Lettere sulla Alceste seconda/Lettera sesta

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Lettera sesta

Lettere sulla Alceste seconda/Lettera quinta Lettere sulla Alceste seconda/Lettera settima IncludiIntestazione 30 novembre 2014 100% Da definire

Lettera quinta Lettera settima


[p. 61 modifica]

LETTERA SESTA



Abbastanza vi ho detto, e troppo forse, mia buona amica, sulle censure del critico patavino, a cui piacque ripetere quelle del signor Guill. . . di meno recente data. Omettendo ciò che mi riguarda, rimangono per modo tenui le osservazioni sull'Alceste e sono esse talmente destitute di base, che dir potrebbesi, ammettendo la competenza de’censori, essere quella una delle più perfette composizioni che l’arte tragica ci offra, giacche non vi si è trovato quasi difetto. D’altra parte sono così parchi di lodi i censori, che da taluno forse sospettar si potrebbe essere quel postumo componimento tragico d'Alfieri l'infima e la meno pregevole fra [p. 62 modifica]le produzioni del di lui ingegno. Egli è perciò che parmi dover aggiungere alcune osservazioni su quella Tragedia.

Convien dire che innamorato siasi Alfieri del soggetto dell'Alceste, se dopo il voto solenne che avea pur fatto, e dopo aver deposto il tragico coturno, resister non seppe all'impulso di trattare quell'argomento, benché non gli offrisse neppure una linea, che aver potesse relazione colle sue predilette e favorite idee di libertà, e di odio ai tiranni.

Ella è questa quasi la prima volta in cui sola base e centro di un’azione trattata dal nostro tragico sia un sentimento del cuore, nè vi abbia luogo alcuno scellerato. Alfieri nel suo Adméto pinse se stesso, e sotto questo aspetto l'Alceste sarà riputata fra le più interessanti di lui produzioni, tanto più ch'egli ha eseguito questo lavoro nell'età sua matura, e dopo aver colte replicate palme nella tragica palestra.

E qual più degno soggetto in fatti offrirci poteva l’antichità? I delitti dei re, l’ambizione, l’odio, l’orgoglio possono forse meritar la preferenza sulla nobile e legittima [p. 63 modifica]passione dell'amor conjugale? Dopo l'amor della patria qual altra osar potrebbe disputarle il passo? Qual più di questa è sorgente perenne di virtù vere? Una buona moglie è buona figlia, buona madre, buona amica, buona cittadina; e se la felicità avesse a fissare il suo soggiorno sulla terra, i primi suoi passi sarebbero verso due sposi, che la stima, l'amicizia e l’amore avessero riuniti. Il soggetto dell’Alceste pertanto non poteva essere meglio scelto dal nostro Alfieri. Esamineremo rapidamente come abbia egli distribuita l'azione: parte del lavoro forse la più difficile, e senza di cui una tragica rappresentazione non può ottener mai i suffragi del Pubblico.

Il vecchio Feréo nella prima scena in pochi versi fa conoscere il soggetto dell'azione, e le persone tutte che vi han parte. Sopraggiunge Alceste, annunzia al padre d'Adméto la notizia della salvata vita del figlio, e della vittima offerta in cambio ai voleri del destino. Lo spettatore già sente le angosce in cui trovasi quella desolata famiglia, ed il Coro, che solo rimane con Feréo, ci [p. 64 modifica]penetra di profonda mestizia, non senza far balenare qualche raggio di speranza. Rapidissima corre ed oltre modo interessante l'azione in questo primo atto. Nel secondo si presenta Adméto, e dalla voce stessa d'Alceste riceve la nuova fatale ch'egli sta per perderla. Nell'atto terzo Alceste moribonda conforta il suo Adméto più di lei infelice. Chi può trattenere le lagrime a quella scena, di virtù, di fermezza, di eroismo? La separazione di Alceste da Adméto, i due gruppi, che ci presenta l'ultima scena dell'atto terzo, le matrone che assistono Alceste moribonda da una parte, dall'altra il Coro che circonda Adméto disperato, tutto ciò forma una situazione che non può essere suggerita che dal genio. Il profondo silenzio dei protagonisti, unico linguaggio del dolore estremo, viene soltanto interrotto dai mesti canti del Coro, fino all'atto quarto, in cui giunge non aspettato il generoso figlio d'Alcmena. Questo eroe fa scintillare un raggio di lontana, ma pur lusinghiera speranza, e ci toglie da quel profondo duolo, in cui ci avevano lasciati gli ultimi accenti d'Alceste, e le smanie dell' [p. 65 modifica]infelice Adméto. Vive però ancora Alceste, allorché per comando d'Ercole viene portata nel Tempio d’Apollo. Mentre spira ancora aure di vita, non può esser essa restituita alle braccia dello sposo per favore di quella propizia divinità? ma queste fievoli speranze ci vengono rapite dalle smanie del disperato inconsolabile Adméto ben più infelice d'Alceste. Funesto dono è l’esistenza, allorché in braccio ad una passione la speranza è fuggita dal nostro cuore. Accompagnato da una donna velata, che non possiam ravvisare, si presenta Alcide nell'atto 5 al suo amico, ed osa presentargli quell'incognita donna in sostituzione di Alceste.

A questa terribile situazione, per cui si sviluppa l'ultimo grado della disperazione d'Adméto, succede inaspettata ed inesprimibile gioja, allorché, levato il velo, ravvisa Adméto nell'incognita la sua Alceste. Le lagrime del dolore dan luogo a quelle del piacere, e conviene non aver cuore per non essere a parte della gioja dei due avventurati sposi. Con qual arte finissima ha condotto il nostro tragico lo sviluppo maraviglioso [p. 66 modifica]dell'azione! In qual modo Alceste possa essere stata rapita da morte non osiam più dimandarlo neppure a noi stessi, dopo che alla ricerca d’Adméto risponde Alcide:

                                              Arcani questi
Son dell'eccelsa onnipotenza, in cui
Vano del par che temerario or fora
Ogni indagar d’umano senno. Alcìde,
In tal portento, esecutor sommesso
Del comando dei Numi, altro ei non era.
Nè il dire a me più lice: Nè a voi lice
Il ricercar più oltre.

Ma debbo pur dirvi tutto? Il mio cuore non sa approvare la troppo severa pena che Ercole impone alla mancanza di fiducia di Adméto, presentandogli in que' fatali momenti un'altra donna. No, non è possibile immaginare più grave insulto al dolore d'un disperato amante. Questa situazione, che viola quasi i diritti più sacri di una passione, non è abbastanza giustificata da ciò che Alceste dopo soggiunge:

Sposo, ed io pure i disperati detti
Del tuo dolore immenso or dianzi udiva,
Da te creduta estinta. Oh qual secreta

[p. 67 modifica]

Inesprimibil gioja nel vederti
Di me sì pieno, ancorché scevro affatto
D'ogni speme di me! Troppo tu m'ami;
E il tuo feroce giuramento il prova.

No, gli stessi contemporanei d’Euripide non avrebbero perdonato al nostro Alfieri la dura prova, a cui Ercole assoggetta il disperato Adméto. Era valoroso non inumano Ercole, ed aveva un cuore: Onfate può dirlo. Il variar de'tempi e de'costumi di poco modifica, a differenza delle altre passioni, quella dell’amore.

Dopo questi brevi cenni sulla condotta del dramma, molti altri potrei aggiungerne sui caratteri, sulla poesia, sul verso e sulla mesta armonia, che lo governa, ma ciò troppo lungi mi trarrebbe. Io penso, che quel tragico componimento raccoglier debba non i soli suffragi della lettura, ma anzi son d’avviso, che rappresentato convenevolmente, immancabile sarebbe l’effetto sugli spettatori. Se la nostra Fiorilli Pelandi, onore delle scene italiane, che in sì mirabil modo possede l'accento delle passioni, e se altri valenti attori sostenessero le parti di quella tragedia, se [p. 68 modifica]le decorazioni ed i cori fossero corrispondenti, e se in fine una musica melanconica, semplice e sentimentale s’intrecciasse coll'azione, a me sembra, che l'Alceste sarebbe forse considerata come uno de'capi d'opera del nostro teatro tragico. Oh come sarei lieto di assistere a simile rappresentazione seduto a canto de'miei austeri censori! Io vedrei scorrere lagrime involontarie dai loro occhi. Potessero pur moltiplicarsi de'soggetti simili a quelli dell’Alceste! I costumi nostri che a passi smisurati si avanzano verso la depravazione e la demoralizzazione, si arresterebbero forse, e si allontanerebbero da quelle violenti crisi, a cui pur devono soggiacere i popoli corrotti.

Che se un qualche essere fornito di penetrazione e d’ingegno, ma privo di cuore e di un’anima feroce, egoista per abitudine e per principj, e virtuoso soltanto per orgoglio, non fosse mosso alla rappresentazione dell’Alceste, e giungesse perfino ad usare dell'arma velenosa del ridicolo verso di chi offrisse un tributo di soavi lagrime ad Alceste, io non avrei ad opporre che [p. 69 modifica]il silenzio e la compassione per quell'essere misero, che non può sfuggire il destino che l'attende, quello del disprezzo e dell’avvilimento. Ma i cuori che sono abituati alle virtù, sì, questi tutti applaudiranno alla mia scelta, nè io ho cercati che i loro suffragi, e primo già raccolsi il vostro, mia affettuosa Amica. Addio.

1 Febbrajo.

Note