Letture sopra la Commedia di Dante/Alla Reale Accademia della Crusca/I

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Alla Reale Accademia della Crusca - I

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Letture sopra la Commedia di Dante Alla Reale Accademia della Crusca - II



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ALLA R. ACCADEMIA DELLA CRUSCA

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I


A voi illustri e valorosi Accademici, intitolo questa mia edizione delle Lettere edite e inedite di Giovan Batista Gelli sopra la Divina Commedia; e sommamente vi ringrazio di avermene data facoltà. Per doppio titolo queste Letture son cosa vostra. Sono primieramente cosa vostra, perchè furono fatte all’Accademia Fiorentina, della quale egli fu il XV Consolo, e che stando a ciò che si afferma dallo Zannoni nella sua Breve storia, può considerarsi come precursora e progenitrice dell’Accademia vostra. E queste Lettere sono eziandio cosa vostra, perchè Giovan Batista Gelli va giustamente annoverato tra i più eleganti scrittori dello elegantissimo secolo di Leone X; e le opere sue, modello di lingua pura e di forbito stile, sono allegate per testo nel vostro Vocabolario, del quale state ora facendo la quinta impressione, da non temere il confronto con alcuno de’ lavori che, simili a questo vostro, si fecero dalle più reputate Accademie straniere. Specialmente poi vi sono allegate le sue Letture Dantesche, già stampate dal Torrentino in dieci volumi, ma oggi divenute una rarità bibliografica. Nè le altre, rimaste sin qui inedite, e che ora per la prima volta si metteno in luce, sono di minor merito, se forse non sono di [p. vi modifica]maggiore, siccome quelle che furono composte dall’autore nell’età sua più matura, quando gli era cresciuta cogli anni la dottrina e la perizia nell’arte.

Non istarò qui a ritessere la vita di Giovan Batista Gelli, avendola già narrata il Salvini nei Fasti consolari, e il professor Agenore Gelli nella raccolta, ch’egli pubblicò nel 1855, di alcune opere del tanto rinomato suo omonimo in un volume della Biblioteca nazionale di Felice Lemonnier. Ma solo farò a quest’ultimo scritto due lievi aggiunte; l’una delle quali si riferisce alla Bibliografia, ivi esposta a pag. XXIX; e l’altra, all’antica e sempre disputata questione della lingua. Oltre ai libri stampati, che si citano dal prof. Agenore, fu dal Poccianti ricordato un volgarizzamento che Giovan Batista Gelli aveva fatto degli Apoftemmi di Plutarco. E Salvino Salvini dice alla sua volta, che nella libreria de’ manoscritti Strozzi (cod. 952) erano le Vite dei pittori, lavoro originale di esso Giovan Batista Gelli, dedicato con una erudita lettera proemiale al suo amico Francesco di Sandro; e nomina a uno a uno gli artisti, de’ quali si leggevano in quel codice compendiate le biografie. A me non riuscì di avere altre notizie di quel volgarizzamento e di queste Vite; ma qui ne feci memoria, sperando che altri più fortunato ne possa fare la scoperta. Vi è pure una commedia, col titolo di Polifilo, stampata dai Giunti nel 1546 senza nome di autore, e dedicata a Benedetto Busini, la quale da alcuni critici si giudica esser cosa del nostro Gelli; e sopra di ciò possono consultarsi il Quadrio e lo Allacci.

Quanto alla lingua, si sa che Giovan Batista Gelli fu col Giambullari e col Varchi tra i sostenitori più strenui della opinione che alla lingua nostra non altro nome abbiasia dare, che di fiorentina. E a chi gli opponeva l’autorità di Dante, il quale nei libri De vulgari eloquio la mostrava [p. vii modifica]italiana (autorità ch’è massima per tutti, e per il Gelli era suprema), non rispondeva come da alcuni si fede ai nostri giorni, cercando di recare ad altro senso le parole e le dottrine di Dante chiarissimo, e adoperandovi certi cavilli,


Che furon come spade alla scritture
In render torti li diritti volti.


Ma fortemente convinto della sua tesi, e parendogli impossibile che Dante avesse mai tenuta e difesa la contraria sentenza, negava a dirittura che quei libri fossero di Dante; e diceva (come può vedersi nella dodicesima delle presenti Lettere, e nel Dialogo intorno alla lingua indirizzato a Pier Francesco Giambullari) le ragioni per le quali egli li credeva apocrifi, e schieravasi tra coloro che avevano giudicato non altro essere quei libri, che una invenzione o una impostura di Gian Giorgio Trissino. Recentemente ancora la medesima tesi fu sostenuta con sottili argomenti e con molta pertinacia da Filippo Scolari. Essa però dopo le vittoriose dimostrazioni datesi dal March. Gian Giacomo Trivulzio e da Pietro Fraticelli, è una opinione definitivamente condannata. Se non che, a ben considerare, la differenza tra il volgare illustre di Dante e il parlar fiorentino del Gelli è cosa tenue, che quasi non può dirsi differenza. Giacchè il fiorentino, che Dante vitupera, non è quello che si usa dalle persone educate e colte, ma quello ch’esce di bocca alla plebe. E similmente il linguaggio de’ piazzaiuoli, ma il linguaggio delle classi più elevate. Così il Gelli dal canto suo, nel portare alle stelle il parlare fiorentino non intende, come oggi da certi novatori si vorrebbe, il parlare de’ trivii, ma il parlare delle civili o costumate conversazioni. Nel sopra detto Dialogo intorno alla lingua egli mette il parlar fiorentino a paro col parlare di [p. viii modifica]Cicerone e di Cesare; ma espressamente dichiara che questa lode non ad altri si conveniva che ai veri e nobili cittadini di Firenze, «i quali per la loro grandezza hanno avuto il più del tempo a trattare di cose gravi, o a mescolarsi poco col volgo; e massimamente quando essi parlatori hanno atteso alle lettere, esercitandosi negli studj.» E anche più chiaramente nelle presenti Lettere (Lett. V, lez. 3) dice che quando s’ha a imparare e pigliare una lingua, s’ha a imparare e pigliare «da quelli che la sanno e la parlan bene, che sono i primi e più nobili di quella patria della quale ella è, e non da’ plebei, che hanno una lingua bassa o vile, e da non farsene conto alcuno.» Ma posto ciò, mi sia lecito domandare, se o quale diversità corre, sulle labbra e sotto la penna di coloro che la sanno o parlano o scrivono bene, tra la lingua che si parla e scrive a Firenze, e la lingua che si parla e scrive a Napoli o a Milano; ossia, che torna allo stesso, tra il volgare illustre che piaceva a Dante, e il parlar fiorentino che piaceva a Giovan Batista Gelli. La qual dottrina del volgare illustre o del nobile fiorentino fu riepilogata con gran brevità e non minore efficacia da Giuseppe Tebaldi là dove notò che Dante, nato fiorentino, scrisse italiano, al modo medesimo che Omero aveva saputo farsi non ionio, ma greco scrittore.

Per me credo che fosse nel vero il mio ottimo e da tutti compianto amico Quintino Sella; il quale diceva che la lingua o nazionalità sono due concetti che non si possono vicendevolmente disgiungere, poichè non potrà mai dirsi che appartengano alla medesima nazione due popoli dai quali si parli e si scriva una lingua diversa. Varii certamente sono i modi e le forme, con cui ciascuna lingua si estrinseca nelle varie parti del paese, e nei varii ordini delle persone; ma questa pluralità di dialetti e di vernacoli è condizione comune [p. ix modifica]a tutte le lingue del mondo. Sono modalità secondarie e accidentali; o si riducono poi al nulla, o poco meno che al nulla, per coloro che sanno la propria lingua, e l’hanno imparata, e la parlano e scrivono bene, come la scrisse al tempo suo il Gelli fiorentino, e come la scrissero al tempo nostro il Giordani e il Leopardi, non fiorentini nè l’uno nè l’altro. E di mano in mano che si stringe e si fortifica la unità nazionale, vanno pur facendosi minori le anomalie dei dialetti, come si è visto in Francia e in Ispagna, dopo che di parecchi regni vi si formò un regno solo, e come vediamo anche in Italia dopo il 1860. Imperocchè ella è cosa affatto naturale, che unificandosi il linguaggio delle grandi assemblee e de’ grandi poteri dello Stato, il linguaggio degli ufficii governativi, il linguaggio dei dazii, delle dogane e delle altre gravezze, il linguaggio de’ magistrati giudiziarii, il linguaggio della milizia di terra o di mare, il linguaggio de’ traffichi e delle misure e de’ pesi, e così discorrendo; è naturale, io dico, che unificandosi questi linguaggi, venga meno la moltiplicità delle antiche nomenclature, come è naturale che crescendo tra gli uomini le comunicazioni e i contatti, sempre più si facciano tra loro somiglianti le maniere di esprimersi. Ma sieno quali si vogliano, o più o meno risentite, le varietà de’ vernacoli, se in Italia vi fu, vi è e vi sarà una nazione, vi fu, vi è e vi sarà parimante una lingua italiana. Il come poi questa lingua vogliasi chiamare, poco monta. In ogni caso mi pare evidente, che tanto vale il dir fiorentino la lingua che si parla e si scrive dagl’Italiani, quanto il dir parigina quella dei Francesi, madrilena quella degli Spagnuoli, berlinese quella de’ Tedeschi, londinese quella degl’Inglesi, e così ogni altra.