Lettere volgari/Lettera XII

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A Messer Francesco Petrarca

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Lettera XI Testamento
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ALL’UOMO CHIARISSIMO ED OTTIMO MAESTRO

MESSER FRANCESCO PETRARCA

GIOVANNI DA CERTALDO


SALUTE


Tu, egregio fra gli uomini, sei di parere, per quanto mi riportò fedelmente il nostro Donato grammatico, che Piero Ravennate e Piero Damiano siano tutt’uno, e desideri averne la vita e l’opere sue, qualora se ne trovino; e perchè fu Ravennate, giudichi potersene trovare in maggior copia a Ravenna che altrove, e me, che per mia disgrazia sto qui, solleciti a trascriver tutto, e mandartelo a Milano. Procura di non lasciar nulla del non veduto, nulla del non attentamente esaminato; lo che se potrai fare sarà commendatissimo in uomo di sì gran nome. Una sola cosa mi farebbe assai maraviglia, seppure da cosa particolare si può far giudizio pienamente della dottrina, cioè, che tu avessi per una sola due persone tra loro diverse per distanza di due secoli, diverse per la patria, e direi anche per dignità. È credibile che un povero ed inerte bifolco possa fare il maestro ad un Esiodo, ad un Marone, od a chi altro tu voglia de’ tanti rinomati maestri di agricoltura, se trattisi della fertilità o della sterilità d’un terreno [p. 135 modifica]ben cognito a lui, se della maniera di adoperare la marra nello zappettare le viti, o piantare alberelli, se di condurre i bovi sì che il solco venga diritto; ed anche è certissimo che solamente Dio può saper tutto: soffri dunque tu senza rossore del viso o dell’animo tuo, che io minimo de’ tuoi discepoli disperga in breve con tua buona pace la nuvola di questo errore prima di passar più avanti.

Alcune persone di questi luoghi ed oneste, e per età e dignità venerabili, tengono essere a bastanza chiaro che non uno, ma due, siccome accennai, e molto diversi tra loro siano i da te reputati un solo e medesimo Piero; conciossiachè il cognominato Ravennate non fosse detto così per la patria, sendo nativo Imolese, ma pretendono essergli derivato quel nome dalla sede vescovile di Ravenna, che tenne circa l’anno 350 di Cristo, e dicono che morisse in patria, ed ivi fosse sepolto nella basilica di S. Cassiano martire, dove è tuttora da que’ cittadini con sacro cullo il sepolcro di lui tenuto in onore. Ma sia pure che altri pretendano essere vissuto a tempo di papa Gregorio (magno), e che fosse uno degli interlocutori nel suo dialogo, e che il papa spesso lo nominasse; di ciò parlerò altrove.

Pier Damiano al contrario fu propriamente Ravennate di nascila, siccome è palese per le gesta di lui che si leggono, e per l’Eremo di Fonte-Avellana, a cui tanto con santità, quanto con ufficio di priore egli presiedeva; da Stefano ix. papa al grado insigne di vescovo di Ostia, ed anche al cardinalato venne promosso, il quale Stefano papa, come dicono [p. 136 modifica]alcuni annali, tenne il papato dopo l’anno millesimo da che Dio nacque fattosi uomo. Hai dunque dinanzi agli occhi due persone dello stesso nome bensì, ma di tempo, di patria, di cognome e dignità differenti.

Ora per sodisfare a’ tuoi studi, e al tuo lodevole esercizio in essi, bisogna venire al restante.

Appunto allorchè tu eri ansiosissimo di notizie intorno a Pier Damiano, come gli amici mi dissero, io stava cercando in Ravenna con grande istanza de’ Ravennati medesimi gli atti della vita di lui; ma nient’altro mi riusciva saperne fuori che il nome dell’uomo santo; come se avessi interrogato gli Ispani abitatori dell’ultimo continente circa le azioni ed i costumi di genti indiane. La vergogna maggiore, per tacere del resto, si è che interrogandone, non dirò i soli cittadini, ma gli eremiti stessi del luogo, veggoli stupefatti stare a udirmi parlare, come se avessi domandato di qualunque tu voglia abitatore della Tebaide, o romito antichissimo, quando cerco d’un uomo illustre cotanto tra’ suoi concittadini per la religione, e tra li successori suoi nella vestitura (non dico mica nelle opere), e nell’abitare in quel monastero fabbricato nell’adriatico lido per cura sua, dove fece la prima sua professione religiosa, e posevi li romiti, e il nome prese di Peccatore. Nel vedere ignote a tutti le sue gesta e ’l suo nome, come se a’ Mauri avessi domandato di Luceriano Bellovacense, o di Basilio armeno, o di qualunque altro antico e straniero de’ più sconosciuti, stomacato, il confesso, e condannando non solamente la negligenza [p. 137 modifica]de’ suoi monaci stessi, quanto anche l’inerzia de’ cittadini, stava già per abbandonare l’impresa; ma ecco un certo vecchio, e dice: Amico, ricordomi, seppure non erro, d’aver udito dire, gran tempo addietro, che la vita di quest’uomo, del quale tu solo cerchi memorie, io debba averla in casa mia; e se la desideri, andiamo a cercarla, e sia tua. Feci attenzione a quanto diceva; e tu potrai conoscere in qual modo onorevole custodisse le memorie d’uomo sì venerabile. A che più parole? ce ne andiamo, ed entro in casa. Egli mettesi innanzi un monte di carte inutili, scritte, e tratte fuori di affumicati sacchetti. Or mentre io rideva di quelle, e di me stesso, credulo troppo, ed attentamente osservava tutto quello che dall’aspetto del volume pareami poter essere ciò ch’io cercava, ne accadde, credo per tua fortuna, che mi venisse alle mani un quaderno di papiro; lo veggo per antichità e per incuria quasi corroso, e sparso di macchie d’umore sucidissimo. Volli gittarlo via, senza esaminarlo neppure; mancò poco ch’io nol gittassi davvero, quando nel farne l’atto, vi lessi ad occhio traverso nella prima pagina il titolo dell’opera Vita di S. Pier Damiano. Tutto lieto del buon evento, mi ritrassi col quaderno nella mia cameretta. Prima di tutto trovai che la vita era composta da un certo Giovanni, e indirizzata ad un tale Liprando priore allora dell’Eremo di Fonte-Avellana; ma di questo Giovanni non eravi nè prenome, nè agnome, nè cognome veruno; di sè chiaramente affermava essere stato compagno dello stesso Piero nell’Eremo, e nel governo di questo; attestava [p. 138 modifica]inoltre d’aver vedute alcune delle cose descritte da lui. Nondimeno mentre con attenzione leggendo il tutto l’esamino, non solamente non potrò concedere che tale scritto sia proporzionato a’ meriti di quell’uomo venerabilissimo, ma neppure che del tuo talento sia degno; anzi lo veggo ridondante di tale e tanta disordinata superfluità di parole, che nel leggerlo mi verrebbe a fastidio. Laonde sembrandomi che tolte le superfluità, ti riuscirebbe la lettura più cara, io Giovanni dietro le vestigie di Giovanni, senza toglier nulla del sostanziale, l’ho trascritto in stile alquanto migliore per mandarlo a te. Se avrò fatta cosa di tuo piacere, bene; se stimerai meglio d’avere l’originale, più adatto invero ad una brigata di donnicciuole, che a dilettare uomini letterati, avvisami, ed avrò cura che tu possa averlo. Addio, maestro eccellente.

Scrissi nel quarto dì avanti le none di Gennaio, nella scolo1 di quasi tutta l’ltalia Cisalpina.





Note

  1. Ravenna.