Lettere scientifiche di Evasio ad Uranio/IV

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IV

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III Lettere scientifiche di Evasio ad Uranio

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LETTERA IV.a





La filosofia, dice Galileo (nel Saggiatore), è scritta nel gran libro dell’universo, e i caratteri, con cui vi è scritta, sono le figure, e le cifre matematiche. Noi dunque, o caro Uranio, che abbiamo appreso a leggere questi caratteri, dovremmo alcuna cosa intendere in questo libro, ed impararvi ad essere filosofi. Ma ohimè! che alcuni esperti in tale linguaggio diedero molti anni a questa lettura, e nello stesso tempo si mostrano seguaci o professori di una filosofia tutta malvagia e bugiarda. Sarebbe egli mai, che una tale filosofia fosse scritta nella natura? no per fermo, o mio amico; altri ingegni maggiori vi lessero altrimenti: e [p. 80 modifica]quanto a quelli, accadde sì miserando scambio della verità colla menzogna per una colpa loro propria, di cui nella mia prima lettera ti ho accennate le ree cagioni. Queste lasciano vedere alcune parti di quel libro, ove si viene ad erudirsi intorno alle opere naturali; ma nello stesso tempo tengono chiuse alcune altre parti, dove s’impara a ben conoscerne il Sommo Artefice. Così riuscendo imperfetto quello studio, vuolsi poi che la parte mancante venga supplita dall’orgoglio, che fabbrica i sistemi e moltiplica gli errori. Affinchè possiamo metterci in guardia per non incorrere noi stessi in tanta sventura, procuriamo questa volta di rilevare alcuni tratti fra quelli, sui quali s’accecò più d’una mente prontissima ad altre vedute, leggendo qualche dettato di una filosofia veramente scritta nella natura, che lungi dall’inspirarci quella presunzione, che facendosi scrutatrice della maestà viene oppressa dalla gloria, ci fa invece sclamare dal fondo dell’animo umiliato, e compunto: oh altezza! oh dovizie della sapienza e della scienza di Dio!

Qualora però senza propormi un ordine e restringermi fra certi limiti io mi avventurassi nel divisato argomento, imiterei l’ardire di quel nocchiero, che su piccolo e sdruscito legno affronta [p. 81 modifica]un pelago interminabile. Dovendo liberar la fede della già fatta promessa, io stetti lungo tempo in forse non sapendo come evitare tanti pericoli di smarrirmi, e insieme dire almeno quel tanto, che valga a confortar di qualche prova l’assunto. Ma in buon punto mi sovvenne di considerare successivamente le diverse parti della creazione, tenendo quelle stesse tracce che già serbar volle l’Onnipotente nell’eseguirla. A questo fine lascio da parte i folleggiamenti, e le macchinazioni di que’ falsi saggi, che s’attentarono di sostituire al Divino Consiglio le viste della orgogliosa e debole loro sapienza: prendo il primo capitolo del Genesi per meditarvi le parole dell’inspirato scrittore, e m’attengo strettamente a quella narrazione, che ad una mirabile semplicità unisce tratti sublimi e inimitabili. Di mano in mano che l’opera dell’Universo si presenta alle mie considerazioni, sentendo io un desiderio di scorgere alquanto più in là del dove giunge la possa dell’uomo semplice e rozzo, cerco rischiararmi di una facella accesa al lume delle scienze matematiche: ma nello stesso tempo tengo ben ferma persuasione, che quanto tuttavia si sottrae alla mia veduta è un abisso senza fondo, dove o più presto o più tardi si perde ogni umano intelletto. La storia di Mosè intorno alla creazione [p. 82 modifica]del mondo, sparsa di qualche osservazione corrispondente al disegno di queste lettere, ecco in breve il tentativo per questo quarto trattenimento. Avverto poi, che il migliore di tutte le seguenti riflessioni si troverà cavato dalle opere di Newton, delle quali io farò copiose citazioni, che ho scelte appostatamente a preferenza di ogni altra, onde mostrare come era sottomesso l’intelletto del più grande de’ filosofi che abbiano studiata la natura: e come possa trovare con che arrossire alcuno di coloro, i quali ostentano incredulità per guadagnare opinione di bello spirito, confrontandosi un momento (se il suo amor proprio glielo permette) col grand’uomo, che ci ha svelato il magistero de’ cieli.

Comincia il sacro storico il suo racconto col descriverci la materia creata in quello stato imperfetto, in cui le mancava ogni regolarità di forma e di disposizione, e nel quale essendovi i principii delle cose non poteva però dirsi fatta alcuna cosa, in quella guisa che non può dirsi esistente nel marmo la statua, prima che l’industre scalpello non ne la tragga. A che fine lasciò Dio il mondo per qualche tempo come un rude ammasso di elementi inerti e confusi? sembra ch’Ei fatto l’abbia per distruggere anche prima che [p. 83 modifica]fossero i sistemi fabbricati da que’ filosofi, i quali non domandano se non materia e movimento, e s’impegnano a produrci l’universo tale come noi l’ammiriamo. Sì, o mio Urano, anche sopra l’indigesta mole del caos sta scritta una sentenza di sana filosofia. Di qui nulla emerge di per sè: qui durerà sempre la confusione, se la voce di Dio, che tutto ciò trasse dal nulla, non impera, che l’ordine apparisca. Tratteniamoci alquanto in questa idea, e riflettiamo che ivi stavano disfatte tutte le parti, con che doveano essere formati tutti gli astri del firmamento; ma che senza il comando di Dio non avrebbe brillato alcuno di essi in sempiterno: che ivi trovavansi tutti i principii, dalla cui concordia o contrarietà risulta tanta bellezza sulla nostra terra; ma che senza il comando di Dio questa sarebbe rimasta sempre informe e vuota. Sì, quella gran massa coperta di acque ed interrotta d’abissi ci avverte, che fa un abuso del suo spirito chi non vuole riconoscere necessario, che la divina mano metta un ordine a ciò, che la divina mano ha creato. Se alcuno si adonta di questo linguaggio, io non temo di dirgli anche più chiaramente, che la sua alterigia non solo offende la Religione, ma è indegna della filosofia. Così la sentiva il principe de’ filosofi, del quale sono le seguenti [p. 84 modifica]memorande parole, che qualche moderno avrebbe pur bisogno di meditare: „Decuit Eum, qui res omnes creavit, easdem disponere quoque et in ordinem collocare. Quae si vera rerum origo fuit, jam indignum erit philosopho alias mundi condendi rationes exquirere, vel comminisci quemadmodum e Chao per meras leges naturae mundus universus oriri potuerit„ (Newton Opt. L. III. Quae. XXXI.).1

La voce dell’Onnipotente intima di quel tenore, che solo può convenire alla Divinità: sia fatta la luce: e la luce fu fatta. Un’opera sì meravigliosa è già formata; eppure non è ancora creata quella pupilla, che deve goderne l’aspetto. Sembra che il Divin Facitore abbia così prevenute le obbiezioni di que’ filosofi, che impugnando con troppa forza il principio delle cause finali ricusano di riconoscere nella natura una preordinazione di mezzi al conseguimento di un fine. La luce fu fatta prima dell’occhio, e così si potè riconoscere, che allorquando la Sapienza Divina si propose di formare l’organo della visione, ne diresse la costruzione [p. 85 modifica]secondo le leggi, cui Ella stessa sottopose quel fluido ammirabile. „Fieri ne potuit, domanda Newton, ut oculus sine scientia optices fuerit constructus?„ (Op. Q. XXVIII). Che cosa è la luce? la diremo noi, o Uranio, la più bella fra le creature inanimate? sì certamente, se per lei sola vien dipinta ogni bellezza sulla faccia del creato. Ma questa bellezza ci parla di Dio: „unde orta est, domanda di nuovo Newton, eximia mundi species et pulchritudo?„ (Op. ivi). Veder la luce cogli occhi e non veder Dio collo spirito, egli è mai questo possibile? se la consideriamo un po’ più in là che colle prime notizie dei sensi, un miracolo di sapienza si manifesta alla nostra mente. Sai tu, io vorrei dire ad un ateista, con quali leggi si muove questo fluido, quando si riflette dalle superficie de’ corpi, e viene al tuo occhio? quando si rinfrange fra gli umori del medesimo, e va a pingere l’immagine sopra il suo fondo? Sono leggi recondite, che contengono una ragione di massimo e di minimo trovata da que’ geometri, che sottoposero i fenomeni della riflessione e della rifrazione ai loro calcoli astrusi. Qui la necessità di una intelligenza è tanto palese, quanto per ogni fatto la necessità di una ragione sufficiente. Forse l’incredulo ignora l’ [p. 86 modifica]esistenza di queste leggi; ma la sua stessa ignoranza può addottrinarlo, che se esse superano le di lui cognizioni, sarebbe un tanto maggior delirio il crederle nate per se medesime in mezzo ad una stupida materia d’atomi, che si accozzano, o di polvere che va roteando nei vortici. „Omnis, siegue Newton, in hac philosophiâ factus progressus certe propius propiusque nos ad caussae primae cognitionem perpetuo adducit, eaquae re permagni est existimandus.„ Della quale sentenza noi sentiamo tutta la verità, se riflettiamo a que’ stupendi ottici strumenti, alcuni de’ quali portano i nostri sguardi ne’ remotissimi spazi; altri li fissano sopra gli atomi, de’ quali ingrandiscono prodigiosamente i volumi apparenti, scoprendoci un ordine affatto nuovo di cose; e gli uni e gli altri ci estendono di tal guisa l’aspetto del creato, che la nostra immaginazione si stanca ed esaurisce le sue forze. È allora, che la nostra mente forma una grande idea dell’Onnipotenza, e dice con Newton: „concedendum est utique posse Deum creare materiae particulas variis magnitudinibus et figuris, vario quoque numero et quantitate pro ratione spatii, in quo insunt, forte etiam et diversis densitatibus, diversisque viribus: eoque pacto variare leges naturae, mundosque condere [p. 87 modifica]diversa specie in diversis spatii universi partibus. Certe in his omnibus nihil est, quod vel secum ipsum, vel cum ratione pugnet. (Op. Q. XXXI.)

La luce brillava ed era in moto anche prima che fosse raccolta ne’ corpi luminosi, in quella guisa ch’eranvi l’acque prima della formazione del mare: ma non ancora potevansi produrre i più vaghi fenomeni, che per lei abbelliscono la natura. Quando Iddio nel secondo giorno preparò quel gran vano, in cui dovea venir collocata la moltitudine innumerabile degli astri, e intorno alla terra tuttora informe formò l’atmosfera, e vi alzò i vapori col dividere le acque dalle acque; in questa atmosfera, in questi vapori ecco i riverberi della luce, ed ecco variarsi quasi in infinito le sue più leggiadre apparenze. Già tutta è pinta in azzurro la volta immensa del firmamento, ed è la luce che rimbalzando da mille corpi e non potendo col più debole de’ suoi raggi come cogli altri attraversar l’atmosfera, ripiega indietro col primo mentre i secondi trae per diritto; da un’altra parte si accendono di color vivido e rubicondo alcune immote nuvolette, ed è la luce, che di basso all’alto lanciata e da quelle riflessa, col solo più forte de suoi raggi arriva sulla terra; da un’altra parte sopra un fondo di fosche nubi risalta un’iride di [p. 88 modifica]svariate fasce, che poi in un arco maggiore si ripete più sbiadata, ed inversa, ed è ancor la luce che si rifrange e si riflette dalle gocciole sospese, come ce l’addita il fisico Geometra, il quale d’ogni parte di sì bel fenomeno sa darci compiuta spiegazione. Che diremo del crepuscolo prodotto appunto dall’atmosfera, e così utile per l’uomo? v’è qui, o Uranio, sì manifesto il fine propostosi dal Creatore, e così luminosa la traccia di sua sapienza, che io non posso a meno di soffermarmi un momento. Doveva sorgere il sole sull’orizzonte, e poi sotto di esso tornare per darci la vicenda del giorno e della notte: ma che? per tutto il tempo in cui stava invisibile, alcun suo lume non poteva attenuare quel buio, nel quale avremmo a lungo brancolato, e appena spuntava il suo raggio sarebbe venuto a ferir per diritto le deboli nostre pupille, che non avrebbero sofferto sì subito trapasso da folta oscurità a vivace splendore. Quale rimedio a questo duplice danno? e per diminuire la lunghezza della notte e per disperdere insensibilmente le tenebre sino a cambiarle col fulgor del meriggio? eccolo appunto in quel fluido ambiente tutt’intorno il nostro globo, che incurva i raggi e ce li trattiene dopo il tramonto, non permettendo che ci siano sottratti se non a poco a poco: ed egualmente [p. 89 modifica]ci provvede in sul mattino facendo sì, che l’oriente dapprima leggermente s’imbianchi; poi rinforzi gradatamente lo splendore, sinchè s’indori colle rosee tinte dell’aurora per modo, che il disco del sol nascente trova già tutto aperto l’occhio dell’uomo, e capace a sostenerne l’aspetto. Oh! quanti fenomeni nell’atmosfera degni di attenta osservazione! io vorrei, o amico, mostrarti da una parte il guizzo del baleno e il volo della saetta, dall’altra l’infiammarsi di un astro fatuo, che segna cadendo lucida riga; più lungi l’inaspettato spettacolo di un accensione boreale, la quale tinge in rosso una gran parte del cielo, donde si spande un tristo lume vermiglio, che ripercosso fra l’ombre sembra ardere le selve, e infuocar le onde. Quinci sarebbe ad indagarsi l’origine, che muove i venti e loro assegna talvolta periodico il ritorno: poscia avremmo a salire colà, dove si stilla la rugiada, e si compone la gragnuola, e la neve si congela a lievi sprazzi sempre costanti nella forma. Non ci scordiamo però, che lunghissimo è ancora il nostro viaggio: epperò fia meglio affrettarci a contemplare sulla terra l’opera del terzo giorno. Intanto i mentovati oggetti, mentre ci persuadono quanto delizioso ed utile sia lo studio della natura, possono servire a manifestarci l’altro [p. 90 modifica]più nobile scopo di questo medesimo studio indicatoci in quelle parole di Newton; „Philosophiae naturalis id revera praecipuum est officium et finis, ut ex phœnomenis sine fictis hypotesibus arguamus, et ab effecti ratiocinatione progrediamur ad causas, donec ad ipsam demum causam primam (quae sine omni dubio mechanica non est) perveniamus.„ (Op. Q. XXVIII.)

La terra è preparata per essere l’abitazione dell’uomo: ne cercheremo noi i fondamenti, o la forza che la tiene sospesa nello spazio? non fa bisogno, ci vien subito detto, di fondamenti e di appoggi: la gravità di tutte le sue parti al suo centro forma la sua consistenza e la sua stabilità. Ottimamente: ma di queste parti, dirò con Newton: unde est, quod ad se invicem gravitent? (Op. ivi). La forza che le tiene unite, e che la materia non potè dare a se stessa, ci palesa un tutto diverso principio fuori della materia. Perchè mai la superficie della terra non è tutta involta dalle acque, come lo è dell’aria? quale forza fisica ha scavata quella gran fossa, in cui furono radunate tutte le acque? io penso, e non ne trovo la ragione, se non in quelle parole; congregentur aquae, quae sub coelo sunt, in locum unum, et appareat arida: et factum est ita (Gen. 1. 9). Questo globo in parte solido ed in [p. 91 modifica]parte fluido dovea avere dei movimenti: io trovo in essi qualche circostanza, che mi riempie di alta ammirazione. Pensa, meco, o Uranio, che sulla terra doveva esservi una diversità di climi, una diversa lunghezza nei giorni e nelle notti, il giro continuo delle stagioni. Senza di ciò che sarebbe stato il nostro soggiorno? non è a dirsi, quanta vita doni alla natura quella perenne vicissitudine, che dopo aver tenute inerti sotto il gelo le fertili zolle, fa nei giorni più tiepidi sbocciar da ogni seme con tanta vigoria tutta la pompa de’ fiori: e dopo avere colle vampe estive condotto ogni frutto alla sua maturità, concede un tempo più mite per conforto delle campestri fatiche. A produrre tanti vantaggi provenienti dal succedersi e dal mutarsi delle stagioni, io son d’avviso, che i filosofi tutti uniti non avrebbero saputo anche dopo secoli convenire nella scelta dei mezzi: io godo di figurarmi il loro imbarazzo, nel mentre mi par di vedere il dito dell’Onnipotente, che inclina alquanto sul piano dell’eclittica l’asse della rotazione terrestre. O meraviglia! con questo solo mezzo egli scioglie il gran problema; conseguita la moltitudine innumerevole dei desiderati effetti da un così semplice principio.

Gettiamo per un momento uno sguardo sulla superficie di questo globo. Perchè è così scabra ed [p. 92 modifica]irregolare? qui fiumi, e là foreste, qui valli, e là montagne: forse questa bizzarra disposizione è opera del caso? Ah! no, dice il sig. di Buffon (thèorie de la Terre): questa apparente imperfezione della figura del globo è una favorevole disposizione, ch’era necessaria a conservare su di esso la vegetazione e la vita. Per esserne accertati, si provi a immaginarsi per un istante che cosa sarebbe la terra, se la sua superficie fosse tutta eguale e regolare. Si vedrà, che invece di queste graziose colline, donde scorrono pure acque a mantenere la verzura; di queste campagne floride ed ubertose, ove gli animali e le piante trovano il loro sostentamento, un tristo immenso oceano coprirebbe l’intero globo, nè resterebbe alla terra fra gli attributi suoi, che quello di essere un pianeta oscuro, abbandonato, e al più destinato all’abitazione dei pesci. Tocca il grande istorico della natura in queste parole la stupenda diramazione delle acque apportatrici della fecondità nei terreni: il quale argomento merita un breve cenno di speciale considerazione. Da una fonte, che sgorga fra le fenditure di una rupe, formasi un ruscello, e poscia un fiume e talvolta un lago; quanti giri tortuosi fa sulle prime quell’onda, che scende da più clivi e si rompe fra molti sassi! quasi [p. 93 modifica]diremmo, ch’essa va a disperdersi senza legge; eppure s’indirizza ad un alveo determinato. Nel corso di questo fiume in più luoghi da lui si derivano nuovi rigagnoli, che divisi e suddivisi si piegano e s’intrecciano sopra il terreno a similitudine di un sistema di vene e d’arterie in un corpo. E siccome l’arte s’accoppia colla natura: ecco talvolta i zampilli di quelle acque che s’alzano e formano le fontane: ecco l’amenità di qualche larga e fragorosa loro caduta: in un luogo esse profonde e tranquille sostengono le cariche navi: in un altro ristrette e precipitose danno moto a svariatissime macchine. Di tanto movimento, e di tanta vita semplicissimo è il principio: pose il Creatore le scaturigini de’ fiumi più alte del loro livello nelle pianure. Tanto è vero, che nell’esaminare con attenzione qualche apparente disordine nella natura, si trova sovente, ch’esso altro non è, se non un ordine più elevato e nascosto.

Dal moto delle acque ne’ grandi ricettacoli passiamo al moto di que’ fluidi tenuissimi, che ci vengono scoperti dai forti microscopi. Ogni gambo, ogni foglia di que’ tanti vegetabili, che in questo terzo giorno con sì gran pompa apparvero sulla faccia della terra, contiene ne’ suoi filamenti i canaletti, che conducono i vitali umori; altra [p. 94 modifica]maraviglia nelle varietà di quelle forze, che decomponendo la luce alla loro superficie producono il bianco del giglio, il vermiglio della rosa, il cilestro della viola. Siami qui permesso inserire un nobile passo di reputato scrittore (Pluche, histoire du ciel. T. 2) „La filosofia, che ritorna finalmente in lega colla fisica di Mosè qualora trattisi di spiegar l’organizzazione di un grano di miglio, ritornerà, come io spero, alla fisica medesima, cioè alle volontà speciali del Creatore, per rendere ragione della struttura della terra, e della sua corrispondenza con tutte le parti dell’universo. È cosa strana, che si stia ancora in forse su questo proposito, e che si rompano i moderni filosofi il capo con lunghi calcoli per distillare da qualche ipotesi di moto, o d’attrazione la causa, la quale ha fatto che il sole occupi il centro del sistema planetario; la quale ha provveduta la terra di un grande specchio atto a perpetuare in essa la luce del sole in tempo di notte: e la quale ha corredato Saturno di un cerchio luminoso. I raziocini, i calcoli, e la geometria ci guidano nel nostro bisogno a cause illusorie ed apparenti. Ma l’esperienza, e Mosè c’insegnano senza fatica e senza questioni la verità che noi cerchiamo. Se la mano di Dio, e [p. 95 modifica]non poca materia messa in moto, ha prodotto il ricco ammanto del tulipano, i ricami e le frastagliature delle piccole e delle grandi foglie di un anemone, la natura invariabile delle sementi, per certo non più un semplice moto, non una pressione o una resistenza di polveri, ma una volontà specialissima avrà pure ordinate le dimensioni del globo terrestre: ed una fisica tutta buon senso sarà il dire colla comune degli uomini, che chi ha preparati e fabbricati i fiori, ha preparato e costrutto il giardino che li porta, e insieme sì gran bacino, ove si contiene la materia del loro irrigamento“. Così ragionano i veri filosofi; e in simil guisa ragionava anche Newton, del quale mi giova qui riferire una sublime sentenza degna di seria riflessione dopo di avere ammirata la stupenda varietà di tanti oggetti creati. Questa varietà sarebbe assurda nell’ipotesi di una cieca necessità dell’universo. „A caeca necessitate metaphysicâ, quae utique eadem semper est et ubique, nulla oritur rerum variatio. Tota rerum conditarum pro locis et temporibus diversitas ab ideis et voluntate Entis necessario existentis solummodo oriri potuit“. (Princ. Mat. Lib. 3 in fine.) [p. 96 modifica]

Alziamo, o Uranio, gli sguardi a contemplare l’opera del quarto giorno: e seguendo le vie della luce fissiamoli arditamente nella struttura de’ cieli. Ci abbisogna dapprima tutta la forza della nostra mente per reggere all’idea dell’ampiezza degli spazi, e delle distanze. Noi che acquistiam da fanciulli l’idea della grandezza tra il recinto di anguste mura e sull’estensione di pochi passi, duriamo uno sforzo ad ingrandire il nostro concetto, quando da qualche eminenza ci si affaccia una vasta pianura o l’aspetto del mare. Che se dopo aver considerato il diametro del nostro globo, rimpetto a cui l’altezza delle montagne diventa come nulla, passiamo a considerare quello di un corpo mille volte più voluminoso, come Giove, di un corpo maggiore un milione di volte, come il Sole, sentiamo il bisogno di prendere unità di misure diverse dalle terrestri per non opprimerci la mente col concetto di numeri grandissimi. Ed ecco che progredendo nello studio del cielo passiamo a considerare i diametri delle orbite de’ pianeti, e allora ci troviamo da capo a formarci l’idea delle lunghezze, perchè i diametri dei corpi mondani si considerano il più sovente nella teorica come nulli rimpetto a quelli. Se non che se ci avvisiamo di passare dall’osservazione de’ pianeti a quella delle [p. 97 modifica]stelle; se, per esempio, misuriam l’angolo che fanno due visuali condotte dal nostro occhio a due fisse, ecco che tornano a diventar pressochè zero anche le seconde lunghezze dei diametri delle orbite, riuscendo quell’angolo quasi eguale veduto sul nostro pianeta, e sul pianeta da noi più lontano. Oh quante volte ci facciam da principio! la terra, creduta in prima sì vasta, è un punto nello spazio occupato dal nostro sistema planetario: e questo sistema è di nuovo un punto considerato in quelli spazi, ne’ quali si possono immaginare tanti simili sistemi, quante sono quelle stelle, che a milioni di milioni appaiono nelle nebulose, e sempre in maggior numero, quanto più oltre la forza de’ telescopi porta la facoltà visiva. Dopo avere corso col pensiero a piacimento per questi immensi campi sino a stancare più volte ogni volo più ardito della immaginazione, fermiamoci un momento a prendere respiro, e diciamo: un tanto spazio che è al fine? uno spazio finito: in conseguenza è ancora un vero nulla insieme a tutta la creazione che contiene, davanti alla potenza infinita e creatrice. Così ritorniamo donde eravamo partiti; lo sparire di tutte le idee della grandezza acquistata con tanta fatica davanti al pensiero della grandezza di Dio, ci annienta al suo [p. 98 modifica]cospetto, ci riempie della idea di lui e ci mette sulle labbra quel bell’inno di Newton. „Æternus est et infinitus, omnipotens et omnisciens, id est durat ab aeterno in aeternum, et adest ab infinito in infinitum: omnia regit, et omnia cognoscit, quae fiunt aut fieri possunt.„ (Prin. Mat. ivi).

Riavutici dallo stordimento che ci cagiona il voler percorrere di una occhiata tutta l’estensione de’ cieli, appigliamoci a più savio consiglio: limitiamoci a qualche considerazione sul nostro sistema planetario, ben sicuri, che la perfezione del tutto dovrà corrispondere a quella di una parte, giusta quel detto di Newton: „Si stellae fixae sint centra similium systematum, haec omnia simili consilio constructa suberunt unius dominio: praesertim cum lux fixarum sit eiusdem naturae ac lux solis, et systemata omnia lucem in omnia invicem immittant“. (Princ. ivi). E quì dapprima diciamo: pianeti e comete che si muovono intorno al sole, satelliti che si muovono intorno ai loro primari: quale molteplicità di fenomeni in tanti movimenti! eppure vi è un principio, che tutti li lega; quello della gravitazione universale. „Senza di esso, dice Laplace (Syst. du M. L. 4 C. 27) l’elitticità [p. 99 modifica]delle orbite planetarie, le leggi che i pianeti e le comete seguono nei loro movimenti intorno al sole, le loro ineguaglianze secolari e periodiche, le numerose inegualità della luna e de’ satelliti di Giove, la precessione degli equinozi, la nutazione dell’asse terrestre, i movimenti dell’asse lunare, infine il flusso ed il riflusso del mare non sarebbero che risultamenti della osservazione fra loro staccati. È una cosa veramente ammirabile la maniera, con cui tutti questi fenomeni, che sembrano al primo aspetto così disparati, discendono da una medesima legge, che li lega col movimento della terra“. Quanto egli è adunque sublime l’idea di questo principio semplice ed uno, come la mente di chi lo pose nella natura! Ma la forza, che conserva e ritiene i pianeti nelle loro orbite, non basta a tutto spiegare. Dice di essi lo stesso scopritore del principio che ammiriamo: „Perseverabunt quidem in orbibus suis per leges gravitatis, sed regularem orbium situm primitus acquirere per leges hasce minime potuerunt„ (Princ. T. 4 in fine Sch. Gen.). Le posizioni dei piani delle orbite, le direzioni de’ moti nelle medesime potevano essere in diverse maniere, ed essendo in una maniera determinata ci scoprono il consiglio e l’arbitrio [p. 100 modifica]del Supremo Architetto. „Elegantissima haecce solis, planetarum, et cometarum compages, non nisi consilio et dominio Entis intelligentis et potentis oriri potuit„ (Newton ivi). Vogliamo di ciò un argomento, che è atto a strappar l’assenso degli spiriti più caparbi? basta porre attenzione all’uniformità tenuta nei già detti movimenti de’ pianeti, di cui Newton „dum cometae moventur in orbibus valde excentricis, undique et quoquo versus in omnes coeli partes: utique nullo modo fieri potuit, ut caeco fato tribuendum sit, quod planetae in orbibus concentricis motu consimili ferantur eodem omnes„ (Opt. Q. XXXI). L’irregolarità del moto delle comete in luogo di formare un’obbiezione, pare appositamente diretta a dimostrare, che la regolarità del moto de’ pianeti non poteva avere origine da una cagione meccanica o fisica, come osò dirlo un illustre moderno. Così ne pensava Newton, quando scrisse „hi omnes motus regulares originem non habent ex caussis mechanicis: si quidem cometae in orbibus valde excentricis et in omnes coeli partes libere feruntur„ (Princ. Sch. Gen.). E se niuna causa meccanica ha potuto originare quella uniformità, la mano Divina non è qui manifesta? diciamolo col gran filosofo inglese: „tam miram [p. 101 modifica]uniformitatem in planetarum systemate necessario fatendum est, intelligentia et consilio fuisse effectam„ (Opt. Q. XXXI). Forse obbietterà taluno, che questi moti soffrono qualche alterazione per l’azione reciproca de’ pianeti, e crederà di vedere in ciò un’imperfezione della gran fabbrica? no: chè quelle ineguaglianze sono sempre piccolissime, ed hanno lenti periodi, che riconducono i primieri stati: anzi è mirabile il vederne l’economia in quegli elementi, la di cui notabile alterazione avrebbe potuto farsi cagione di sensibil disordine. Fu l’incredulo di Ferney, che a motivo di quella mezza scienza che giova all’ateismo, osò in quel suo scritto sulla filosofia Newtoniana muovere alla Religione un’obbiezione dedotta dal lento moto, che altera l’inclinazione dell’eclittica coll’equatore terrestre, supponendo che in un tempo sia stata un angolo retto. La scienza intera, che torna a formare il credente, avrebbe potuto insegnargli, che quella diminuzione si distrugge, e riconduce il primiero stato dopo un’intera rivoluzione di nodi, che la total variazione in quell’angolo non passa la grandezza di un grado circa. Così a taluno, che ammirava l’elegantissima legge che regna nella serie delle distanze dei pianeti dal Sole, tal altro obbjettava l’irregolarità nella serie delle masse: e [p. 102 modifica]questa pure era un’ignoranza di quel recondito magistero il quale, siccome avvertillo il Newton, distribuì queste masse appunto nella guisa che si richiedea perchè le rispettive forze di gravitazione non isconvolgessero l’intero sistema. Se poi, o Uranio, badiamo alla velocità, con cui si muovono globi sì corpulenti, tale che il pensiero si stanca a tener loro dietro: se poniam mente, che nelle traiettorie da essi descritte si verifica sempre una proprietà di massimo e di minimo in quella quantità, che dai geometri è detta quantità di moto, o d’azione: se consideriamo i contemporanei moti di rotazione dei pianeti sui loro assi: se il complesso ed il miracolo stimiamo di tutte queste meraviglie; non è egli vero, che non è possibile trattenersi dall’esclamare col Newton: „Deum summum necessario existere in confesso est?„ (Princ. Sch. Gen.).

La terra e il cielo erano perfettamente formati: qual cosa ancor mancava nella natura? mancava la vita. Nel quinto e sesto giorno creò Dio un ordine tutto nuovo di esseri, e aprì un tutto diverso aspetto di opere prodigiose, su cui stupirono, cred’io, le stesse angeliche intelligenze, che stavano spettatrici di quanto faceva l’Onnipotente. Creò gli animali, e ne furono popolati i campi „ [p. 103 modifica]dell’aria e quelli del mare: ebbero i loro abitatori le selve e le pianure: dirò di più: uno stagno di poca acqua, una piccola gleba di terra: di più ancora una goccia di liquore, una tenuissima polvere furono ripieni di esseri viventi. In tanto numero, quanta diversità di istinti, e di inclinazioni, e di bisogni! eppure ognuno resta al suo posto, ognuno mantiene la sua specie, ognuno adempie gli ordini del Creatore. Dovrei, o Uranio, dirti qualche cosa della struttura mirabilissima de’ loro corpi; ma io non valgo a tanto, chè mi abbisognerebbero troppe cognizioni straniere alle nostre scienze; molti valenti autori hanno corso questo arringo, ed hanno provato la verità di quel detto di Plinio, che in niun luogo la natura si trova tutta, quanto ne’ suoi minimi lavori. Valga però per questa mia mancanza quel passo di Newton „idem dici potest de uniformitate, quae est in corporibus animalium….. partes illae corporis tam exquisitâ arte atque consilio fabricatae, oculi, aures, cerebrum, musculi, glandes, cor, pulmones, diaphragma, larinx, manus, alae, vesicae ad natandum, membranae pellucidae animalium quorundam oculis instar conspicillorum obductae, aliaque sensus et motus organa instinctusque in animalibus brutis et insectis: horum sane omnium conformatio prima nulli rei tribui potest, nisi [p. 104 modifica]ntelligentiae et sapientiae Entis potentis, semperque viventis„. (Opt. Q. XXXI).

Fermiamoci per poco a dichiarare questo pensiero del Geometra inglese in quella maniera che può convenire ai matematici, i quali nella teorica dello combinazioni hanno un argomento validissimo a persuadere che la formazione degli esseri organizzati domanda un’intelligenza, e non un’intelligenza qualunque, ma dotata di sapienza infinita. Fissa sulle prime, o Amico, questi principii verissimi: un corpo benchè assai piccolo è divisibile infinitamente in parti sempre più piccole; l’ordine nella struttura del corpo dipende dalla opportuna collocazione di queste sue parti: ove vogliasi esclusa l’intelligenza, è assai più difficile che risulti l’ordine dall’accozzamento di molte parti piuttosto che di poche. Ora un piccolo corpo organizzato, una porzion sola di esso, come la corolla di un fiore, l’ala di una farfalla, si consideri dapprima formata di un certo numero di parti, per esempio di cento. Tosto si può domandare: come mai fra le tante combinazioni di queste cento parti, che avrebbero dati risultamenti deformi, ebbe luogo quell’una che le dispose con tanta geometrica esattezza? Ma ciascuna di queste cento parti assai facilmente può immaginarsi divisa in altre cento, e [p. 105 modifica]allora di diecimila particelle quanto è più irragionevole il creder fortuita l’unica combinazione dell’ordine! Forge alcuno avrà difficoltà di ammettere queste diecimila parti? Costui mostrerebbe di conoscer ben male quanto sia mirabile la natura nel piccolo, dove secondo il detto di un gran filosofo, essa per tanti gradi si estende al disotto di noi, per quanti al di sopra negli immensi spasi del cielo. A migliaja, a milioni possono francamente distinguersi col pensiero le parti che compongono la più piccola porzione di un corpo organico: e tutte con finissima arte collegate: ed essendo ognuna un altro tutto la cui composizione è forse più mirabile della prima: e sempre così fino a stancare ogni sforzo della immaginazione. Il noto Autore dello Spettacolo della natura paragona il pungolo dell’ape coll’ago più fino che formar possa l’umana industria. Sulle prime si crederebbe in entrambi un’egual pulitura, una punta egualmente acuminata: ma guardinsi col microscopio; il primo ritiene un pulimento ed una punta che sfugge tuttora alla vista, il secondo comparisce una rozza sbatta di ferro, come quelle non anco lavorate nella fucina. E ciò che in questo caso succede, possiamo osservarlo per tutt’altrove; l’opera dell’uomo appare deforme e scabra, come [p. 106 modifica]quella di un agente inesperto, che non conosce la materia che adopera, ed è limitatissimo ne’ suoi mezzi: ma il prodotto della natura più si osserva minutamente appare sempre più perfetto, come l’opera di un agente che conosce la struttura di tutte le più intime parti e segue colle sue viste le combinazioni più remote. Dopo tutto questo facciamo la seguente considerazione. Venga un ateo, non dico dove torreggia un superbo edificio, ma dove sono ammucchiate poche pietre a modo di piramide o disposte in forma d’arco regolare: egli tosto si sentirà mosso a proferire quel motto Vestigia hominum cerno: e se s’infatuasse a sostenere il contrario, l’intimo senso il persuaderebbe ch’egli dà nel ridicolo. Ma è certo che nel minimo degli esseri organizzati si può immaginare un maggior numero di parti che non sia il numero delle pietre adoperate a costruire il tempio più magnifico, e che quelle meglio di queste sono disposte in misura e in proporzione. Ecco dunque ripetuto da tutte parti in favore della Divinità quell’argomento che una sola volta e in un sol luogo prova invincibilmente l’intervento di una intelligenza. E tanto più mirabilmente in quanta che lo stesso ordine è riprodotto un numero di volte prodigioso in tutti gli esseri simili, e si [p. 107 modifica]conserva fra le tante mutazioni e in quella perenne vicissitudine per cui essi sempre sorgono gli uni nel deperimento degli altri. E col più pieno trionfo, ove pongasi mente che in quella disposizione, oltre la bellezza e l’armonia, sono altri fini più nobili, fra cui alcuni alla nostra ragione manifestissimi: chè niuno, cred’io, vorrà reputare posta negli animali la doppia fila dei denti pel solo ornamento della bocca, ma tosto riconoscerà che il fine principale è stato la trittura del cibo: nè immaginarsi le giunture fatte per sola eleganza e regolarità, ma predisposte alla velocità del corso e al disimpegno delle funzioni della vita: e ripeterà quest’osservazione le cento e le mille volte, se fia che si adorni di anatomiche cognizioni. Le quali cose così essendo, non ti par egli, o Uranio, proclamata la sapienza e l’onnipotenza del Creatore da questi esseri a noi più vicini, anche più che dallo smisurato incendio del Sole, che arde sempre e non mai consuma, anche più che dai quarantatre movimenti tutti cospiranti nel sistema planetario?

Era fatto il mondo, ed era pieno di esseri viventi: qual cosa ancor vi mancava? vi mancava una creatura atta a conoscere il suo Creatore e ad adorarlo. Iddio creò l’uomo, e intese con ciò di [p. 108 modifica]riempire questo vuoto. Benediciamo, o mio amico, quella mano pietosa, che ha composte le nostre ossa, quello spirito vivificatore che ha animate con un soffio le nostre membra, quell’amore divino, che ha acceso nella nostra mente il lume della ragione. Noi siamo: ah! senza tante cognizioni prese al di fuori di noi, basta gettare uno sguardo sopra noi stessi e conoscendoci, conosceremo anche Dio. Del corpo umano, riguardato come una macchina di stupenda composizione, io potrei ripetere a maggior ragione tutto quanto dissi degli altri esseri organici, e ben molto avrei da aggiugnere. Leggi ciò che ha scritto il Ruffinl (Rif. crit. M. 2.ª n. 15.) del solo organo della vista, ed estendendo un simile ragionamento a tutti gli altri nostri membri, comprenderai verissima quella sentenza del Boscovich, il quale asseriva che per queste riflessioni l’esistenza di Dio riceve Una specie di dimostrazione matematica. Egli così ragionava: deve ammettersi grandissimo oltre ogni nostro concetto il numero dei punti materiali che compongono l’umano corpo: quindi matematicamente infinito il numero delle loro combinazioni e infinita l’improbabilità che ne nascesse fortuitamente la combinazione dell’ordine: per vincere una infinita improbabilità si richiede una potenza infinita: ma [p. 109 modifica]quella improbabilità fu vinta: dunque questa potenza esiste; ed ecco il Creatore. Che poi avrebbesi a dire se volessimo sollevarci a considerar l’uomo nella sua parte più nobile, in quelle facoltà, tra le quali la sola memoria parve un così gran prodigio a Cicerone da fargli sclamare, che essa sola bastava a persuaderlo esservi nell’uomo qualche cosa di divino! Noi siamo, e viviamo sopra la terra: ma vi siamo noi e vi viviamo in ordine a quel fine, per cui vi ci ha posti il nostro Creatore? quale soggetto di meditazione e fors’anche d’interno rimprovero e di pentimento! Consoliamoci però, finchè resistendo ad ogni urto di falsa dottrina amiamo di studiare nel gran libro dell’universo quella sana filosofia, di cui in questo trattenimento abbiamo rilevato qualche tratto. Resta a proseguire in sì bella impresa, e a cogliere il miglior frutto; e dopo aver riconosciuto Dio meditando le sue opere, riconoscere ancora il suo dominio sopra di noi, i beneficii che gli dobbiamo, e i nostri doveri verso lui, e tra noi stessi. Ciò pure ci vien detto da Newton con quella sentenza, colla quale do termine: „Quatenus ex philosophiâ naturali intelligere possimus, quaenam sit prima rerum caussa, et quam potestatem et jus Ille in nos habeat, et quae [p. 110 modifica]beneficia Ei accepta sint referenda: eatenus officium nostrum erga Eum, aeque ac erga nosmetipsos invicem quid sit per lumen naturae innotescet„ (Opt. Q. XXXI).


Il tuo aff.º amico
Evasio






FINE

Note

  1. Per le citazioni di quest’opera scritta originariamente in inglese mi servo della versione latina di Samuele Clarke, la quale, come è noto, è stata eseguita sotto gli occhi dell’autore e da lui approvata.