Letture sopra la Commedia di Dante/Alla Reale Accademia della Crusca/III

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Alla Reale Accademia della Crusca III

../II ../IV IncludiIntestazione 4 settembre 2010 75% Da definire

Alla Reale Accademia della Crusca - II Alla Reale Accademia della Crusca - IV



[p. xiv modifica]
III


La universale approvazione data a queste Letture accademiche, e il grido in cui erano venute, mosse il Duca Cosimo a ordinarle in modo stabile. E così nel 1553 furono con l’autorità di questo Principe e per voto dell’Accademia deputati, Benedetto Varchi a esporre il Petrarca, e Giovan Batista Gelli a interpretare il poema di Dante. Da questo punto incomincia una serie di corsi, fatti regolarmente dal Gelli all’Accademia nei giorni di domenica intorno alla Divina Commedia col proposito di spiegarla tutta dal principio alla fine. Ciascun corso prende il nome di Lettura; e si divide in un numero ora maggiore e ora minore di lezioni, secondo ch’ebbe maggiore o minore durata. Vi sono però alcune di queste Letture, dove ale lezioni va innanzi una orazione che serve di preludio. Tale è la prima Lettura, che incomincia appunto con una orazione, in cui si dimostra come Dante sia arrivato agli ultimi confini della eccelleza e della perfezione, non solamente come poeta, ma eziandio come filosofo e come scienziato. E vi tengon dietro dodici lezioni, due delle quali sono di prolegomeni, e le altre precedono nella spiegazione dello Inferno fino al v. 75 del Canto secondo. Questa Lettura si fece sul finire dell’anno 1553 e sul cominciare del 1554, ossia negli ultimi mesi del consolato di Guido Guidi, medico e filosofo di gran nome, e nei primi del consolato di Agnolo Borghini, fratello di Monsignor Vincenzo, e letterato anch’egli di non piccolo conto. Essa fu stampata due volte; una a Firenze dal Sermartelli nello stesso anno 1554, e un’altra dal Torrentino nel 1562; con questa differenza però tra l’una e l'altra [p. xv modifica]che nella seconda fu omesso un brano assai vivo della dedicatoria, dove il Gelli parlando della stima che si fa degli uomini dotti e virtuosi nelle Corti de’ principi, aveva distinti i principi secolari dagli spirituali; e di questi con poco rispetto aveva affermato, che la maggior parte «avendo per fine principale il convertire prodigamente in uso e comodo proprio tutto quello che arebbe a servire, parte al culto divino, parte ad essi, e parte al sovvenimento di quei popoli d’onde ei lo traggono, allora cura non tengono, nè fanno altrimenti stima alcuna de’ litterati e degli amatori delle virtù, che il tenergli per servidori, non per affezione ch’e’ portino a quegli, ma solo perchè e’ pensano che lo averne per le loro Corti arrechi loro o lode e onore.» Onde protestava che contento del pane che gli veniva dalle fatiche delle sue mani, non aveva mai voluto «non che servirgli, ma nè corteggiarli pure.» Questa invettiva, la quale in modo chiarissimo andava a ferire la Corte Romana, e che ha riscontro in varii altri luoghi delle opere Gelliane; e più specialmente là dove si parla delle pene degli avari, e dove si descrive la statua del vecchio che volge le spalle a Damiata e il viso a Roma, questa invettiva, io dico, fu intieramente soppressa nella edizione del 1562. E non è senza notevole significato la coincidenza di tal soppressione con un altro fatto, riferito da Agenore Gelli nella vita del nostro autore, cioè che appunto nel 1562, per ordine del Concilio di Trento, e per giudizio di Monsignor Beccadelli e del Vescovo di Lerida, furono posti all’indice de’ libri proibiti i Capricci del Bottaio, che il Gelli aveva scritti e mandati a stampa da circa venti anni, e de’ quali si erano fatte tra il 1546 e il 1551 ben cinque edizioni. Addolorato per questa condanna, scrisse il Gelli a Monsignor Beccadelli e al Vescovo di Lerida [p. xvi modifica]una lettera che ha la data del 9 di maggio 1562, ed è tra le pubblicate dal prof. Agenore (pag. 431), pregandoli che lo avvertissero di quelle cose che nei Capricci fossero da emendare, e subito le avrebbe emendate senza alcuna resistenza. Fu quello il penultimo anno della sua vita; e la docilità sua nel riprovare ciò che a Roma era stato censurato, e forse anche la mutilazione, non so bene se spontanea o imposta, del brano sopra notato, lo preservarono dai rigori del Santo Uffizio.

Ancora sotto il consolato di Agnolo Borghini, e perciò nell’anno 1554, il Gelli fece poi la sua seconda Lettura. La quale incomincia, come la prima, con una orazione sul vero e proprio concetto dello Inferno Dantesco; e seguita esponendolo in dieci lezioni, dal verso 76 del Canto secondo infino a tutto il Canto quarto. Ma questa Lettura, anzi che terminata, venne sospesa per la guerra di Siena; e se ne chiude la lezione decima col dire, che vedendo correr tempi tanto travagliati, si riserbava a più quieta stagione lo esporre il resto.

Questa Lettura seconda fu stampata dal Torrentino nel 1555; ma solo nel seguente anno 1556 il Gelli ripigliò il suo ufficio accademico, e fece la terza Lettura, e nel medesimo anno la stampò, sotto il consolato di quell’Antonio Landi, il quale già ebbi opportunità di nominare. Anche a questa Lettura terza è premessa un’orazione, dove si da lode a Dante, perchè dalla presente misera e fugace vita c’induce a considerare qual sarà la vita nostra oltremonadana e immortale. Le vengono poi appresso dieci lezioni, con cui la interpretazione dello Inferno corre dal Canto quinto sino al verso 96 del settimo, là dove si dichiara quel che veramente sia la fortuna, e come e perchè accadano le sue tante e spesso inesplicabili mutazioni. Ma dopo la terza Lettura il Gelli non [p. xvii modifica]fece più alcuna orazione e discorso preliminare, avendo egli dichiarato nello esordio della quarta, che sebbene sia costume di quelli che pubblicamente espongono qualche scrittore, di ragionar da prima intorno all’onore e al diletto e all’utile che così fatti studii possono apportare, non di meno egli voleva lasciare tal cosa a dietro come superflua, per averla già fatta nei tre anni passati. Senza preamboli pertanto la quarta Lettura ripiglia le spiegazioni al punto dov’erano arrivate nell’anno precedente; e con un’altra serie di dieci lezioni prosegue dal v. 97 del Canto settimo al v. 105 del nono, ossia alla entrata di Dante e di Virgilio nella città di Dite. La qual Lettura quarta occupò l’anno accademico del 1557, quando fu Consolo messer Lelio Torelli, patrizio di Fano, cittadino di Firenze, onore del suo secolo. E’ questo nome, che dev’essere più specialmente caro alla vostra Accademia; poichè Lelio Torelli fu tra i primi fondatori dell’Accademia Fiorentina, ne scrisse gli statuti, e più di una volta si tennero in casa sua le adunanze degli Accademici. E quanta sapienza fu in quell’uomo! Tutte egli ebbe le più alte cariche dello Stato Mediceo; egli ambasciadore, egli giudice, egli segretario e consigliere del Principe, egli senatore, egli riformatore degli studii; e in tutte riuscì ammirabile. Pier Vettori, compendiandone con felice brecità i pregi, disse benissimo che Lœlius Teurellius ut civilis juris est consultissimus, ita omnis elegantis doctrinœ peritissimus; e similmente il Giorgio Vasari scrive, essere stato il Torelli «non meno amatore di tutte le scienze, virtù o professioni onorate, che eccellentissimo iuriconsulto». Nè soltanto egli si meritò lode di scrittore facile e ornato nella lingua nostra, ma si mostrò conoscitore esimio delle lettere greche e latine; e in queste così addentro, che lo stesso Vettori nelle sue Emendazioni Tulliane confessa e si onora di [p. xviii modifica]essersi più volte giovato del consiglio di lui. E come giureconsulto, il Torelli conseguì grandissima rinomanza in Italia e fuori con molte opere sue, e segnatamente colla pubblicazione, fatta con cura e diligenza insuperabili, delle Pandette comunemente conosciute col nome di Amalfitane o Fiorentine. Le quali Pandette, impresse dal Torrentino nel 1553, sono ancora oggidì uno de’ migliori testi della collezione Giustiniana; e sono ricercatissime dai legali e dai bibliofili. E con tutto ciò, tra i giuristi italiani, con Lelio Torelli caduto presso che in dimenticanza; cosa tra noi pur troppo non insolita. Ma a ravvivarne la memoria e a illustrarla suonò recentemente da Berlino la voce di Teodoro Mommsen; il quale nella sua edizione dei Digesta Justiniani Augusti (Berolini, apud Weidmannos, 1868-70, vol. 2 in-8) proclamò, che la stampa del Torelli, oltre alle qualità insigni dell’ingegno e della erudizione, deve reputarsi omnium emendatissima. Aggiungerò che il Torelli fu altresì del nostro Gelli familiare; tanto che avendo Simone Porzio, pubblico professore a Pisa, composta a data in luce una sua disputa latina sul punto «se l’uomo diventi buono o cattivo volontariamente» e dedicatala a Lelio Torelli, la tradusse il Gelli in volgare, come ne fa ricordo nella undicesima di queste sue Letture. E la sua versione, data a stampa dal Torrentino nel 1551, intitolò al nome di Francesco, figliuolo e seguace della scienza e della virtù di esso Lelio; poichè tenendosi il padre e il figliuolo per una sola persona, era cosa convenevole che al primo e al secondo degnissimi entrambi, si rendesse il medesimo omaggio in due lingue diverse, l’una figliata dall’altra.

Mi si dia venia della digressione in grazia del soggetto; e senza più ritorno alle Letture Dantesche, la quinta si fece dal Gelli nel 1558; e anch’essa ha dieci lezioni, con cui la [p. xix modifica] esegesi della Divina Commedia progredisce dal verso 106 del Canto nono insino al termine del Canto undecimo dell’Inferno. Allora era Consolo dell’Accademia quel Francesco Cattani da Diacceto, che fu poi Vescovo di Fiesole; dotto teologo e terso scrittore, al quale è la italiana letteratura debitrice della pubblicazione di uno fra i migliori testi del secol d’oro della lingua, voglio dire dello Specchio della penitenza di Frate Jacopo Passavanti. Tanto la Lettura quinta quanto la precedente si pubblicarono, e sempre coi tipi del Torrentino, nel medesimo anno 1558, ma in due volumi separati.

Fra la quinta e la sesta Lettura intercede ancora il silenzio di un anno intero; giacchè la sesta non si fece nel 1559, ma nel 1560. Quale sia stata la cagione di quest’altro interrompimento, il Gelli non dice; nè io voglio pigliare la facile, ma pur troppo spesso ingannevole via delle congetture per indovinarla. Fatto è che la sesta Lettura, partita anch’essa in dieci lezioni, dal Canto duodecimo dell’Inferno sino al quindicesimo inclusive, ebbe luogo nell’anno 1560, essendo capo dell’Accademia Leonardo Tanci, legista e teologo. Il quale nello assumere il consolato disse del Gelli con molta verità, che l’Accademia gli doveva essere grandemente obbligata; poichè ne’ tempi suoi più difficili non altrove che in lui aveva trovato un sicuro porto da rifuggirsi. L’estate di quell’anno 1560 dev’essere stata più che non soglia cocente; giacchè incominciando nel 1561 la sua Lettura settima, dice il Gelli, che l’anno passato si era posto fine al leggere per causa de’ calori eccessivi. Questa Lettura settima nel consolato di Tommaso Ferrini continua con undici lezioni a spiegare l’Inferno sino alla fine del Canto diciannovesimo. E nello stesso anno 1561 s’impressero dal Torrentino gli ultimi due volumi delle Letture Gelliane, che sono appunto la sesta e la settima.