Lettere sulla Alceste seconda/Lettera quarta

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Lettera quarta

Lettere sulla Alceste seconda/Lettera terza Lettere sulla Alceste seconda/Lettera quinta IncludiIntestazione 30 novembre 2014 100% Da definire

Lettera terza Lettera quinta


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LETTERA QUARTA



Non iscrivo di notte questa volta, ma di giorno e di buon mattino, mia affettuosa amica. La censura, qualunque ella siasi, contenuta in un Giornale letterario riputatissimo, quale si è quello di Padova, esige che, dato bando agli scherzi ed al riso, mi occupi seriamente a sviluppare quelle idee e quei principj, che provino essere io stato non a ragione censurato. Se di ciò non avessi un interno convincimento, non ardirei ripigliare la penna, mentre reputo esser meglio aver torto una volta che due. Egli è ben vero ch'io quasi per incidenza sono attaccato nell'articolo dell'indicato Giornale riguardante l'Alceste che trovasi nel fascicolo di giugno uscito in luce soltanto ne' passati giorni, ma ciò non toglie che il mio silenzio in tal caso non confermasse le appostemi [p. 35 modifica]imputazioni. Delle opinioni per altro che si dicon mie non si fa parola che alla fine dell'articolo, e la parte maggiore di esso è tutta diretta a censurare la Tragedia dell'Alceste.

L'altissimo poeta tragico che ci lasciò quest'ultimo dono del suo genio, non immaginava certamente che i suoi concittadini, invece di offrir corone sulla di lui tomba, non si occupassero quasi che della censura delle di lui opere immortali. Sarem dunque noi nemici della nostra gloria, nè avremo mai la nobile passione dell’orgoglio nazionale?. . . . Ma si taccia, e si lasci all'imparziale posterità il giudizio di noi contemporanei d'Alfieri, a'quali sembrava imposto il primo dovere della riconoscenza verso un grand'uomo.

La censura contro l'Alceste è già offerta alla pubblica luce. La mia debole penna rinforzata dal sentimento vero, che sta qui nel mio cuore, giungerà forse alla meta lusinghiera di aver cancellate quelle ombre con cui sembra che oscurar si voglia una produzione del sommo Alfieri.

Non abbandonerò il metodo di riportar fedelmente il testo degli oppositori.

[p. 36 modifica]Tra le opere originali d'Alfieri devesi annoverare pur anche questa tragedia, quantunque la lasciasse tra'suoi manoscritti preceduta da un avvertimento di proprio pugno in cui qual versione la dichiarava d'una seconda Alceste d'Euripide tratta da certo testo venutogli a mano per non so qual caso, e poi andato perduto. Egli è ben facile riconoscere in questa novelletta la replica d'un artificio usato le tante volte per cui si affibbia all'antichità ciò, ch'essa non è al caso di rifiutare, onde far applaudire da moderni per antico, quello che forse male accoglierebbero come contemporaneo.

Chi non avesse letto lo Schiarimento, che trovasi in fine dell'Alceste seconda, potrebbe credere che Alfieri avesse veramente tentato di farla supporre una produzione di Euripide, e non sua. Ma la finzione che forma il tessuto dello Schiarimento, può ella essere più evidente? Vi è perfino un sogno e la comparsa d’una divinità. Mi permetta il censore di credere che al momento in cui scrisse que'cenni, non aveva più presente [p. 37 modifica]lo Schiarimento, in cui trovasi tutt'altro che il preteso artifizio usato tante volte di dar per produzione di un antico la propria. Ma se lo Schiarimento mai non bastasse, ecco il sigillo dell'evidenza nell'ultimo verso dell'altra volta citato sonetto che precede le due Alcesti:

S'io nell'un de'due Adméti ho me ritratto!

Non è questo un parlar chiaro per far conoscere che una delle due Alcesti era sua? E non solo sua, ma che nell'ultimo degli Adméti egli avea dipinto sè stesso? E questo è ben più ancora che porre il suo nome in fronte alla sua produzione.

Questa prima accusa contro Alfieri mi sembra a dir vero troppo leggiermente intentata, nè può sostener l'esame il più superfiziale.

Ma che che dir possasi di questa finzione, egli è certo però, che la sua tragedia vi si dovea conformare pienamente. Non si tratta già di presentare un azione de'Greci ad Italiana udienza, e de'nostri giorni; trattasi ch' ell' abbia a servire all'udienza di Atene, e ne' tempi del greco tragico. Il soggetto pertanto, l'intreccio, [p. 38 modifica]la condotta, di questa tragedia d’Alfieri esser doveva adattata al gusto della Grecia qual si trovava a quel punto; nè è a marivigliarsi se egli non è il nostro, e se non sappiamo nè prender interesse, nè trovar credibile e grandioso quello stesso che avrà vivamente affetto il greco teatro, e avrà da lui meritato ogni applauso. Ciaschedun secolo ha il proprio gusto relativo ai rapporti di sua religione, di sua cultura, de'suoi costumi. Interessa in un tempo, e trovasi conveniente e grande ciò che trasportato assai posteriormente, incoveniente si troverebbe e basso fino a muover le risa. Così gli Dei d'Omero si strapazzano tra loro con garbo niente più dignitoso di quel che faccia tra noi la più vile canaglia, nè ciò disdiceva allora, e veggonsi li suoi Eroi divorarsi d’ottimo sapore un cervo od un montone arrostito allo spiedo nello stesso punto che preso, senza che in ciò vi sia niente di basso, e mille altre cose di tal natura, le quali se si replicassero adesso, inverosimili si troverebbero e contrarie al decoro del Pubblico.

[p. 39 modifica]Le conseguenze, che il critico deduce, se mal non mi appongo, son tutte appoggiate alla prima supposizione che Alfieri abbia voluto far credere di Euripide l'Alceste seconda. Ma se le intenzioni del vero autore sono manifeste e per l’intitolazione che precede le due Tragedie, e pel non mai abbastanza ricordato Schiarimento, pare che esser potesse quasi superfluo l'esame di questo secondo periodo dell’articolo patavino, se non vi fossero innestate alcune proposizioni che sembrano applicabili isolatamente all'esame critico dell’Alceste seconda.

Non si ripeterà, che provata, come lo è, l'intenzione dell’autore di darci una tragedia moderna e sua, non già un'antica, sarebbe stata cosa inopportuna l’eseguire questo disegno, come se l’azione esser dovesse rappresentata in Atene. No, Alfieri non ha mai avuto questo progetto, nè poteva averlo, e per la finzione puramente poetica contenuta nello Schiarimento, trovavasi soltanto obbligato a non oltrepassare alcuni confini, nè poteva impadronirsi del soggetto in modo di poter cangiare [p. 40 modifica]assolutamente il piano della tragedia d'Euripide. Sembrami che questo diffìcile assunto sia stato con rara felicità adempito dal nostro Alfieri; ed appunto perchè ciascun secolo ha il proprio gusto relativo ai rapporti di sua religione, di sua coltura, e de'suoi costumi, non poteva Alfieri dispensarsi da alcune modificazioni, giacché altrimenti, come ben osserva il censore, si sarebbe trovato da noi inconveniente e basso fino a muover le risa ciò che ai tempi d’Euripide poteva essere trovato conveniente, interessante e grande. Come mai non ha veduto il signor censore che invece di tessere la critica, tesseva l'elogio d'Alfieri?

Tutti conoscono la storia favolosa di Alceste appoggiata all'eroismo del suo amore conjugale. Ridotto vicino a morte Adméto suo sposo, e ottenuto in risposta dall'Oracolo, ch'egli non perirebbe, qualora persona del suo sangue o a lui di diretta aderenza congiunta volesse morire in sua vece, questa sposa generosa Volontaria si vota a Proserpina in di lui scambio. La passione dell'affetto che la determina a [p. 41 modifica]così grande e straordinaria azione, e la nobile fermezza colla quale l'effettua, rendono il di lei carattere interessante ed augusto, ed offrono al genio dell'Alfieri quadri e situazioni commoventissime da darlo a conoscere per quel gran tragico che egli è. Nel mentre ammiriamo però l'eroismo d'Alceste, non può a meno di non parerci destituto di ragione e strano il motivo che vi dà luogo. Noi non possiamo prestar fede alla bizzarria del destino, che merca la vita d'Adméto con un'altra; quindi manca a nostro senso il soggetto dell'eroismo, e ciò ne indebolisce l'effetto perchè siamo sempre contrastati dall’improbabile e dal ridicolo della sua causa.

Sia lode agli dei: in questo paragrafo vi è una riga di elogio all’autore dell'Alceste. Si confessa esser egli un gran tragico. Sembra però, che trattandosi appunto di un gran tragico, non si dovesse affrettarsi di giudicarlo tanto leggiermente. I giudici legittimi de'grandi uomini son pochi, ed è difficile trovarli fra i loro contemporanei. Estraneo affatto al mio argomento dir si potrebbe il cenno [p. 42 modifica]critico sul difetto che si reputa di scorgere nel soggetto dell'Alceste. Si trovano ridicole e bizzarre le tradizioni sulla divinità, che aveva prescritto non potersi ricomprare la vita d'Adméto che con quella di altra persona a lui strettamente congiunta. Ma la religione de’ Greci non offre essa un tessuto quasi continuo di simili bizzarrie? Non per questo i più valenti tragici moderni abbandonarono simili soggetti; sembra anzi che sia questo stato il terreno prediletto, su cui lavorarono i loro capi d'opera. Cornelio, Racine, Voltaire, Crebillon e cent’altri offrono di ciò la dimostrazione. Ma lasciando a parte le prove di autorità, che il nostro critico potrebbe non ammettere, si può forse ricusare la giustificazione d’Euripide stesso? La sua tragedia rappresentar dovevasi in faccia al popolo ateniese, il quale ammetteva la tradizione della volontà imperiosa del destino, e la sua religione gl'imponeva questa credenza. E lo stesso Alfieri avrebbe potuto rispondere al censore: è ben vero che la mia Alceste non dev'essere rappresentata sul teatro d'Atene, ma al popolo italiano. Questi però sa che lo [p. 43 modifica]spettatore trasportar si deve nel luogo e nel tempo, in cui l'autore vuol condurlo e che in allora non può dispensarsi dall'adottare i sistemi religiosi e le tradizioni che a quell'epoca erano adottate dal popolo. Un sacerdote del paganesimo risposto avrebbe all'oppositore sulla bizzarria del destino: Tu profano e vil verme della terra osi voler giudicare il tuo Dio? impara a rispettarlo ed a sottometterti alle alte imperscrutabili disposizioni di Giove.

Ma forse si è detto troppo su quest'obbietto incidente che non ha relazione alcuna diretta coll'autore dell'Alceste.

Anche il marito Adméto inspira giusto interesse, e la di lui tenera corrispondenza alla Moglie, singolarmente al punto in cui la scopre votarsi in sua vece a Proserpina, e la disperazione affettuosa in cui egli cade, quando la crede già perduta per sempre, sono dipinte colla maggior verità, ed hanno il nobile e il grandioso che ricerchiamo nei tragici soggetti. Ma altrettanto sconcia e biasimevol troviamo nei nostri costumi la villana e vituperosa [p. 44 modifica]maniera colla quale nel dolore di veder perdersi la sposa, rimprovera il Padre perchè egli piuttosto anziché lei non siasi offerto a sacrificarsi per lui. Ella è ben la curiosa pretesa quella di questo signorino di voler intanto che gli altri sien disposti a morire in sua vece; nè è generoso nè onesto, che il suo sentimento stia solo nella scelta della vittima, e ch'egli abbia a mostrarsi snaturato figlio se vuol comparire marito amoroso. Simili mostruosità lo cangierebbero sulle nostre scene in oggetto di derisione e di odio a tutta l'udienza.

Sembra che al coturno per singolar privilegio (e non senza giustissima ragione) accordato siasi il quasi illimitato diritto di offrire le passioni in tutta la lor forza senza sfumarne le tinte, sian pur esse biasimevoli, orrende e feroci. Il tragico ci pinge Nerone qual mostro abbominevole, freddo tiranno e non mai sazio di sangue. Anzi lo scellerato fa di se stesso la pittura, millanta i suoi detestabili principj, e commette in faccia allo spettatore le più atroci azioni. L’amore stesso, questa fatale passione, ricca troppo di [p. 45 modifica]altari e più ancora di vittime, questa passione, ostacolo terribile, e mezzo certo di felicità fu pur dipinta ne'suoi traviamenti e ne'suoi delirj. Mirra, Fedra, Clitemnestra lo dicano. E perchè tanta ed illimitata libertà ai tragici autori? perchè il delitto per essere odiato non ha bisogno che di mostrarsi nella sua nudità, come la virtù per esser amata basta che si presenti sotto le naturali sue forme. Se dunque Euripide il primo, e con quelle tinte che erano alla sua nazione ed a' suoi contemporanei adattate, non un delitto, ma gli errori di una violenta passione dipinse; se dopo, il tragico italiano con più raffinati e sfumati colori la stessa situazione ci offrì nel disperato Adméto, a torto e dell'uno e dell'altro vorremmo lagnarci; anzi dobbiam loro laude, mentre offrirono la più utile lezione alle anime virtuose, quella cioè di non abbandonarsi troppo anche alle più nobili passioni, e tal si è certamente l'amor conjugale. Admeto virtuoso aveva pur osato mancare in un momento di smarrita ragione ad uno de'più sacri doveri, al rispetto verso il suo genitore. [p. 46 modifica]esigendo da lui quasi il sacrifizio della vita per conservar quella della consorte. Effetto funesto delle grandi passioni! ci tolgon esse l'uso della ragione, ci fan obbliare i nostri principj, e ci rendon diversi da quel che siamo. Ma a questa situazione appunto è applicabile ciò che diceva la colta e gentile donna che assunse la difesa della sfortunata e colpevole Mirra contro l’ingegnoso e riputato signor Abate Arteaga:

Ciò che caratterizza la violenza dello stato in cui un uomo dee trovarsi è non solo bello, ma necessario1.

Meschino e ridicolo poi ci comparirebbe il carattere, o per dir meglio il nessun carattere di Feréo. Farebbe impazienza veder questo vecchio affannato prima per timore di perdere il Figlio, che al sentirsi annunziare d’Alceste ch'egli non perirà, e la condizione apposta dal Fato alla sua guarigione, pare prima a bella posta ostinarsi a non riconoscere in lei la vittima generosa, tanto era facile l'andarne a [p. 47 modifica]segno, ben vedendo che mostrando d’intenderlo, non glielo potrebbe permettere egli che è vecchio e padre; e poi vi oppone debolissima resistenza in seguito, quando a levarlo dalia sua ignoranza ella le dice finalmente, son io quella, e pare offrirsi egli invece per solo complimento; tanto è pronto a lasciarsi persuadere di non sacrificare que'meschini giorni che ancor gli restano a campare in compagnia della sua vecchia moglie. E questo vecchio indolente sta testimonio di tutto il meraviglioso che passa in sua casa, quasi stupido spettatore, nè sa occuparsi d’altro, nè vi si scorge premura più pressante di quella che non venga sturbata la sua vecchiarella, per cui mostra un affetto intieramente puerile.

Non so come meschino si trovi e ridicolo il carattere di Feréo nell'Alceste seconda. È forse questa la prima volta, in cui un carattere dipinto dalla mano maestra di uno de'più gran tragici moderni siasi come tale giudicato. Convien essere ben sicuro di se stesso per dire ad Alfieri: Il tuo Feréo è [p. 48 modifica]meschino e ridicolo. È dunque tale il carattere d'un rispettabile vecchio inquieto ed agitato per un figlio, ch'egli ama quanto se stesso, per una nuora adorabile che sta per perdere, per una consorte che non tiene più che a pochi fili di vita? Che far doveva egli e dire oltre a ciò che fa e dice nell'Alceste seconda? Egli non è il protagonista; e se avesse ispirato maggior interesse, l'autore avrebbe traditi i principj dell'arte sua. Feréo vorrebbe dar la sua vita per quella del figlio, e lo riprende coll'accento del cuore per gli ingiusti di lui rimproveri. Feréo nel corso dell'azione non abbandona quasi mai il disperato suo figlio, e gli tien compagnia non con ciarle vane, ma col silenzio, amico prediletto degl'infelici. E dunque puerile, e può mai esserlo l’affetto di un consorte verso la sua compagna? Feréo non fa che alcuni cenni della sua. Doveva egli non parlarne mai? Non era essa la madre di Adméto? Sarebbe forse puerile l'affetto che unisce due conjugi perchè son vecchi? No, signore, io spero, che non avrete voluto dir questo. L'amor maritale può esser tacciato talvolta di [p. 49 modifica]puerilità fra due giovani sposi prodighi troppo di carenze, non mai fra due vecchi. Guai a chi in quel sacro legame non vede che i piaceri della gioventù! la maturità rende più preziosi quelli che offre al cuore la vita domestica.

La comparsa poi di Ercole, la parte ch'egli giuoca in questa rappresentazione, il di lui combattimento colla morte, non è possibile che potesse imporre a'nostri giorni. Quel meraviglioso, che non è punto meraviglioso per noi, togliendo il credibile leva gran parte di forza all'azione tragica ov'egli sia stato introdotto.

Questa critica osservazione rapporto all'Alceste d'Euripide ma inopportuna se il censore si fosse ricordato i suoi principj e la diversità degli usi, dei costumi e della religione dei popoli nelle differenti epoche, si converte tutta a favore dell’Alceste seconda, in cui non vi è nè apparizione di alcun nume, nè comparsa o combattimento colla morte. Ercole riconduce Alceste alle braccia dello sposo, ed un velo misterioso nasconde il mezzo, con cui Ercole ha potuto ridonare la sposa ad Adméto. Confessar debbo ch'io [p. 50 modifica]trovo mirabile l'artifizio, con cui il nostro sommo tragico ci porta allo sviluppo della sua tragedia.

L'argomento pertanto, l'intreccio, la maniera con cui dovea trattarsi questa tragedia, la fece giudicare all'Alfieri non opportuna al gusto moderno; si rivolse però all'antichità e si direbbe esser questa tragedia un capriccio d'amor proprio d'Alfieri, il quale avvezzo a riportar la corona da'suoi contemporanei, certo d'ottenerla da'posteri, volle anche spingersi coll'immaginazione fino a' secoli passati e contrastarvi un'egual gloria. Se egli adunque ha scritto per l'antichità spetterebbe anche ad essa a giudicare s'egli sia poi riuscito a suo genio, nè ella è più al caso di dare il suo suffragio, nè a noi è permesso dopo il corso d'oltre ventidue secoli d'indovinare qual fosse, senza comparire assai arditi.

Alfieri ha trattato l'argomento dell'Alceste, ed è questo un fatto che il nostro censore non pone in dubbio. Come può egli dunque trarne una conseguenza [p. 51 modifica]diametralmente opposta? Fa sorpresa che l'ingegno umano esser possa soggetto a queste aberrazioni.

Non può negarsi che Alfieri innamorato della vera gloria, avido di cogliere la palma di gran tragico rinunziò quasi a quella che gli offrivano i suoi contemporanei per riservarsi l'altra, che più desiderava dai posteri, e che fu sempre più desiderata dai grand'uomini. Le sue opere ce ne offrono una palpabile prova: ma che la di lui immaginazione esser possa giunta perfino a spingersi nelle età passate per contrastare in faccia al popolo ateniese ch'esisteva ventidue secoli fa, la corona ad Euripide, ella è questa una supposizione che destituta d'appoggio, come è, non può sostenersi in verun modo, e superfluo sarebbe il combattere questa chimera.

Il censore patavino si è presa la briga di parlar quasi di me solo negli ultimi periodi del suo articolo. L'immensa distanza che pur troppo divide l’autore dall'editore dell'Alceste m'induce quasi per religioso rispetto a riservare ad altra lettera le mie qualsiansi [p. 52 modifica]difese. Addio intanto, mia saggia amica. Recate dall'amicizia, io spero che saran lietamente accolte queste lettere, mentre sto aspettando le vostre colla più viva impazienza.

31 Gennajo.

Note

  1. Risposta della Contessa Isabella Teotochi Albrìzzi all'Abate Stefano Asteaga pag. 53.