Letture sopra la Commedia di Dante/Alla Reale Accademia della Crusca/II

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Alla Reale Accademia della Crusca II

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II


Fa maraviglia a pensare quanto l’amore di Dante affini gl’ingegni, e dia loro forza e lena alle cose più ardue. Noi vogliamo adesso un gondoliere veneto, rapito dalle bellezze della Divina Commedia, consecrare allo studio di essa le ore che ruba al sonno, o che gli rimangono tra l’uno e l’altro esercizio del suo faticoso mestiere; e tanto addentrarsi nel poema Dantesco da saperlo esporre in pubbliche adunanze tra gli applausi di numerosi ascoltatori, e darne anche per le stampe qualche sua interpretazione. E il secolo XVI vide un calzaiuolo fiorentino accendersi del suo Dante; e questa passione farsi in lui così viva, che per gustarlo maggiormente consumò sui libri, anche i più astrusi e difficili, il tempo che altri dedica al riposo e ai divertimenti; onde senza smettere l’arte aua acquistò fama, non solamente di gran letterato, ma eziandio di filosofo profondo. Questo calzajuolo fu il nostro Giovan Batista Gelli. Il quale ci narra egli stesso, che l’amore ch’egli portò sempre a Dante fu la prima e principal cagione che gli fece imparare quel tanto che seppe. Imperocchè solamente la brama d’intender gli alti e profondi concetti del suo divinissimo poeta lo messe, in quella età nella quale l’uomo è più dedito, che in alcun’altra, e inclinato ai piaceri, e nella professione ch’egli faceva, tanto diversa dalle lettere, a studiare la lingua latina, e di poi a spendere tutto il tempo, che poteva tòrre alle sue faccende, intorno alle scienze e alle buone arti; giudicando egli, che il volere intendere senza quelle il pomea di Dante fosse come un voler volare senz’ali, o navigare senza bussola e senza timone. E con lui attendeva ai medesimi studii, ed ora eguale [p. xi modifica]di età, Filippo del Migliore; il quale fu poi anch’egli due volte consolo dell’Accademia Fiorentina, e deputato dal Duca Cosimo a riordinare l’Ateneo Pisano. Onde a testimonianza di perfetta amicizia dedicò il Gelli a esso Del Migliore il suo volgarizzamento di Ecuba di Euripide, fatto in versi sciolti sulla versione latina di Erasmo. A proposito però di questo volgarizzamento correggerò un errore, nel quale è caduto il Salvini, credendolo «una delle prime fatiche letterarie» di Giovan Batista Gelli. Giacchè il medesimo Gelli, nel dedicare a Filippo Del Migliore il 1°di gennaio del 1558 un altro suo libro, cioè la quarta delle presenti Lettere, dice espressamente di non avergli sino a quel tempo ancora offerto alcuno de’ suoi lavori. La dedicatoria dell’ Ecuba non può esser dunque se non posteriore al 1558, vale a dire a un tempo nel quale non solo il Gelli no era più alle sue «prime» fatiche letterarie, ma si andava appressando alle ultime.

Già fino dal 1541 tanta era la fama che il Gelli si era procacciata nelle lettere, che essendosi allora fondata l’Accademia Fiorentina, fu egli tra i primi suoi socii; e fu il primo a farvi una pubblica lezione, spiegando il passo del Paradiso Dantesco (XXVI, 124) che discorre della lingua primitiva del genere umano, o delle successive sue trasformazioni. La qual lezione, fatta da lui poco meno che all’improvviso in vece di Bartolommeo Panciatichi che n’era stato non so per qual cagione impedito, tanto piacque, e tanto favore incontrò, che Anton Francesco Doni, volendo pubblicare le migliori che nell’Accademia eransi udite intorno a Dante, la pose nel libro primo della sua raccolta, insime a quelle di Francesco Verini, di Giovanni Strozzi, di Pier Francesco Giambullari, di Giovan Batista da Cerreto e di Mario Tanci. E nel nome e nello amore di Dante cominciò tra il Giambullari e il Gelli; elettissimi ingegni l’uno a l’altro, quella [p. xii modifica]cordiale amicizia e comunanza di studii, onde avvenne che scrittosi dal Giambullari un intero commentario sopra la Divina Commedia, oggi per mala ventura perduto, lo donò al Gelli, che più volte e con molto onore lo cita in queste sue Letture. Ma della stampa, che il Doni aveva fatte nel 1547, poco fu soddisfatto il nostro autore, siccome quella che gli comparve monca e lacera. E perciò la ricorresse; e la mandò novamente a imprimere dal Torrentino nel 1549, intitolandola all’amico suo carissimo Anton Maria Landi; uomo anch’esso assai letterato, due volte Consolo all’Accademia Fiorentina, alla quale fece parecchie e dotte Letture, e scrittore di una commedia intitolata Il commodo, recitata nel 1539 per le nozze del Duca Cosimo. Questa prima lezione del Gelli fu poi ristampata ancora dal medesimo Torrentino nel 1551 insieme a Tutte le lezioni di Giovan Battista Gelli fatte sino a quell’anno.

Nel 1543, essendo Consoli prima Francesco Guidetti e poscia Carlo Lenzoni, il Gelli fece un’altra Lettura Dantesca, in tre lezioni divisa. La deè quindi il luce nel 1548 coi tipi del Torrentino già nominato, intitolandola:IL GELLO ACCADEMICO FIORENTINO sopra un luogo di Dante nel XVI Canto del Purgatorio: della creazione dell’anima razionale. E la offerse a esso Lenzoni, perchè gli portava grande affetto, e perchè a istanza di lui s’era indotto a farla, e gliene era venuto onore. E se voi per avventura (così al Lenzoni scriveva il Gelli) sentiste che qualcuno la biasimasse, piacciavi dir solamente a quelli tali, che prima discretamente considerino quale sia la professione mia, e poi giudichino a modo loro; perchè io, come persona occupatissima in esercizio diversissimo dalle lettere, non ho forse fatto poco a condurmi dove mi trovo. Il qual Lenzoni, vissuto nella prima metà del secolo XVI, fu pure appassionato di Dante; e in [p. xiii modifica]difesa di Dante e della lingua toscana scrisse un libro, assai stimato dai Dantisti, e diviso in tre giornate o tre dialoghi. Ma ne lasciò finiti due soltanto, poichè la morte gli’interruppe il lavoro; e del terzo non rimasero se non frammenti. Ne presero cura Pier Francesco Giambullari e Cosimo Bartoli, i quali insieme col Gelli erano interlocutori di quei dialoghi; e li pubblicarono nel 1556 colle stampe del sopra detto Torrentino, e con due dedicazioni, l’una del Bartoli al Duca Cosimo, e l’altra del Giambullari a Michelangelo Buonarroti. S’intende facilmente, nè a’ Bartoli io vorrò dar biasimo, che abbia voluto mettere il libro anche sotto la protezione del suo Signore. Ma prima di morire, non altro desiderio aveva il Lenzoni a’ suoi amici significato, che di veder l’opera sua venire in pubblico sotto il nome del gran Buonarroti. E bene era degno, e questo forse unicamente era degno, che al nome del divino Dante si accompagnasse il nome del divino artista, il quale dalla Commedia Dantesca aveva tolto il pensiero della maravigliosa sua pittura del Giudizio universale, e solo potè colla matita e col pennello arrivare tant’alto da non rimanere al di sotto del poeta.

Alcuni anni dopo lesse nuovamente il Gelli all’Accademia intorno a Dante; e questa volta fu nel 1551 sotto il consolato del Senatore Bernardo Canigiani, nobilissimo e virtuosissimo uomo, amico di Torquato Tasso e di Battista Guarini. Del quale Canigiani io faccio qui speciale ricordo; perchè egli con Anton Francesco Grazzini, con Bastiano De Rossi e con altri valent’uomini fu tra i primi fondatori della vostra Accademia della Crusca, prendendovi il nome di Gramolato. In questa sua Lettura il Gelli spiegò alcuni terzetti del Canto XXVII del Purgatorio, discorrendovi del libero arbitrio; ed è l’ultima delle lezioni che si raccolsero nel giù citato volume Torrentiniano del 1551.