi nella romana letteratura, di apparire men dotti per non farsi sospettare impudenti.

Poiché io pubblico questa lettera io voleva soddisfare al debito che ha ogni scrittore di rivolgere ciò che stampa a qualche pubblica utilità, enti accingeva a parlare sulle cause e gli effetti morali dell’articolo a cui ho ardito rispondere, ed a compiangere seco lei la mendicità, la sguaiataggine e la schiavitù de’ nostri giornali. Ma presso lo stampatore di quest’opuscolo trovo pronto a pubblicarsi un [p. 60 modifica]volume di versioni dal greco, e nel proemio queste sentenze. —

„Ai danni che si producono dal non sapere degli Scrittori, un altro poi se ne aggiunge, e gravissimo; quello cioè delle insane decisioni che tutto dì si pronunziano intorno alle opere letterarie. E in questa parte, più assai che col sottrarre la debita lode agli esimi, si suole generalmente commetter gran fallo col celebrare i mediocri e gl’infimi, e col mettere alto quanto le stelle i deliri de le fantasie più sfrenate, o più deboli con tanta pompa di elogi, con quanta non si applaudirebbe ai voli delle menti più vigorose e più caste. E l’arroganza di questi giudizi ci viene per lo più da tali uomini, che o poco o nulla s’intendono di quelle cose, su le quali con usurpata autorità si accostano a dar sentenza, quand’essi pure non siano sospinti a ciò dalla cieca passione, o da la abitudine, o forse ancor da gli sproni di una turpe venalità. Intanto è loro mercè se quei giovani, i quali o non sanno o non si ardiscono ancora di giudicar per se soli, perdono ogni norma sicura per discernere il vero bello dal falso, e se gli scrittori più dispregevoli, stoltamente adulati, si affezionano vie [p. 61 modifica]maggiormente ai loro vizi, e li tengono per virtù. D’altra parte alcuni di quelli, che pur sono in via di buoni progressi sedotti da coteste lusinghe, e meno solleciti del suffragio dei pochi saggi e dell’immortalità del nome, che dei passeggeri e popolari applausi, si distolgono dal retto cammino e corrono ad ingrossare la folla degli scrittori ampollosi e scorretti. Mentre parecchi, dei valorosi giustamente offesi del sentirsi anteporre, od equiparare i più imbelli, s’intepidiscono nell’amor de lo scrivere, e del tutto volentieri se ne allontanano. Nella qual cosa essi imitano l’esempio di Achille, il quale non veggendosi onorato quanto gli pareva che si competesse a la sua virtù, volle fuggire ogni occasione di mostrarla; e perciò ritraendosi co’ suoi più cari a le navi, nel suo segreto l’ire addolciva; rimirando le disciplinate schiere dei Greci fuggir taciturne dinanzi alla vociferante e disordinala turba dei Barbari — .„

Il professore, Lamberti, elegantissimo autore delle versioni, pensò quello che io penso, e lo dice meglio ch’io non so. L’ho trascritto per presentarle con la mia lettera alcuna cosa degna di lei.

Onde finirò deplorando la dignità d’un uomo suo pari costretto, pour donner le ton aux [p. 62 modifica]juornalistes, a scrivere di ciò che non sa; costretto, per l’amore di noi studenti, ad affrontare la taccia, per non dir altro, di accattabrighe; costretto infine — e qui sa il cielo s’io m’investo di tutta l’angoscia del suo cuore paterno — costretto a far tradurre, e senza poter correggere i barbarismi de’ traduttori, i suoi bei parti francesi nel bastardo italiano d’una gazzetta che senza stile giudica dello stile. Ma così va il mondo, monsieur Guill...! la colpa è d’altri, pur troppo, e noi n’abbiam l’onta e la pena: ella parlando di ciò che non intende; io rispondendo a chi non può intendermi.


Brescia 26 Giugno 1807.


ugo foscolo


Note

  1. Questa lettera (come fu già scritto) potrebbe anche oggidì ricevere qualche nuovo indirizzo nel bel paese o fuori, all’uscire di qualche nuovo giudizio sul merito di chi la dettò: e giacchè la maggior parte de’ giudizi che anche con penna dottissima ed esercitatissima si danno tuttavia in molte parti del mondo letterario sono giudizi da monsieur, si dubita se al Foscolo, che non ne ha punto l’aria, possa toccarne uno conveniente. E giova credere che tanto i letterati come gli scrittori de’ giornali saranno ben cauti nel pronunciare sentenza sopra di lui, ove considerino che quando si pose e in Italia e in Inghilterra a scrivere de’ giornali andò del paro co’ mi- migliori giornalisti particolarmente di quella nazione, che è quanto dire si allontanò più che mai dalle idee e dallo stile di un monsieur.
  2. “Qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso
    “Che distingua le mie dalle infinite
    “Ossa che in terra e in mar semina morte?


    S’ella avesse concepita la forza di questa frase, io non le desterei il rimorso d’aver calunniato d’arroganza l’autore, che nè qui, nè mai chiede un sasso distinto per se.
  3. Nè qui l’autore parla di sè:

    « Sol chi non lascia eredità d’affetti
    « Poca gioia ha dell’urna; e se pur mira
    « Dopo l’esequie, errar vede il suo spirto
    « Fra ’l compianto de’ templi Acherontei,
    « O ricovrarsi sotto le grandi ale
    « Del perdono d’Iddio; ma la sua polve
    « Lascia alle ortiche di deserta gleba
    « Ove nè donna innamorata preghi
    « Nè passeggier solingo oda il sospiro
    «Che dal tumulo a noi manda natura.

  4. Sarò obbligatissimo al sig. Guill... se m’indicherà i passi che l’autore ha di comune con Hervey, perch’io men acuto non seppi osservarli.
  5. S’ella prende per elegia una poesia lirica, la colpa non è dell’autore: nè Pindaro, perchè spesso pianga, o sferzi, sarà men lirico. E se in questi versi citati vi è satira nel pensiero, che trova ella di satirico nello stile? non tanto le cose, quanto i modi di esporle distinguono i generi di poesia: precetto non ignoto a lei uomo dottissimo, ma per l’inesperienza della nostra lingua non applicato a questo passo.
  6. Il Parini punge i nobili oziosi: se il Parini li ha emendati, l’autore è colpevole perchè siegue a pungerli.
  7. Pungeteli da per tutto.
  8. Non li alletta, perchè da qualche anno in qua gli evirati sono invecchiati. Nè tutti i cantori evirati denno ringraziare il norcino: la validità e la paura castrano l’ingegno e il cuore di molti altri; e la castrazione aiuta a ingrassare. Non è egli vero, monsieur Guill... ?
  9. Il Parini giace in uno de’ cimiteri nei quali si portano anche i cadaveri de’ giustiziati. — Ma la morte riconcilia tutti — No; la morte annienta ne’ sepolti il senso della virtù e de’ delitti. Ma i vivi che hanno anima e patria non si riconciliano mai col teschio di un malfattore che insanguina le reliquie, d’un nomo d’altissima mente e di santi costumi. Se non che forse la patria e l’anima non hanno a che fare ne’ giornali.
  10. Alla p. 48 not. 2 si vedrà quali fallimenti questo poema deve respirare.
  11. Questi versi hanno a che fare co’ morti come Virgilio ha a che fare con lei. Ella gli scrive come li trovò citati dal traduttore francese d’Hervey nel primo sermone. Li rilegga col contesto nelle Georgiche, lib. iv, vers. 86. Virgilio raccomanda al colono di dividere le api combattenti gittando nella mischia un pugno di polvere: così questi sdegni e queste battaglie represse da un po’di polvere si calmeranno. — Scriva Hi motus; non Hic motus; e quiescent non quiescit — perchè regalerebbe due solecismi a Virgilio che regala dei versi bellissimi a chi gl’intende.
  12. Il senso comune risponde: I morti si stanno in pace perchè son morti, e i vivi si fanno guerra perchè son vivi. Che se il buon pastore di Biddeford fosse disceso a visitar que’ cadaveri non li avrebbe per avventura trovati in tanta concordia. Milioni di esseri riprodotti dalle reliquie umane adempiono la legge universale della natura di distruggersi per riprodursi.
  13. Peccato che anche qui Latourneur non segni il luogo del verso ch’ei cita appiè della pagina terza d’Hervey! che ella non avrebbe fatto bello Orazio della vera filosofia e della vera sensibilità tutta propria de’ moderni scrittori. Non pareva ad Orazio che le ceneri de’tristi e de’ buoni fossero necessariamente confuse, bensì che la morte non perdonasse, ne a‘ vecchi nè a‘ giovani: il verso è nel lib. I, oda 28, ov’ella vedrà che funus non vuol dir cinis.
  14. Umane belve: prima del patto sociale gli uomini vivevano nello stato ferino; espressione disappassionala il G.B. Vico, e di tuttii gli scrittori di jus naturale. E s’ella, monsieur Guill..., volesse recare le sue cognizioni a quei selvaggi che non hanno nè are, nè connubii, nè leggi, s’accorgerebbe s’ei sono belve.
  15. È dunque ghiribizzo il dire che il patto sociale ammansò il genere umano; che la sepoltura sottrasse i morti dalle fiere, e i vivi dal contagio; e che gli avanzi dell’uomo si riproducono con altra vita e sott’altre forme? Ella non ha capilo nè una sola parola.
  16. L’autore incolpato d’oscurità rispose: Doversi l’oscurità apporre parte a chi legge, e parte a chi scrive; però egli si pigliava la metà della colpa. Ma sapendo che l’ignoranza non vuole arrendersi colpevole in nulla, tentò di provvederle con alcune note, e citò a pag. 26 questo verso

    Veridicos Parcae coeperut edere cantus.

    Catullo epital: di Tetide ver. 306.

    Ed avrebbe anche citalo Tibullo, Platone, ed Omero s’ei non avesse ba iato più alla intelligenza del passo che alla boria d’erudizione. Ma che dirò io di quest’accusa? Ch’ella non sa di latino? sarei maligno, perch’io la crederei impostore. — Ch’ella dissimula la nota? sarei più maligno, perchè la crederei calunniatore. — Ch’ella non ha letto tutto il libro? mi appiglio a questa congettura come la più discreta; ed è convalidata dall’argomento che chi giudica senza intendere può anche giudicar senza leggere.

  17. Ma nel carme non si parla della tomba d’Achille nè di Patroclo; bensì in una nota per incidenza.
  18. Per censurare i mezzi d’un libro bisogna saperne lo scopo. Young ed Hervey meditarono sui sepolcri da cristiani: i lor libri hanno per iscopo la rassegnazione alla morte e il conforto d’un’altra vita; ed a’ predicatori protestanti bastavano le tombe de’ protestanti. Gray scrisse da filosofo: la sua elegia ha per iscopo di persuadere l’oscurità dilla vita, e la tranquillità della morte; quindi gli basta un cimiterio campestre. L’autore considera i sepolcri politicamente, ed ha per iscopo di animare l’emulazione politica degl’italiani con gli esempi delle nazioni che onorano la memoria e i sepolcri degli uomini grandi: però dovea viaggiare più di Young, d’Hervey e di Gray, e predicare non la resurrezione de’ corpi, ma delle virtù.
  19. Omero nel carme non va su le sepolture de’ Greci, ma de’ principi Troiani.
  20. Vegga a pag. 53 di questo II. vol.
  21. Quello sommamente è sublime che dà molto da pensare. Longino, sez. vii.
  22. Il ritmo armonioso e studiato disdice al sublime. Sez. xli.
  23. Sez. xii